Prime esperienze lesbo-fetish
di
Paoloilvecchio
genere
feticismo
Sono Paoloilvecchio, quella che segue è solo fantasia, ma sognare non fa male.
Finita la scuola, ormai prossime agli esami di maturità, io e Anna eravamo andate a curiosare nel guardaroba del teatro comunale. Ci piaceva curiosare tra i vestiti di stile antico, le parrucche e quanto poteva offrire un deposito di quasi cinquant’anni.
Dentro l’ennesimo baule trovammo una scatola socchiusa, dentro c’erano solo guanti. Iniziammo a tirarli fuori e provarli: corti e lunghi, di lana, di cotone, da cucina, di pelle, di lattice… tra questi ultimi ne trovammo alcuni diversi dai soliti usa e getta, più robusti, aderenti. Anna capì subito, aveva visto dei reel su instagram. Si unse leggermente le mani con dell’olio di mandorle che teneva nello zaino e calzò i guanti, i quali risultavano aderenti e lucidi, dopo che vi ebbe passato l’olio sopra.
La vista era affascinante, mentre lei muoveva le mani e le dita davanti al mio viso ne rimasi incantata. Li volevo toccare, allungai la mano e iniziai ad accarezzarli, prima con un dito, quasi sforandoli, poi con tutta la mano. Anna mi guardava e sorrideva, ricambiava le mie carezze sulle dita, le mani, giungendo a volte sino a metà dell’avambraccio. Ogni carezza era una vampata di calore, non capivo che succedesse, ma avrei voluto continuare il gioco di carezze per sempre, sempre più accaldata, col respiro via via più corto. Lei staccò le mani da me, lasciandomi inebetita, aggiunse altro olio su un palmo, lo distribuì su entrambe e si avvicinò al mio viso, scorrendolo dal mento agli zigomi, poi scendendo lungo i lati del naso, sopra le labbra socchiuse, a scendere sul collo, per poi risalire. Mi mancava il fiato per l’emozione e perché ad ogni passaggio bloccava la bocca e stringeva lievemente il collo. Mi uscì un live rantolo, insieme ad un “sì” prolungato e gutturale.
Si fermò sorrise ancora chiedendomi se mi fosse piaciuto, al mio assenso rispose proponendomi di continuare a casa sua.
Si tolse i guanti, che mise nello zaino, e rimettemmo tutto a posto. Uscimmo senza correre, non ci sarei riuscita, le gambe molli, il fiato corto, la mente confusa, a malapena seguivo Anna tenendole la mano. Arrivati a casa sua, vuota di genitori lavoranti, mangiammo due tramezzini al volo, mi riprese per mano, trascinandomi in camera sua.
Quando rimise i guanti, tornai in un mondo parallelo, i miei occhi fissi al loro luccichio, le mie mani pronte a mescolarsi alle sue, minuti interminabili e velocissimi. Si discostò, dicendosi preoccupata per la mia maglietta, si sarebbe potuta ungere. La tolsi in fretta, lasciando libero il busto fasciato da un reggiseno. Lo guardò e mi mostrò i guanti unti. Tolsi anche quella barriera. Riprese dal volto, indugiando sulle labbra, spingendo leggermente l’indice all’interno, poi scese al collo, versò olio sul seno, che, non poi così grande, neppure riempì le sue mani. Stringeva ed accarezzava, stuzzicava i capezzoli e le aureole, ora accarezzando con un dito, ora pizzicando delicatamente. Di tanto in tanto accarezzava le labbra, sempre più insinuandosi tra esse. La mia lingua cercava le sue dita, bramava il sapore di lattice e olio. Quando mi afferrò i seni con tutto il palmo, strizzando i capezzoli tra gli indici e gli anulari, venni. Era una crisi di godimento, con tratti di risa e pianto, quella che ne seguì. Divisa tra piacere, inconsapevolezza e sensi di colpa, non sapevo cosa fare. Mi tolse dall’impicci Anna, afferrandomi la testa e baciandomi profondamente, mentre la sua mano scendeva lungo la pancia, verso il pube. La fermò la voce di sua madre “Anna? Sei su? Ho visto lo zaino di Maria, è con te?”.
Impostò la voce e rispose con finta calma, poi si avvicinò al mio orecchio e mi promise che avremmo continuato.
Finita la scuola, ormai prossime agli esami di maturità, io e Anna eravamo andate a curiosare nel guardaroba del teatro comunale. Ci piaceva curiosare tra i vestiti di stile antico, le parrucche e quanto poteva offrire un deposito di quasi cinquant’anni.
Dentro l’ennesimo baule trovammo una scatola socchiusa, dentro c’erano solo guanti. Iniziammo a tirarli fuori e provarli: corti e lunghi, di lana, di cotone, da cucina, di pelle, di lattice… tra questi ultimi ne trovammo alcuni diversi dai soliti usa e getta, più robusti, aderenti. Anna capì subito, aveva visto dei reel su instagram. Si unse leggermente le mani con dell’olio di mandorle che teneva nello zaino e calzò i guanti, i quali risultavano aderenti e lucidi, dopo che vi ebbe passato l’olio sopra.
La vista era affascinante, mentre lei muoveva le mani e le dita davanti al mio viso ne rimasi incantata. Li volevo toccare, allungai la mano e iniziai ad accarezzarli, prima con un dito, quasi sforandoli, poi con tutta la mano. Anna mi guardava e sorrideva, ricambiava le mie carezze sulle dita, le mani, giungendo a volte sino a metà dell’avambraccio. Ogni carezza era una vampata di calore, non capivo che succedesse, ma avrei voluto continuare il gioco di carezze per sempre, sempre più accaldata, col respiro via via più corto. Lei staccò le mani da me, lasciandomi inebetita, aggiunse altro olio su un palmo, lo distribuì su entrambe e si avvicinò al mio viso, scorrendolo dal mento agli zigomi, poi scendendo lungo i lati del naso, sopra le labbra socchiuse, a scendere sul collo, per poi risalire. Mi mancava il fiato per l’emozione e perché ad ogni passaggio bloccava la bocca e stringeva lievemente il collo. Mi uscì un live rantolo, insieme ad un “sì” prolungato e gutturale.
Si fermò sorrise ancora chiedendomi se mi fosse piaciuto, al mio assenso rispose proponendomi di continuare a casa sua.
Si tolse i guanti, che mise nello zaino, e rimettemmo tutto a posto. Uscimmo senza correre, non ci sarei riuscita, le gambe molli, il fiato corto, la mente confusa, a malapena seguivo Anna tenendole la mano. Arrivati a casa sua, vuota di genitori lavoranti, mangiammo due tramezzini al volo, mi riprese per mano, trascinandomi in camera sua.
Quando rimise i guanti, tornai in un mondo parallelo, i miei occhi fissi al loro luccichio, le mie mani pronte a mescolarsi alle sue, minuti interminabili e velocissimi. Si discostò, dicendosi preoccupata per la mia maglietta, si sarebbe potuta ungere. La tolsi in fretta, lasciando libero il busto fasciato da un reggiseno. Lo guardò e mi mostrò i guanti unti. Tolsi anche quella barriera. Riprese dal volto, indugiando sulle labbra, spingendo leggermente l’indice all’interno, poi scese al collo, versò olio sul seno, che, non poi così grande, neppure riempì le sue mani. Stringeva ed accarezzava, stuzzicava i capezzoli e le aureole, ora accarezzando con un dito, ora pizzicando delicatamente. Di tanto in tanto accarezzava le labbra, sempre più insinuandosi tra esse. La mia lingua cercava le sue dita, bramava il sapore di lattice e olio. Quando mi afferrò i seni con tutto il palmo, strizzando i capezzoli tra gli indici e gli anulari, venni. Era una crisi di godimento, con tratti di risa e pianto, quella che ne seguì. Divisa tra piacere, inconsapevolezza e sensi di colpa, non sapevo cosa fare. Mi tolse dall’impicci Anna, afferrandomi la testa e baciandomi profondamente, mentre la sua mano scendeva lungo la pancia, verso il pube. La fermò la voce di sua madre “Anna? Sei su? Ho visto lo zaino di Maria, è con te?”.
Impostò la voce e rispose con finta calma, poi si avvicinò al mio orecchio e mi promise che avremmo continuato.
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