Sorella Sbagliata - Capitolo 2

di
genere
incesti

Qualche giorno dopo, in un locale con i miei amici…
Il locale era pieno, il solito rumore di sottofondo di un venerdì sera. Matteo stava tenendo banco, come al solito. Ventotto anni, sempre in mezzo a noi ventenni per sentirsi il maschio alfa della situazione. Si vendeva come il grande startupper di successo, anche se la sua famosa app faceva talmente cagare che nemmeno noi del gruppo l'avevamo mai scaricata. Ma con le ragazzine più piccole, la farsa dell'imprenditore col macchinone e i soldi facili funzionava sempre.
Ero distratto, fissavo la mia birra pensando ad altro, finché la voce di Matteo non sovrastò la musica.
«Oh, guardate qua,» esordì, sbloccando lo schermo dello smartphone e sbattendolo al centro del tavolino. «Matchata un'ora fa. Diciotto anni da poco. Guardate che foto... questa stasera vuole farsi distruggere.»
Abbassai lo sguardo sul display per inerzia. Il sangue mi si gelò nelle vene per un secondo, per poi ricominciare a scorrere a una velocità folle, pulsandomi nelle tempie in un mix accecante di rabbia e di un'eccitazione oscura e malata.
Non era una ragazzina a caso. Era Giulia.
Nella foto indossava un top nero scollatissimo che riconobbi all'istante: era di Erika. Le stringeva il seno in modo quasi osceno. Aveva un rossetto scuro, i capelli lisciati perfetti e quello sguardo di sfida, arrogante e sfacciato, che mi stava tormentando la testa da giorni.
L'idea delle mani viscide di Matteo su quella pelle, l'idea che lei si fosse messa su Tinder a cercare un uomo più grande per farsi distruggere... mi mandò in cortocircuito il cervello. Strinsi il bicchiere fino a farmi sbiancare le nocche.
«Lasciala perdere,» dissi. La mia voce uscì bassa, ruvida e fottutamente fredda, tagliando di netto le risatine del tavolo.
Matteo si voltò verso di me, alzando un sopracciglio, con quel sorrisetto da schiaffi. «Eh? Che cazzo dici, Franci?»
«Ho detto di lasciarla perdere,» ripetei, alzando gli occhi per piantarglieli addosso. «È la sorella minore di Erika. Cancellala. Subito.»
Lui sbuffò una risata nervosa, riprendendosi il telefono come per proteggerlo. «E allora? Non è mica tua sorella. Se sta su Tinder sa quello che vuole. Non è mica colpa mia se la sorellina della tua ragazza è una troietta in cerca di attenzioni. E a giudicare dalla chat, non vede l'ora di salire in macchina mia.»
Non so nemmeno come feci a non tirargli un pugno. Mi alzai dallo sgabello. Non feci un gesto plateale, non urlai, ma azzerai la distanza tra noi sovrastandolo. In quel momento non me ne fregava un cazzo di fare il "bravo fidanzato" responsabile. Quello che sentivo era un istinto animale, un senso di possesso totale e ingiustificabile verso una ragazzina che non era nemmeno mia.
«Matteo, non te lo sto chiedendo per favore,» sibilai, appoggiando le mani sul tavolo e chinandomi verso di lui. «Non ti avvicinerai a lei. Dimmi dove e a che ora vi siete dati appuntamento. Adesso.»
Lui fece il gradasso per un altro paio di secondi, incrociando le braccia e gonfiando il petto. Ma vide qualcosa nei miei occhi, un'ombra di violenza repressa che lo fece desistere. Sapeva benissimo che non stavo scherzando e che gli avrei spaccato la faccia lì, davanti a tutti.
«Va bene, minchia, datti una calmata! Siete tutti dei puritani,» borbottò alla fine, alzando le mani in segno di resa e indietreggiando con la sedia. «Sotto casa sua. Tra venti minuti. Vacci tu a farle da babysitter, sai che gran divertimento.»
Non gli risposi nemmeno. Buttai una banconota sul bancone per la birra che non avevo finito, afferrai le chiavi della macchina e uscii dal locale a passo svelto.
L'aria fredda della sera mi investì in pieno viso, ma non servì a spegnere l'incendio che mi divorava lo stomaco. Aprii la portiera e misi in moto con un gesto secco.
Parcheggiai a fari spenti un paio di decine di metri prima del suo portone, confuso tra le auto in sosta. Non aspettai molto. Quando il portone del palazzo si aprì, sentii l'aria mancarmi di colpo nei polmoni.
Giulia uscì sul marciapiede. Era vestita in un modo che non lasciava il minimo spazio all'immaginazione. Indossava un abitino nero aderente che le fasciava i fianchi, talmente corto che a ogni passo rischiava di scoprire tutto. E poi li vidi: i tacchi. Erano le décolleté rosse di vernice di Erika, quelle costosissime che sua sorella teneva come una reliquia. Su Giulia, abbinate a quel trucco pesante e al rossetto scuro, sembravano un invito esplicito. Voleva sembrare una femme fatale, ma ai miei occhi era solo una ragazzina bellissima che stava per buttarsi dritta in un mare di guai.
Misi in moto e feci scivolare la macchina silenziosamente fino a fermarmi proprio davanti a lei. Abbassai il finestrino.
«Giulia.»
La chiamai senza alzare la voce. Lei si voltò di scatto. La posa da dura le crollò addosso in un millesimo di secondo. Sbiancò. Guardò la mia auto come se avesse visto un fantasma, poi si guardò freneticamente intorno, terrorizzata che Erika o sua madre potessero essere lì con me.
Rassegnata, trascinando i passi su quei tacchi troppo alti per lei, si avvicinò alla portiera. «Franci...» balbettò, la voce che tremava. «Che... che ci fai qui?»
Provai a usare un tono fermo e autoritario, ma non sono mai stato capace di fare il duro con lei. Mi uscì solo una voce stanca e tesa. «Sali in macchina, Giù. Muoviti.»
Lei esitò, poi aprì lo sportello e si lasciò cadere sul sedile passeggero, portando con sé nell'abitacolo un'ondata di profumo dolce, troppo forte per la sua età. Si tirò giù convulsamente l'orlo del vestito, coprendosi a malapena a metà coscia. Chiuse la portiera e il silenzio nella macchina divenne opprimente.
«Che succede? Erika sta bene?» mi chiese subito, mangiandosi le unghie finte per l'ansia.
Sospirai, passandomi una mano sul viso. «Erika sta bene. Sta tornando a casa adesso dal tirocinio, è distrutta.» Mi voltai a guardarla. La luce fioca del cruscotto illuminava la sua scollatura, e dovetti fare uno sforzo disumano per tenere gli occhi fissi sui suoi. «Quella che stava per finire male stasera eri tu. Il tuo appuntamento non verrà, Giulia. Matteo non si farà vedere.»
Lei sgranò gli occhi. Il respiro le si fermò in gola. «Cosa... come sai di...»
«Ero al bar con lui,» la interruppi, la voce che ora tremava per la rabbia repressa. «Si stava vantando con mezzo locale, Giù. Mostrava a tutti la tua foto su Tinder. Diceva in giro come ti avrebbe distrutta stasera su qualche sedile, vantandosi di essersi rimorchiato una diciottenne convinta di uscire con un imprenditore pieno di soldi.»
Vidi il suo viso passare dal bianco al rosso scarlatto. La cruda realtà delle mie parole fece a pezzi la sua fantasia da donna vissuta. Si rese conto di essere stata trattata come carne da macello da uno sbruffone di ventotto anni.
Le labbra scure iniziarono a tremarle. Si coprì il viso con le mani, e un singhiozzo strozzato ruppe il silenzio dell'abitacolo. La sua maschera di arroganza era sparita; ora era solo una ragazzina terrorizzata dalle conseguenze di una cazzata enorme.
Il mio istinto protettivo, mescolato a un'attrazione che mi faceva sentire uno schifo, prese il sopravvento, ma mi costrinsi a restare immobile, le mani ancora salde sul volante.
«Franci...» piagnucolò, scoprendosi il viso rigato da una lacrima nera di mascara. Si sporse verso di me, afferrandomi la manica della felpa con una disperazione che mi strinse lo stomaco. Il suo profumo, dolce e pesante, mi invase le narici, mentre sporgendosi in avanti la scollatura del vestito di Erika si piegava pericolosamente verso di me, offrendomi una visuale che mi incendiò il sangue.
«Ti prego,» sussurrò, la voce rotta, stringendomi il braccio. «Ti prego, non dirlo a mamma. Mi ammazza, Franci, mi ammazza sul serio.»
«Giulia, ti rendi conto di cosa stavi per fare?» le chiesi, la voce bassa e dura. «Di chi è quel coglione?»
«Lo so, lo so! Ho fatto una cazzata, volevo solo... volevo solo fare un giro, sentirmi grande, non pensavo che lui...» Tirò su col naso, stringendo ancora più forte la mia manica, come se fossi la sua unica ancora di salvezza. I suoi occhi grandi e lucidi mi supplicavano dal basso verso l'alto. «Ti scongiuro, Franci. Erika ha passato una giornata infernale in reparto. Se le dici che mi hai trovata su Tinder, vestita così... se le fai vedere che ho preso le sue scarpe rosse senza chiederglielo, le viene un esaurimento. E mi odierà per sempre. Ti prego, Franci. Sii buono come sempre. Ti supplico, fa' che resti un segreto. Tra me e te.»
Fissai la sua piccola mano stretta sul mio braccio, le unghie finte che quasi affondavano nel tessuto. Poi guardai il suo viso, rovinato dal trucco sbavato, e quelle labbra rosse e tremanti.
Odiavo vederla piangere, ma al tempo stesso un brivido oscuro, fottutamente sbagliato, mi percorse la spina dorsale nel vederla così disperatamente sottomessa alla mia decisione. Fino a dieci minuti prima faceva la donna inarrivabile, la femme fatale pronta a farsi mettere le mani addosso da uno sconosciuto. Ora era rannicchiata sul mio sedile, mezza nuda, a supplicarmi di salvarla.
Avevo il suo destino tra le mani. E il silenzio che calò nell'abitacolo era così denso che avrei potuto tagliarlo con un coltello. Non le risposi subito. La lasciai cuocere in quell'attesa agonizzante, guardandola dall'alto in basso, sentendo il potere scivolare completamente dalla sua parte alla mia.
«Va bene,» dissi alla fine, la voce piatta e monocorde. «Non dirò niente a tua madre. E nemmeno a Erika.»
Giulia rilasciò un respiro tremante, abbassando le spalle. «Grazie... grazie, Franci, te lo giuro, non lo farò mai più, io–»
Non la feci finire. Con un movimento secco, premei il pulsante della chiusura centralizzata. Il clack delle sicure rimbombò nell'abitacolo come il rumore di una cella che si chiude. Giulia sussultò.
Ingranai la prima e partii sgommando, lasciandomi il suo palazzo alle spalle. Non girai verso il centro. Presi la strada che portava fuori, verso il buio della periferia e delle colline, dove le uniche luci sarebbero state quelle del cruscotto.
«Franci? Che fai? Dove andiamo?» chiese lei, aggrappandosi alla maniglia sopra il finestrino, la voce di nuovo incrinata dal panico.
«Faccio in modo che non ci veda nessuno, Giulia,» risposi freddo, gli occhi fissi sulla strada buia davanti a noi. «Stiamo via un'ora. Fino alle dieci. Non puoi tornare a casa vestita così mentre tua madre è in salotto e tua sorella torna stanca dal lavoro. Se ti beccano ora, la mia promessa non vale un cazzo.»
Lei si morse il labbro, annuendo piano, rendendosi conto che avevo ragione. Rimase in silenzio, ma vedevo con la coda dell'occhio che si torturava le mani.
Cercai di calmarmi. Respirai a fondo. Volevo parlarle da adulto, spiegarle con calma il rischio enorme che aveva corso. «Senti, Giù,» iniziai, abbassando un po' il tono. «Io capisco che tu voglia sentirti grande. Hai diciotto anni, è normale. Ma non puoi buttarti su quell'app, incontrare uno sconosciuto di dieci anni più vecchio e pensare di avere il controllo della situazione. Matteo non è il ragazzino del liceo che puoi gestire con un sorriso o una scollatura. Quelli come lui non cercano una chiacchierata o una ragazza da corteggiare. Vogliono solo usarti. È pericoloso, cazzo.»
Mi voltai a guardarla un istante. Speravo di vedere comprensione, magari un po' di vergogna. Invece, la sua espressione era cambiata. La paura del castigo stava passando e il suo ego sfrontato stava tornando a galla. Incrociò le braccia sotto il seno, spingendo in su quella scollatura oscena, e alzò il mento.
«Non ho bisogno che tu mi faccia la paternale, Franci. So difendermi benissimo da sola. E poi non mi avrebbe fatto niente che io non volessi, ok? Se fossi salita in macchina con lui, avrei saputo come gestirlo. Siete voi che mi trattate sempre come una bambina scema!»
Fu come benzina sul fuoco. L'immagine di lei in macchina con Matteo, di lui che le metteva le mani addosso mentre lei pensava di poterlo "gestire", mi fece esplodere una vena nel cervello.
Scalai la marcia con un colpo violento, facendo ruggire il motore, e inchiodai la macchina in uno spiazzo sterrato e buio, al riparo di un filare di alberi, lontano da tutto.
Spegni i fari. Spensi il motore. Nel silenzio tombale che seguì, il mio respiro pesante sembrava quello di un animale in gabbia. Mi slacciai la cintura e mi girai completamente verso di lei.
«Credi di saperlo gestire?» ringhiai, la voce così bassa e minacciosa che lei si rannicchiò contro lo sportello. La calma era finita. L'avevo avvisata. «Sei una ragazzina stupida, Giulia. Ecco cosa sei. Stupida e arrogante.»
«Franci, smettila...» sussurrò, perdendo di colpo tutta la sua spavalderia.
«Hai idea di chi cazzo è quello con cui dovevi vederti?» continuai implacabile, sporgendomi verso di lei finché non sentii il suo respiro sul viso. «Hai idea di cosa ci fa uno di ventotto anni con una ragazzina vestita in questo modo in un parcheggio buio? Pensi che si fermerà perché tu glielo chiedi? Pensi di avere il controllo solo perché ti sei messa un rossetto da puttana e hai le tette in fuori?»
Le mie parole erano coltelli. Volevo smontarla pezzo per pezzo. Volevo distruggere quella sua finta aria da donna adulta, schiacciarla sotto il peso della sua stessa incoscienza.
«Credi di saper gestire il mondo dei grandi, eh?» sussurrai, abbassando lo sguardo sulle sue cosce scoperte e poi di nuovo sui suoi occhi, neri e terrorizzati nel buio. «Non sai un cazzo, Giulia. E stasera stavi per scoprirlo nel modo peggiore possibile.»
Le mie parole non sortirono l'effetto sperato. Invece di farla riflettere, fecero esplodere il suo ego ferito. Non sopportava di essere trattata da bambina, specialmente da me.
Con un gesto stizzito e fulmineo, Giulia si slacciò la cintura di sicurezza. Si girò di scatto verso di me, invadendo il mio spazio nell'abitacolo stretto, il viso deformato dalla frustrazione.
«Fammi scendere!» mi urlò in faccia, la voce che tremava di rabbia e umiliazione. «Tu non sei mio padre! Sei solo il fidanzatino noioso di mia sorella! Ho diciotto anni e faccio quello che cazzo mi pare!»
Ero a un millimetro dal risponderle a tono, ma lei prese fiato e sputò fuori l'unica cosa che non avrebbe mai dovuto dire.
«Volevo vedermi con lui perché è un uomo vero, non uno sfigato che fa sempre la cosa giusta come te!» gridò, gli occhi lucidi di sfida, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente. «Magari volevo che mi mettesse le mani addosso, ti è passato per la testa?!»
Silenzio. Un silenzio assoluto, pesante, assordante.
Era la frase fatale. Mi aveva provocato nel punto esatto in cui non doveva. Aveva appena preso l'ultima catena che teneva a bada la mia razionalità e il mio autocontrollo e l'aveva spezzata di netto.
Non ci fu nessun preavviso. Non urlai. Non mi giustificai. La mia mano destra scattò in avanti con una velocità e una forza disarmanti. Le afferrai la nuca, le dita che si intrecciavano brutalmente tra i suoi capelli lisciati, bloccandola sul posto per impedirle di indietreggiare. Con la mano sinistra le presi il mento, stringendo appena la mascella, costringendola ad alzare il viso verso il mio.
L'impatto fisico fu devastante. Giulia emise un gemito strozzato, sgranando gli occhi. La rabbia svanì dal suo sguardo in un millesimo di secondo, inghiottita da un panico totale e da qualcos'altro... un'ondata di eccitazione istantanea e travolgente che le fece dischiudere le labbra tinte di rosso.
«Volevi che un uomo ti mettesse le mani addosso?» sibilai, il viso a un centimetro dal suo. La mia voce non era più la mia. Era un ringhio viscerale, oscuro, carico di tutta la lussuria e la gelosia che stavo reprimendo da mesi. «Vuoi sapere cosa fa un uomo vero a una ragazzina sfacciata che si veste in questo modo per giocare col fuoco?»
Giulia era paralizzata. Sentivo il suo cuore esploderle nel petto, rimbombando contro il mio braccio. Il suo fiato caldo, irregolare, mi accarezzava le labbra. Non cercò minimamente di divincolarsi. Sotto la mia presa ferrea, il suo corpo iniziò a tremare in un modo completamente diverso da prima: la sua finta arroganza si stava sciogliendo in pura sottomissione.
Abbassai lo sguardo sulla sua bocca socchiusa, poi sulla scollatura che aveva esibito per farsi guardare da un coglione qualunque. Feci scivolare il pollice della mano sinistra giù dal suo mento, accarezzandole il collo con una lentezza agonizzante, fino a premerlo esattamente al centro del suo petto nudo e bollente.
«Non hai bisogno di Tinder per farti rovinare, Giulia,» le sussurrai addosso, la voce roca, sbavandole appena il rossetto scuro con il mio stesso respiro. «Sei già chiusa in macchina con la persona sbagliata. E se non chiudi quella bocca e non inizi a fare la brava, ti assicuro che stanotte a casa non ci torni.»
L'incantesimo oscuro che si era creato nell'abitacolo si spezzò all'improvviso.
Giulia sbatté le palpebre, come risvegliandosi da uno stato di trance. La paura, quella vera, prese il sopravvento sull'eccitazione. Con uno scatto disperato, piantò le mani contro il mio petto e mi spinse via, ritraendosi contro lo sportello freddo.
«Ma che cazzo ti è preso?!» sbottò, la voce acuta e tremante, strozzata dal panico. Si portò una mano al petto, il respiro corto che le faceva alzare e abbassare la scollatura in modo frenetico. Mi guardava come se fossi un estraneo, un predatore da cui doveva scappare.
Vedere il terrore nei suoi occhi fu come ricevere una secchiata d'acqua gelata. La nebbia rossa della gelosia e della lussuria si diradò per un istante, lasciando il posto alla consapevolezza di quello che stavo facendo. Avevo perso il controllo. L'avevo aggredita.
Aprii la mano, lasciando andare la sua nuca, e mi ritrassi lentamente, passandomi le dita tra i capelli con frustrazione. Il mio respiro era ancora pesante. «Il mondo dei grandi è una merda, Giulia,» dissi, la voce roca e stanca. «E tu non sei fottutamente pronta per affrontarlo.»
Lei rimase a fissarmi. Aveva le labbra socchiuse, il rossetto leggermente sbavato dove il mio respiro l'aveva sfiorata, un'espressione sospesa tra lo shock totale e la paura. «Fammi scendere,» sussurrò, la voce che era poco più di un soffio. «Fammi scendere subito.»
Senza dire una parola, premei il pulsante sul cruscotto. Il clack delle sicure sbloccate risuonò nel silenzio.
Giulia aprì lo sportello e si buttò fuori. L'aria fredda della sera e il rumore della risacca invasero l'abitacolo. Avevo accostato in un parcheggio sterrato che dava su una piccola spiaggetta nascosta, uno di quei posti isolati e bui dove la notte le coppiette andavano a scopare in macchina. Il rumore dei suoi tacchi sulla ghiaia sembrava assordante.
La guardai allontanarsi. Faticava a camminare, le caviglie le tremavano sui tacchi vertiginosi di Erika, e in quel vestitino nero e succinto, illuminata solo dalla luna e in quel contesto squallido, sembrava ancora più indifesa. Una preda facile. Raggiunse il muretto basso che divideva il parcheggio dalla sabbia e si fermò lì, dandòmi le spalle. Tirò fuori il telefono dalla borsa e iniziò ad armeggiarci freneticamente, abbassando la testa, come se quello schermo fosse l'unica cosa in grado di proteggerla dal mondo reale.
Rimasi in macchina per qualche minuto. Le mani mi tremavano ancora mentre stringevo il volante. Ero un coglione. L'avevo spaventata a morte, ma la verità, quella che non volevo ammettere, era che stringerla in quel modo, sentirla piegarsi sotto la mia presa... mi aveva fatto impazzire.
Soffiai fuori l'aria, mi slacciai la cintura e scesi dall'auto.
I miei passi sulla ghiaia la fecero irrigidire. Mi fermai a un metro da lei. Le sue spalle strette e scoperte sussultavano a ritmo irregolare. Stava piangendo. Non il pianto capriccioso di poco prima, ma un pianto silenzioso e rotto.
Il mio cuore si strinse. Azzerai la distanza. Non feci movimenti bruschi stavolta; allungai le braccia e la avvolsi da dietro, attirandola contro il mio petto.
Giulia non si ritrasse. Anzi. Lasciò cadere le mani con il telefono lungo i fianchi e si appoggiò all'indietro contro di me, cedendo di schianto, come se non avesse più la forza di sorreggersi da sola.
«Scusa,» le mormorai all'orecchio, affondando il viso tra i suoi capelli. Il suo profumo mi invase i sensi, mescolandosi all'odore salmastro del mare. «Scusami, Giù. Sono un coglione. Ho esagerato.»
La strinsi un po' di più, chiudendo le braccia attorno alla sua vita sottile. Sotto le mie mani c'era solo il tessuto sottile di quel vestito minuscolo, sentivo il calore della sua pelle bruciare contro i miei palmi. Era un abbraccio di scuse, per consolarla, ma il contatto fisico tra noi era carico di una tensione elettrica impossibile da ignorare. Lei era praticamente nuda contro di me, morbida e vulnerabile.
Giulia tirò su col naso, portando le mani sulle mie braccia che la cingevano, aggrappandosi alle mie maniche. «Mi hai fatto paura, Franci,» sussurrò con la voce rotta, appoggiando la nuca sulla mia spalla. «Non ti avevo mai visto così. Sembravi... sembravi un pazzo.»
«Lo so. Lo so, mi dispiace,» le baciai i capelli, stringendola in modo protettivo, cullandola appena nel buio. «È che... quando ho visto la tua foto sul telefono di quel coglione, quando ho sentito le cose che diceva su di te, su quello che ti avrebbe fatto stasera in un posto esattamente come questo... mi si è spento il cervello. Non ci ho visto più dalla rabbia, Giulia. Il pensiero che uno del genere ti mettesse le mani addosso mi ha fatto impazzire.»
Lei smise di tremare a poco a poco, assorbendo il calore del mio corpo. Si girò lentamente tra le mie braccia, senza sciogliere l'abbraccio, finché non ci trovammo faccia a faccia. Aveva le guance rigate di mascara, l'espressione smarrita di una bambina, ma il corpo da donna premuto contro il mio.
«Volevo solo dimostrare che non sono più la piccola di casa,» mormorò, alzando gli occhi umidi verso i miei, la voce ora calma ma venata di malinconia. «Erika ha tutto, tu hai tutto sotto controllo. Siete perfetti. E io mi sento sempre uno schifo, bloccata a fare la liceale. Volevo un brivido. Volevo sentirmi desiderata da qualcuno che non mi vedesse solo come una mocciosa.»
Feci scivolare una mano dalla sua vita fino alla sua guancia fredda, asciugandole una lacrima con il pollice in una carezza lenta. I nostri petti si sfioravano a ogni respiro. Eravamo isolati dal mondo, soli nel buio di un parcheggio, i confini di ciò che era giusto o sbagliato ormai completamente sfumati.
«Non hai bisogno di metterti su una vetrina per farti desiderare, Giù,» sussurrai, la voce carica di un significato che andava ben oltre il ruolo del fidanzato di sua sorella. «E ti assicuro... che nessuno qui ti vede più come una mocciosa.»
Ci incamminammo verso l'auto, il rumore dei tacchi di Giulia sulla ghiaia che spezzava il silenzio della sera. Feci per allungare la mano verso la maniglia della portiera, quando i fari di un'altra macchina ci investirono in pieno.
Una vecchia Fiat Punto accostò bruscamente, parcheggiando esattamente nello stallo di fianco al mio. Il motore si spense, ma i fari rimasero accesi per qualche secondo di troppo, illuminando l'abitacolo. Il ragazzo al posto di guida non perse un istante. Tirò la ragazza verso di sé, facendole scavalcare il tunnel centrale. Lei gli stava già sbottonando i pantaloni.
Giulia si pietrificò, la mano a mezz'aria. I fari della Punto si spensero, ma la luce della luna e dei lampioni lontani era più che sufficiente. Potevamo vedere perfettamente le due sagome muoversi freneticamente. Il cigolio ritmico delle sospensioni iniziò quasi subito, accompagnato da un gemito femminile soffocato a malapena dai finestrini chiusi.
Guardai Giulia. Aveva le labbra dischiuse, gli occhi sgranati fissi oltre il vetro dell'altra auto. Lo shock iniziale sul suo viso si stava sciogliendo in tempo reale, sostituito da qualcos'altro. Il suo respiro si fece improvvisamente corto e pesante, il petto che le si alzava in modo irregolare sotto la scollatura stretta del vestito. La scena cruda e animale che si stava consumando a un metro da noi stava facendo esattamente quello che avevano fatto le mie parole poco prima: la stava eccitando da morire.
E vederla così, vederla guardare quella coppia con gli occhi scuri di desiderio, fu una tortura insopportabile per me. L'erezione contro i miei jeans si fece dolorosa.
«Non possiamo restare in macchina,» le sussurrai all'orecchio, afferrandole il gomito per risvegliarla da quella trance voyeuristica. «Ho un asciugamano nel bagagliaio. Scendiamo sulla spiaggetta.»
Lei annuì in silenzio, distogliendo lo sguardo dall'altra auto a fatica. Aprii il baule, presi il telo mare e la guidai verso il muretto che portava alla sabbia.
«Ah... cazzo,» sibilò lei, inciampando sulle pietre sconnesse. «Questi tacchi mi stanno uccidendo. Non sento più le dita.» «Ti avevo detto che non sapevi camminarci,» mormorai, offrendole il braccio per aiutarla a scendere la piccola duna al buio.
Stesi l'asciugamano sulla sabbia fredda, al riparo di una roccia, lontano dagli sguardi del parcheggio ma abbastanza vicini da sentire ancora, in lontananza, il cigolio di quelle sospensioni che lavoravano. Ci restavano una ventina di minuti prima di dover tornare indietro. Venti minuti di pura agonia.
Giulia si lasciò cadere sull'asciugamano con un sospiro pesante. La prima cosa che fece fu slacciare freneticamente i cinturini delle décolleté rosse di Erika, sfilandole e buttandole sulla sabbia con un gemito di sollievo.
«Dio, finalmente,» sospirò, allungando le gambe nude davanti a sé. Ci sedemmo vicini. Troppo vicini.
«Ci stanno dando dentro di brutto, là sopra,» commentò all'improvviso Giulia, una risatina nervosa che le sfuggì dalle labbra. Si tirò le ginocchia al petto, ma facendolo il vestitino si ritirò fino a scoprire l'inizio delle cosce.
«Hai già dimenticato il panico di dieci minuti fa?» le chiesi, cercando di guardare le onde nere del mare e non le sue gambe.
Lei inclinò la testa, guardandomi con una scintilla di quella sua solita, dannata malizia. «È diverso quando lo fanno gli altri. È... intenso.» Si morse il labbro inferiore, esitando solo un secondo prima di spingersi oltre. «Tu ed Erika venite mai in posti così a scopare?»
Mi irrigidii. «Giulia, piantala.»
«Che c'è? È una domanda normale,» incalzò, sporgendosi verso di me. Il suo profumo mi invase di nuovo le narici. «Lo fate? Porti la mia perfetta sorella maggiore in un parcheggio buio e le salti addosso in macchina? O lo fate solo a letto, al buio, nella posizione del missionario?»
Serrai la mascella. L'idea di parlare della mia vita sessuale con lei era fottutamente sbagliata, ma il modo in cui mi provocava, cercando di farmi cedere, era inebriante. «Non sono affari tuoi. E comunque no, non lo facciamo.»
«Noioso,» mormorò lei, con un sorrisetto. Poi cambiò posizione, muovendo le dita dei piedi nudi. «I piedi mi pulsano, Franci. Sono distrutti. Massaggiameli.»
La guardai incredulo. «Cosa? Scordatelo.»
«Dai, Franci. Ti prego. Me lo devi dopo avermi terrorizzata in quel modo in macchina.» Non aspettò una mia risposta. Allungò la gamba destra e, con una sfacciataggine assoluta, appoggiò il piede nudo direttamente sulla mia coscia.
Il contrasto della sua pelle fresca e liscia contro il tessuto ruvido dei miei jeans mi mandò una scossa dritta all'inguine. Abbassai lo sguardo sul suo piede, poi alzai gli occhi sul suo viso. Mi stava guardando con le palpebre socchiuse, in attesa.
Sospirai, cedendo a quella che sapevo essere una pessima idea. Avvolsi le mani attorno al suo piede. Era piccolo, delicato. Iniziai a premere i pollici sulla pianta, proprio sotto l'arco plantare.
Giulia lasciò andare un respiro lungo e tremante. «Oh, mio dio... sì. Lì.»
La sua voce non esprimeva solo sollievo; era roca, spessa dell'eccitazione che stava covando da quando aveva visto la coppia in auto. Cercai di mantenere il massaggio innocente, ma il modo in cui si abbandonò al mio tocco lo rese impossibile. Le mie mani si muovevano lente, tracciando la curva del tallone, sfiorando la pelle morbida della caviglia.
Lei lasciò cadere la testa all'indietro, esponendo la linea lunga del collo pallido al buio, chiudendo gli occhi. Ogni volta che applicavo un po' più di pressione, un gemito debole e involontario le vibrava in fondo alla gola. Quel suono mi stava facendo uscire di testa.
Spostai la presa, le mie dita che le accarezzavano il dorso del piede, i pollici che premevano con forza. I miei movimenti avevano preso un ritmo lento, deliberato, quasi a specchiare le spinte ritmiche della coppia che continuavamo a sentire in sottofondo. Senza che me ne rendessi conto, il massaggio si era trasformato in un atto di possesso fisico. Non stavo solo alleviando il dolore; stavo mappando la sua pelle, sentendo il calore del suo corpo aumentare sotto i miei polpastrelli.
La mia mano sinistra scivolò inesorabilmente un po' più su, superando la caviglia per stringere il suo polpaccio nudo, il pollice che accarezzava la pelle liscia appena sotto il ginocchio.
Il respiro di Giulia si spezzò. Aprì gli occhi, piantandoli nei miei attraverso la penombra. La ragazzina sbruffona era sparita di nuovo, sostituita da una donna completamente sopraffatta dalle sensazioni che le stavo dando, il petto che si alzava e si abbassava pesantemente, la gamba che le tremava appena sotto le mie mani. I venti minuti che ci restavano sembravano improvvisamente un lasso di tempo troppo breve, e al tempo stesso un'eternità insostenibile.
La mia mano destra superò la linea del ginocchio. Sfiorai l'interno della sua coscia, dove la pelle era assurdamente morbida e calda.
Giulia emise un verso strozzato, un gemito spezzato che le morì in gola. Il suo finto atteggiamento da donna vissuta si stava sgretolando sotto i miei polpastrelli. I suoi muscoli si tesero, ma invece di allontanarmi, lasciò cadere la testa all'indietro. Le sue spalle cedettero, e scivolò lentamente all'indietro, fino a stendersi completamente con la schiena sull'asciugamano.
Il vestitino nero, già oscenamente corto, le salì fin quasi sui fianchi. La luce pallida della luna illuminava la curva del suo collo esposto, il petto che si alzava e si abbassava in modo frenetico, e le labbra dischiuse in cerca d'aria. Nel sottofondo, il rumore del mare si mescolava ancora a quello della macchina nel parcheggio sopra di noi.
«Franci...» sussurrò. Era una supplica, ma non per farmi fermare.
Non ragionai più. L'ultimo filo di lucidità che mi legava a Erika, alla mia vita ordinata e a ciò che era giusto, si spezzò di netto. Lasciai la presa sulla sua gamba e, muovendomi a gattoni sulla sabbia, mi spostai per sovrastarla. Mi posizionai esattamente sopra di lei, le ginocchia ai lati dei suoi fianchi snelli, ingabbiandola con le braccia premute sull'asciugamano ai lati della sua testa.
Giulia spalancò gli occhi. Il panico tornò a mischiarsi all'eccitazione nel vedere la mia ombra coprirla del tutto. Sentiva il mio calore, sentiva il respiro pesante che le infrangevo sul viso.
«Hai giocato col fuoco per settimane, mocciosa,» le mormorai contro la bocca, la mia voce un ringhio roco, carico di un bisogno che mi stava spaccando il petto. «Vediamo se sei capace di bruciare.»
E poi azzerai la distanza.
Schiacciai la mia bocca sulla sua. Non ci fu niente di dolce, niente di cauto o da "bravo ragazzo". Fu un bacio ruvido, possessivo, nato da mesi di frustrazione e fantasie sbagliate. Le mie labbra presero le sue con una prepotenza assoluta, esigendo tutto.
Giulia sussultò violentemente sotto di me. Le sue mani scattarono verso l'alto, afferrando il tessuto della mia felpa all'altezza delle spalle, stringendolo in due pugni disperati.
E in quell'istante, appena le nostre labbra si scontrarono e la mia lingua cercò di farsi strada per assaporarla, capii tutto.
I denti di Giulia sbatterono contro i miei in modo goffo. Le sue labbra erano serrate per la tensione, non sapeva come muoverle, non sapeva come assecondare la pressione del mio bacio. Era rigida, impacciata, travolta da una fisicità che non sapeva assolutamente come gestire. Tutte le parole sfacciate, i vestiti da troia, gli sguardi maliziosi... era tutta una gigantesca, disperata farsa.
Cazzo. Era il suo primo bacio.
La consapevolezza mi colpì come una coltellata, ma invece di farmi allontanare, mi fece impazzire ancora di più. La sfrontata, intoccabile e arrogante Giulia era lì, vergine delle labbra, e io ero il primo a violare quello spazio. Il senso di possesso che mi esplose dentro fu devastante.
Rallentai. Maledizione, rallentai per lei. Spostai una mano, affondando le dita nei suoi capelli setosi per sorreggerle la nuca e inclinarle la testa nel modo giusto. Addolcii la pressione della bocca, iniziando a muovere le labbra con una lentezza disarmante, succhiando il suo labbro inferiore sporco di rossetto, invitandola ad aprirsi.
«Respira, Giù,» le sussurrai a un millimetro dalla sua bocca. «Apriti per me.»
Lei emise un piagnucolio debole e obbedì. Dischiuse le labbra e io scivolai dentro con la lingua.
L'esplosione di sapore e calore fu indescrivibile. Giulia mi accolse con una foga cruda, grezza, totalmente inesperta. La sua lingua cercava la mia in modo disordinato, quasi disperato, come se stesse affogando e io fossi l'ossigeno. Le sue mani lasciarono la mia felpa per allacciarsi dietro il mio collo, tirandomi ancora più giù, schiacciando il suo petto contro il mio con una foga che non aveva nulla della grazia di una donna adulta, ma che bruciava di un'intensità adolescenziale purissima.
Limonammo lì, sulla sabbia fredda, nascondendoci nell'ombra di una roccia. Era un bacio caotico, bagnato, sporco del suo rossetto scuro che ormai ci aveva impiastricciato le facce. Lei ansimava contro la mia bocca, perdendo il ritmo, stringendomi con le unghie conficcate nella nuca, ed io la divoravo, perdendomi completamente in quel sapore dolce e acerbo che avevo sognato di rubare per troppo tempo.
Mi premetti contro il suo bacino, facendole sentire esattamente in che stato mi avesse ridotto. Giulia gemette forte contro le mie labbra alla pressione del mio inguine duro contro il suo, un suono talmente eccitato e sorpreso che mi fece stringere lo stomaco in una morsa di lussuria accecante.
Mentre le mie mani scivolavano lungo i suoi fianchi bollenti, accarezzando la pelle scoperta dalle calze, la mia mente mi urlava contro.
È sbagliato. È la sorella della tua fidanzata. Ho ventuno anni, lei è una ragazzina, le stai rubando il primo bacio su una cazzo di spiaggia al buio. Stai rovinando la tua vita, la sua, e quella di Erika.
Era lo sbaglio più grande, imperdonabile e distruttivo che avessi mai fatto. Ma mentre Giulia mi baciava con quella disperazione inesperta e assoluta, stringendomi a sé come se le appartenessi da sempre, capii che non mi sarei fermato. Non stasera, e probabilmente mai più. Eravamo appena precipitati oltre il punto di non ritorno.


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2026-05-01
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