«Sorvolerò tutte le mie galere, mi scioglierò sarò come la neve»
di
Dora
genere
confessioni
Questa storia inizia nella stanza di un ragazzo. Non uno qualunque, una vecchia conoscenza. Nel suo letto ci sono io, nuda. La sua lingua in bocca mi fa senso. Tremo mentre mi tocca e mi bacia, non riesco a smettere di tremare e lui ride, mi chiede se ho freddo, se voglio fermarmi. Non voglio, sono bagnata, più di quanto mi sarei aspettata; sono bagnata nonostante la sua lingua mi disgusti e questa sia la prima volta che faccio “cose” da quando sono stata lasciata. Forse proprio per quello.
Il mio corpo vuole continuare a vivere, la mia mente vuole spegnersi e accettare le attenzioni di questo trentenne siciliano che non vedeva da tre anni. Il destino è beffardo, sapevamo dai social di vivere nella stessa città, nello stesso quartiere, ma in tanti mesi non ci eravamo mai incrociati. Poi un mercoledì sera mentre andavo a cenare a mensa l’ho beccato vicino a un semaforo. Avevo appena tagliato i capelli a caschetto, avevo voglia di cambiare faccia, avevo voglia di leggerezza. Gli occhi truccati, le lenti a contatto, un vestitino nero e il cappotto lungo. «Sei troppo cool per la mensa», mi ha scritto in direct subito dopo, ribadendo che sono più carina di tre anni fa.
Ed ecco che mi aveva incontrato col cuore spezzato ma figa – riempita di complimenti, massaggi alla testa, piacevoli forbici alla giugulare dal mio parrucchiere – e una birra in programma coi colleghi post cena; una rossa da otto gradi sarebbe stata, mentre nel bar suonava indie rock dei primi duemila, gli Arctic Monkeys i Phoenix e Lcd Sound System.
Per messaggio poi gli ho raccontato di sentirmi prosciugata, di quanto facciano schifo le cose che cucino ultimamente, se cucino, e della mia solitudine. Come non venire in soccorso di una donzella disperata?
Quindi il giorno dopo mi ha offerto un caffè, ha fatto la spesa, mi ha invitato a pranzo. Nel tragitto dal bar a casa sua si è messo a piovigginare, le macchine sfrecciavano sull’asfalto grigio e solo io avevo un ombrello. L’ho aperto e lui lo ha preso pronunciando un inutile «Posso?», per poi mettermi un braccio attorno alla vita. Sentivo le sue dita affondare nella giacca di lana doppia, mentre mi trascinava tra le strisce pedonali e gli anziani sul marciapiede, su per la sua strada, così vicina a dove abitava mia mamma quando anche lei trent’anni fa studiava in questa metropoli impazzita.
Dio benedica l’assenza dei due coinquilini attori, non li avrei sopportati. E ora arriviamo a un po’ prima del nostro inizio, io spinta al muro dell’ingresso, baciata, accarezzata, smanacciata in lungo e in largo. Ha iniziato a spogliarmi già prima di entrare nella sua camera, con il letto sfatto e un piumone turchese tutto appallottolato. Si è ricordato di chiudere la porta della camera quando ormai ero già nuda. «È una mia impressione o hai le tette più grandi rispetto a tre anni fa».
Gli sono piaciuti anche i miei fianchi e il mio culo, pensa che io abbia un bel fisico nonostante non vada in palestra come lui. Me la consiglia, per la salute mentale, non è il primo uomo che lo fa, sempre a letto.
Si mette sopra di me e mi penetra, ogni tanto accelera a caso, un po’ per impeto un po’ non si capisce perché. Mi sembra tutto un po’ goffo ma è anche un sollievo. Essere bella, essere desiderabile, essere scopata senza dover fare quasi niente, non gli va neanche tanto che io stia sopra. Posso essere la principessa con la crisi di nervi, stare stesa sulla schiena, stringerlo con le gambe, magari un po’ con i muscoli pelvici. Poi mi fa stendere a pancia in giù, mi scopa e mi tocca il clitoride, forse saremmo anche venuti insieme se non avesse spostato impercettibilmente le dita all’ultimo momento. Tutto senza guardarlo quasi mai in viso.
Mi abbraccia, ha gli addominali scolpiti, è liscio e bianco, se non si contano i tatuaggi colorati, insetti soprattutto. Faccio i grattini come se suonassi il pianoforte, dice. Non c’è confidenza, non c’è l’armonia che c’era tra me e il mio ex, non ho nessuna voglia di strillargli quanto mi piace il suo cazzo perché non è che abbia una particolare preferenza per il suo.
Siamo due umani che vogliono stare vicini per un po’, per avere calore e compagnia. Anche per una pasta che non devo preparare io. Funghi, pomodoro e ricotta per aggiungere proteine. Mentre mangiamo mi mostra dei video noiosi o parla di investimenti redditizi e della sua vita in città. Annuisco e parlo poco. Dopo mangiato lava i piatti e lascia qualche secondo l’acqua aperta per baciarmi, le mie gambe accavallate lo hanno distratto. Prepara una moka, caffè Trombetta, sembra una battuta, è il terzo della giornata.
È questo il punto in cui finiamo a letto per la seconda volta, dopo il caffè, lì ho iniziato a tremare e a pensare che fosse una situazione da racconto, portarsi a letto una donna che quando è eccitata e in preda alle emozioni si mette a vibrare in modo incontrollato. Non ha capito perché quando sono venuta ho urlato, non pensavo fosse una cosa da spiegare. Comunque mi aveva messo una mano sulla bocca quasi all’istante, non si disturbano i condomini.
Sul pianerottolo mi ha abbracciato, mi ha detto di essere stato bene e di farmi forza. A posteriori forse non è stata così tanto una cazzata, nonostante lo straniamento.
Che cosa altro c’è da raccontare, vi chiederete? Qualche altra cosa ho voglia di dirla. Cose successe dopo.
Io e il mio ex abbiamo avuto la conversazione di chiusura, più di due settimane dopo esserci lasciati, nella mia casa da fuorisede, a San Valentino. Mi ha chiesto se vedo qualcuno e io gli ho detto che “no, non è successo niente, ma di recente messaggio con un ragazzo”. Chissà perché ho mentito sul lato fisico ma ho voluto essere sincera su un tipo saccente e sarcastico, che lo vorrei strozzare con le mie mani. Che quando ci siamo visti una mattina per chiacchierare ha esordito con «A me non piace il sud» e io ho pensato con nostalgia che avrebbe potuto dire il titolo di una canzone di Rino Gaetano invece, nettamente migliore. Passo le giornate a cercare di rispondergli a tono, di metterlo in difficoltà ma la verità è che non ci riesco. Lo odio e mi odio perché lo voglio scopare; la mia mente e la mia fica sono delle stupide. Così io e il mio ex abbiamo dormito un’ultima notte insieme, ognuno dalla sua parte del letto, con i grandi elefanti nella stanza del nostro amore costretto a finire e della mia impulsiva “terapia” contro il dolore che non può giudicare ma che lo ha ferito.
Cosa ho fatto quando è andato via la domenica mattina? Ho spalancato tutte le finestre, ho passato l’aspirapolvere, cambiato le lenzuola, lavato a terra con l’alcool etilico, spolverato, buttato la spazzatura, riordinato tutto quello che potevo.
Nel pomeriggio invece di studiare, sono andata al supermercato a comprare gli ingredienti e ho preparato un tiramisù, in una teglia a forma di cuore che ho trovato in casa. L’ho avuto in frigo per circa tre giorni, l’ho mangiato tutto da sola. Ma allo stesso tempo ho speso diciotto euro di fermenti lattici, perché sentivo l’intestino rimescolato. Chissà perché non ho pensato a quella massa da quattro uova, mezzo chilo di mascarpone e almeno 250 grammi di biscotti. Comunque la cosa migliore che una ragazza col cuore spezzato può fare è prendersi cura del microbiota intestinale. Se l’intestino è il secondo cervello, tenendolo in salute magari farò scelte più giuste per me stessa. Sempre per me stessa. Perché voglio ricordarmi che “Non sono come tu mi vuoi” ed esserne contenta, sollevata. Nonostante poi il mio impulso spontaneo sia assecondare, sforzarmi in tutti i modi di fare stare gli altri seduti ben comodi e mai delusi.
«Non assomiglio ad una linea di contorno, quella la disegnano gli stronzi come te».
Io voglio essere bella e gentile, mangiarmi un dolce intero da sola e prendere i fermenti lattici, mettere foto vagamente ammiccanti su Instagram e vedere i cuoricini che gli uomini mettono, voglio sentirmi cunty e interessante, voglio piangere quando mi va di farlo, dormire con il peluche che mi ha regalato il mio ex ma anche farmi scopare per un paio d’ore da un tipo gentile.
Ho chiesto a Gemini, un cazzo di robot inquinante, di dirmi che è normale sentirmi come mi sento. Ogni tanto mi ritorna l’annosa questione di Monica Vitti in “Dramma della Gelosia”: «ma di che natura è il mio male? Ho avuto un trauma? Sono sotto shock? È un disturbo neurovegetativo? O è perché sono mignotta?».
La nostra storia finisce con me che do l’ultimo esame della sessione, bevo vino rosso di pomeriggio con un’amica e un amico, fumo con loro una Winston blu in una delle rare volte che mi do al tabagismo. Faccio la spesa per cena un po’ stordita e chiedo al trentenne siciliano se vuole fare una passeggiata. Ma siamo entrambi stanchi e fuori piove. Mi promette di portarmi un dolcetto al ritorno dal suo fine settimana in Sicilia.
Mangio, metto il pigiama, mi infilo sotto il piumone morbido. Guardo una stupida commedia romantica e poi mi metto a scrivere questo coso qui e mi tocco, col lubrificante, godendo al pensiero di un lui che si rifiuta di darmi il cazzo, almeno finché non ho avuto un orgasmo.
Perché parliamoci chiaro è tutto un grande e complesso meccanismo di attrazione e repulsione.
Il mio corpo vuole continuare a vivere, la mia mente vuole spegnersi e accettare le attenzioni di questo trentenne siciliano che non vedeva da tre anni. Il destino è beffardo, sapevamo dai social di vivere nella stessa città, nello stesso quartiere, ma in tanti mesi non ci eravamo mai incrociati. Poi un mercoledì sera mentre andavo a cenare a mensa l’ho beccato vicino a un semaforo. Avevo appena tagliato i capelli a caschetto, avevo voglia di cambiare faccia, avevo voglia di leggerezza. Gli occhi truccati, le lenti a contatto, un vestitino nero e il cappotto lungo. «Sei troppo cool per la mensa», mi ha scritto in direct subito dopo, ribadendo che sono più carina di tre anni fa.
Ed ecco che mi aveva incontrato col cuore spezzato ma figa – riempita di complimenti, massaggi alla testa, piacevoli forbici alla giugulare dal mio parrucchiere – e una birra in programma coi colleghi post cena; una rossa da otto gradi sarebbe stata, mentre nel bar suonava indie rock dei primi duemila, gli Arctic Monkeys i Phoenix e Lcd Sound System.
Per messaggio poi gli ho raccontato di sentirmi prosciugata, di quanto facciano schifo le cose che cucino ultimamente, se cucino, e della mia solitudine. Come non venire in soccorso di una donzella disperata?
Quindi il giorno dopo mi ha offerto un caffè, ha fatto la spesa, mi ha invitato a pranzo. Nel tragitto dal bar a casa sua si è messo a piovigginare, le macchine sfrecciavano sull’asfalto grigio e solo io avevo un ombrello. L’ho aperto e lui lo ha preso pronunciando un inutile «Posso?», per poi mettermi un braccio attorno alla vita. Sentivo le sue dita affondare nella giacca di lana doppia, mentre mi trascinava tra le strisce pedonali e gli anziani sul marciapiede, su per la sua strada, così vicina a dove abitava mia mamma quando anche lei trent’anni fa studiava in questa metropoli impazzita.
Dio benedica l’assenza dei due coinquilini attori, non li avrei sopportati. E ora arriviamo a un po’ prima del nostro inizio, io spinta al muro dell’ingresso, baciata, accarezzata, smanacciata in lungo e in largo. Ha iniziato a spogliarmi già prima di entrare nella sua camera, con il letto sfatto e un piumone turchese tutto appallottolato. Si è ricordato di chiudere la porta della camera quando ormai ero già nuda. «È una mia impressione o hai le tette più grandi rispetto a tre anni fa».
Gli sono piaciuti anche i miei fianchi e il mio culo, pensa che io abbia un bel fisico nonostante non vada in palestra come lui. Me la consiglia, per la salute mentale, non è il primo uomo che lo fa, sempre a letto.
Si mette sopra di me e mi penetra, ogni tanto accelera a caso, un po’ per impeto un po’ non si capisce perché. Mi sembra tutto un po’ goffo ma è anche un sollievo. Essere bella, essere desiderabile, essere scopata senza dover fare quasi niente, non gli va neanche tanto che io stia sopra. Posso essere la principessa con la crisi di nervi, stare stesa sulla schiena, stringerlo con le gambe, magari un po’ con i muscoli pelvici. Poi mi fa stendere a pancia in giù, mi scopa e mi tocca il clitoride, forse saremmo anche venuti insieme se non avesse spostato impercettibilmente le dita all’ultimo momento. Tutto senza guardarlo quasi mai in viso.
Mi abbraccia, ha gli addominali scolpiti, è liscio e bianco, se non si contano i tatuaggi colorati, insetti soprattutto. Faccio i grattini come se suonassi il pianoforte, dice. Non c’è confidenza, non c’è l’armonia che c’era tra me e il mio ex, non ho nessuna voglia di strillargli quanto mi piace il suo cazzo perché non è che abbia una particolare preferenza per il suo.
Siamo due umani che vogliono stare vicini per un po’, per avere calore e compagnia. Anche per una pasta che non devo preparare io. Funghi, pomodoro e ricotta per aggiungere proteine. Mentre mangiamo mi mostra dei video noiosi o parla di investimenti redditizi e della sua vita in città. Annuisco e parlo poco. Dopo mangiato lava i piatti e lascia qualche secondo l’acqua aperta per baciarmi, le mie gambe accavallate lo hanno distratto. Prepara una moka, caffè Trombetta, sembra una battuta, è il terzo della giornata.
È questo il punto in cui finiamo a letto per la seconda volta, dopo il caffè, lì ho iniziato a tremare e a pensare che fosse una situazione da racconto, portarsi a letto una donna che quando è eccitata e in preda alle emozioni si mette a vibrare in modo incontrollato. Non ha capito perché quando sono venuta ho urlato, non pensavo fosse una cosa da spiegare. Comunque mi aveva messo una mano sulla bocca quasi all’istante, non si disturbano i condomini.
Sul pianerottolo mi ha abbracciato, mi ha detto di essere stato bene e di farmi forza. A posteriori forse non è stata così tanto una cazzata, nonostante lo straniamento.
Che cosa altro c’è da raccontare, vi chiederete? Qualche altra cosa ho voglia di dirla. Cose successe dopo.
Io e il mio ex abbiamo avuto la conversazione di chiusura, più di due settimane dopo esserci lasciati, nella mia casa da fuorisede, a San Valentino. Mi ha chiesto se vedo qualcuno e io gli ho detto che “no, non è successo niente, ma di recente messaggio con un ragazzo”. Chissà perché ho mentito sul lato fisico ma ho voluto essere sincera su un tipo saccente e sarcastico, che lo vorrei strozzare con le mie mani. Che quando ci siamo visti una mattina per chiacchierare ha esordito con «A me non piace il sud» e io ho pensato con nostalgia che avrebbe potuto dire il titolo di una canzone di Rino Gaetano invece, nettamente migliore. Passo le giornate a cercare di rispondergli a tono, di metterlo in difficoltà ma la verità è che non ci riesco. Lo odio e mi odio perché lo voglio scopare; la mia mente e la mia fica sono delle stupide. Così io e il mio ex abbiamo dormito un’ultima notte insieme, ognuno dalla sua parte del letto, con i grandi elefanti nella stanza del nostro amore costretto a finire e della mia impulsiva “terapia” contro il dolore che non può giudicare ma che lo ha ferito.
Cosa ho fatto quando è andato via la domenica mattina? Ho spalancato tutte le finestre, ho passato l’aspirapolvere, cambiato le lenzuola, lavato a terra con l’alcool etilico, spolverato, buttato la spazzatura, riordinato tutto quello che potevo.
Nel pomeriggio invece di studiare, sono andata al supermercato a comprare gli ingredienti e ho preparato un tiramisù, in una teglia a forma di cuore che ho trovato in casa. L’ho avuto in frigo per circa tre giorni, l’ho mangiato tutto da sola. Ma allo stesso tempo ho speso diciotto euro di fermenti lattici, perché sentivo l’intestino rimescolato. Chissà perché non ho pensato a quella massa da quattro uova, mezzo chilo di mascarpone e almeno 250 grammi di biscotti. Comunque la cosa migliore che una ragazza col cuore spezzato può fare è prendersi cura del microbiota intestinale. Se l’intestino è il secondo cervello, tenendolo in salute magari farò scelte più giuste per me stessa. Sempre per me stessa. Perché voglio ricordarmi che “Non sono come tu mi vuoi” ed esserne contenta, sollevata. Nonostante poi il mio impulso spontaneo sia assecondare, sforzarmi in tutti i modi di fare stare gli altri seduti ben comodi e mai delusi.
«Non assomiglio ad una linea di contorno, quella la disegnano gli stronzi come te».
Io voglio essere bella e gentile, mangiarmi un dolce intero da sola e prendere i fermenti lattici, mettere foto vagamente ammiccanti su Instagram e vedere i cuoricini che gli uomini mettono, voglio sentirmi cunty e interessante, voglio piangere quando mi va di farlo, dormire con il peluche che mi ha regalato il mio ex ma anche farmi scopare per un paio d’ore da un tipo gentile.
Ho chiesto a Gemini, un cazzo di robot inquinante, di dirmi che è normale sentirmi come mi sento. Ogni tanto mi ritorna l’annosa questione di Monica Vitti in “Dramma della Gelosia”: «ma di che natura è il mio male? Ho avuto un trauma? Sono sotto shock? È un disturbo neurovegetativo? O è perché sono mignotta?».
La nostra storia finisce con me che do l’ultimo esame della sessione, bevo vino rosso di pomeriggio con un’amica e un amico, fumo con loro una Winston blu in una delle rare volte che mi do al tabagismo. Faccio la spesa per cena un po’ stordita e chiedo al trentenne siciliano se vuole fare una passeggiata. Ma siamo entrambi stanchi e fuori piove. Mi promette di portarmi un dolcetto al ritorno dal suo fine settimana in Sicilia.
Mangio, metto il pigiama, mi infilo sotto il piumone morbido. Guardo una stupida commedia romantica e poi mi metto a scrivere questo coso qui e mi tocco, col lubrificante, godendo al pensiero di un lui che si rifiuta di darmi il cazzo, almeno finché non ho avuto un orgasmo.
Perché parliamoci chiaro è tutto un grande e complesso meccanismo di attrazione e repulsione.
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