Dramma psicosessuale senza atti

di
genere
masturbazione

Aria-lametta, taglia le guance con il suo freddo-metallo.
Il sole sorge sul ponte di cemento. Un treno stride sui binari della stazione. Sagome scure guidano auto nel traffico, suonano il clacson anche se è troppo presto. La luce limone e arancia spacca i coglioni, non è la loro religione.
La ragazza di venticinque anni, pedala su un vecchio ferro, verniciato di bianco panna, dalla catena stridente e i pedali solidi sotto le Doctor Martens.
Il sudore è caldo sotto il cappotto e i maglioni di lana. Le mani sono rosse, spaccate dai geloni, prossime al sanguinamento. Dimentica sempre i guanti.
Un coglione in Lime le sfreccia accanto facendola sbandare. Qualcosa le ribolle appollaiata alla bocca dello stomaco. Si sente come una macchia di sputo sul marciapiede lurido: viscida, minuscola, viscerale, esposta alle intemperie e alle ruvidezze della gente.

All’appuntamento arriva in anticipo. Anche il dottor S. è in anticipo e fuma. Nuvolette lattiginose escono dalla sua bocca e dalla ciminiera in lontananza.
«Buongiorno, se vuole può aspettarmi dentro, io arrivo tra cinque minuti». Gira la chiave nella serratura e le apre la porta. Lo studio è silenzioso. Il riscaldamento centralizzato del palazzo è acceso. Il condizionatore segna trenta gradi. Come nelle sale per il pilates, dallo psicologo non può fare freddo.
La ragazza si siede sulla poltrona quadrata, con le spalle all’orologio. Dispone la borsa, lo zaino e il cappotto, tutti intorno a sé. Fissa il cactus finto, fatto all’uncinetto, che campeggia su un tavolino lì accanto. La cosa che ribolle, si agita e si gonfia, arriva a pizzicarle la gola. Beve un sorso d’acqua, non guarda il cellulare e ascolta il silenzio.

La porta scatta e si richiude con un rumore secco. Il dottor S. riempie la stanza con la sua presenza. È un uomo robusto, non molto alto, porta degli occhiali rettangolari dalla montatura di ferro. Il volto ovale, dalla testa glabra, è incorniciato da una barba curata.
Ad ogni seduta, una volta entrato, si avvicina e le stringe la mano costringendola ad alzarsi. Poi dice: «Si accomodi». Entrambi si risiedono, uno di fronte all’altra, e la seduta inizia. La ragazza lo osserva, ha un maglione blu scuro e pantaloni color kaki, poi ammira le sue mani da uomo, con le dita grosse. Il transfert lavora anche in questo modo.

«Allora, come è andata questa settimana? C’è qualcosa di cui mi vuole parlare?».
«Mentre venivo qui pensavo al fatto che alcune persone, ragazzi, uomini, mi piacciono per dei dettagli insignificanti: occhiaie livide, occhialetti alla Gramsci, un’abitudine a lamentarsi. Mi piace guardarli, se capita, se ci riesco, mi piace attirare la loro attenzione. Vorrei sentirmi ammirata. O in alcune occasioni arrivo a pensare che vorrei essere un uomo».
«Saprebbe dirmi in quali occasioni e perché? Mi spieghi meglio che intende».
«Non saprei... Le occasioni, sicuramente, la notte, quando decido di uscire e devo tornare a casa da sola. Crede che mi sentirei meno vulnerabile se la notte, sul cavalcavia non avessi le tette, né un culo così tondo a riempire i pantaloni? A volte per un secondo solo, vorrei i baffi e il cazzo. Ma credo sia una questione di potere. Vorrei sentirmi potente e invulnerabile. Ma anche gli uomini sono vulnerabili, sono solo abituati a camuffarlo. E se chiede a me, nemmeno così bene».
«E pensare queste cose la aiuta, riguardo a quel suo terrore di non riuscire a rientrare a casa di cui abbiamo parlato?».
«Forse leggermente. Ma forse non è di quello che volevo parlare. Volevo solo parlare ad alta voce della mia attrazione per gli uomini e in generale, della necessità che ho di connettermi agli altri, che a volte sembra così difficile».
«Così lontani così vicini, ha ancora quei problemi con la scrittura? Non riesce a finire i racconti e comunque non li fa leggere a nessuno?».
«Sì, penso ancora che siano la mia spazzatura, che siano ripetitivi ma io ho urgenza di scrivere della mia carne e delle sensazioni che prova, di quello che i critici chiamerebbero dispregiativamente “confessionale” o peggio “uterino”. Ma vede a volte voglio solo scrivere per eccitarmi, una roba del cazzo, di me sul letto di un quarantenne che mi dice che sono bella come il sole e scoparci e poi definirlo un coglione che non crescerà mai».
«Perché secondo lei la sessualità ha un ruolo così importante in quello che scrive? Ha a che fare con quello che mi diceva, che il sesso per lei è un modo di conoscere qualcuno?».
«Direi di sì, è legato a quella cosa del conoscere se stessi attraverso gli altri. Soprattutto da ragazza, al primo anno di università, quando ho iniziato a farlo, è stato un nuovo mondo per me. Specialmente con la necessità che ho sempre avuto, dell’approvazione degli altri, quell’ansia di assecondare, di cui mi sono resa conto parlando con lei. Beh, quando un uomo che trovavo bellissimo o interessante o speciale in qualche modo, voleva il mio corpo, io mi sentivo assolutamente approvata. E ora che so cosa mi frullava in testa, è quasi una sorta di autoerotismo per me, sviscerare davanti a lei i miei psicodrammi sessuali».
«Mi sta parlando di come si sentiva lei davvero o sta costruendo un personaggio? Sono anche io una descrizione in una scena che sta costruendo?».
«Anche se fosse, i nostri personaggi si starebbero comportando in modo perfetto, dottore. Se la scrittura è dissociazione, crede che io stia perdendo la testa?».
«Non credo, Carla. Ma si sforzi di essere sincera in quello che mi dice, non romanzi. Cerchi di pensare a ciò che desidera lei e agisca di conseguenza, si chieda “Cosa voglio io?”, vedrà che andrà meglio. Purtroppo per questa settimana il nostro tempo è finito, le auguro una buona giornata e arrivederci».

Carla saluta il Dottor S. con un’altra stretta di mano. Si riavvolge nella sciarpa e nel cappotto, recupera la borsa e lo zaino nei suoi immediati paraggi. Esce dall’edificio, la bici sottobraccio. Cammina sul viale alberato, le foglie gialle si sgretolano sotto i suoi piedi. Si ferma sotto al colonnato del cimitero, in fondo alla strada. Anche lei ha bisogno di rifugiarsi in una sigaretta. Il bastoncino bianco si confonde tra le sue dita affusolate, dà un effetto diverso, nervoso, opposto alla solidità delle mani virili del Dottore.
Quando anche l’ultimo pezzetto di cenere cade giù, si fa impellente un altro desiderio viscerale. Cammina ancora, trascinandosi la carcassa di metallo, non le va di pedalare. Si ferma in un bar, chiede un muffin al cioccolato. La salivazione aumenta, spezza piccoli pezzi spugnosi e se li porta alle labbra. Diventa un momento di appagamento dei sensi, il suo cervello reclama dopamina. Non è un problema scegliere finché si trova da sola.

Si dice “io all’università non ci voglio andare, io a lavorare non ci voglio andare”. Allora scrive agli amici che quel giorno non c’è, avvisa all’archivio dove fa part-time che non c’è. Finalmente la suola di gomma delle Doc inforca di nuovo i pedali del vecchio ferro. Energiche spinte di cosce e del culo resistente la riportano alla sua stanza. Le coinquiline non sono in casa. Il corridoio è buio, le chiavi tintinnano nel piatto all’ingresso.
La stanza sa di chiuso e fuori si è fatto nuvoloso. Carla butta i vestiti per terra, se ne libera nervosamente, quasi a volerseli strappare di dosso. Calcia via anche gli stivaletti, rimane solo in mutande e calze. Entra nel letto, accende un'altra sigaretta e la lascia a consumarsi nel portacenere sul comodino.
Chiude gli occhi, pensa alle grosse dita del Dottor S.; alle occhiaie viola di quel barista con cui era uscita per un mese; pensa agli occhi azzurri e strabici e all’aria trasognata mentre fumava una canna che aveva un ragazzo conosciuto a un concerto; pensa agli occhialetti da Gramsci e al maglione verde dell’assistente del prof dell’esame che darà di lì a poco. Si sofferma sull’ultimo pensiero, immagina di vestirsi di tutto punto, camicetta, cardigan, occhiali da intellettuale, occhi truccati, pantaloni che le valorizzano il culo e una preparazione impeccabile. E lui che soccombe domanda dopo domanda, le fissa le labbra mentre parla, è costretto a darle trenta e lode e a chiederle di uscire, più tardi, in corridoio.
Carla infila la mano nelle mutandine ed è fradicia, muove le dita in tondo sul clitoride e di tanto in tanto si penetra. Pensa alla ruvidezza dell’assistente, del suo maglione verde e della barba, di come la scoperebbe se tutto fosse reale. Oppure quel ragazzo che studia storia, vestito da dandy e così gentile, erano stati a lanciarsi sguardi per mattinate intere e poi non lo aveva mai più rivisto. Proprio quella sospensione, quell’attrazione silenziosa e platonica, la fanno impazzire.
“Cosa voglio io, Dottore?”, pensa, “Voglio venire”. Con l’altra mano si strizza un capezzolo. Vorrebbe qualcosa in bocca. Ha la fica gonfia e bagnata, sente l’orgasmo salire.
“E vaffanculo”, si rigira nel letto. È spossata ma ha ancora voglia.
Chiude gli occhi, ha una lunga settimana di scelte davanti a sé, ha tante notti e tanti uomini da guardare negli occhi, tante cose da studiare e non ha ancora pensato a come trovarsi delle amiche donne.

Ma c’è tempo: prima della prossima seduta col dottor S., prima del prossimo uomo, del prossimo esame, di sapere cosa fare nella vita.
Alla sigaretta nel posacenere è rimasto solo un tiro, lo aspira, schiaccia la cicca sulla porcellana. Chiude di nuovo gli occhi e ricomincia a toccarsi pensando a Baudelaire e ai suoi occhi da pazzo.
di
scritto il
2026-01-14
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