Il tavolo degli scarti - Parte 5 (Epilogo)

di
genere
etero

Il Marchio Liquido
L'attrito secco e potente del sesso anale aveva portato Lorenzo sull'orlo del precipizio molto più in fretta del previsto. Sentiva i muscoli delle gambe bruciare per lo sforzo di mantenere la posizione, mentre la stretta implacabile di Camilla minacciava di farlo venire lì, in quel corridoio polveroso, stretto nella morsa del suo sfintere.
Ma non voleva finire così. Non ancora.
Con un grugnito di sforzo, Lorenzo si ritirò. L'uscita fu lenta, una sensazione di vuoto improvviso che fece sussultare Camilla. Il rumore umido della separazione risuonò osceno nel silenzio. Lei si voltò appena, cercandolo con lo sguardo annebbiato, il viso imperlato di sudore e i capelli incollati alle guance.
«Perché ti sei ferma...» iniziò a protestare, ma la frase le morì in gola.
Senza darle il tempo di riprendere fiato, Lorenzo guidò la punta del suo pene, ancora gonfio e pulsante, pochi centimetri più in basso. Trovò l'ingresso della vagina, che ora sembrava incredibilmente accogliente e scivoloso rispetto alla strettoia precedente.
Spinse dentro in un colpo solo.
L'ingresso fu scioccante per entrambi. Per Lorenzo, passare dalla costrizione estrema dell'ano al calore avvolgente e bagnato della vagina fu come tuffarsi nell'acqua bollente dopo essere stato nel ghiaccio. La sensazione dei residui della loro attività precedente si mescolò con gli umori naturali di lei, creando una lubrificazione eccessiva, quasi sporca.
Per Camilla, il ritorno alla penetrazione vaginale fu una liberazione. Sentì l'asta riempirla in un modo diverso, colpendo punti che il sesso anale aveva indirettamente stimolato ma non toccato. Gemette forte, inarcando la schiena contro le sedie, spingendo il bacino indietro per accoglierlo fino in fondo.
«Dio, sì... qui...» ansimò, la voce rotta. «È ancora più profondo ora.»
Lorenzo riprese a muoversi, ma il ritmo era cambiato. Non era più una conquista metodica; era una corsa disperata verso la fine. Le sue mani stringevano i fianchi di lei con forza, lasciando sicuramente dei segni rossi sulla pelle chiara che l'indomani sarebbero diventati lividi.
Ciak, ciak, ciak. Il suono dei corpi che sbattevano era diventato frenetico.
«Ti sento ovunque,» ringhiò Lorenzo al suo orecchio, mordendole il collo. «Sei così aperta, cazzo. Sei fatta per questo.»
La lucidità di Camilla stava svanendo. Il calore nella stanza era soffocante, l'odore di sesso e sudore riempiva le sue narici. Sentiva l'orgasmo montare come un'onda di marea, alimentato dalla trasgressione, dal dolore residuo del sesso anale e dal piacere accecante di quello vaginale. Ma c'era qualcos'altro. Un desiderio oscuro, irresponsabile, che si faceva strada nella sua mente annebbiata dall'alcol e dall'eccitazione.
Sentì Lorenzo irrigidirsi. I suoi colpi divennero irregolari, scatti nervosi e profondissimi. Stava per venire.
In un mondo razionale, Camilla avrebbe dovuto dirgli di fermarsi. Di uscire. Non prendeva la pillola da mesi, da quando era finita la sua ultima storia. Non avevano usato protezioni. Conosceva questo uomo da meno di due ore.
Ma la razionalità era rimasta al Tavolo 18 insieme al Gewürztraminer tiepido. Qui, nel buio, esisteva solo l'istinto.
«Non uscire,» sussurrò lei, girando la testa per guardarlo negli occhi. Lo sguardo di lei era febbrile, folle.
Lorenzo si bloccò per una frazione di secondo, il respiro sospeso. «Camilla, non ho... non abbiamo...»
«Non me ne frega un cazzo,» lo interruppe lei, urlando quasi le parole, spingendo il sedere contro il suo inguine con una violenza che lo fece quasi cadere. «Vienimi dentro. Adesso. Riempimi tutta.»
Quell'ordine, quella richiesta di possesso totale e rischioso, fece saltare l'ultimo fusibile nella mente di Lorenzo. Il pensiero delle conseguenze, della logica, della sicurezza, venne spazzato via dall'immagine di lei che implorava il suo seme.
Spinse dentro un'ultima volta, affondando fino all'osso pubico, e si lasciò andare.
«Camilla!» gridò il suo nome, la voce strozzata.
L'orgasmo lo colpì come una scudisciata. Lorenzo inarcò la schiena, le mani che si aggrappavano alla vita di lei come se fossero l'unica cosa a tenerlo in piedi. Sentì lo sperma uscire a getti potenti, caldi, inondando la vagina di lei, scaricando ogni tensione, ogni frustrazione, ogni goccia di desiderio accumulato.
Sentire quel getto caldo dentro di sé fu il grilletto finale per Camilla. L'idea di essere riempita, di rischiare tutto per un momento di piacere assoluto con uno sconosciuto, la fece esplodere.
Gridò contro la plastica delle sedie, un suono lungo e gutturale. I muscoli della sua vagina si contrassero violentemente intorno al pene di lui, "mungendolo", cercando di spremere fuori ogni singola goccia per portarla dentro di sé. Fu un orgasmo totalizzante, che le fece tremare le gambe fino a farle cedere. Se Lorenzo non l'avesse sostenuta, sarebbe crollata a terra.
Rimasero così per un tempo indefinito. Lui ansimante sulla schiena di lei, ancora dentro, mentre le pulsazioni diminuivano lentamente. Il silenzio tornò a riempire il corridoio, rotto solo dai loro respiri affannosi che cercavano di sincronizzarsi.
Lentamente, la realtà iniziò a filtrare di nuovo attraverso la nebbia del piacere.
Lorenzo si staccò con delicatezza, uscendo da lei. Camilla sentì subito la perdita di quella pienezza, sostituita da una sensazione di calore liquido che minacciava di scivolare fuori. Si girò, appoggiandosi al muro per non cadere.
Si guardarono. Non c'era imbarazzo, ma c'era la pesantezza di ciò che avevano appena fatto.
Lorenzo aveva l'aspetto distrutto: la camicia fuori dai pantaloni, i capelli in disordine, il viso lucido. Camilla non era da meno: il rossetto era sparito, il vestito di seta era stropicciato e macchiato di polvere in più punti.
«Sei...» iniziò Lorenzo, ma non trovò la parola adatta. Pazza? Meravigliosa? Un disastro?
«Zitto,» lo fermò lei, con un sorriso stanco ma soddisfatto. «Non rovinare tutto con le parole.»
Camilla si guardò le gambe. Un filo di sperma misto ai suoi umori stava iniziando a colare lungo l'interno coscia, bianco perla sulla pelle abbronzata. Non fece nulla per pulirlo. Prese un fazzoletto dalla borsa che aveva lasciato su una sedia, si tamponò sommariamente tra le gambe giusto per evitare il disastro immediato, e poi lasciò cadere il fazzoletto a terra.
«Dobbiamo tornare,» disse lei, tirando giù il vestito che coprì di nuovo il suo corpo come se nulla fosse successo. Si passò le mani tra i capelli, cercando di ridare volume alla chioma spettinata.
Lorenzo si ricompose in fretta. Tirò su i boxer e i pantaloni, allacciò la cintura, rimise la camicia dentro. Si sistemò la cravatta, che ora pendeva tristemente storta.
«Camilla,» disse lui, fermandola prima che aprisse la porta.
Lei si voltò, la mano sulla maniglia.
«È stato...»
«Sì,» rispose lei, secca. «Lo è stato.»
Aprì la porta. La musica del matrimonio li investì come un'onda fisica. Y.M.C.A. dei Village People. Il contrasto tra quella banalità allegra e l'atto primordiale che si era appena consumato nel corridoio era quasi comico.
Uscirono separatamente. Lorenzo aspettò due minuti nel corridoio, fumando una sigaretta immaginaria per calmare i nervi, mentre Camilla si dirigeva verso il bagno delle signore per un restauro d'emergenza.
Quando Camilla rientrò in sala, camminava a testa alta. Sentiva gli sguardi di alcuni invitati addosso, ma non le importava. Ciò che sentiva veramente, con una nitidezza quasi dolorosa, era la sensazione fisica, segreta, tra le sue gambe.
Mentre attraversava la pista da ballo per tornare al Tavolo 18, sentì chiaramente il liquido caldo e denso di Lorenzo colare. Scivolò lento dall'ingresso della vagina, superò la barriera inutile del perizoma spostato e iniziò a tracciare una riga umida e appiccicosa lungo l'interno della coscia destra.
Era una sensazione strana: fastidiosa ed eccitante allo stesso tempo.
Ogni passo era un promemoria. Mentre salutava con un cenno Zio Anselmo, che stava mangiando la torta nuziale ignaro di tutto, Camilla sentì la goccia fredda scendere quasi fino al ginocchio, nascosta dalla seta verde del vestito.
Si sedette. Lorenzo arrivò poco dopo, sedendosi di fronte a lei. Aveva recuperato un altro bicchiere di vino.
Non si parlarono. Si scambiarono solo un'occhiata sopra il centrotavola di peonie morte. Lui sapeva. Sapeva che lei era piena di lui, sapeva che stava sentendo il suo sperma scivolarle addosso in quel preciso istante, in mezzo a quella farsa di buone maniere.
Camilla incrociò le gambe, intrappolando quella sensazione umida tra le cosce, sigillando il segreto. Prese il calice di Lorenzo senza chiedere e ne bevve un sorso lungo.
Per la prima volta in tutta la giornata, sorrise davvero. Non avrebbe mai più rivisto Lorenzo Valenti, ne era certa. Ma mentre la musica sfumava e gli sposi iniziavano i ringraziamenti, Camilla pensò che quello fosse stato, senza dubbio, il miglior matrimonio a cui avesse mai partecipato.
scritto il
2026-01-07
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