Il tavolo degli scarti - Parte 1
di
GiulioMstr
genere
etero
La Prigione Dorata
Se l’inferno avesse una sala ricevimenti, sarebbe esattamente come la limonaia di Villa Gherardi alle due del pomeriggio di un sabato di luglio.
Lorenzo Valenti fissò il centrotavola — una composizione pretenziosa di peonie che stavano già iniziando a chinare la testa, sconfitte dall’umidità — e allentò il nodo della cravatta blu scuro di un altro centimetro. Non servì a nulla. L’aria condizionata, promessa dagli sposi come "di ultima generazione", era chiaramente sottodimensionata per le cento persone ammassate lì dentro. L’atmosfera non era di festa; era di sopravvivenza.
Lorenzo passò una mano tra i capelli castani, scompigliandoli volutamente. Aveva smesso di preoccuparsi del decoro circa quarantacinque minuti prima, tra l’antipasto a buffet (finito prima che lui potesse avvicinarsi) e l’ingresso trionfale degli sposi sulle note di una canzone pop violentata da un violinista elettrico.
«Tavolo 18,» mormorò tra sé e sé, leggendo per l’ennesima volta il cartoncino segnaposto in carta di riso.
Il tavolo 18 era un capolavoro di ingegneria sociale fallimentare. Situato nell’angolo più remoto della sala, proprio accanto alle porte a vento che conducevano alle cucine, garantiva una folata di odore di fritto misto e detersivo industriale ogni volta che un cameriere entrava o usciva. Ma la posizione era il male minore. La vera punizione erano i commensali.
Alla sua sinistra, Zio Anselmo, un parente dello sposo probabilmente sordo da un orecchio e selettivo con l’altro, stava cercando di spiegare la crisi del mercato immobiliare a una coppia di cugini adolescenti che non alzavano gli occhi dagli smartphone. Alla sua destra, una zia acquisita con un cappello a tesa larga che rischiava di decapitare chiunque si avvicinasse, si lamentava del sale nel risotto.
Lorenzo sospirò, appoggiando la schiena alla sedia. Aveva trentadue anni, una carriera da architetto che gli prosciugava le energie e una tolleranza verso i riti matrimoniali che rasentava lo zero assoluto. Era lì solo perché sua madre gli aveva fatto un ricatto morale degno di una soap opera sudamericana. “È tuo cugino, Lorenzo. Ci andiamo tutti. Non fare l'orso come al solito.”
E così, eccolo lì. L’orso in un abito sartoriale blu notte che ora sentiva come una muta da sub in un deserto.
Fu in quel momento di disperazione esistenziale che la vide. O meglio, la notò davvero.
Era seduta esattamente di fronte a lui, separata solo dalle peonie morenti. Era arrivata all’ultimo momento, scivolando sulla sedia mentre tutti applaudivano l’arrivo del primo, arrivando con l’aria di chi ha sbagliato indirizzo e ha deciso di restare solo per educazione.
Si chiamava Camilla. Lo aveva letto sul tableau all’ingresso, ma il nome non rendeva giustizia alla realtà fisica che aveva davanti.
Camilla non stava mangiando. Teneva un calice di vino bianco vuoto per lo stelo, facendolo ruotare nervosamente tra le dita curate. Indossava un abito sottoveste di seta, di un verde salvia pallido, che sembrava liquido. Con quel caldo osceno, il tessuto aveva smesso di essere un vestito ed era diventato una seconda pelle. Aderiva ovunque. Lorenzo notò come la seta segnasse la curva morbida del seno, evidenziando senza pietà — e con sua improvvisa gratitudine — l’assenza di un reggiseno. I capezzoli si intuivano, piccoli rilievi turgidi che sfidavano la stoffa leggera.
Lei aveva lunghi capelli castani, mossi, che le ricadevano sulle spalle nude. Sembravano pesanti, umidi alla radice sulla nuca, dove qualche ciocca si era incollata alla pelle lucida di sudore. C’era qualcosa di estremamente erotico in quella scompostezza involontaria. Non era la perfezione di plastica della sposa; era una bellezza stanca, accaldata, tangibile.
Lorenzo vide che lei stava guardando un punto indefinito sopra la testa di Zio Anselmo, con un’espressione che era un misto tra l’omicida e il rassegnato. Si stava sventolando con il cartoncino del menu, un gesto inutile che serviva solo a muovere l'aria calda e a far scivolare ancora di più la spallina sottile del vestito sulla clavicola.
Un cameriere passò di corsa, ignorando palesemente le richieste di acqua della zia col cappello. Lorenzo vide l’occasione. Afferrò la bottiglia di Gewürztraminer che troneggiava, ancora per metà piena e ormai tiepida, al centro del tavolo.
Si sporse in avanti, invadendo lo spazio vitale dei fiori. «Posso?» chiese, la voce bassa, roca per il non aver parlato con nessuno di interessante per ore.
Camilla sussultò leggermente, come risvegliata da una trance. I suoi occhi color nocciola si agganciarono ai suoi. Erano grandi, truccati con uno smokey eye che stava iniziando a cedere leggermente agli angoli, dandole un’aria vissuta, quasi da "day after".
Lei guardò la bottiglia, poi guardò lui. Un angolo della sua bocca carnosa si sollevò in un mezzo sorriso che non aveva nulla di cortese. Era un sorriso di complicità bellica. «Solo se è alcolico,» rispose lei. La voce era calda, leggermente graffiata. «Se è acqua santa, passo.»
Lorenzo versò il vino nel suo bicchiere senza preoccuparsi delle dosi eleganti, riempiendolo quasi fino all’orlo. Poi fece lo stesso col suo. «Temo sia Gewürztraminer a temperatura ambiente,» disse Lorenzo, riappoggiandosi allo schienale. «Che in questo contesto equivale a brodo primordiale. Ma ha 13 gradi, quindi dovrebbe anestetizzare il dolore.»
Camilla prese il calice e ne bevve un sorso lungo, chiudendo gli occhi per un istante. Quando li riaprì, lo fissò con una curiosità nuova. «Grazie. Sei la cosa più utile che è successa a questo tavolo nelle ultime due ore.»
«Lorenzo,» si presentò lui, alzando il calice in un brindisi ironico. «Cugino dello sposo. Ramo sacrificabile.»
«Camilla,» rispose lei. «Ex compagna di università della sposa. Quota "amici single che non sapevamo dove mettere".»
«Ah, quindi anche tu sei stata deportata al Tavolo degli Scarti,» osservò Lorenzo, lanciando un’occhiata eloquente a Zio Anselmo, che ora stava urlando qualcosa riguardo ai tassi d’interesse variabili.
Camilla rise. Fu una risata breve, gutturale, che fece vibrare il suo petto e, di conseguenza, la seta verde che lo fasciava. Lorenzo seguì il movimento con lo sguardo, incapace di fermarsi, scendendo fino alla vita stretta e al punto in cui il tavolo tagliava la visuale sui fianchi.
«Il Tavolo degli Scarti,» ripeté lei, assaporando la definizione. «Suona come il titolo di un film indie deprimente. O di un horror.» Si scostò una ciocca di capelli dal viso sudato. «Credevo che la punizione per i miei peccati sarebbe arrivata nell'aldilà, non a un matrimonio in Brianza.»
«Dipende dai peccati,» ribatté Lorenzo, sostenendo il suo sguardo. C'era una sfida implicita nei suoi occhi scuri. «Magari ne hai commessi di terribili.»
«O magari non ne ho commessi abbastanza,» sussurrò lei, quasi tra sé, ma abbastanza forte perché lui sentisse.
Quella frase rimase sospesa nell’aria viziata tra loro due. Lorenzo sentì una scossa, una tensione improvvisa che non c’entrava nulla con il caldo. Osservò le labbra di lei, piene, leggermente dischiuse, il rossetto nude ormai svanito che lasciava il posto al colore naturale della mucosa, arrossata dal vino e dal calore.
Improvvisamente, il microfono al centro della sala fischiò, seguito dalla voce stridula del padre della sposa che chiedeva l’attenzione di tutti per il primo brindisi ufficiale. Un coro di gemiti soffocati si levò dalla sala.
«Dio, no,» mormorò Camilla, lasciandosi scivolare leggermente sulla sedia, le gambe che si allungavano sotto il tavolo. «Il discorso. Non sopravviverò al discorso.»
Lorenzo spostò la gamba sotto il tavolo. Il suo ginocchio sfiorò, quasi per caso, quello di lei. Un contatto minimo, attraverso la stoffa dei pantaloni di lui e la pelle nuda di lei. Si aspettava che Camilla si ritraesse, che ripristinasse la distanza di sicurezza tra due estranei.
Invece, lei rimase ferma.
Anzi, dopo un secondo di esitazione, premette leggermente il ginocchio contro il suo. Una pressione costante, calda, inequivocabile. Sopra il tavolo, Camilla stava guardando il padre della sposa con un’espressione di educato interesse, sorseggiando il vino. Sotto la tovaglia, quel punto di contatto stava bruciando come un marchio a fuoco.
Se l’inferno avesse una sala ricevimenti, sarebbe esattamente come la limonaia di Villa Gherardi alle due del pomeriggio di un sabato di luglio.
Lorenzo Valenti fissò il centrotavola — una composizione pretenziosa di peonie che stavano già iniziando a chinare la testa, sconfitte dall’umidità — e allentò il nodo della cravatta blu scuro di un altro centimetro. Non servì a nulla. L’aria condizionata, promessa dagli sposi come "di ultima generazione", era chiaramente sottodimensionata per le cento persone ammassate lì dentro. L’atmosfera non era di festa; era di sopravvivenza.
Lorenzo passò una mano tra i capelli castani, scompigliandoli volutamente. Aveva smesso di preoccuparsi del decoro circa quarantacinque minuti prima, tra l’antipasto a buffet (finito prima che lui potesse avvicinarsi) e l’ingresso trionfale degli sposi sulle note di una canzone pop violentata da un violinista elettrico.
«Tavolo 18,» mormorò tra sé e sé, leggendo per l’ennesima volta il cartoncino segnaposto in carta di riso.
Il tavolo 18 era un capolavoro di ingegneria sociale fallimentare. Situato nell’angolo più remoto della sala, proprio accanto alle porte a vento che conducevano alle cucine, garantiva una folata di odore di fritto misto e detersivo industriale ogni volta che un cameriere entrava o usciva. Ma la posizione era il male minore. La vera punizione erano i commensali.
Alla sua sinistra, Zio Anselmo, un parente dello sposo probabilmente sordo da un orecchio e selettivo con l’altro, stava cercando di spiegare la crisi del mercato immobiliare a una coppia di cugini adolescenti che non alzavano gli occhi dagli smartphone. Alla sua destra, una zia acquisita con un cappello a tesa larga che rischiava di decapitare chiunque si avvicinasse, si lamentava del sale nel risotto.
Lorenzo sospirò, appoggiando la schiena alla sedia. Aveva trentadue anni, una carriera da architetto che gli prosciugava le energie e una tolleranza verso i riti matrimoniali che rasentava lo zero assoluto. Era lì solo perché sua madre gli aveva fatto un ricatto morale degno di una soap opera sudamericana. “È tuo cugino, Lorenzo. Ci andiamo tutti. Non fare l'orso come al solito.”
E così, eccolo lì. L’orso in un abito sartoriale blu notte che ora sentiva come una muta da sub in un deserto.
Fu in quel momento di disperazione esistenziale che la vide. O meglio, la notò davvero.
Era seduta esattamente di fronte a lui, separata solo dalle peonie morenti. Era arrivata all’ultimo momento, scivolando sulla sedia mentre tutti applaudivano l’arrivo del primo, arrivando con l’aria di chi ha sbagliato indirizzo e ha deciso di restare solo per educazione.
Si chiamava Camilla. Lo aveva letto sul tableau all’ingresso, ma il nome non rendeva giustizia alla realtà fisica che aveva davanti.
Camilla non stava mangiando. Teneva un calice di vino bianco vuoto per lo stelo, facendolo ruotare nervosamente tra le dita curate. Indossava un abito sottoveste di seta, di un verde salvia pallido, che sembrava liquido. Con quel caldo osceno, il tessuto aveva smesso di essere un vestito ed era diventato una seconda pelle. Aderiva ovunque. Lorenzo notò come la seta segnasse la curva morbida del seno, evidenziando senza pietà — e con sua improvvisa gratitudine — l’assenza di un reggiseno. I capezzoli si intuivano, piccoli rilievi turgidi che sfidavano la stoffa leggera.
Lei aveva lunghi capelli castani, mossi, che le ricadevano sulle spalle nude. Sembravano pesanti, umidi alla radice sulla nuca, dove qualche ciocca si era incollata alla pelle lucida di sudore. C’era qualcosa di estremamente erotico in quella scompostezza involontaria. Non era la perfezione di plastica della sposa; era una bellezza stanca, accaldata, tangibile.
Lorenzo vide che lei stava guardando un punto indefinito sopra la testa di Zio Anselmo, con un’espressione che era un misto tra l’omicida e il rassegnato. Si stava sventolando con il cartoncino del menu, un gesto inutile che serviva solo a muovere l'aria calda e a far scivolare ancora di più la spallina sottile del vestito sulla clavicola.
Un cameriere passò di corsa, ignorando palesemente le richieste di acqua della zia col cappello. Lorenzo vide l’occasione. Afferrò la bottiglia di Gewürztraminer che troneggiava, ancora per metà piena e ormai tiepida, al centro del tavolo.
Si sporse in avanti, invadendo lo spazio vitale dei fiori. «Posso?» chiese, la voce bassa, roca per il non aver parlato con nessuno di interessante per ore.
Camilla sussultò leggermente, come risvegliata da una trance. I suoi occhi color nocciola si agganciarono ai suoi. Erano grandi, truccati con uno smokey eye che stava iniziando a cedere leggermente agli angoli, dandole un’aria vissuta, quasi da "day after".
Lei guardò la bottiglia, poi guardò lui. Un angolo della sua bocca carnosa si sollevò in un mezzo sorriso che non aveva nulla di cortese. Era un sorriso di complicità bellica. «Solo se è alcolico,» rispose lei. La voce era calda, leggermente graffiata. «Se è acqua santa, passo.»
Lorenzo versò il vino nel suo bicchiere senza preoccuparsi delle dosi eleganti, riempiendolo quasi fino all’orlo. Poi fece lo stesso col suo. «Temo sia Gewürztraminer a temperatura ambiente,» disse Lorenzo, riappoggiandosi allo schienale. «Che in questo contesto equivale a brodo primordiale. Ma ha 13 gradi, quindi dovrebbe anestetizzare il dolore.»
Camilla prese il calice e ne bevve un sorso lungo, chiudendo gli occhi per un istante. Quando li riaprì, lo fissò con una curiosità nuova. «Grazie. Sei la cosa più utile che è successa a questo tavolo nelle ultime due ore.»
«Lorenzo,» si presentò lui, alzando il calice in un brindisi ironico. «Cugino dello sposo. Ramo sacrificabile.»
«Camilla,» rispose lei. «Ex compagna di università della sposa. Quota "amici single che non sapevamo dove mettere".»
«Ah, quindi anche tu sei stata deportata al Tavolo degli Scarti,» osservò Lorenzo, lanciando un’occhiata eloquente a Zio Anselmo, che ora stava urlando qualcosa riguardo ai tassi d’interesse variabili.
Camilla rise. Fu una risata breve, gutturale, che fece vibrare il suo petto e, di conseguenza, la seta verde che lo fasciava. Lorenzo seguì il movimento con lo sguardo, incapace di fermarsi, scendendo fino alla vita stretta e al punto in cui il tavolo tagliava la visuale sui fianchi.
«Il Tavolo degli Scarti,» ripeté lei, assaporando la definizione. «Suona come il titolo di un film indie deprimente. O di un horror.» Si scostò una ciocca di capelli dal viso sudato. «Credevo che la punizione per i miei peccati sarebbe arrivata nell'aldilà, non a un matrimonio in Brianza.»
«Dipende dai peccati,» ribatté Lorenzo, sostenendo il suo sguardo. C'era una sfida implicita nei suoi occhi scuri. «Magari ne hai commessi di terribili.»
«O magari non ne ho commessi abbastanza,» sussurrò lei, quasi tra sé, ma abbastanza forte perché lui sentisse.
Quella frase rimase sospesa nell’aria viziata tra loro due. Lorenzo sentì una scossa, una tensione improvvisa che non c’entrava nulla con il caldo. Osservò le labbra di lei, piene, leggermente dischiuse, il rossetto nude ormai svanito che lasciava il posto al colore naturale della mucosa, arrossata dal vino e dal calore.
Improvvisamente, il microfono al centro della sala fischiò, seguito dalla voce stridula del padre della sposa che chiedeva l’attenzione di tutti per il primo brindisi ufficiale. Un coro di gemiti soffocati si levò dalla sala.
«Dio, no,» mormorò Camilla, lasciandosi scivolare leggermente sulla sedia, le gambe che si allungavano sotto il tavolo. «Il discorso. Non sopravviverò al discorso.»
Lorenzo spostò la gamba sotto il tavolo. Il suo ginocchio sfiorò, quasi per caso, quello di lei. Un contatto minimo, attraverso la stoffa dei pantaloni di lui e la pelle nuda di lei. Si aspettava che Camilla si ritraesse, che ripristinasse la distanza di sicurezza tra due estranei.
Invece, lei rimase ferma.
Anzi, dopo un secondo di esitazione, premette leggermente il ginocchio contro il suo. Una pressione costante, calda, inequivocabile. Sopra il tavolo, Camilla stava guardando il padre della sposa con un’espressione di educato interesse, sorseggiando il vino. Sotto la tovaglia, quel punto di contatto stava bruciando come un marchio a fuoco.
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Commenti dei lettori al racconto erotico