L’esame
di
ottinton palent
genere
etero
Aveva diciannove anni appena compiuti, ma il corpo e lo sguardo dicevano altro. Studentessa di infermieristica, minuta, con i fianchi morbidi, il seno pieno e un sesso che non aveva mai nascosto: un folto pelo scuro incorniciava la fessura lucida che già altri compagni di corso avevano conosciuto.
La sua illibatezza era rimasta su un prato, di sera, con un ragazzo del gruppo. Era stata un’esperienza confusa, eccitante più per il gesto che per il piacere, ma sufficiente a spalancarle la porta. Poco dopo, in macchina con un collega, fu lei a scendere con la bocca sul suo sesso duro, succhiandolo a fondo finché lui non esplose in gola tra i suoi gemiti soffocati. Ancora, negli spogliatoi della sede formativa: jeans abbassati a metà coscia, la schiena schiacciata contro gli armadietti, e dentro di lei la furia di un compagno che la prese di corsa, nel timore costante che qualcuno potesse sorprenderli. Quel brivido di paura e piacere le era rimasto dentro come una droga. É un mese prima durante il turno di notte con due colleghi….
Perciò, quando le parve che il professore di clinica le fosse ostile, non abbassò la testa: non voleva certo farsi rovinare la media per causa di un’antipatia. Seduta in prima fila, senza mutandine, cominciò a giocare con le gambe: apriva e richiudeva, lasciando che solo lui potesse intravedere quella fessura bagnata, il pelo scuro e folto che ne faceva risaltare l’umidità. Fingendo di prendere appunti, alzava appena lo sguardo e lo catturava negli occhi, con un mezzo sorriso che non aveva niente d’innocente. Fingeva che le ballerine le scivolassero dai piedi in un gioco stuzzicante.
Ottenere un appuntamento nel suo studio fu quasi troppo facile. Ci andò in camicetta bianca sbottonata quel tanto da mostrare l’inizio della scollatura, gonnellina a pieghe, treccia laterale: una brava ragazza da college, ma con la luce sporca negli occhi.
Lui provò a restare distaccato. Ma bastò che lei si piegasse in avanti per sistemare i fogli, lasciando scivolare lo sguardo sul suo seno, perché tutto crollasse. Chiuse la porta, la spinse contro la scrivania, e in quell’istante ogni distanza accademica svanì.
Lei rise piano, mentre si lasciava sollevare la gonnellina. Non portava nulla sotto: il pelo scuro incorniciava la fessura già umida, pronta. Le sue dita gliela aprirono, assaporando il calore. Poi, senza più freni, le slacciò la camicetta, tirandole fuori i seni gonfi e succhiandoli con foga, lasciando segni violacei.
Il momento in cui la penetrò fu un gemito strozzato, un colpo secco che la fece inarcare. Lo sentiva pieno dentro, che affondava senza riguardo, mentre le mani di lui le tenevano i fianchi inchiodati alla scrivania. Lei gemeva piano, più per eccitazione che per dolore, muovendosi a incontrare ogni affondo. Le piaceva molto offrirsi, arrendersi e dominare in un’alternanza di sentimenti, mentre il suo pelo sfregava sul pube di lui, la scrivania tremava sotto il ritmo.
Il suo respiro si fece più greve, il volto contratto dallo sforzo di trattenersi. Poi, con un gesto brusco, la staccò da sé e si lasciò cadere indietro sulla poltrona.
«Meglio così…» mormorò, indicandole il pavimento.
Lei capì subito. Senza esitazione si lasciò scivolare giù, inginocchiata tra le sue gambe. Si chinò sul suo sesso duro e pulsante, che portava ancora il sapore umido e salmastro della sua fessura. Lo prese in bocca piano, succhiandolo con avidità, alternando carezze di lingua e colpi profondi di gola.
Il professore chiuse gli occhi, la mano pesante sulla sua nuca, lasciandosi andare al ritmo che lei gli dettava. Il suo respiro si fece roco, il corpo tese le gambe, e in pochi istanti esplose in un gemito strozzato, riempiendole la bocca calda e colma.
Lei deglutì tutto senza esitazione, con un sorriso complice e sporco sulle labbra. Si pulì delle gocce con la lingua, risalì in piedi e si aggiustò la gonnellina, innocente come all’ingresso.
Quando venne, fu con un sussulto violento, trattenendo il fiato per non gridare. Sentì il calore di lui riempirla, mentre le unghie le graffiavano la pelle della schiena. Restarono così, avvinghiati, finché il respiro non si fece più lento.
Si rivestì senza dire nulla, il sorriso sottile ancora sulle labbra.
Qualche giorno dopo, all’orale, lui non mostrò alcuna emozione. «Lo scritto è stato… perfetto.» Una pausa. «Una sola domanda per la lode, e sarà fatta.»
Lei rispose senza esitazione. Ma negli occhi di lui ritrovò la stessa fiamma bruciante di quel pomeriggio nello studio.
«Trenta e lode», annotò sul registro.
Non avrebbe mai saputo se la lode fosse per il compito o per la carne. Forse per entrambi.
Lei lo fissò con gli occhi brillanti, senza ribattere. Poi raccolse la borsetta e scivolò fuori dal suo studio, lasciandosi dietro il profumo della sua pelle giovane e l’ombra di un segreto pericoloso.
Un paio di giorni dopo l’esame, nei corridoi della facoltà, qualcuno rise piano dietro di lei. Aveva sentito bisbigliare il suo nome, assieme a quello del professore. Una compagna, con un sorriso velenoso, commentò: — Sei stata notata uscire dal suo studio l’altro pomeriggio...
Un’altra aggiunse ridendo: — Adesso si capisce come si prende la lode.
Lei si voltò appena, con lo sguardo limpido e un sorriso che non era né di difesa né di imbarazzo. — Solo invidia, ragazze.
E riprese a camminare, i fianchi morbidi che ondeggiavano sotto la gonnellina. Dentro, un brivido segreto di complicità: più che un voto, era un segreto che portava scritto sulla pelle.
La sua illibatezza era rimasta su un prato, di sera, con un ragazzo del gruppo. Era stata un’esperienza confusa, eccitante più per il gesto che per il piacere, ma sufficiente a spalancarle la porta. Poco dopo, in macchina con un collega, fu lei a scendere con la bocca sul suo sesso duro, succhiandolo a fondo finché lui non esplose in gola tra i suoi gemiti soffocati. Ancora, negli spogliatoi della sede formativa: jeans abbassati a metà coscia, la schiena schiacciata contro gli armadietti, e dentro di lei la furia di un compagno che la prese di corsa, nel timore costante che qualcuno potesse sorprenderli. Quel brivido di paura e piacere le era rimasto dentro come una droga. É un mese prima durante il turno di notte con due colleghi….
Perciò, quando le parve che il professore di clinica le fosse ostile, non abbassò la testa: non voleva certo farsi rovinare la media per causa di un’antipatia. Seduta in prima fila, senza mutandine, cominciò a giocare con le gambe: apriva e richiudeva, lasciando che solo lui potesse intravedere quella fessura bagnata, il pelo scuro e folto che ne faceva risaltare l’umidità. Fingendo di prendere appunti, alzava appena lo sguardo e lo catturava negli occhi, con un mezzo sorriso che non aveva niente d’innocente. Fingeva che le ballerine le scivolassero dai piedi in un gioco stuzzicante.
Ottenere un appuntamento nel suo studio fu quasi troppo facile. Ci andò in camicetta bianca sbottonata quel tanto da mostrare l’inizio della scollatura, gonnellina a pieghe, treccia laterale: una brava ragazza da college, ma con la luce sporca negli occhi.
Lui provò a restare distaccato. Ma bastò che lei si piegasse in avanti per sistemare i fogli, lasciando scivolare lo sguardo sul suo seno, perché tutto crollasse. Chiuse la porta, la spinse contro la scrivania, e in quell’istante ogni distanza accademica svanì.
Lei rise piano, mentre si lasciava sollevare la gonnellina. Non portava nulla sotto: il pelo scuro incorniciava la fessura già umida, pronta. Le sue dita gliela aprirono, assaporando il calore. Poi, senza più freni, le slacciò la camicetta, tirandole fuori i seni gonfi e succhiandoli con foga, lasciando segni violacei.
Il momento in cui la penetrò fu un gemito strozzato, un colpo secco che la fece inarcare. Lo sentiva pieno dentro, che affondava senza riguardo, mentre le mani di lui le tenevano i fianchi inchiodati alla scrivania. Lei gemeva piano, più per eccitazione che per dolore, muovendosi a incontrare ogni affondo. Le piaceva molto offrirsi, arrendersi e dominare in un’alternanza di sentimenti, mentre il suo pelo sfregava sul pube di lui, la scrivania tremava sotto il ritmo.
Il suo respiro si fece più greve, il volto contratto dallo sforzo di trattenersi. Poi, con un gesto brusco, la staccò da sé e si lasciò cadere indietro sulla poltrona.
«Meglio così…» mormorò, indicandole il pavimento.
Lei capì subito. Senza esitazione si lasciò scivolare giù, inginocchiata tra le sue gambe. Si chinò sul suo sesso duro e pulsante, che portava ancora il sapore umido e salmastro della sua fessura. Lo prese in bocca piano, succhiandolo con avidità, alternando carezze di lingua e colpi profondi di gola.
Il professore chiuse gli occhi, la mano pesante sulla sua nuca, lasciandosi andare al ritmo che lei gli dettava. Il suo respiro si fece roco, il corpo tese le gambe, e in pochi istanti esplose in un gemito strozzato, riempiendole la bocca calda e colma.
Lei deglutì tutto senza esitazione, con un sorriso complice e sporco sulle labbra. Si pulì delle gocce con la lingua, risalì in piedi e si aggiustò la gonnellina, innocente come all’ingresso.
Quando venne, fu con un sussulto violento, trattenendo il fiato per non gridare. Sentì il calore di lui riempirla, mentre le unghie le graffiavano la pelle della schiena. Restarono così, avvinghiati, finché il respiro non si fece più lento.
Si rivestì senza dire nulla, il sorriso sottile ancora sulle labbra.
Qualche giorno dopo, all’orale, lui non mostrò alcuna emozione. «Lo scritto è stato… perfetto.» Una pausa. «Una sola domanda per la lode, e sarà fatta.»
Lei rispose senza esitazione. Ma negli occhi di lui ritrovò la stessa fiamma bruciante di quel pomeriggio nello studio.
«Trenta e lode», annotò sul registro.
Non avrebbe mai saputo se la lode fosse per il compito o per la carne. Forse per entrambi.
Lei lo fissò con gli occhi brillanti, senza ribattere. Poi raccolse la borsetta e scivolò fuori dal suo studio, lasciandosi dietro il profumo della sua pelle giovane e l’ombra di un segreto pericoloso.
Un paio di giorni dopo l’esame, nei corridoi della facoltà, qualcuno rise piano dietro di lei. Aveva sentito bisbigliare il suo nome, assieme a quello del professore. Una compagna, con un sorriso velenoso, commentò: — Sei stata notata uscire dal suo studio l’altro pomeriggio...
Un’altra aggiunse ridendo: — Adesso si capisce come si prende la lode.
Lei si voltò appena, con lo sguardo limpido e un sorriso che non era né di difesa né di imbarazzo. — Solo invidia, ragazze.
E riprese a camminare, i fianchi morbidi che ondeggiavano sotto la gonnellina. Dentro, un brivido segreto di complicità: più che un voto, era un segreto che portava scritto sulla pelle.
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