La matrona 6

di
genere
feticismo

PSICOLOGIA(6)

I giorni seguenti li passai chiusi in casa. Uscivo di camera solo quando la Matrona era a lavoro e mangiavo prima che lei tornasse. Trascorrevo le giornate tentando di leggere quel dannato libro di Diritto. Ma nulla… ero distratta. Quando la Matrona saliva le scale udivo il suono dei suoi tacchi inconfondibile, pesante. Immaginavo quella pianta che mi ero trovata a 2 millimetri dalla faccia affondare nel plantare. Correvo a chiudere a chiave la stanza, andavo in palpitazione, e gli attacchi di panico erano frequenti.

Una sera qualcuno bussò alla porta e la paura di trovarmi quella Donna che mi fumava in faccia fu esasperante. Fu mio padre, per fortuna.

-Domani è il compleanno di tua sorella e le abbiamo organizzato una festa in discoteca…mi raccomando.
-Innanzitutto non è mia sorella, in più sarebbe potuta venire lei stessa a dirmelo. E di certo non fremo dalla voglia di andare ad una festa con quattro viscide galline liceali.- questo è ciò che avrei voluto dire, ma mi limitai ad un “ok”.

Il giorno seguente decisi di indossare un vestitino rosso che mi aveva regalato mio padre qualche anno fa, con dei decolté neri e delle calze nere di nylon. Decisi di farmi una treccia, di quelle che mia madre adorava fare alla mia lunga chioma bionda.

Uscì dalla mia camera e alla mia vista vi furono proprio matrona et filia.
La Matrona era intenta a piastrare i capelli di Crudelia mentre questa impassibile si guardava allo specchio.
Alice vestiva invece di nero come suo solito, calze color carne e sabot indovinate un po’…neri.

Arrivammo in quella discoteca realmente di lusso. Festeggiavamo i 19 anni di Alice come se fosse un evento hollywoodiano, e non oso neanche immaginare quanto mio padre avesse speso per fittare quel locale. In ogni caso papà e La Matrona ci accompagnarono e ci lasciarono lì.

Fummo le prime ad arrivare e da parte mia vi era un certo imbarazzo. Per la prima volta Alice mi rivolse la parola.

-Mi raccomando. Non rompere i cogli***, sta seduta al tuo posto e non toccare le mie amicizie. Sei venuta solo per far felice quel burattino di tuo padre.
Beh, non male come inizio.

In effetti così feci per tutta la serata. Ero seduta sui divanetti mentre Alice e le amiche si davano alla pazza gioia limonando a destra e a manca.

Ad un certo punto si sedette un ragazzo accanto. Era alto, muscoloso, bruno, capelli ordinati tirati indietro. Di quelli che di solito frequentavo.

-E così tu sei la sorella di Alice.

-Sorellastra. Ma non fa niente.- risposi

Ci presentammo e chiacchierammo del più e del meno e della nostra nuova condizione familiare.

-Sai è strano. Siete due persone così diverse tu ed Alice e vedervi come sorelle fa un certo effetto. Ad essere sincero non è che io abbia troppo in simpatia la tua “sorellastra”, credo quindi che io e te potremmo andare d’accordo.
Scoppiammo a ridere, e per fortuna la serata passò meno noiosamente in sua compagnia. Era davvero un tipo a posto!

Si erano fatte ormai le 5:30 ed uscimmo dal locale. Tutti tornavano a casa, mentre io ed Alice aspettavamo che i nostri genitori venissero a prenderci.

Aspettammo qualche minuto prima che il classe A di mio padre accostasse. Per fortuna ruppe l’imbarazzo, che in realtà persisteva solo da parte mia.

-La Principessa avanti, forzaa!- esordì sorridendo la Matrona rivolgendosi alla figlia, che tutto pareva tranne che una principessa.

Avrei dovuto quindi condividere il sedile posteriore con Lei, ma per fortuna c’era mio padre… e non temevo sue azioni o battute.

-Allora Alice, ti sei divertita?- chiese mio padre non curandosi della mia presenza, ma in fin dei conti era il suo compleanno.

-Si – rispose scocciata quell’essere maleducato poggiando le sue scarpe sul cruscotto e graffiando l’auto a cui mio padre teneva tanto.

-Alice, così mi graffi tutta la macchina. Per favore, i piedi a terra.- cercò di rimproverarla mio padre.

-Che rompicogl***- sussurrò Alice sfilandosi i sabot e poggiando ora solo i suoi piedi a cui le calzature erano letteralmente incollate a causa del sudore, tanto da mostrare l’intera pianta come si fosse scalza.

Finsi che non fosse successo nulla, ma la vista di quei piedi su quel cruscotto erano un atto di dominazione nei confronti di mio padre che a quell’ auto teneva più di ogni altra cosa.

La Matrona intanto mi fissava… si accese una sigaretta… e mi fissava. Cominciai a sudare. Temevo che quella Donna riuscisse a leggermi nella mente e cercai di non pensare a nulla. Tempo 10 minuti e fummo finalmente a casa, e quella donna non mi aveva tolto un istante gli occhi di dosso. Corsi in camera. Cercai di dormire. Ma quella mattina i versi di quella Donna che gemeva scopan** con mio padre nella camera di fianco mi davano alla testa. Urlava, godeva… voleva mandarmi segnali.

Era qualche giorno che ormai dormivo poco e male, ero letteralmente in preda ad una crisi isterica… e bisognava trovare una soluzione. Cominciai a messaggiare con Marco che riuscì a risollevare parzialmente il mio pessimo umore.


Arrivò il giorno prima del mio esame di diritto e la preparazione non era certo delle migliori. In più quella mattina la Matrona e mio padre decisero di svegliarsi presto e darsi da fare di sotto. Di Tania non avevo più notizie. Decisi così di andare di sotto… necessitavo di spiegazioni.

-Dov’è Tania? Ditemi dove è finita Tania!- dissi rivolgendomi a mio padre ed Amalia

-Che succede? La reginetta non è capace di badare a se stessa? Le spese sono tante… e di certo una schiava da pagare è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo momento.

-Beh certo, compri scarpe, gioielli, abiti di lusso ed organizzi feste pacchiane… ma il problema è Tania, che non era una schiava.- pensai.
Mi voltai verso mio padre esterrefatta da quelle parole, il quale fu accondiscendente con quanto appena detto dalla Signora.

-Pensa a darti da fare. Pulisci casa, cucina a pranzo e lava la biancheria. Rigorosamente a mano. Al resto ci penso io.- ribatte ancora la Matrona baciando appassionatamente mio padre e palpeggiando il suo pene.

-Il resto? Cosa altro manca?- ma anche questa volta tenni la bocca chiusa e mi voltai.

-Ah. Vai in camera di Alice. Ha bisogno di aiuto.- aggiunse infine.
Era incredibile. Quella donna sapeva come comportarsi…e io non riuscivo a tenerle testa, avevo bisogno di Luca… prima che fosse troppo tardi.

Bussai alla porta ma non rispose nessuno. Decisi così di aprirla.
- Che c’è? Non si bussa più?- esordì l’ingrata sorellastra.
- Veram…- fui subito interrotta da quel suo fare arrogante.
- Siediti, devi spiegarmi questi esercizi di matematica.
Cercai di ignorare quel suo fare superbo e mi sedetti alla scrivania. Alice prese una sedia e si mise accanto seduta ad indiano.
La prima cosa che notai fu la puzza che emanavano quei piedi calzati, cercai di sopperire… ma non nego che di tanto in tanto il mio sguardo cadeva.
-Alice, sono delle banali equazioni di secondo grado. Sei al quinto anno e dovresti saperle risolvere ad occhi chiusi.

-Anche tu dovresti essere capace di fare un sacco di cose e invece sei una buona a nulla- mi rispose mentre giochicchiava coi suoi piedi massaggiandoli e toccandosi le dita.

-Cosa? Passi il tuo tempo a poltrire e a fare chissà cosa e critichi me che sto cercando di costruirmi un futuro a tua differenza?

Con quelle stesse mani che un secondo prima utilizzava per toccarsi i piedi mi diede uno schiaffo che mi stordì per qualche secondo.

-Visto che sei tanto brava risolvili tu questi esercizi, li devo consegnare domani.

Cercavo di riprendermi da quella reazione scomposta e non fiatai. Alice intanto si alzò, si tolse quelle vecchie calze che buttò via sulla scrivania e ne indossò altre. Calzò infine delle ballerine ed uscì dalla stanza sbattendo la porta.

“Sono più di 150 equazioni… mi ci vorrà tutto il giorno…” pensavo fra me e me.
Diedi un’occhiata poi a quelle calze…curiosa del fatto che sembravano proprio le stesse indossate qualche giorno prima al compleanno.

“Possibile che utilizzi le stesse calze per giorni e giorni senza mai cambiarle?”.
Le avvicinai allora al mio naso… erano umide. Odorai profondamente. Lo feci ancora una volta. Una ancora. Un’altra. “Ecco, questa è l’ultima” mi promisi. “No, è questa”. Nello stesso momento si riaprì la porta ed io gettai le calze maleodoranti a terra sperando che non mi avesse visto.
-Domani ho la verifica di matematica. Alle 10. Ti manderò la foto, devi risolvermelo entro 30 minuti per aver il tempo di ricopiarlo.
“Cosa? Io domani ho un esame e di certo non rinuncerò a sostenerlo dopo essere stata mesi a sgobbare per la tua stupida verifica” pensai, davvero ferma nella mia decisione.

-Sì, quelle calze dovresti lavarle. Domani saranno tutte tue.- concluse uscendo dalla stanza.

-Io non voglio le tue calze.
Bene. Mi aveva visto.
scritto il
2025-08-28
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