La matrona 7

di
genere
feticismo

FIAMMA(7)

Il giorno seguente mi presentai per sostenere il mio esame, che si articolava in una prova scritta ed un successivo colloquio.
Mentre prendevo posto, ripensavo a con quale sfacciataggine mi avesse detto di dover mandarle il compito. Non si era affatto preoccupata del fatto che avrei potuto avere altri impegni.
“Sì, ma ci resterà davvero male quando scoprirà che quel compito non le arriverà mai.”

Il professore cominciò a consegnare il test.

-Consegnerete fra un’ora esatta.- esordì.

Lessi la prima domanda. “Beh…mhh…”.

Vibrò il cellulare. Eccola doveva essere lei.
Cominciai a scrivere non curandomene.
Vibrò ancora. Sbuffai e ripresi nuovamente la penna.
Ecco, ancora una volta.
Sfilai così il cellulare dalla tasca e lessi i messaggi attenta nel non farmi vedere dal professore. Era la foto della verifica e due suoi avvertimenti.


“Muoviti
Idiota.”


Ero nervosa... pensai allo schiaffo del giorno prima… e alle calze…

“Vediamo…in 10 minuti dovrei finire questa verifica da bambocci”.
Presi così il telefono e svolsi il compito di Alice.
15 minuti dopo avevo terminato.
Scattai la foto e gliela inoltrai.
Bene, potevo riprendere il mio test.


-Signorina cosa faceva col cellulare in mano?- quella voce mi gelò.

-In realtà io…- cercando una spiegazione plausibile.

-Mi dia il test.

-Vede… è che… che… controllavo l’orario…

-Il suo esame è annullato, può tornare alla prossima sessione.

-Ma... no…- cercai di rispondergli con le lacrime agli occhi

-Esca fuori.

Uscii via dall’aula con le lacrime agli occhi, quando vibrò nuovamente il cellulare.


sa

-Brava.- Era la Matrona.


Passai poi l’intero pomeriggio in giro. Non avevo intenzione di tornare a casa in quel momento ed osservare lo sguardo soddisfatto di quelle streghe che si erano appropriate di tutto ciò di cui più prezioso avevo. In più la foto della Matrona non lasciava interpretazioni.

Fu subito sera e purtroppo anche l'ora di tornare a casa. Aprii la porta e ad attendermi c’era l’immagine di una famiglia quasi normale.

Mio padre leggeva il giornale sul divano, accanto a lui vi era Alice che giochicchiava col suo nuovo cellulare. La
Matrona era invece seduta sulla poltrona di pelle vicino al camino. Indossava calze color carne impresentabili con alcuni buchi all’altezza dell’alluce e sulla pianta. Solitamente quello era sempre stato il posto di mio padre.

L’unica che sembrò accorgersi di me fu Mascha che mi corse incontro. Posai le mie cosi e feci per andare di sopra quando mio padre mi fermò.

-Allora Marta, l’esame?

-Non l’ho fatto.- risposi.

-Che significa non lo hai fatto?- incalzò mio padre innervosito.

-Il professore mi ha sorpreso ad usare il cellulare.

La Matrona e la belva cominciarono a ridere di gusto, mio padre sembrava sotto shock.

-Che citrulla!- esclamò ridendo Alice.

-Pare che invece la verifica di Alice sia andata molto, ma molto meglio.- disse rivolgendosi a mio padre La Matrona con sorriso malizioso.

-E già… mi sa che mi spetta un regalino- subito pronta ad approfittarsi di mio padre, la belva.

-Ecco a te.- rispose mollandogli una banconota da 500 euro mio padre.

Ero sconvolta. Totalmente sconvolta. Avevo contribuito a spennare mio padre per comprare qualche altra scarpetta del cazzo a quelle viscide vipere.

Corsi in camera mia, e ricominciai a leggere il libro preferito di mia madre, “Una ribelle di nome Fiamma”. Avevo bisogno di lei.
Le lettura mi aiutava molto, e quel libro era una vera consolazione. Fiamma ricordava mia madre, così intelligente e scaltra… animo ribelle di chi non si sottomette a nessuno.

Qualche minuto dopo però il mio cuore entrò in tachicardia. Ecco un attacco di panico. La Matrona era entrata in camera ed era senza scarpe ed indossava ancora quelle calze bucate … e si avvicinava … e si sedette di lato alla scrivania dove stavo leggendo… ed alzò le gambe… e posò i suoi piedi smaltati di rosso proprio dinanzi a me… ed erano illuminati da una lampada che emanava calore… e ci separava solo il mio libro e … e …

Cercai di continuare a leggere, ma l’odore era forte… intenso… acre… ed eccitante, terribilmente eccitante. Non dissi nulla. Anche lei non disse nulla. Ma quella puzza mi entrò in testa, stava per accadere. Stavo per prostrarmi ai suoi piedi. Non dovevo. No. Dovevo resistere.

Fece la sua prima mossa, sono convinta sentisse il mio cuore battere.
Prese il libro dalle mie mani, indosso degli occhiali e cominciò a leggere.

I suoi piedi erano a pochi centimetri dal mio volto. Continuava ad agitare le dita. Voleva che sentissi i suoi aromi. Con l’alluce mi accorsi che allargava il buco della calza.
Si accese una sigaretta.

Un attimo dopo alzò il suo sguardo sopra gli occhiali.

I nostri sguardi si incrociarono.
“Ti prego non farlo… ti prego non farlo”.

Mimò con una mano di iniziare a massaggiarle i suoi piedi egizi, con l’espressione di chi era dolorante.
Attesi un paio di secondi.

Iniziai. Cominciai dal basso. Emulavo dei cerchietti come mi aveva mostrato qualche settimana prima.
Salì.

Vi era un buco in corrispondenza di un callo della parte superiore della pianta.

Massaggiai proprio lì. Il suo piede era umido. Annusai il mio pollice col quale cercavo di accontentare il suo volere.
Arrivai alle dita. All’alluce. Passai il mio indice tra le sue dita. Rise. Attenta che non potesse vedermi, come se ancora avessi da nascondere qualcosa, mi leccai il dito.

Dopo di che allargai quel buco in corrispondenza del suo dito più grande, fino a far fuoriuscire tutte le sue dita.

Mi spense la sigaretta in fronte, e subito ne accese un'altra.

Non mi importava. La Matrona riprese la lettura. Non provavo dolore… dovevo essermi bagnata le mutandine.

A quel punto feci ciò che mi fu detto quando andammo a fare jogging: mi lasciai andare agli istinti, ed affondai il mio naso tra le sue dita. Le piegò tutte e cinque e strinse forte il mio naso.

Odorai, odorai forte, più forte ancora, ancora di più, mentre continuavo a massaggiarle i piedi.

Ruppi anche l’altra calza facendole nuovamente fuoriuscire tutta la parte superiore del suo piede.
Mi spense un’altra sigaretta addosso, questa volta sul collo. E ne accese un’altra.

Scesi dalla sedia e mi sdraiai sotto i suoi piedi. Volevo annusare. Ma La Matrona voleva andare oltre.
Mi infilò le dita del suo piede in bocca ed io iniziai a succhiare, succhiavo quanto più potevo. Volevo tutto quel liquido divino per me.

Passai la mia lingua tra le sue dita che allargò abilmente, ripulendole di tutto lo sporco che deglutì subito dopo.

-Ti piace.- Mi disse.
Non risposi e continuai a succhiare e nel mentre a massaggiarle l’altro piede.

-Ti piace?- chiese affondando metà piede dentro la mi bocca, dopo di che lo tolse.

Mi misi in ginocchio.

La guardai.

-Si, terribilmente.-

-Cosa ti piace?-

-Tutto.- e cominciai a leccarle tutta la pianta dal tallone alle dita.

-Descrivi ciò che provi.

-Mi piace che i suoi piedi maleodoranti finiscano sulla mia faccia, e che abbia poi il loro stesso odore, che mi domini, che mi tratti da zerbino. Mi piace pulirle lo sporco tra le dita e subito dopo ingoiarlo, soprattutto le tante pellicine che la sua ampia sudorazione provoca in modo da farla sentire superiore. Mi piace bere il suo sudore, lo amo, anche se non mi disseta… ma è un modo per farle capire che qualunque cosa i suoi piedi producano è apprezzato da me.-

-Idiota, parlavo del libro.- mi umiliò ancora verbalmente accennando un sorriso.
Rimasi a bocca aperta, e lei infilò un piede dentro, e l’altro in testa.

Spense poi la sua sigaretta sul libro di mia madre, ed alzandosi dalla sedia schiacciò la mia faccia sul pavimento provocandomi la rottura di capillari nasali e la conseguente fuoriuscita di sangue.

Andò via… non prima di pormi un’ultima domanda.

-Chi ti ricorda Fiamma?- mi chiese accennando un sorriso diabolico

-Mi ricorda Lei Matrona- risposi piangendo.

-Padrona, direi.- correggendomi.

-Mi ricorda Lei, Padrona.- conclusi

Solo allora mi resi di conto di ciò che avevo fatto.
scritto il
2025-08-28
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