Storia da spiaggia 6: la gattina

Scritto da , il 2022-11-23, genere etero

“A Dome’, che cazzo stai a fa’? Aho! E arzate, che me pari rincojonitooo!”
Nando gli urlava così, senza molto ritegno, camminando verso di lui, sulla spiaggia larga e piatta, con la poca gente sparsa di una mattina di inizio giugno. Domenico lo guardò e con un gesto stizzito della mano gli fece capire di lasciarlo in pace.
Domenico era sdraiato sull’asciugamani e, da una mezzora buona, non faceva altro che guardare un bel donnino con un bel bikini bianco: non molto alta, bionda e riccia, con un corpicino molto ben fatto.
Nando, allora, si sedette accanto al suo amico:
“E daje, arzate che stai seduto da du’ ore a guardà una che me pare mi madre... De llà ce stanno un sacco de regazze, pure bbone…”
“A Nando… sta’ bbono tu e nun rompe er cazzo! Nun vedi quant’è bbona? Tu madre? Si… tu madre? Manco vent’anni fa! A cecatooo!!! Va’, e fatti li cazzi che te se n'culano, va'! Dov’è che te ne devi annà? E va’, và!”
Nando si alzò e, borbottando e mandando a quel paese il suo amico, s’incamminò lento, strisciando scocciato i piedi nella sabbia, puntando verso la riva, che era lontana.

Domenico fissava la giovane signora sui trenta o trentacinque anni, che sfoggiava un due pezzi bianco, che le strizzava tette e chiappe, tonde e sode. L’aveva notata appena era arrivata in spiaggia, assieme a quello che doveva essere il marito e a un’altra coppia sempre sopra la trentina. Avevano portato ombrelloni, seggiole pieghevoli e un lettino, oltre a tutta una serie di borse con il cibo e persino un contenitore frigo da cui avevano subito tirato fuori una bottiglia di bianco.
La bionda sembrava essere l’unica a non divertirsi, gli altri, invece, ridevano e parlavano a voce alta, come se avessero voluto marcare il loro essere contenti di stare al mare, a godersi la giornata. Eppure, nonostante le urla, si sentiva che erano gente istruita e non i soliti coatti abituati a far caciara. Le loro urla erano un po’ come delle forzature, non si adattavano alle loro fisionomie.

Domenico guardava quel petto turgido, quelle chiappe ben disegnate e gli veniva duro. Lei si muoveva bene, come una ballerina e un po’ sembrava averne anche il fisico, pensò il ragazzo, ammirato.
L’altra coppia si prese per mano e corse verso la riva, a più di una cinquantina di metri di distanza, ridevano e scherzavano, mentre lei rimase col marito, il quale, una volta spariti i due, le si volse contro brusco, urlandogli contro in modo cattivo. Le diede anche uno spintone, che per poco non la faceva cadere.
Domenico stava quasi per alzarsi. Per come era fatto, poteva anche non pensarci su troppo per andare a dargli una spolverata, al marito incazzato: un po’ per il carattere, un po’ perché era grosso il doppio di quello e in più sapeva anche menare. Non si alzò, solo perché lo vide andare via, anche lui come gli altri, verso riva.

Domenico aspettò un minuto, poi, non resistette oltre e si alzò, gonfiò i pettorali e si mosse verso la signora sola.
“Tutto bene, signo’?” Le fece più garbatamente possibile.
“Sì, grazie,” fece lei, ma si vedeva che le stava per spuntare un lacrimone.
“Sa… ho visto alzare ‘na mano e… non avrei permesso…” disse lento e compìto, con la paura di sbagliare qualche verbo.
Al che la bella signora, a quella manifestazione di solidarietà da parte del giovane sconosciuto, si toccò i riccetti biondi e le scappò giù un lacrimone su una guancia. Vedendola piangere, Domenico, s’imbarazzò non poco, perse la sua spavalderia e le toccò una mano, che “manco un regazzino timido” avrebbe detto poi, raccontando l’episodio. Fu un riflesso non voluto, quasi, un gesto di conforto che meravigliò e piacque molto alla donna, che si sciolse.
“Ce l’ha con me, perché io so che ha una tresca con quella lì, che pure è amica mia, da quando si era piccole… da quando si era…” sbottò, per poi quasi pentirsi subito di aver parlato.
“Ma che è ciecato?” gli scappò detto a Domenico. “Voglio dire lei è così bella che… vojo di’ che nun c’è storia proprio.”
Lei gli sorrise e gli diede una carezza sul viso, leggera, con la punta delle dita.

Domenico a quel tocco sentì una specie di scossa elettrica. Lei lo guardò sorpresa, perché gli lesse qualcosa negli occhi e capì.

Era arrabbiata con il marito e si sentiva presa in giro, anzi, umiliata. Era stata costretta a quella farsa della gita al mare con quel coglione, il cornuto del marito della sua amica, e con quella zoccola traditrice, che più amica sua certo non era. Invece, suo marito quasi era esaltato dalla situazione, e lei capiva bene quanto fosse fiero di sé stesso: al mare con la moglie, l’amante e il babbeo del marito cornuto. Era arrivata alla conclusione che fosse solo un piccolo uomo,sadico e vanitoso…
Poi era arrivato questo giovanottone belloccio e fisicato che, senza mai averla vista prima, l’avrebbe salvata, senza remore, delle mani violente di chi avrebbe dovuto difenderla sempre…
Era affranta e ferita, la bella Vera, ma percepiva anche l’adorazione nello sguardo del ragazzo e tutto ciò la metteva in una situazione mai vissuta. Si sentiva frastornata.
Guardò meglio il ragazzo e pensò che forse, con uno come lui avrebbe potuto lasciarsi andare e vendicarsi del marito: ma come?

Domenico aveva una certa esperienza con le donne, perché, anche se aveva solo ventidue anni, piaceva e di ragazze ne aveva avute di ogni tipo, anche di quelle sposate. Così, con l’occhio, da triglia ma indagatore, cercava di farsi un’idea di quello che stava passando nella testolina di ricci biondi della signora. La guardava dall’alto e aveva l’impressione che si muovesse come una gatta, sembrava come cercasse di strusciarsi contro, più per essere rinfrancata e coccolata che per altro. Come una gattina, appunto. Per cui le fece una carezza sulla spalla, con fare rassicurante e protettivo.

La gattina si sciolse e gli fece un’altra carezza sulla guancia, più decisa, e lui…

Domenico si eccitò fino al punto di non ritorno e la situazione evolse precipitosamente in un qualcosa di incontrollabile. Una vera escalation bellica…
Lui la baciò in bocca e lei rispose, senza esitazioni, meravigliandosi per prima di non provare meraviglia alcuna, ma, invece, un notevole trasporto. Domenico se la prese tra le braccia, l'alzò e cominciò a camminare con lei, avvinghiata e sbaciucchiante, verso la pineta, subito alle spalle della spiaggia.
Trovato un posto isolato e nascosto da cespugli, la depose per terra e si abbassò il costume. Lei, nel frattempo, si era tolta il bikini e Domenico si gustò lo spettacolo di Vera nuda. Si riempì per un attimo gli occhi e le si gettò sopra.

Scoparono fino al tardo pomeriggio, in ogni modo e maniera, sperimentando cose che la signora, con il marito, non aveva neanche mai pensato si potessero fare. Domenico la stimolò molto e lei si mostrava molto ricettiva ed entusiasta, per cui si abbandonarono alle pratiche più fantasiose. La signora, ad esempio, sperimentò l’anale con un giovane ben dotato, in molte modalità, e per molte volte, i sessantanove in diverse varianti, le doppie stimolazioni con membro e dita, insieme a posizioni acrobatiche di ogni genere.
Le ultime ore passate insieme furono le più torride: Vera si sentiva aperta, slinguata, palpata, penetrata in ogni dove, alzata come un fuscello per essere sbattuta ovunque, e colava di ogni tipo di umore.
A un certo punto si accorsero che il sole stava tramontando e pensarono che il “cretino” del marito -così l’aveva chiamato lei- avrebbe potuto chiamare la polizia.
Tornarono dunque sulla spiaggia. Lei davanti di una decina di metri, che sculettava come una baiadera, e lui dietro che le guardava il culo e che, proprio guardandolo coperto a malapena nello slippino, rischiava di arraparsi di nuovo.

Tornati sulla spiaggia, videro che il marito era ancora lì dove aveva piantato l’ombrellone al mattino.
Quando la vide arrivare dopo ore di assenza, rossa in viso, spettinata e stranamente impacciata, cominciò a chiamarla in tutte le maniere. Doveva avere anche bevuto qualche bianco di troppo, perché camminava un po’ storto. Cercò di mollare un ceffone alla moglie, che evitò un primo tentativo di colpirla. Il secondo tentativo andò invece questa volta ad impattare, ma con la spalla massiccia di Domenico. Il ragazzo lo prese per il collo e cominciò a mollargli degli schiaffoni a mano aperta che risuonavano a metri di distanza. Aveva pensato che prenderlo a schiaffi fosse più giusto che a cazzotti, più umiliante.
“A brutto coso! A vigliacco! Che meni? Le donne?! A vigliacco, vie’ qua che te gonfio! A stronzo! A nullità! A verme! Manco te meriti d’esse’ preso a pugni!” E giù manate pesanti come badilate che seguivano, una ad una, le offese che gli urlava contro.

Finì che Vera e Domenico se ne tornarono in città col vespone di lui.
Stettero insieme per tre mesi. “Tre mesi de scopate, de ggiorno e de notte. Che robba!!!” Ricordava Domenico.
Al terzo mese il maritino venne a riprendersela, timoroso e col cappello in mano, tutto un pianto e lei, alla fine, commossa e in lacrime, tornò con lui, al Quartiere Prati, facendo felice i genitori, i suoceri, e tutto il parentado.
L’infelicità invece toccò al povero Domenico, che ci restò male per ben tre giorni. Poi si tirò su e si mise con una truccatrice spagnola che lavorava a Cinecittà, quella che, al palazzone dove abitavano, chiamavano “la Ricciarelli”, perché la notte teneva svegli tutti con i suoi gorgheggi da letto…

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