Bisogno incontrollato

Scritto da , il 2020-11-20, genere tradimenti

Ho fatto uno strano sogno, nuotavo in un impiastro dolciastro, la fatica era tremenda, raggiungere la riva di quello stagno melmoso sembrava un impresa disperata.
Mi sono risvegliata quando il terrore di affogare in quella specie di sabbia mobile dal sapore di marmellata di albicocche, stava diventando quasi reale.
Con respiro affannoso, apro gli occhi e la mia stanza da letto è al suo posto, l’armadio, il canterano, la gatta che dorme in fondo ai piedi.
Mio marito dorme beato, vive in un universo parallelo, fatto di lavoro, serate con gli amici a giocare a calcetto, bevute in birreria, tornei di freccette con i soliti quattro disgraziati.
Cerco di mettere a fuoco la realtà dal mondo immaginario in cui ero piombata, mi accorgo che sotto, in mezzo alle cosce sono tutta inzuppata.
Infilo una mano nelle mutandine, c’è un liquido appiccicoso che è fuoriuscito, sento il cotone umido, appena sfioro il grillettino, un brivido mi corre lungo la schiena, devo aver fatto qualche sogno bagnato,
dove la mente priva di controllo, mi ha dirottata in quello stagno pieno di marmellata, non ricordo nulla ,un ansia che conosco bene sta prendendo il sopravvento, oggi sarà uno di quei giorni in cui a comandare è la mia vagina.
Mi alzo in silenzio, e vado in bagno, provo a toccarmi, mi strofino per qualche istante, ma mi accorgo che non è quello che ci vuole.
Torno a letto, quell’inutile ammasso di carne e ossa, si è girato a pancia in su, muovo una mano in direzione della sua, un tempo sempre pronta dotazione.
E’ mezza moscia, la maneggio per qualche secondo, sento che potrebbe reagire allo stimolo, improvvisamente si risveglia, mi guarda un po’ stranito, gli sorrido, il suo sguardo è un misto di stupore e voglia di un po’ di sesso mattutino con sua moglie, quella di cui si ricorda solo quando apre il cassetto e ritrova gli indumenti con cui gioca a calcetto, stirati e freschi di lavatrice.
Questo pensiero mi distrae, velocizzo il movimento, ma questo basta per sentirlo pulsare nella mano, una palpeggiata di pochi secondi, ed è già venuto.
Ho bisogno di ben altro, in queste giornate per placare la voglia incontrollata che mi assale.
Ritorno in bagno, una veloce doccia, riprovo a ritoccarmi, sono eccitata, ma non serve, mi metto una tuta di cotone, sotto resto nuda, vado in cucina e preparo la colazione.
Dopo una ventina di minuti, si presenta l’inutile essere, oggi deve fare un lungo giro a visitare, come li chiama lui clienti importanti, tornerà per cena, ma non troppo presto.
Ho tutta la giornata , attendo febbrile che tolga il disturbo, appena sento l’auto che nel piazzale si mette in moto, il cancello automatico che si richiude, corro al guardaroba.
Butto la tuta per terra dopo essermela sfilata e inizio a frugare nei cassetti.
Trovo degli autoreggenti velati, con un pizzo nero in cima alto venti centimetri, e li indosso.
Resto per un momento a rimirare la mia figura nello specchio, la fica depilata, le grosse tette ancora belle sode.
Prendo un perizoma trasparente, lo spacco della vagina si intravede attraverso la velatura nera.
Decido di non mettere altro, ho un tubino nero, senza maniche,super attillato, un po’ elasticizzato, mi arriva a metà coscia, copre a malapena il pizzo delle calze.
Le tette sono strizzate dentro, scappano mezze fuori dalla generosa scollatura.
Una giacchetta grigio scuro, con le maniche lunghe, scarpa nera tacco dodici, mi trucco un po’ pesante, molto rossetto rosso fuoco, fard scuro, matita nera sugli occhi.
Esco di casa, l’eccitazione, ora sta salendo sempre più veloce, apro la Smart, metto in moto, esco in strada.
Mando un messaggio allo studio, forse arriverò a pomeriggio inoltrato, mandate avanti quel progetto su quella riqualificazione industriale, non mi disturbate, per nessun motivo.
Devo trovare qualche sconosciuto che mi scopi, alla svelta, a volte sembra facile dirlo, almeno per una donna, forse un uomo potrebbe cercare una puttana, ma come ho già altre volte esperimentato, spesso non è così semplice, e potrebbe diventare molto rischioso, anche se, lo so, è proprio l’idea del rischio che mi eccita, il pericolo, il ritrovarsi con degli sconosciuti, l’apoteosi sarebbe se fossero tre o quattro, con dei grossi arnesi duri, restare in loro balia per qualche ora, tornare a casa devastata .
Inizio a vagare per i vialoni della circonvallazione, la salivazione è azzerata, mi guardo intorno, costeggio un piccolo parco, ci sono dei giochi per bambini, altalene, delle nonne che chiacchierano sulle panchine, mentre osservano i nipoti scorrazzare.
Mentre osservo la scena li vedo.
Sono tre ragazzoni di colore, poco più che adolescenti, due sono seduti su una panchina, uno è in sella ad una bicicletta colorata.
Non sono molto distanti dalle nonne e dai nipotini, di certo non è un luogo di malaffare, sono sfaccendati che passano la mattinata, sicuramente abitano in uno dei palazzoni che si affacciano sul giardino.
In un attimo decido.
Entro nel parcheggio, e spengo il motore.
Non sono molto distanti, i due sulla panchina sono seduti sullo schienale e mi danno le spalle, mentre l’altro guarda nella mia direzione, chiacchierano e ridono, trafficano con i cellulari, le loro voci mi giungono smorzate, l’idea che potrei farmeli tutti e tre mi assale feroce.
Scendo, nella borsa ho messo un libro, mi andrò a sedere su di una panchina di fronte a loro, farò finta di leggere, ma intanto cercherò di provocarli, vedrò cosa ne verrà fuori.
Gli passo davanti sculettando come una puttana, cerco di non guardarli, per un attimo al mio passaggio smettono di ridere e scherzare, sento i loro sguardi che mi attraversano i pochi vestiti, calamitati dal mio culo, dalle tette che cercano di schizzare fuori, sotto alla giacca che sventola e lascia tutto intravedere.
Mi siedo, sono proprio di fronte, appoggio la borsa e tiro fuori il libro, è un manuale di calcoli per le tettoie a sbalzo, una cosa che nemmeno un pazzo si metterebbe a leggere in un giardino.
Accavallo le cosce, un po’ del pizzo delle calze fa capolino, quello che stava sulla bici si va a sedere anche lui sulla panchina, non vuole di certo perdersi lo spettacolo, che improvviso è apparso in una noiosa mattinata autunnale.
Controllo le nonne, nessuna ha fatto caso al mio arrivo, continuano a chiacchierare, a richiamare a gran voce i nipotini più esagitati.
I tre ora parlottano tra di loro, di soppiatto alzo gli occhi per controllare quello che fanno, sento i loro sguardi fissi , ogni tanto cambio la gamba accavallata, probabilmente si vede la fine degli autoreggenti, resto per qualche istante con le cosce divaricate, hanno di certo visto le mutande trasparenti, lo spacco della fica seminascosto sotto al tubino nero.
Alzo gli occhi dal libro, tutti e tre mi stanno fissando, per un attimo stanno in silenzio, accenno un leggero sorriso, e fingo di rituffarmi nella lettura.
Li sento di nuovo confabulare, poi quello che stava sulla bici si rialza, e con passo un po’ indeciso si viene a sedere sulla mia panchina.
Ci guardiamo e mi sorride, mi chiede cosa sto leggendo, gli dico nulla, è un manuale.
Si sta bene qui al sole, non ti abbiamo mai vista, sei di queste parti?
Dico no, passavo e vi ho visti, pensavo avremmo potuto fare qualcosa insieme……
Certo potremmo, però ci dovrai pagare, vogliamo cento cinquanta euro per tutti e tre, come lo vuoi fare?
Vi voglio uno alla volta, sapete dove possiamo andare?
Seguici, c’è un posto qui dietro dove vanno a scopare le puttane alla sera.
Si alza e fa un cenno agli altri due, che si incamminano verso la fine del giardino, dove finisce la lunga fila dei palazzoni, e inizia quella che sembrerebbe un area industriale in disuso.
Li seguo ad una ventina di metri, il cuore mi batte all’impazzata, sento la vagina che mi gronda, mi sono bagnata anche giù lungo le cosce, sento la pelle appiccicosa che sfrega, mi giro, nessuno ci sta guardando, con un gesto rapido mi sfilo il perizoma, è tutto sporco di liquido biancastro.
Mentre continuo a seguirli lo annuso, lecco la chiazza chiara, poi lo ripongo in una tasca della giacca.
Intanto in un apertura della recinzione , inizia un viottolo in mezzo agli arbusti, lo percorriamo per qualche decina di metri, e ci ritroviamo in uno spiazzo, dove appare una costruzione mezza diroccata, una vecchia cabina dell’alta tensione.
Entriamo, e l’ambiente è sordido quanto basta, una branda di ferro è disposta su di un lato, con sopra un materasso arrotolato.
Su di una specie di mensola ci sono due o tre flaconi di salviette umidificate e gel disinfettante per le mani.
Quelle che ci vengono a scopare sono tutto sommato abbastanza civilizzate, uno dei tre srotola il materasso, dentro al quale compare un grosso telo bianco, di cotone, sembra abbastanza pulito.
Quello della bicicletta mi dice che sono loro a gestire questo posto, le puttane sono tutte nigeriane, pagano cinque euro ogni volta, loro tengono pulito e garantiscono la protezione.
Vogliono i soldi e li pago, poi mi sdraio sul materasso e spalanco le gambe, tiro su il vestito, la mia topa appare tra la carne delle cosce, con le mani mi accarezzo, sento di essere bagnata fin sopra al pizzo degli autoreggenti.
Si tirano giù i jeans, e abbassano le mutande, come immaginavo sono tutte e tre ben messi, si avvicinano in due, e mentre uno inizia a toccarmi, l’altro si posiziona e con un colpo secco mi entra dentro.
Non riesco a trattenere un grido di piacere, era troppo tempo che aspettavo, inizia a pompare svelto, comincio ad ansimare.
Sono nuda sdraiata sul materasso, vedo il tubino e la giacca in terra, con sopra la borsa, mi sono rimasti indosso soltanto gli autoreggenti.
Mi tocco la fica, e poi più giù il buchetto del sedere.
Un po’ mi brucia, dopo il primo che mi ha scopata, gli altri due mi hanno presa insieme, nella fica e dentro al culo, sono andati avanti per mezz’ora, poi a turno uno alla volta mi hanno di nuovo infilzata.
Alla fine sono crollata, loro se ne sono andati, si sono rivestiti alla svelta, mi hanno detto di fare con calma, di usare le salviette e i gel per ripulirmi, prima di sera sarebbero tornati a sistemare.
Cerco di darmi una riassettata mi passo il gel sulle mani e sulla fica, mi rivesto, senza rimettermi le mutandine, e con passo un po’ malfermo ripercorro il viottolo, rientro nel parchino.
Le nonne e i nipotini sono spariti, anche i tre se ne sono andati.
Risalgo sulla Smart, e mi allontano.
Dal profondo della vagina sento che la voglia ancora non si è placata.
Inizio a pensare da chi potrei farmi scopare, vago per un po’ in cerca di un idea, nel frattempo mi sento nuovamente in agitazione, tra non molto avrò nuovamente la fica che cola umori, quello che ho avuto prima ancora non mi è bastato.
Imbocco una specie di tangenziale che si dirige verso l’autostrada, magari trovo qualche camionista, l’idea di stare nel cesso di qualche autogrill, con mezza dozzina di rumeni arrapati inizia a farsi largo.
Poi vedo un grande piazzale pieno di autoarticolati, e una grossa insegna di un ristorante, è sicuramente una di quelle trattorie per camionisti, potrei fermarmi, e mentre pranzo faccio in modo che qualcuno mi noti, e organizzo la gang bang con i rumeni.
Il locale è enorme, tutti parlano ad alta voce, i tavoli sono tutti occupati.
Una cameriera con l’accento dell’ est europeo, mi si avvicina, ha la gonna corta e sculetta, probabilmente la sera finito il lavoro arrotonda facendosi scopare nelle cabine.
Mi chiede se voglio mangiare, alla mia risposta affermativa, mi dice che non ci sono posti, ma che se voglio chiede a una ragazza che sta da sola se mi fa accomodare con lei, sempre se a me stia bene.
Le dico che va bene, si avvicina al tavolo e parlotta con la tipa, e poi mi fa cenno che mi posso andare a sedere.
Sculetto come una maiala, mi avvicino e mi siedo di fronte alla mia commensale.
La osservo, jeans strettissimi, camicia mezza sbottonata con le tette mezze fuori, è scura di carnagione, dai lineamenti sembra una mulatta, capelli biondi tinti, mi sorride, mi saluta e mi dice il suo nome, chiedendomi come mi chiamo.
Dall’accento e dal tono di voce comprendo che è brasiliana.
Mi assale subito il dubbio che sia una trans, e se dovesse essere vero, sarebbe il giusto corollario per completare la giornata.
Dopo qualche chiacchiera, e aver divorato lei la sua carbonara e io uno stufato di chianina davvero sorprendente, mezzo litro di vino rosso, le ho fatto confessare di non essere, come avevo già intuito, una ragazza, almeno non biologicamente parlando.
Mi ha raccontato un po’ la sua storia, viene quasi tutti i giorni qui a mangiare, per qualche tempo ha anche fatto la cameriera, ma “con quell’altro lavoro guadagno troppo bene”.
La osservo, è un misto di femminilità esagerata, e atteggiamenti un po’ maschili che ogni tanto fanno capolino.
Mi offro di accompagnarla al suo appartamento, dove mi ha detto riceve i clienti.
Quando usciamo sento gli sguardi dei camionisti, tengo gli occhi bassi, sculetto senza ritegno.
Abita in centro, guido la Smart senza pensare,la mente è imbambolata, la fica mi pulsa, spero di non aver inzuppato anche il sedile, quando stiamo per arrivare le chiedo se va anche con le donne.
Mi dice di stare tranquilla, fino a stasera non riceve, avremo tutto il pomeriggio solo per noi due.
Livia vive in una specie di bilocale con bagno mezzo mansardato, in una casa ristrutturata del centro storico.
L’ambiente è caldo e accogliente, le chiedo se mi posso fare una doccia, mi sorride e dopo aver cercato in una cassapanca mi porge un accappatoio, una maglietta e un paio di pantaloncini lunghi di cotone, così starò comoda , mi dice.
Il bagno odora di fresco e di pulito, mi lavo con l’acqua tiepida, dopo essermi spogliata, ripiego il vestito e la giacca, nonostante queste operazioni la mia voglia non si placa, sento l’eccitazione che aumenta, faccio scorrere il getto della doccia dentro alla vagina, un fremito di piacere mi sconquassa l’intestino.
Quando torno nel salottino, lei si è cambiata, indossa una lunga maglietta da basket di cotone, le arriva fino alle ginocchia, è scalza, sotto è tutta nuda.
Ha preparato una specie di tisana, va corretta con un liquore brasiliano, me lo dice con uno sguardo malizioso, ci siamo sedute sul divano, sorseggio lentamente da una tazza bianca decorata con dei pallini rossi.
Lei beve rapida, e poi mi osserva, finisco anche io, ci prendiamo le misure con lo sguardo.
Istintivamente le infilo una mano sotto, salgo su per le cosce lisce, e trovo il suo arnese maschile, è già duro, grosso quasi quanto quello dei nigeriani.
In un lampo sono nuda, le strappo via quella strana maglietta la sdraio sul divano e le salgo sopra, mi infilzo quella carne nella vagina, e inizio la più lunga e selvaggia cavalcata della mia vita.
Siamo state aggrovigliate per più di due ore, non è mai venuta e le è sempre rimasto duro.
Alla fine mi ha detto di toccarmi, e mentre lo facevo si è segata, sempre più velocemente, lo stesso ritmo che ho applicato al mio sfregare, siamo venute quasi nello stesso istante.
Ho gridato forte, era dal momento in cui mi sono risvegliata , dopo il bagno nella marmellata che inseguivo questa venuta.
Lentamente quel pulsare profondo nella vagina si è placato, Livia mi ha baciata in bocca, siamo corse nella doccia e ci siamo lavate, le ho raccontato di queste mie giornate agitate, la prossima volta la chiamerò, forse ho trovato chi è in grado di placare il mio bisogno incontrollato.

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