Espiazione 4

Scritto da , il 2020-09-21, genere pulp

La mia nuova dimora è scarsamente illuminata e senza agio alcuno, ma perlomeno è pulita. E’ molto piccola e di forma quadrata, il soffitto è dominato da grandi travi di legno scuro mentre il pavimento irregolare è di un impasto povero credo calce e cocci e devo stare attentata a non inciampare quando mi sposto in quanto tra una sponda e l’altra vi sono dei solchi abbastanza larghi. Le pareti attorno sono fatte anche esse di calce, ricoperte da fitti strati di intonaco in fase di distacco, e annerite da candele e lampade ad olio. In una di queste pareti vi è una incavatura ad arco dove sono poste delle icone sacre e sopra l’arcata vi è appeso un crocefisso. Affianco al lato sinistro vi è una piccolissima finestrella con delle sbarre per far entrare un po’ di luce al mattino. I pochi stantii suppellettili presenti non mi paiono molto robusti: vi è una sedia posta sotto uno scrittoio intagliato, un inginocchiatoio scassato è sistemato sotto l’incavatura nella parete mentre affianco vi è un catino credo per l’igiene intima, infine alle mie spalle dei trespoli e delle tavole sostengono quello che pare essere il mio giaciglio. La cella è davvero angusta, ma il fatto che sia aperta e non chiusa a chiave tiene a bada il mio senso di claustrofobia.
Provo ad “affacciarmi fuori dall'unico punto panoramico della mia stanza, ma mi accorgo che si affaccia nel vuoto e guardare giù mi da un senso di orrore, quindi arretro e prendo posto sul materasso che appena schiaccio il mio peso fa cigolare le vecchie tavole sotto.

Ho freddo!

Qui c’è umidità, ma per fortuna ci sono delle vecchie coperte con cui mi copro.
Non dormo comunque, sono terrorizzata non so cosa mi succederà e cosa dovrò affrontare, inizio a mettere in discussione il sentimento della pietà cristiana degli uomini che mi circondano. Mi sento una puttana in trappola tra le mani dei suoi aguzzini.
Cosa ancora dovrò affrontare prima di espiare la mia pena?

Rumori nel corridoio attirano la mia attenzione non posso uscire né varcare la soglia, questa è la direttiva, così cerco di affacciarmi dalle sbarre per capire. Non vedo nulla, il corridoio è lungo e la mia cella è incavata in esso, dei passi vengono in questa direzione e ora si fanno più distinti, riesco finalmente a intravedere qualcosa, ecco sono due frati incappucciati che si fermano davanti alla mia cella senza dire una parola. Uno spalanca la porta ed entra dentro e senza toccarmi mi indica un punto della piccola cella, mi sposto nel punto da lui indicato mentre lui riprende posto nel corridoio accanto al suo accompagnatore. Da fuori mi chiede di inginocchiarmi, lo faccio. Copro i miei seni nudi con i capezzoli inturgiditi dal freddo, ma lui percuote le sbarre con la mano facendomi capire che non devo farlo. Abbasso le braccia lungo i fianchi e mi faccio scrutare dai due. Mi osservano per un tempo eterno, poi si scambiano un cenno d’intesa e uno dei due entra nella cella mentre l’altro rimane fuori. Guardo il mio ospite avvicinarsi mentre avanza verso di me si slaccia il cingolo (il cordone di lana che funge da cintura) e io intravedo sotto la tunica un rigonfiamento. Velocemente tira su il saio e mi porge il cazzo davanti al viso, guardo il suo compagno fuori e con aria supplichevole gli comunico il mio ribrezzo, ma lui non muove ciglio. Muovo la testa di lato per far capire il mio diniego, ma il frate mi sbatte praticamente il cazzo in faccia strusciando lentamente il suo organo ovunque, poi si concentra sulla mia bocca dove inizia a sfregare le palle con impudenza, arrivato al massimo dell’erezione inizia a puntellare la mia bocca con la sua cappella. Sono costretta ad aprire la bocca e quando lo faccio il suo cazzo viscido e insignificante scivola dentro di me, non devo fare niente perché sta facendo tutto lui, mi sta montando le fauci come se fossero il buco del culo, lo fa violentemente tanto che mi fa perdere l’equilibrio, ma mi riprende subito e mi continua a scopare la bocca. Il suo su e giù non dura molto perché dopo qualche secondo sono costretta a mandare giù una considerevole quantità di sborra. Soddisfatto estrae il cazzo, lasciandomi paralizzata e inquieta mentre lui con normalità si abbassa l’abito talare e si ricompone uscendo dalla mia cella. Non faccio in tempo a riprendermi dallo shock che il suo amico ha già guadagnato l’uscio della mia prigione. Si spoglia velocemente e rimane anche lui con il cazzo in erezione, ma non vuole lavare la mia bocca con la sua schiuma, perciò mi si avvicina e mi strattona con violenza, mi fa inginocchiare nuovamente al centro della cella mentre lui tira a se la sedia e prende posto su di essa, mi avvicina come un oggetto alle sue ginocchia e mi fa inarcare la schiena verso l’alto. Contento delle mie curve sode infila il suo membro tra i miei seni, le sue mani poggiano su di essi spingendoli avanti e indietro senza proferire parola, il suo affanno da porco però rimbomba in tutta la cella, spinge con violenza finché non sporca del suo esame tutto ciò che può. Poi si riveste e assieme al suo compagno guadagnano il corridoio lasciandomi imbrattata del loro seme, con l’ordine perentorio di non ripulirmi. Penso anche se volessi non saprei davvero come fare, dato che in questa cella maledetta non c’è acqua o carta per farlo. Per tutto il pomeriggio ricevo visite di frati che vengono a trovarmi o da soli o in compagnia, entrano impudenti si avvicinano e fanno il loro “dovere” insozzare la Maddalena che muta deve subire. Ad un certo punto sembra una vera e propria processione, piango e vorrei urlare che non voglio più vedere cazzi, ma non posso fare né una né l’altra; uno per la regola del silenzio assoluto a cui sono condannata e due perché non è vero che non voglio vedere cazzi, anzi adesso ne gradirei uno abbastanza grosso che affondi nella mia fica con impeto e veemenza, arriverei dopo mezzo secondo per quanto sono accalorata. Sento la fica pulsare e colare fluidi. Non posso assolutamente sfiorarmi e anche se volessi sarebbe praticamente impossibile con questa maledetta cintura. A sera ormai credo di aver soddisfatto la metà se non l’intero monastero. Nella mia bocca e tra le mie tette alla fine della giornata si sono alternati giovani e anziani regalandomi indifferenti quantitativi di sborra. Il mio corpo è madido e gronda di tutto: sudore, sperma e fluidi. Quando il corteo pare finalmente terminato, stanca e puzzolente mi avvicino al catino e cerco disperatamente dell’acqua o qualcosa per pulire il viso filamentoso, ma non trovo nulla, sono un lago di sperma. Mi ricordo delle coperte sul materasso, mi volto ma non le trovo, qualche frate deve avermele sottratte. L’odore della sperma si infila nelle mie narici ed è così forte che mi nausea, ma allo stesso tempo mi eccito e la mia fica non smette di bagnarsi. Non resisto provo a infilare le mani dentro, ma non passano dalle fessure.

Mi voglio masturbare, cazzo!

Non c’è la faccio più e urlo come una disperata che non è giusto essere trattate così. Chiamo a gran voce, contravvenendo alla regola, il priore poggiando le mani e il corpo nudo e appiccicoso contro le sbarre.
Urlo a squarciagola ma nessuno risponde.
Mi siedo sul materasso imbrattandolo e prego, prego che tutto questo finisca. Dopo un lasso di tempo interminabile, sento dei passi lenti nel corridoio, mi affaccio, è il priore. Si avvicina alla cella aperta e mi osserva nel mio stato ripugnante compendiandosene.
In mano ha una brocca, entra nella mia cella prende il catino e lo riempie poggiandolo poi poco fuori dall'uscio. Finito mi ordina di mettermi a pecora, mi metto in posa e mi viene ordinato di avanzare lentamente verso di esso, devo avanzare a quattro zampe come una scrofa se voglio dissetarmi. Non me lo faccio ripetere, mi avvicino, infilo la lingua nel catino e lecco come un’animale, è acqua!
Menomale ne avevo bisogno, bevo avidamente mentre il priore mi fissa.
Dissetarmi in questo modo è molto difficile e ci vuole tempo, ma lui non ha fretta e attende. Una volta abbeveratami rimango immobile nella posizione umiliante da lui imposta. Lui non parla, mi guarda e basta.
Poi ad un tratto con voce cordiale, mi sussurra:

:-Sei eccitata mia cara?

Gli rispondo di no con rispetto, ma lui con tono benevolo e accarezzandomi i capelli mi ripete la domanda.
Cerco di temporeggiare, ma lui si avvicina e con tono nuovamente paternale mi chiede di essere sincera e che lui vuole solo aiutarmi. La sua statura minuta e i suoi occhi chiari, mi rabboniscono e con vergogna ammetto. Con aria comprensiva mi accarezza i ricci neri e risponde con un ambiguo:

:-Molto bene!

Mi ordina di seguirlo, provo ad alzarmi ma subito lui con fare calmo mi fa capire che non c’è bisogno che io mi scomodi, capisco che devo seguirlo a carponi. Attraverso il corridoio nuda con il frate pochi metri davanti a me, mentre gattono lui recita delle preghiere a cui io devo rispondere. Alla fine del corridoio ci sono delle scale che portano giù, lui prosegue davanti senza preoccuparsi della mia andatura, ora devo scendere anche a quelle a carponi. Superate le scale passiamo due stanze grandi e poi un altro piccolo corridoio, per poi arrivare finalmente in un vano molto stretto. Mi guardo attorno e capisco di essere nel bagno. Ho le gambe e i piedi sporche e le ginocchia leggermente insanguinate, ho proprio bisogno di una doccia.
Il priore mi da il permesso di alzarmi e di ripulirmi dell’infamia dei suoi angeli. Barcollo per il dolore alle articolazioni, ma mi aiuto sostenendomi alla parete, così prendo posizione nel piccolo box, qui su di un piattino vi è un piccolo pezzo di sapone, mentre sulla mia testa vi sono due corde.
Non trovo il rubinetto, quindi intuisco che una delle corde azionerà il sistema idrico, provo a tirare la corda più vicina e un forte getto di acqua fredda scende dal buco sopra la mia testa investendomi completamente, capisco che l’altra corda serve per il risciacquo, così insapono il mio corpo con quel pezzo di sapone e dopo faccio scorrere la seconda corda che inevitabilmente mi investe di una secondo enorme colata d’acqua. Esco pulita dal tugurio e ritorno all’ingresso tutta bagnata, i miei capelli non sono più ricci adesso ma cadono sulle spalle. Cerco il priore ma non c’è, giro per la stanza ma non trovo nessuno e avrei bisogno di asciugarmi con qualcosa, sono nuda e infreddolita e per qualche minuto vago a casaccio mentre tremo nel gelo del silenzio attorno a me. Ad un tratto alle mie spalle il priore si materializza con in mano una specie di accappatoio, me lo porge e io lo indosso. Poi in silenzio seguo il piccolo frate in una stanza poco più lontana. Lui prende posto al tavolo al centro della sala, mentre io resto in piedi, lui inizia a parlare

:- Sei asciutta?
:-Si!
:-Bene allora mia indegna puoi toglierti l’accappatoio e lasciarlo scivolare alle tue spalle!

Lo faccio e rimango nuovamente nuda.

:-La tua riabilitazione è appena iniziata, oggi sei stata benedetta con lo sperma sacro e ora dobbiamo attendere che esso agisca, per questo dopo cena sarai messa alla prova e passerai la tua prima notte qui da noi nella stanza che noi chiamiamo della colpa. Scoprirai tutto più tardi, ora seguimi è ora di mangiare.

Seguo l’uomo in refettorio, al nostro arrivo i frati sono tutti ai loro posti attorno al grande tavolo in attesa del loro padre superiore.
Raggiungo il centro della sala e una volta lì scorgo, una grande panca in legno simile ad una ghigliottina. Intuisco che quello strumento non sia lì per caso, ma spero che non sia per me. La mia speranza però naufraga presto, infatti il priore mi lascia nelle mani del suo vice. Il coadiutore mi prende in custodia e mi accompagna vicino a questo strumento diabolico. Sembra un’enorme sedia provvista di un’unica e scomoda spalliera orizzontale nel cui centro vi è una buco abbastanza grande, noto una volta vicina due lunghi braccioli gommati uno sulla destra e l’altro sulla sinistra e mi accorgo che manca la base dove poggiare il posteriore. Ad una più ravvicinata analisi dell’oggetto intuisco, oltre al fatto che essa sia riservata a me, che non è una sedia gigante ma bensì una gogna.
Il mio nuovo secondino mi spinge a inginocchiarmi su questa strana struttura, una volta fattami adagiare le gambe sui braccioli, l’uomo solleva la parte superiore della spalliera orizzontale davanti a me e mi fa inserire il collo nel buco grande e le mani in delle fessure più piccole che non avevo notato, dopodiché riabbassa l’asta di legno, chiudendola con un lucchetto.
La mia gogna espositiva è pronta, lo scopo ovviamente è quello di espormi al pubblico ludibrio di tutti i commensali. Abbasso gli occhi e mi accorgo che all'altezza della mia bocca è stato posizionato un ripiano dove sono riposte una ciotola contente una zuppa e un’altra con dell’acqua, capisco che devo nuovamente cibarmi come un animale. Lo faccio, ma la ciotola è profonda e ci vorrà del tempo. Intorno a me ora regna il silenzio, si odono solo i miei maldestri e rumorosi tentativi di arpionare il cibo con la bocca e le mie lappate nella ciotola, l’umiliazione a cui sto venendo sottoposta peggiora di ora in ora, ma devo cibarmi per restare in forze.
Ho tanta sete, i modi con cui mi permettono di abbeverarmi sono davvero difficili e insoddisfacenti, allappo tenendo la bocca nella ciotola ma essa non è più molto colma e cosi devo affondare dentro anche il mento per bere. Non so cosa succede alle mie spalle, sono impossibilitata a voltarmi, ma mentre cerco di dissetarmi avverto movimenti dietro di me, provo a girarmi ma ovviamente non ho modo di girare il collo, la tavola me lo impedisce. Il priore si avvicina a me per controllare che io abbia consumato il mio pasto, sono tutta sporca in viso, ma sono riuscita a trangugiare abbastanza calorie per sopire la fame.
Senza parlare mi accarezza il volto, quel gesto così caro mi fa riacquistare stupidamente fiducia nell'umanità, ma è una sensazione che dura pochissimo per lasciare il posto ad una percezione di fastidio. Le mie chiappe infatti vengono prese d’assalto, i frati dietro mi stanno sculacciando, mentre il priore davanti mi obbliga a recitare il rosario con lui. Nel giro di pochi secondi quel fastidio diviene dolore e inizio a urlare e piangere, ma nonostante ciò devo pregare, pregare e soffrire. Per tutto il rosario vengo palpata e sculacciata con forza e alla fine delle preghiere ho il culo viola e infiammato, provo un dolore tremendo e imploro pietà. Alla fine dell’ultimo grano del rosario sono a pezzi e finalmente anche gli schiaffi sul culo si arrestano.
Il priore mi accarezza noncurante delle lacrime che scorrono sulle mie guance, e mi dice che sono stata brava e che ora verrò portata nella stanza della colpa.
Vengo tirata fuori dalla gogna e fatta alzare in piedi, non riesco a camminare per il dolore, alcuni frati mi sorreggono e mi accompagnano nella stanza. Vengo fatta giacere con la schiena su un comodo materasso mentre i miei sandali vengono strappati. Contemporaneamente vengo assicurata a delle catene robuste che mi cingono caviglie e polsi. Urlo e mi dimeno non posso crederci, imploro ancora pietà con tutta la forza che ho e mi dispero. Ima non è finita in due ora mi tengono fermo il sinistro mentre vedo uno dei frati armeggiare una siringa, mi agito e cerco di opporre resistenza, ma nulla posso contro la loro forza e superiorità. L’ago entra sotto la mia cute e rilascia qualcosa nelle mie vene, a puntura ultimata i monaci escono dal tugurio in cui mi hanno relegata per lasciare spazio al priore che entra e mi guarda con la sua solita aria bonaria esclamando:

:-Resisti suor Chiara, ora viene la parte più dura. Ti lasciamo da sola con il tuo demone che abbiamo stuzzicato e punito a dovere per tutta la giornata. Dovrai resistere alla sua lussuria e affrontarlo interiormente.

Piango e grido ho paura di quelle parole, ma nessuno mi da retta, la porta si chiude e rimango da sola nella stanza del peccato.

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