Erotici Racconti

Morire per rivivere

Scritto da , il 2018-06-07, genere pulp

Io sono solo un canta-storie, nulla di quanto vi racconto è successo.
Tibet.

Settembre 2009. A bordo di un volo intercontinentale.

I lunghi viaggi in aereo gli erano diventati pesanti, la forzata immobilità faceva insorgere prima un fastidioso senso di prurito e poi un dolore che diventava sempre più forte fino ad essere insopportabile. Il dolore si localizzava inizialmente sotto il ginocchio per poi diffondersi lungo tutta la gamba fino al piede.
Solo che quella parte della gamba non esisteva più.
Decise di prendere doppia dose d’antidolorifico, mentre si assopiva lasciò libera la mente di ritornare nella Valle della Bekaa...

Libano 1983... giugno di ventisei anni prima...

I combattimenti infuriavano principalmente intorno a Bhamdoun, Souk El Gharb e Kabr Chmoun, la situazione drammatica aveva costretto migliaia di civili disperati alla fuga. Circa 30.000 persone avevano trovato sistemazione temporanea in Deir El Kamar, sarà solo nell’ottobre successivo che le Nazioni Unite riusciranno a raggiungere questa località con un convoglio della Croce Rossa.
E’ l’anno delle grandi stragi, degli attentati, dei kamikaze. 61 morti all’Ambasciata Americana il 18 aprile. 241 marines morti nella loro caserma per un attacco suicida il 23 ottobre. Poi ancora 58 paracadutisti francesi. E centinaia di civili che ne fanno le spese. E’ l’anno degli eccidi di Sabra e Chatila.
Tutti contro tutti.
Gli israeliani occupavano il Chouf e combattevano l’esercito regolare libanese, il quale a sua volta combatteva anche le milizie druse, i falangisti, i seguaci della jihad islamica, gli aderenti al Baas... il partito nazionalista siriano e quelli dell’Unione Araba socialista... i filo-iraniani.
Sono i giorni nei quali la corazzata americana New Jersey, al largo della costa, bombardava le posizioni dei drusi, dei siriani e dei palestinesi situate appena fuori Beirut, lo faceva con i suoi grossi calibri con dei proiettili talmente enormi, da 1225 chili, che venivano chiamati “Flying Volkswagen”, le Volkswaken volanti!

Allora era un giovane fotoreporter ventiquattrenne, un free lance che lavorava senza alcun contratto, questo lo portava spesso a rischiare molto pur di realizzare delle foto vendibili. Non aveva soldi, era solo al mondo, possedeva solo delle vecchie macchine fotografiche e tanti sogni. Ma nel suo immaginario si vedeva come un novello Robert Capa, il grande fotoreporter di guerra e viveva del suo mito e delle sue convinzioni. Aveva impresso nel cervello il suo motto...
“Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicino...”.
Quel giorno accompagnava un giornalista americano, incosciente quanto lui e perennemente ubriaco. Alcuni giorni prima, completamente fatti e prima di finire la serata in un bordello, avevano programmato di realizzare un servizio vendibile, un’intervista a Nassir Khabib della milizia siriana del Partito Democratico Arabo. Per farlo dovevano provare a raggiungerlo nella sua roccaforte, sui contrafforti che fanno da confine con la Siria, oltre la valle della Bekaa.
Con la mente rivive ancora una volta quei momenti, ricorda che durante il lungo tragitto in jeep verso il luogo del servizio, leggeva un libretto con i poemi della poetessa Nadia Tueni, morta appena qualche mese prima, che parlava degli uomini della montagna e degli uomini del mare del Libano. Ammirava l’amore di questa donna per il proprio paese una volta felice e ora martoriato da una guerra senza fine.
L’americano sonnecchiava accanto al guidatore, un libanese di mezza età e lui aveva preso posto sul sedile posteriore. Poi un bagliore assurdo. L’auto era incappata in una mina anticarro messa proprio sulla strada. Per lui tutto svanì, non sentì nemmeno il boato.
Riprese conoscenza in un bianco assoluto, accecante, tutto bianco. Lenzuola bianche, pareti bianche, luci bianche. Seppe di essere in un ospedale dell’Onu, che era l’unico scampato e che aveva perso la gamba destra dal ginocchio in giù.

Libano 1983. Fiona.
Il giorno stesso venne a visitarlo il chirurgo che aveva compiuto l’intervento, una svizzera di circa trentanni, bionda e snella. Con poche parole gli descrisse l’intervento, la necessità dell'amputazione e scherzosamente gli chiese se per ricordo voleva la gamba mancante, vale a dire quello che restava...
Lui chiese se era possibile imbalsamarla, voleva sistemarla su di una parete di casa a mo di trofeo, risero assieme alla macabra battuta.
La donna ritornò più e più volte e non sempre per motivi professionali. La notte, quando era di turno e se non c’erano emergenze, lo sistemava su una sedia a rotelle e lo portava in giardino a fumare e parlavano. Difficile dire cosa l’attraesse di lui. Nacque qualcosa, qualcosa fra la simpatia reciproca e l’amore, qualcosa che era più di una e meno dell’altro. In una di quelle notti, tiepide e stellate, fecero l’amore... ma non c’era molta “passione”, a lui sembrò più un atto di “compassione” da parte di lei, la volontà di una donna caritatevole di traghettare un uomo nuovamente alla vita, una trasfusione di linfa vitale, insomma una specie di terapia. Lei stessa, donna algida com’era e abituata a tutti i mali del mondo, usa a saturare piaghe e ferite senza più partecipazione, si sorprese di questo suo attaccamento e di come avesse preso a cuore la causa di quel giovane uomo senza più voglia di vivere! Si meravigliò anche di quanto era disposta a fare. Lo raggiungeva di notte e lo svegliava baciandolo, lo accarezzava fino a provocargli un’erezione e lo masturbava. Da quel momento l’amore lo fecero spesso, nella camerata mentre gli altri ricoverati dormivano, in giardino con lei che sedeva sopra lui o nel disadorno gabinetto medico sul lettino delle medicazioni. Appena lui fu in grado di muoversi passava con lui le sue ore di libertà, andavano in un luogo tranquillo, a volte nei boschi di cedri che allora erano numerosi o in qualche località sul mare non toccata dalla guerra. Parlavano molto.
Tempo tre mesi e si ritrovarono sposati.
Lui ventiquattrenne senza lavoro e senza una gamba e lei medico di trent’anni, ricca di famiglia e sempre in giro per il mondo presa dalla sua opera professionale e umanitaria.
Dimesso, lo portò con se in Svizzera, nella sua casa sul lago di Neuchatel e gli fece iniziare un periodo di riabilitazione e di presa di confidenza con la sua nuova gamba che era un vero prodigio tecnologico di duralluminio ricoperto di una pelle sintetica che sembrava vera. Il fisico reagiva, in breve poté camminare senza bastone pur zoppicando, ma il suo morale non si risollevava. Fiona, questo era il nome della donna, chiese al padre, un ricco immobiliarista con interessi anche nell’editoria, di trovargli un’occupazione temporanea, qualcosa che potesse distoglierlo dalla sua depressione e occupargli la mente.
Rivide l’ufficio del vecchio e rivisse l’attesa, nuovamente provò il medesimo malessere. Era un luogo a lui ostile, stava seduto sulla vecchia e scomoda poltrona di pelle con la vecchia segretaria che lo guardava con un’espressione di sufficienza. Era evidente che per lei era solo un arrivista, un mantenuto, un altro dei capricci di Fiona. Lui che reagiva con occhiate d’odio puro, mentalmente la malediva, la insultava, le diceva che era vecchia, vecchia quanto i pannelli di quercia che rivestivano il locale.
In quello studio si aspirava l’odore aspro del denaro, di consuetudini e di pensieri sempre eguali senza possibilità di cambiamenti, di riti perpetuati all’infinito, lì si adorava il crudele dio denaro, la divinità senza etica, era un suo tempio.
L’incontro con il vecchio grasso e calvo che, man mano procedeva il colloquio diventava sempre più indisponente ed odioso, era vestito di un pesante abito con panciotto che già era un segno distintivo della sua visione ortodossa della vita. Senza molta sensibilità, con un sorrisetto malefico, gli chiedeva se almeno era riuscito a scattare qualche foto in quel giorno dell’incidente. Lui che era tanto depresso da neanche infiammarsi e reagire al commento irridente. Non rispose alla provocazione. Poi la proposta e il suo accettare senza titubanza alcuna. Tutto, tutto pur di ricominciare a vivere e lasciare quella casa, la Svizzera e l’atmosfera soffocante, ammuffita che impregnava tutto.
Fiona era sempre lontana, in posti dal nome impronunciabile.
Il lavoro non era poi male. Un reportage fotografico nei parchi naturali del centro America, un tour da effettuare in compagnia e assistito da un naturalista locale. Il compenso non era granché, anzi piuttosto misero dato la taccagneria del vecchio e in realtà si trattava solo di un rimborso spese, ma non gli importava poi molto. Gli avrebbe dato l’occasione di tornare a lavorare, la fotografia era la sua vita. Con l’incarico gli diedero l’attrezzatura. “in prestito...”, specificò il vecchio e cioè da riportare indietro sana e salva.
I ricordi iniziarono a confondersi nella sua mente, perse il contatto con se stesso proprio quando l’immagine della memoria si fermò sull’incontro con lei all’aeroporto..

San Josè. Settembre 2009.
Al suo risveglio l’aereo era in fase d’atterraggio, dopo le formalità d’ingresso si fece portare all’albergo dove aveva prenotato una stanza e qui fece una telefonata, prese un appuntamento con il suo contatto locale.
Tre giorni dopo, in un bar dell’Avenida Central...
Il suo interlocutore era un uomo enormemente grasso. Sotto le ascelle della camicia aveva due larghi aloni di sudore, né il condizionatore, né il ventilatore a pale sul soffitto che faceva il rumore di un elicottero, riuscivano a rinfrescare adeguatamente l’ambiente.
Fu con un tono di trionfo che lo informò.
-L’ho trovata.. mister! Visto? Non è stato facile ma l’ho trovata!-
-Dov’è?-
-Ho avuto molte spese, claro che por usted no es problema, ma vorrei essere sicuro del compenso convenuto...-
Sul tavolo mise una busta, grande da documenti. Lui... ne mise un'altra, più piccola e gonfia di banconote.
-Sono settimane che sto seguendo ogni minima traccia, da quando mi ha conferito l’incarico. L’ho seguita passo passo, sono andato in Nicaragua e in Panama seguendo tutti i suoi percorsi, tante spese, mucho dinero...-
Fecero lo scambio, le buste passarono di mano.
Il grassone aspettò che esaminasse il contenuto, nel frattempo contò il denaro.
Aprì la busta, conteneva alcuni fogli e delle foto recenti. Si, indubbiamente era lei. I vari fogli descrivevano il suo peregrinare, dicevano dove era e cosa faceva, lesse con molta attenzione.
-Hai fatto un buon lavoro...-
Il grassone volle dargli l’ultimo avvertimento.
-Mister... non voglio offendere la sensibilità di nessuno ma è una puta, una puttana, voglio avvisarla di questo.-
-Dimmi di quest’uomo...-
-Un malo hombre... un avanzo di galera, ladro, spacciatore, sfruttatore, da prendere con le molle...-
-Voglio ancora qualcosa da te... -
-Si...?-
-Un passaporto... per lei. Arrangiati... trova delle foto simili e usa un nome vero, non importa quale ma di una persona esistente, con i documenti a corredo, certificato di nascita, diploma scolastico, il libretto sanitario, insomma una fiaba vera e il passaporto senza visti, capito? Quanto tempo ti serve?-
-Serviranno due settimane o forse più. Devo trovare una donna che le assomiglia per le foto, un nome e una storia che sia compatibile. Non sarà un falso, sarà un passaporto regolare, dovrò ungere le persone giuste al ministero...–
-Cautelati che sia del tutto affidabile. Quanto...?-
-Diecimila per il passaporto, forse di più... dipende dalle spese.-
-Ecco la metà, il resto ad affare concluso, non serve che ti dica cosa faccio se mi freghi, vero?-
-Si mister... tranquillo...-
-Lasciami un messaggio all’hotel quando sarà pronto il passaporto, solo... un ok, passo io a ritirarlo, chiaro? -
Raggiunse zoppicando il suo albergo e nella stanza, disteso sul letto, guardò a lungo le foto, lesse più volte le pagine che le accompagnavano, poi telefonò alla reception, voleva una macchina con autista per la mattina seguente.
Il dolore era sempre più forte. Sia quello localizzato sulla gamba mancante che quello nella testa, tolse la protesi, prese due capsule di morfina e si annullò. Fu un sonno senza sogni fino a metà della notte poi il cambiamento di fuso orario lo svegliò del tutto, non mangiava dal giorno precedente ma non aveva fame, accese il bollitore del caffè istantaneo, riprese a guardare le foto.
Era buio fuori ma la vita delle formiche umane non sembrava avere sosta, ma c’era gente che non riposava mai? O si alternavano in questa frenetica giostra?
Pensò alla sua vanità. Alla folle vanità che lo aveva portato a chiedersi cosa potesse esserci di peggio rispetto al già vissuto, senza rendersi conto che porsi tale problema è un insulto al destino, il quale come sempre punisce duramente.
Si fermò a lungo sotto la doccia, alternando l’acqua calda e fredda. Poi si rasò accuratamente. Quello che lo specchio rifletteva era un uomo di cinquantanni, un viso normale anche se segnato dalla stanchezza, quello che non diceva era che rifletteva un uomo che stava per morire.
Mancavano ancora alcune ore alla partenza. Doveva fare ordine nel suo cervello. Vivere in anticipo l’incontro, scegliere le parole per convincerla. Non voleva nessun tipo di perdono dato che neppure lui se lo concedeva, voleva solo porre rimedio per quanto possibile.
All’ora della partenza era già nella hall. Pregò l’autista di aspettarlo e nel vicino mercato locale comprò un bastone, ora... a volte aveva necessità di sostenere la gamba mutilata. Scelse un grosso e pesante bastone da passeggio di legno tropicale.
In macchina l’autista chiese...
-Dove... ?- Señor...?—
-Portami a Carthago... poi ti dirò...-
Voleva rivedere la casa.

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