Erotici Racconti

Dai suoceri

Scritto da , il 2018-02-14, genere etero

Siamo a pranzo dai tuoi genitori, c’è tutta la famiglia, saremo una quindicina attorno a questo tavolo, confusione di chiacchiere e urla di bambini.
Per fortuna sono riuscito a sedermi accanto a te, almeno ti posso accarezzare la schiena, sfiorare le gambe mentre parlo con i tuoi parenti.
Anche dopo il caffè è difficile alzarsi, sganciarsi dal turbinio di chiacchiere è un’impresa, tu lo fai con eleganza aiutando tua mamma a sparecchiare, anche se poi con la coda dell’occhio vedo il tuo vestito marrone sparire su per le scale, sei scappata! Come al solito... e mi hai abbandonato qua!!
Devo inventarmi qualcosa, il bagno?! La porta è proprio qua davanti, una volta uscito sarei da capo nei guai…
Aspetto che il bagno sia occupato per far finta doverci andare “vado in bagno di sopra che qua è occupato!”
Al piano di sopra le voci arrivano più attutite, la porta di quella che era la tua camera è accostata.
Sei lì che guardi le foto appese al muro, le conosco quelle foto, sono le nostre, siamo noi da giovani.
Ti stringo da dietro “nostalgia?”
“no per nulla, ricordo e basta!”
“eravamo giovani”
“si, qua eravamo in giro con la 500…a pensarci adesso, come facevamo a scopare in quella lattina?”
“hei non offendere! Era una gran macchina!”
“in effetti ci faceva da seconda casa, ci cambiavamo per uscire la sera, ci mangiavamo, ma soprattutto ci scopavamo alla grande”
“una piccola grande macchina… mi commuovo ancora a pensarci…”
“io no, era scomodissima! Comunque anche questa stanza… era il mio regno, la nostra alcova…”
“quante ne ha viste questa stanza…”
“ti ricordi quando scopavamo sul pavimento, per non fare rumore mentre i miei guardavano la tv?”
“”cavolo si, la metà delle volte dovevo tapparti la bocca, per non farti urlare!”
“e quando, invece che studiare, ti facevo i pompini, con mio fratello nella stanza accanto?!”
“e quando giocavamo con gli evidenziatori?!”
Ci voltiamo tutti e due verso la scrivania, c’è ancora il tuo portapenne con tutti i tuoi evidenziatori e pennarelli .
Vado verso la porta e la chiudo, quando torno da te, sei seduta sulla scrivania con le mutande in mano, mi guardi.
Mi siedo sulla sedia davanti a te e ti allargo le gambe, sollevo la gonna e metto la testa sotto.
Ripenso alla prima volta che mi sono trovato davanti a questo spettacolo e quanto mi piace ancora come allora.
Resto un attimo a guardarti poi inizio timidamente ad accarezzarti con la punta della lingua, mentre con le mani ti allargo le cosce e me le posiziono sulle spalle.
Sei completamente aperta davanti a me, con la lingua accarezzo le tue labbra, aspetto che si bagnino e si aprano ancora di più poi vado in cerca del clitoride, quando lo raggiungo sobbalzi, poi ti rilassi.
Allungo una mano al portapenne, ma sono al buio sotto la gonna e lo ribalto.
Trovo a tastoni un evidenziatore di quelli classici ovali
Lo strofino su di te finché non si è bagnato per bene dei tuoi succhi, poi lo spingo dentro, lo faccio andare avanti e indietro mentre ti succio il clitoride.
Poi lo tiro fuori, lo sostituisco con la mia lingua mentre lo appoggio al culo, ti agiti un po’ e mugugni una debole protesta , spingo piano piano, ma la base è larga, non vuole entrare, poi tutto d’un tratto entra, lentamente lo spingo dentro di te, stai trattenendo il fiato, più entra più è largo.
Quando arrivo al tappo mi fermo, lo sfilo un pochino e tu rincominci a respirare, sbuffi.
Allungo di nuovo la mano sul tavolo e pesco un pennarello di quelli indelebili, di ferro, è freddo, vicino c’è n’è un altro, li prendo entrambi.
Uno lo spingo subito dentro di te, sobbalzi è freddo non te lo aspettavi, ma si scalda subito.
Continuo a torturarti il clitoride con la lingua, mentre aggiungo anche l’altro pennarello, non è facile “fai piano!” “scusa, smetto?” “no! Ho detto, fai piano!”
Fai un gridolino, ora hai due pennarelli nella figa ed un evidenziatore giallo nel culo.
Faccio ruotare piano piano i due pennarelli, non riesci a stare ferma ti agiti, ti muovi tutta come percorsa dalla corrente, trattieni un urlo mentre mi vieni in faccia.
Aspetto con la faccia appoggiata sulla tua coscia qualche secondo, guardando i tuoi muscoli che piano piano si rilassano, poi sfilo lentamente i pennarelli e l’evidenziatore.
Sei accasciata sulla scrivania con la schiena appoggiata alla finestra e la testa reclinata da una parte, ti sistemo la gonna e ti guardo.
Da fuori arriva tantissima luce, sei bellissima, con gli occhi chiusi, le guance rosse, i capelli tutti spettinati.
Ti prendo in braccio e ti appoggio sul letto, per fortuna è lì accanto…
Ti copro le gambe con una coperta, ti sposto i capelli dal viso e ti bacio in fronte, resto qualche secondo a guardarti, poi esco dalla camera richiudendomi la porta dietro.
Faccio le scale massaggiandomi la schiena, forse è il caso di rincominciare ad andare in palestra.
In fondo alle scale c’è tua mamma con le mani sui fianchi.
“dove s’è nascosta? Non doveva aiutarmi?”
“si è addormentata! Ti aiuto io?!”
“addormentata… chissà che fate la notte voi due! Adesso per penitenza vieni tu con me a lavare i piatti!”
“ai tuoi ordini!”
Abbiamo lavato tutto, asciugato e sistemato la cucina, siamo seduti al tavolo della cucina ad aspettare l’ennesimo caffè, quando ricompari.
Ci sorridi e biascichi un “scusa mamma”, vieni a sederti sulle mie gambe.
“non ti scusare con me, ringrazia lui piuttosto!”
“grazie amore” mi stringi forte e mi bisbigli nell’orecchio “dove sono le mie mutande?!”
“brava, fai bene a tenertelo stretto, è anche bravo a lavare i piatti!”
“a lo so! E’ proprio bravo con le mani… comunque tranquilla Ma, non va da nessuna parte!”
Infatti mentre parli mi stringi l’uccello sopra ai calzoni, per fortuna è pronto il caffè e ti alzi per servircelo.
Continui a parlare con tua mamma di non so più che cosa, sei in piedi accanto a me, appoggi il tuo fianco alla mia spalla, mentre con una mano mi accarezzi la nuca.
Sto benissimo così, mi estranio, sento le vostre voci lontane, faccio scendere il braccio lungo il fianco ed incontro il tuo polpaccio, lo stringo forte.
Tu spingi con il fianco contro di me.
La mia mano sale, dietro il ginocchio ti faccio il solletico.
Salgo ancora, arrivo alla tua coscia, sotto la gonna, tu continui a spettegolare con tua mamma come se nulla fosse.
Ti agguanto una chiappa, il pollice tra le chiappe e le quattro dita belle aperte sulla chiappa, stringo, forte.
Non reagisci, sposto il pollice più in giù e stringo di nuovo.
Questa volta hai un sussulto.
“forse è ora che andiamo a casa”
“di già?!”
“dai Ma è tardissimo, poi mi hai detto tu che devo tenermelo stretto, lo stiamo annoiando con le nostre chiacchiere!”
Ci vuole un’altra mezz’ora, per riuscire ad uscire di casa con il nostro sacchettino con gli avanzi nelle mani.
Finalmente siamo fuori.
E’già buio.
“tu sei tutto matto, se mamma sapesse… non so se avrebbe tutta quella venerazione per te!”
“chi lo sa, magari mi adorerebbe ancora di più…comunque adesso andiamo a casa che tra un po’ esplodo!”
“beh ti toccherà aspettare almeno mezz’ora di macchina…ma … ASPETTA! “
Inchiodo con la macchina.
“COSA?”
“non mi ricordo …”
Ti guardi in giro nella macchina
“cosa? Le tue mutande? Guarda che le ho io”
“no, quello non mi importa… ma…. l’abbiamo mai fatto nella macchina nuova?”
“no…non mi sembra…”
Ti guardo, hai quel sorriso furbetto che ben conosco
“rimediamo a questa mancanza!?”

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