Raso e Carne e Desideri 3

di
genere
dominazione

Chiedo scusa ai lettori per la lunga attesa, ma ottenere il capitolo come lo desideravo ha richiesto più del previsto.
Come per le altre volte qualsiasi commento è gradito a: soloqualcheparola@proton.me

Buona lettura!

La chiave gira nella toppa e gira con un clic secco. Con la coda dell’occhio vedo Martina irrigidirsi per un istante. Forse un ripensamento? In fondo sta entrando in casa di uno sconosciuto. Uno a cui ha promesso sottomissione e consegnato le mutande nel mezzo di un bar mentre il suo compagno è a lavoro, ignaro. Se decidesse di voltarsi e andarsene la capirei.
«Benvenuta nella mia umile dimora.»
Mi sorride e, dopo un attimo, con passo incerto, entra.
La osservo mentre mi passa davanti e non mi nego uno sguardo al suo fondoschiena, per quanto coperto dalla gonna.
Chiudo la porta e il mondo cambia.
Qui non c'è il vociare del bar o il rumore delle stoviglie, non c'è il frastuono del traffico, nemmeno il caldo afoso della strada. C'è solo il silenzio denso di un appartamento chiuso, il profumo leggermente agrumato del profumatore ambientale e il fresco dell’aria condizionata.
«Aspetta qui.»
Mi viene spontaneo usare un tono più autoritario di quanto forse dovrei quando arriviamo al salotto, ma Martina non sembra farci caso.
Prendo una sedia e la sistemo di fronte al divano. Quando riporto lo sguardo su di lei i suoi occhi stanno scrutando la stanza immersa nella luce soffusa. Tiene la schiena dritta, il respiro è corto.
Vederla così apparentemente vulnerabile, unito al sapere che non indossa nulla sotto la gonna… ha un effetto profondamente erotico e conturbante, che fomenta il desiderio di farla mia senza aspettare.
Voglio gustarmela.
Quasi non mi rendo conto di aver infilato una mano in tasca a sentire quel piccolo indumento di raso tra le dita.
«Accomodati.»
Martina guarda la sedia, poi il divano, poi me.
I suoi occhi nocciola, spalancati e intimoriti si posano su di me un istante, come a cercare una conferma.
Quanto vorrei conoscere i suoi pensieri e le sue emozioni.
«Avanti Martina, siediti qui.»
«Sì», sussurra appena.
Fa un passo avanti. I suoi tacchi battono ovattati sul parquet. C’è grazia persino in un movimento così incerto.
Arriva di fronte alla sedia, esita ancora un attimo e, dopo aver lisciato la gonna, si siede, la borsa lì accanto
«Gradisci qualcosa da bere?»
«No, grazie, sto bene così.»
Mi siedo, i gomiti sulle ginocchia e per un lungo momento lascio calare il silenzio. Raddrizzo la schiena e, con una lentezza misurata, infilo la destra in tasca e tiro fuori le mutandine di raso, facendole scivolare tra le dita.
Martina si irrigidisce, le guance arrossate.
«Con Sara eravamo arrivati al rapporto di… sottomissione… dopo molto tempo e un lungo cammino in cui avevamo imparato a conoscerci. Quando l’ho conosciuta non avrei mai pensato che un giorno l’avrei chiamata schiava e lei mi avrebbe chiamato Padrone. Potrei dire che è stato il naturale evolversi del rapporto.»
Martina non si muove, nemmeno quando inizio a rigirarmi le sue mutande tra le mani. Non ricordo di averla vista accavallare le gambe, eppure ora le ha proprio così. Sarà una delle prime cose da sistemare.
«Con te, ammesso che decidiamo di continuare questo cammino…»
«Perché… non ti piaccio?»
Resto un attimo interdetto. Non mi aspettavo mi interrompesse o che potesse dire una cosa del genere. Dovrei forse dirle che mi stuzzica un certo appetito e avrei voluto averla già fatta mia?
«Non ho detto questo. Anzi, da quello che ho visto finora sei senza dubbio… interessante.»
«Grazie. Spero di essere…»
Si ferma, esita.
«Essere cosa?»
Abbassa lo sguardo, non parla se non dopo una lunga pausa.
«Non so come dirlo… di tuo gradimento?»
Sorrido. Trovo questo suo fare dannatamente eccitante e provocatorio.
«Di questo parleremo dopo. Quello che stavo dicendo…», mi passo una mano tra i capelli richiamando i miei pensieri all’ordine, «è che noi due non ci conosciamo, se non di vista, e di te non so praticamente nulla. Per quanto ne so già darmi le mutande al bar avrebbe potuto… nuocerti.»
Sorride, divertita.
«È stato molto imbarazzante, ma a suo modo un’esperienza interessante. Nuocermi… lo trovo esagerato.»
Adesso ho voglia di metterle la lingua in bocca. Reprimo l’istinto.
«Hai capito cosa intendo. Quello che voglio dirti è che, per evitare qualsiasi genere di incidente, useremo una “safe word”.»
Fa un cenno di assenso.
«Servirà se i nostri giochi dovessero prendere una piega pericolosa, fuori dalle nostre corde, a un livello che non senti più tuo. Allora, e solo allora, se dirai “sono casta”, tutto si fermerà.»
Silenzio.
«Tutto?», la sua espressione perplessa vale un tesoro.
«Sì. Non ci saranno ripercussioni, punizioni, vendette… nulla. Finché non la dirai darò per assunto che tu sia d’accordo con quello che ti sto ordinando di fare. Sono stato chiaro?»
«Sì… penso di sì…»
Sospiro.
«Il penso non è una risposta che gradisco. O sì o no.»
Martina abbassa gli occhi. Le sue spalle si alzano e si abbassano.
«Se dico “sono casta” il nostro rapporto si interrompe.»
«Sbagliato. Si interrompe il gioco che stiamo facendo in quel momento.»
«Sono casta. Il gioco si interrompe. Ma noi…», si ferma, esita, posso vedere le parole cambiare sulla punta della lingua, «… io… continuo a essere la tua… schiava?»
«Probabilmente sì, valuteremo in base alle circostanze.»
«È un pensiero gentile»
«No… è una sicurezza indispensabile.»
«Posso aver un bicchiere d’acqua?»
Le concedo questa breve pausa prima di iniziare a interrogarla come ho in mente di fare, ovvero metterla sotto pressione con domande personali e imbarazzanti. Voglio vedere le sue reazioni e la sua sincerità.
Torno a sedermi sul divano dopo averle portato da bere.
«Ora puoi parlarmi di Luca», dico senza nessun altro preambolo.
Martina quasi sobbalza, la osservo mentre irrigidisce spalle e schiena. Forse non se l’aspettava? O forse si aspettava qualche carineria in più?
«Sì… certo… cosa vuoi sapere?»
Mi metto comodo, pronto ad ascoltare.
«Se dicessi tutto mentirei. Voglio sapere com’è a letto, per capire a cosa sei abituata, cosa ti piace, cosa no… tutte quelle cose lì, insomma.»
Vedo l’imbarazzo in lei, le guance arrossiscono e fissa lo sguardo davanti a sé.
Mi piace vederla così, c’è qualcosa di erotico e l’impulso di prenderle il mento e baciarla è forte, ma prima voglio metterla alla prova, vedere se resiste o scappa.
«D’accordo», deglutisce e alza lo sguardo. È seria, ha trovato una certa compostezza. Mi piace.
«Cosa vuoi sapere?»
«Cominciamo dalle basi… scopate o fate l’amore?»
Le scappa un sorriso amaro.
«Posso risponderti per me, non per lui. E, per quanto mi riguarda, posso dirti che l’amore si è spento da tempo, ormai è solo una questione… meccanica.»
Quel termine mi sorprende.
«Spiegati.»
Sospira.
«Avremo un rapporto al mese, forse due. Quando succede… è molto veloce, poche coccole… poche attenzioni… a volte fa tutto senza nemmeno baciarmi.»
«Dammi qualche dettaglio in più.»
Il rossore permane, ma ora si accentua.
«I… dettagli?»
«Non entrare nei minimi particolari, ma fammi capire bene.»
«È… è strano dover… dire queste cose…»
Faccio spallucce, niente sconti.
«Lo capisco, ma se non te la senti, puoi alzarti e uscire.»
Silenzio. Si guarda attorno.
«Di solito, quando succede, mi mette le mani… sulle tette per qualche istante… poi le infila nelle mutande.»
Silenzio, prende fiato. A giudicare dal colore deve avere le guance in fiamme. Attendo, le lascio i suoi tempi.
«Lo assecondo, apro le gambe, mi lascio toccare… glielo prendo tra le mani finché… non lo sento pronto. A quel punto lui… mi toglie le mutande… e mi…»
Si ferma, abbassa lo sguardo. Vorrei mostrare più empatia, più compassione, ma non è il momento.
«E…?»
Mi guarda.
«Come… come vuoi che lo dica?»
«Voglio che tu lo dica come più lo senti nelle tue corde.»
Sospira. Ho l’impressione che abbia gli occhi lucidi.
«Ok. Ti dico come vivo io quel momento. Va bene?»
Annuisco. Più che padrone e schiava mi sembra una seduta dallo psicologo. Non ci voleva molto a capire che Martina vive male il rapporto con Luca, ma in questo momento, forse, lo sta mettendo a fuoco.
«Mi toglie le mutande, io apro le gambe sperando sia diverso dalla volta precedente… ma non cambia nulla… mi usa per svuotare le palle.»
L’ultima frase la dice veloce, la sputa fuori con un misto di delusione e rabbia. Tira su con il naso.
«Tutto qui?»
«Sì… non c’è passione… non c’è sentimento… è meccanico.»
«Immagino non sia sempre stato così.»
La sua mano destra stringe il tessuto della gonna.
«No… all’inizio facevamo l’amore… era bello… odio che sia così ora. Ho provato a parlarne, ma è tutto inutile, finiamo solo per litigare.»
Resto in silenzio, mi piace ascoltarla e penso che lei abbia bisogno di un attimo per buttar fuori quello che prova.
«È… è per questo che sono qui. Non voglio tradirlo, ma lui non fa nulla per sistemare il rapporto. Sono… stanca. Quando Sara mi ha parlato di voi…»
Accenno un sorriso.
«Un giorno dovrai dirmi che ti ha detto.»
Martina ha un attimo di distensione.
«Non molto in verità… solo che… le davi ordini e a lei questa cosa faceva diventare matta. In senso… buono.»
Mi scappa da ridere. Non so se questa cosa della sottomissione piacesse più a me o a lei, di sicuro ci ha regalato momenti molto intensi. Peccato che sia dovuto finire.
«Detta così è molto semplice, ma prendiamolo per buono.»
«Per certo vuol dire che le davi attenzioni e non vi annoiavate.»
«Credo di sì. E no, non ci si annoiava.»
La sua espressione muta, non riesco a decifrarla.
«Con Luca ora è noioso, ripetitivo… manchevole. È per questo che sono qui: voglio qualcosa di diverso, voglio qualcuno che mi prenda…», le sue guance tornano rosse, gesticola, «in tutti i sensi. Non voglio essere trattata come un… un… un obbligo… una routine… un qualcosa da fare perché è da fare…»
Silenzio. Ha parlato di fretta buttando fuori tutta la sua disperazione, il suo rammarico, la sua tristezza.
«Ok… cambio argomento: anale?»
La metto giù così, senza condimenti, voglio vederla in difficoltà. E sì, sono eccitato.
La domanda così a bruciapelo la colpisce come se le avessi dato uno schiaffo, si irrigidisce.
La vedo deglutire e bere un sorso. Quel movimento, assolutamente innocente, di avvicinare il bicchiere a quelle labbra, mi provoca pensieri… esagerati per la circostanza.
«Cosa… vuoi sapere?»
«Come prima, tutto. Lo fai? Non lo fai? Ti piace? Non ti piace? Tutto…»
Il rossore arriva a una nuova sfumatura mentre abbassa lo sguardo per un istante, forse cercando le parole giuste.
«Abbiamo provato. Una volta.»
Ha cambiato tono, fatico a comprenderlo, forse è infastidita e, visto l’argomento, la posso capire.
«E…»
Ride. Una risata a metà tra il divertito e l’isterico.
«È stato un completo fallimento.»
Mi sarei meravigliato del contrario.
«Racconta.»
Sospira, mi guarda rassegnata.
«Temevo l’avresti chiesto. È stata la peggior esperienza della mia vita. Nemmeno la mia prima volta fu così imbarazzante. Lui non sapeva come fare… io non riuscivo a rilassarmi… poi si è spazientito… ha dato la colpa a me di tutto… alla fine mi ha fatto solo male e non abbiamo concluso nulla», momento di silenzio, «te l’ho detto, un completo disastro.»
Mi immagino la scena, deve essere stato umiliante, oltre che doloroso.
«E avete più provato?»
«Scherzi? No!»
«Vorresti riprovare?»
Gelo. Ci guardiamo negli occhi per un lungo istante prima che Martina ritrovi la voce.
«Sara mi ha detto che fidarsi di te ne è valsa la pena… quindi sì, se tu lo vorrai.»
Di nuovo Sara. Riuscirò a liberarmi del suo spettro prima o poi? Detto questo… ricordo ancora quel pomeriggio in cui, dopo mille rimostranze, mi lasciò fare e passò dal “no” all’orgasmo.
E ora sento l’erezione spingere fastidiosamente dentro i pantaloni.
«Succederà. Ammesso che tu ti sottometta a me.»
«Sono pronta a farlo.»
«Lo apprezzo, ma non ho ancora finito questo esame.»
«A tua disposizione.»
«Ora parliamo di masturbazione. Ti tocchi?»
«Sì», risponde con un filo di voce.
«Quanto spesso?»
«Dipende dai periodi… ultimamente spesso, quasi tutti i giorni.»
«È un ritmo notevole…»
«Lo so, ma… la verità è che ho voglia e nessuno che mi soddisfa.»
«Come sei solita farlo?»
Accenna un sorriso.
«Non posso scappare da questo interrogatorio, vero?»
Mi scappa una risata. Ho voglia di prenderla.
«Se vuoi diventare la mia schiava temo di no. Altrimenti puoi alzarti e andare via.»
«Voglio restare.»
«Allora dimmi come ti masturbi.»
Abbassa la testa per un attimo.
«Mi tocco il clitoride», riprende dopo un istante, «faccio fatica a penetrarmi con le dita perché… mi fa un po’ senso.»
«Comprendo, ci lavoreremo. Quindi non ti sei mai penetrata?»
Ride.
«Certo che l’ho fatto, non sono una santa e mi piace godere.»
«Oggetti?»
«Sì… ho una… spazzola… che uso quando…»
Si ferma. Respira a fondo.
«Lo sai che è difficile confessare i miei segreti?»
«Lo so e te ne sono grato. Ora continua.»
«Ho questa spazzola che uso quando voglio sentirmi piena… Ecco. Possiamo dire così.»
«C’è altro che devi dirmi?»
La mia domanda non è a caso, lascio intendere chiaramente che so qualcosa.
La sua espressione cambia, diventa quella di chi è colto con le mani nella marmellata.
«Lo sai? Davvero?»
Annuisco con un mezzo sorriso.
«Te l’ha detto lei…»
Annuisco ancora.
Martina sospira.
«Ok. Confesso. Ho un piccolo vibratore che tengo sempre in borsa. Anche ora, tanto me l’avresti chiesto.»
«Molto bene. L’hai usato fuori casa?»
Si riempie di orgoglio.
«Ovviamente. È il mio migliore amico.»
«E le donne?» chiedo, cambiando direzione bruscamente. Lei alza lo sguardo, sorpresa. «Hai mai avuto esperienze con una ragazza?»
Il suo volto si distende leggermente, la tensione lascia spazio a un ricordo diverso, più dolce forse. «Una volta. A una festa, eravamo passate un po’ di là con l’alcol. Ci siamo baciate.»
«Solo baciate?»
«Beh… dipende cosa intendi per “solo”», sorride maliziosa, «Con la lingua.»
E immagino Martina abbracciata a una donna e devo ammettere che l’immagine non aiuta la mia concentrazione.
«È stato… diverso. Morbido. Eccitante. Ma non siamo andate oltre.»
«Ti è piaciuto?»
«Non posso negarlo», ammette senza abbassare gli occhi.
«Lo rifaresti?»
«Se trovassi la persona giusta forse sì.»
«Posso farti una domanda?», aggiunge dopo un attimo.
«Dimmi pure.»
«Ti piace mettermi in imbarazzo.»
Non è una domanda.
«Assolutamente sì, lo trovo estremamente eccitante. Sei lì, rossa da morire, ti tremano le mani, hai appena raccontato cose che non diresti nemmeno alla tua migliore amica... Eppure, sei ancora qui. Non sei scappata.»
Martina resta in silenzio, il respiro che le esala dal naso in un soffio breve. Poi, con un coraggio che mi sorprende, mi fissa dritto.»
«Ti ho cercato io, e sempre io ti ho chiesto di… prendermi come schiava. Non avrebbe senso scappare.»
«Il punto è: questa situazione, questo imbarazzo, questa vergogna… ti piacciono o vorresti andartene?»
Sorride.
«Erano mesi che non mi sentivo così… accesa.»
«Sei eccitata?»
«Direi proprio che lo sono più in questa conversazione che a letto con il mio compagno.»
«Sei bagnata?»
«Non ho bisogno di controllare per saperlo.»
Il mio cuore perde un battito.
«Quindi ora…»
E abbassa gli occhi sotto la mia cintura.
Beccato.
«Ora ti prenderei volentieri.»
Una nuova ondata di rossore le colora il viso e il collo.
«Wow… vuol dire che mi sto comportando bene…»
«Per il momento… e visto che ci tieni, vediamo come te la cavi con qualcosa in più che semplici domande. Apri le gambe.»
Ha un attimo di esitazione, poi esegue.
«Quando sarai con me non dovrai mai accavallarle e ci dovrà essere la distanza di almeno un pugno tra le tue ginocchia.»
«Come desideri.»
Lentamente, con una movenza che sembra costarle uno sforzo fisico reale, inizia a staccare la gamba destra dalla sinistra. Il tessuto della gonna a fiori scorre sulla pelle, un fruscio secco. Le ginocchia si separano di poco, troppo poco.
«Ancora,» incito.
Lei spinge. Lo spazio tra le sue cosce si allarga. La gonna, che arrivava sotto il ginocchio, ora scivola indietro, scoprendo centimetri di pelle. Continua a spingere finché le sue gambe non formano una V aperta verso di me. È vestita, coperta dalla gonna, ma la posizione è talmente esplicita, così deliberatamente offerta, che la stoffa sembra non esistere. So cosa c’è sotto, o meglio, cosa non c’è sotto. La pelle nuda delle sue cosce è esposta all’aria fresca della stanza, aperta al mio sguardo.
«Le gambe devono formare un arco di novanta gradi. Poi metti le mani sulle cosce.»
Esegue. Occhi lucidi, guance rosse. Gambe esposte. Il sesso che si può intuire nell’ombra.
Eccitante.
Meravigliosa.
E ha fame. Lo vedo da come le brillano gli occhi nel momento in cui incrociano i miei.
Grandi, luminosi, con una punta di malizia e lussuria.
Un istante che dura una vita in cui mi perdo dentro quello sguardo.
L’istante in cui decido che non lascerò più andare quella ragazza.

La voglio.
scritto il
2026-09-26
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