La detenuta

di
genere
dominazione

L’aula era silenziosa, come se anche i muri avessero trattenuto il fiato. Era il dodici febbraio. Fuori, a Roma, pioveva sottile. Il presidente del collegio alzò lo sguardo dai fogli, cercò il volto di Ilaria e pronunciò le parole che le avrebbero spezzato la vita in due.
«In nome del popolo italiano, la Corte dichiara Ilaria Rossi colpevole dei reati di riciclaggio aggravato, impiego di denaro, beni e altre utilità di provenienza illecita, bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, nonché dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti, tutti unificati dal vincolo della continuazione. Ritenuto il reato più grave quello di cui all’articolo 648-bis del codice penale, e applicato l’aumento previsto dall’articolo 81, comma secondo, del medesimo codice fino al massimo consentito dalla legge, condanna Ilaria Rossi alla pena di anni dodici di reclusione, oltre alla multa di euro venticinquemila. Dispone la confisca dei beni, delle somme e delle disponibilità finanziarie nella disponibilità della condannata, anche per equivalente. Applica le pene accessorie della interdizione perpetua dai pubblici uffici e dell’incapacità di esercitare imprese commerciali o uffici direttivi presso qualsiasi impresa per la durata di dieci anni. Ordina l’esecuzione immediata della pena.»
Ilaria non si mosse. Solo le dita, strette sul bordo del banco, tradirono un tremito minimo. Dietro di lei qualcuno soffocò un singhiozzo. Il giudice chiuse il fascicolo. Il rumore della copertina suonò più definitivo di qualsiasi sentenza.
Il furgone arrivò in istituto a sera fonda. Febbraio era ancora pieno, l’aria tagliente nel cortile interno. Ilaria scese ultima. Le manette le furono tolte sotto la pensilina della reception, senza sguardo. Dentro: luce al neon, odore di disinfettante, di metallo, di caffè raffermo. Matricola. Generalità. Impronte. Fotografia di fronte e di profilo. Al casellario le tolsero tutto: borsetta, orologio, orecchini, telefono. Firmò l’inventario. Le restarono un cambio intimo, scarpe senza lacci, lo spazzolino. La perquisizione fu breve, eseguita da due donne in divisa. Poi la visita medica: allergie, terapie, mestruazioni, alcol, droghe, pensieri di farsi del male. Rispose di no. Lo psicologo dei nuovi giunti le chiese come si sentiva. Disse: «Stanca.»
Quella notte, il dodici febbraio stesso, restò in una camera di osservazione. Branda, water, finestra stretta. Non dormì. Il tredici, il quattordici, il quindici furono attese. Appello, colazione in plastica, educatore, assistente sociale. Le diedero il regolamento. Capì una cosa sola: per tutto serviva una domanda scritta. Il quattordici la misero per la prima volta in un cortile grigio, bagnato. Una le chiese che aveva fatto. «Reati finanziari.» L’altra rise. «Ah. La signora.»
Il diciassette febbraio l’assegnarono. Cella al primo piano. Quattro brande, due a castello. Tavolino fissato. Televisore piccolo. Bagno in un angolo, porta che non chiudeva. Bidet macchiato. Odore di frittura e detersivo. Il termosifone soffiava a intermittenza: d’inverno quella stanza era soltanto umida.
Mara era già seduta sul letto basso. Cinquant’anni passati, voce da chi comanda. Denise in piedi, magra, tatuaggi sui polsi. Sabrina più giovane, sorriso che non arrivava agli occhi. «Guarda chi c’è. La nuova.» L’agente chiuse. «Quello è il tuo letto. Quello in alto», disse Mara. «Non toccare le nostre cose. Non usare il fornello senza chiedere. Stasera la televisione la scegliamo noi.» Denise si avvicinò. «Tu sei quella dei soldi. Quella che ha fregato le banche.» «Non ho fregato le banche.» Sabrina rise. «Hai fatto la furba. Adesso sei qua.» Mara si alzò. «Qui i titoli non contano. Conta chi tiene la cella. Tu stai zitta, pulisci, e non fare la vittima.» Denise le lanciò il cuscino a terra. «Rimettilo. Poi lava il cesso. Oggi tocca a te. Tutti i giorni.»
Ilaria obbedì. Quella notte restò a occhi aperti sul letto alto. Il carcere aveva i volti.
Fine febbraio e tutto marzo furono la prova che si era raccontata da sola: una gerarchia da accettare in silenzio, destinata a sciogliersi. Non si sciolse. Lei non reagiva, e un automa si usa. Lo capì a strati, tra marzo e i primi di aprile, dalle voci della sezione e da una frase detta troppo forte sotto la doccia. Mara era dentro per lesioni gravissime. Denise per rapina aggravata. Sabrina per tentato omicidio. Non avevano quasi nulla da perdere.
Un martedì di metà aprile, all’aria, un’altra detenuta le si parò davanti. Spinta, parole. Mara, Denise e Sabrina furono lì in due passi. Un movimento basso, un pezzo di metallo corto, un grido. Sangue sul cemento. Fischio delle agenti. Quella sera Mara, senza voltarsi, disse: «Fuori non ti tocca nessuno. Sei nostra.» Non era protezione. Era possesso.
Aprile scivolò in maggio. Due mesi pieni dalla sentenza, e Ilaria aveva smesso di contare i giorni sul calendario interno. Contava i gesti. Prima la cella, poi il bucato, le mutandine nel lavandino, i calzini, le maglie, i piedi di Denise sul bordo della branda, la schiena di Sabrina. Premio e punizione. Un «bravo» raro. Il silenzio fino a cena. Qualche schiaffo misurato. Una volta, verso la fine di maggio, in ginocchio accanto al water finché le gambe non tremarono. Poi un bicchiere d’acqua. «Alzati.» Sentì un calore basso, inaccettabile, vero. Quando la smontavano a parole le veniva una riconoscenza storta, quasi affetto. Mara lo capì. «Ti piace quando ti sistemiamo.» Ilaria non rispose.
Giugno portò il caldo. Luglio lo rese un forno. Il cemento restituiva il giorno intero, le sbarre bruciavano, l’aria non si muoveva. Si vestivano il meno possibile. Ilaria restava in piedi. Giornale sopra Mara. Acqua al bicchiere. Esausta. Non si riconosceva più. L’odore delle tre — acido, animale, sapone da due euro — le faceva un effetto strano, quasi inebriante. Quando massaggiava i piedi si tratteneva a fatica dall’affondare il viso. Nessuna se ne accorse. Per loro era solo quella che eseguiva.
La colica arrivò a metà luglio, di pomeriggio, mentre agitava il giornale. Il medico alzò le spalle: niente di grave, qualche giorno di riposo. Impiegò una settimana. Dal quindici al ventuno luglio non la tormentarono: letto basso, acqua, asciugamano sulla fronte. Ilaria diceva solo grazie. Il ventidue ripresero, come prima e più di prima. Non chiese perché avevano ricominciato. Lo sapeva. Forse lo sperava. Chiese perché l’avevano accudita. Mara scosse la testa. «Sei una gregaria. Forse anche meno. Ma sei una del branco. E il branco non lascia indietro nessuno.» Quelle parole, dette distratte, le riempirono il cuore. Pianse al pensiero che aveva dovuto toccare il fondo in quello schifo per sentirsi dire le parole più belle della sua vita.
Il ventisei luglio Sabrina rientrò zuppa. Aveva lavorato fuori sezione tutto il giorno e l’impianto era rotto: niente doccia. Puzzava di giornata intera. Denise e Mara la presero in giro. Ilaria avvampò. Mara lo vide e aspettò. Dopo cena disse: «Lava le mutande. Poi massaggi i piedi a Sabrina.» Ilaria si attardò al lavandino , convinta che probabilmente non avrebbe resistito . Poi si inginocchiò. Mara e Denise ci giocarono. Sabrina capì e le schiacciò la pianta in faccia . Ilaria scattò in piedi e scoppiò a piangere. Non per l’umiliazione. Non per la puzza. Per il corpo slegato dal raziocinio. Tra le gambe era un fiume. Quello la terrorizzò più dei dodici anni che le avevano dato . Salì sul letto e piangeva nonostante gli insulti e le minacce.
Quella stessa notte, verso le due, scese, prese il lenzuolo, lo annodò, lo legò alla sbarra. Non fece in tempo.Fu come se la cella si fosse depressurizzata perché Mara la strappò via lanciandola letteralmente contro il muro, le fu addosso. La picchiò senza misura.
Denise e Sabrina gliela tolsero di dosso a fatica urladole” ferma animale così la uccidi”. Poi Denise la trascinò al lavandino e le tamponò i lividi. Sabrina tenne ferma Mara. Denise disse poche parole: « Quello che succede qua dentro, rimane qua dentro… botte e carezze»
Al cambio del mattino, il ventisette luglio, un’agente vide il labbro spaccato e l’occhio che si chiudeva. Chiese. Ilaria disse che era caduta dal letto alto, nel sonno. Mara, Denise e Sabrina confermarono, una dopo l’altra, con la stessa voce piatta. Le guardie non ci credettero. Non trovarono niente di rilevante, o almeno niente che reggesse un rapporto.
Non fecero altro.
Per qualche giorno passarono un po’ più spesso davanti alla porta, qualche controllo in più, a intermittenza. Poi anche quello si assottigliò.
Ilaria si isolò il ventisette e il ventotto.
Mara la guardava ancora come se non avesse deciso se strapparle un braccio o direttamente il cuore.
Il ventinove luglio Ilaria si schiarì la gola. «Vi chiedo scusa per quello che ho fatto.»
Si mise in ginocchio davanti a Mara .
«A te, oltre alle scuse, devo anche ringraziarti.»
Non aspettò risposta. Si alzò e fece le faccende senza che glielo chiedessero. Poi tornò da Mara e le massaggiò i piedi.
Alla fine Mara, più per provarla che per dispetto, le avvicinò il piede al viso.
Ilaria restò ferma, paonazza, con voglia di affondarci la faccia. Il sì di Mara fu appena percettibile. Ilaria avanzò.
Baciò la pianta, premuto, poi più lento.
Sale, calore.
Salì alle dita.
Ne prese una in bocca, la succhiò fino alla nocca, passò alla seconda, al pollice del piede, il viso affondato, un filo di saliva sul mento, le mani ferme sulla caviglia.
Nessuna la prese in giro. La trattarono come mai da febbraio. Non per il gesto in sé: perché, probabilmente per la prima volta, aveva fatto quello che aveva sempre voluto e tenuto nascosto anche a se stessa.
Agosto non trasformò la cella in un bordello e Ilaria non divenne una prostituta di sezione. Accadde il contrario. I gesti, anche i più bassi, divennero un rituale familiare storto.
Se Ilaria si dedicava a Sabrina, le altre due non dicevano nulla , anzi si voltavano .
Se non lo faceva, non lo chiedevano.
Le punizioni di una arrivavano con un gesto più o meno dolce delle altre: l’acqua, il cuscino, una mano sulla spalla.
Equilibrio, non bontà.
Ilaria capì che non doveva più esibirsi.
Poteva fare e poteva non fare, e il branco teneva comunque.
Era la più in basso, la più piegata, ma allo stesso tempo quella che aveva accettato meglio la sua condizione .
I primi di settembre arrivò la visita dell’avvocato.
Stanza dei colloqui, tavolo di formica, sedia avvitata, un agente oltre la porta socchiusa. L’avvocato aprì il fascicolo senza preamboli. «Il ricorso è stato ammesso. I margini per uscirne vincitori …sono minuscoli. Quasi niente.»
Lo sapevano entrambi che Ilaria non era la vera responsabile di tutto.
Aveva firmato, aveva coperto, aveva tenuto in piedi un meccanismo che apparteneva a gente più in alto.
Quando ti scontri con quello, il diritto diventa una formalità. L’avvocato abbassò la voce. «Non fare nulla. Non parlare. Non scrivere. Qualcuno si è impegnato a far sì che tu faccia meno galera. Non è una promessa in aula. È un accomodamento. È quello che c’è.»
Ilaria lo guardò.
Non si arrabbiò.
Non fece scenate.
Si alzò.
«Va bene.»
La riportarono in sezione.
Aprì la porta della cella e l’odore le arrivò addosso tutto insieme: sapone da due euro, caldo vecchio, corpi, detersivo. Mara alzò gli occhi. «E allora?» «Niente», disse Ilaria. «Si va avanti.» Posò il permesso di colloquio sul tavolino. Si tolse le scarpe. Prese lo straccio e si mise a pulire, canticchiando, senza che glielo chiedessero.
Il branco era lì.
La casa era quella.
Quando finì andò da Denise , bicchiere pieno fino all’orlo e lo rovesciò.
L’acqua finì dritta sui pantaloni, all’altezza della coscia.
Ilaria restò lì, gli occhi bassi. «Scusa.» Voce piatta. Troppo piatta. Denise vide la macchia. Vide Ilaria che non si muoveva. «Scusa un cazzo.» La afferrò per i capelli e le piegò la testa indietro. Ilaria non si sottrasse , braccia flosce .
Non voleva una rissa.
Voleva il colpo. Qualcosa di duro che le dicesse che era ancora viva, dopo la stanza dell’avvocato, dopo i nomi di chi stava sopra, dopo il «si va avanti» detto come una resa. Denise le slanciò uno schiaffo che le girò la faccia. Poi un altro. La spinse a terra, ginocchia sul cemento, un ginocchio tra le scapole, la guancia premuta sul pavimento bagnato.”Lecca, l’acqua “
Eseguì senza opporre resistenza.
La rialzò per i capelli e le diede un altro schiaffo, più pieno. Le sfilò la canottiera quanto bastava e le scaricò due sberle sulla schiena nuda.
Poi sulle cosce, a mano aperta, una, due, tre volte, finché Ilaria non ebbe le gambe che le ballavano.
«Volevi questo? Che ti sistemassi per davvero?»
Ilaria annuì impercettibilmente col viso basso. «Sì.» Denise le diede un ultimo colpo sulla natica e la lasciò andare.
Ilaria si rimise in piedi da sola. Asciugò l’acqua che non era riuscita a leccare.
«Grazie.»
Denise scosse la testa.
«Sei fuori.»
Dopo qualche minuto la rabbia sbollì.
I pantaloni le si erano raffreddati sulla coscia, la stoffa umida e pesante. Le palme le formicolavano ancora.
«Vieni qui.»
Ilaria eseguì.
Denise le mise in mano una spazzola: plastica ruvida, setole sfinite, odore di capelli e di chiuso. Ilaria le si mise alle spalle e cominciò dall’attaccatura. Un nodo secco, poi le dita, poi la spazzola fino alle punte. Suono sordo, ripetuto. Canticchiava. Lo stesso pezzo storto di prima, più respiro che melodia. Il fiato caldo sul collo di Denise. Odore di cuoio capelluto, di fumo vecchio, di giornata. Denise tenne gli occhi aperti. Vide il muro giallo sporco, una crepa sopra il lavandino, il bicchiere vuoto. Sentì il pollice di Ilaria sull’osso della nuca. Le venne l’invidia. Secca, senza cattiveria. Quella svitata — la faccia calda, il livido, le ginocchia ancora rosse — riusciva a rendersi piacevole anche il carcere.
Non era matta.
Era una che, dove gli altri trovavano solo cemento, trovava un ritmo.
Se non la felicità, almeno la contentezza. «
Non tirare»,
mormorò.
«Non tiro.»
I capelli divennero più lisci.
Ilaria le lisciò l’ultima ciocca, le posò una carezza dal collo alla punta e le lasciò un bacio sulla chioma, caldo, breve. «Ora sei pronta per uscire.» Denise non rispose. Né alla battuta, né al bacio. Restò ferma, la schiena contro il corpo di Ilaria. Sentiva il calore a ondate, il seno,il respiro regolare, il peso di un’altra vita appoggiata alla sua senza chiedere niente.
Avrebbe dovuto scostarsi. Non lo fece. Chiuse gli occhi. Pensò a come aveva imparato a tenere tutto a distanza.
Pensò a Ilaria, capace di attraversare lo stesso schifo e restare abbastanza intera da canticchiare, da spazzolare, da posare le labbra sui capelli di qualcuno come se quello fosse un addio alla porta di casa. L’invidia le salì lenta. Non era rancore. Era la constatazione di una mancanza. Lei sapeva sopravvivere. Ilaria, in qualche modo storto, sapeva stare. Denise lo sentì bruciare sotto lo sterno, lì dove di solito teneva solo rabbia. Restò premuta contro quel calore come sotto una coperta troppo corta: sapendo che non basta, e restando lo stesso, nella speranza di assorbirne un pezzo. Un po’ della sua calma. Un po’ della sua essenza. Quel modo di rendere abitabile anche una cella.
Non chiese come si faceva. Sapeva che Ilaria non avrebbe saputo spiegarlo. Restò in silenzio, i capelli lisci, la gola stretta, e per un poco si limitò a prendere quello che poteva: il calore di un corpo che, a differenza del suo, non aveva smesso del tutto di appartenere a qualcuno.
Poi arrivò la sentenza di Mara. Un aggravio. Altri quattro anni per una faccenda che al contrario dello stato aveva quasi dimenticato .
Tornò in cella con gli occhi lucidi e le mani che le tremavano.
Non lo digerì.
Alzò la voce con le guardie, cercò lo scontro, trovò un pretesto in ogni respiro , con Denise , con Sabrina, col mondo intero.
Ilaria si mise di traverso, da sola. Non si difese.
Quando Mara le urlò addosso abbassò lo sguardo.
Quando le buttò il caffè a terra si inginocchiò e pulì, quando glielo ordinò lo fece con la lingua, senza fretta, con quel sorriso piccolo che sembrava normale. Una sera Mara uscì dal bagno e disse soltanto: puliscimi. Ilaria si chinò. Lavò, asciugò, sistemò. Non commentò l’odore. Si rialzò con le mani umide e aspettò. Mara la guardò come se quella calma fosse un insulto.
Passarono i giorni.
Ilaria divenne lo zerbino che l’altra calpestava arrivando a lasciarla in ginocchio per ore sul bidet con le sue mutande sporche in bocca .
Finché una notte Mara non ce la fece più. La prese per i capelli, la tirò giù dal letto. Il primo schiaffo fu secco.
Poi i pugni. Ilaria non si coprì il viso. Restò a terra e continuò a sorridere quel sorriso sottile che a Mara sembrò una presa in giro. Smettila, le urlò, colpendola ancora.
Smettila di fare così. Ilaria tossì, ebbe il labbro spaccato, un occhio che già si chiudeva e l’orecchio viola.
Il sorriso era ancora lì. Ostinato. Come se dicesse: va bene, prendila tutta. Le guardie arrivarono quando le nocche di Mara erano già sporche di sangue. Denise guardò dal suo letto, in silenzio.
Mara aveva sempre resistito alle guardie, all’isolamento e alle minacce di un altro aggravio. Non resistette a Ilaria.
Ilaria che camminava con il labbro rotto e l’occhio viola e teneva la schiena dritta.
Che nonostante tutto le porgeva il pane col medesimo sorriso. Quella calma non era rassegnazione: era più alta, e Mara la sentì come una lama. Denise lo aveva capito prima. Denise già da tempo cercava Ilaria quando nessuno guardava: un dito sul polso, una spalla che si appoggiava un attimo di troppo , una carezza mentre dormiva
Una notte, quando i respiri delle altre erano già pesanti, Mara scivolò giù dal letto. Il linoleum era freddo, un po’ appiccicoso vicino allo scarico. Arrivò al materasso di Ilaria. Ilaria era sveglia. Lo era sempre, in questi minuti. Mara non parlò. Le lacrime le uscirono prima della voce. Si infilò sotto la coperta ruvida, cercò il corpo dell’altra come si cerca un muro. Appoggiò la fronte alla spalla, il viso al collo. Odore di tabacco freddo e di collera dormita. Le mani tremavano. Voleva calore. Voleva smettere di fare la bestia. Ilaria non la respinse. Le passò una mano tra i capelli, lenta. Mara singhiozzò. Non ti odio, mormorò Ilaria, bassissimo. Non era perdono. Era accettazione. Era il fatto che avesse preso le botte e ci avesse trovato, in un modo distorto e suo, un pezzo di felicità. Non solo piacere. Un modo per stare al mondo. Denise tenne gli occhi chiusi. Ascoltò. Seppe che adesso anche Mara era piegata. Non dalle guardie. Da quella donna che, massacrata, continuava ad accogliere chi l’aveva colpita con riconoscenza
Sabrina vide il cambiamento. Dietro l’aria bruciata dalle droghe aveva un’intelligenza da strada, pragmatica fino all’ignavia. Riconobbe la superiorità di Ilaria, la forza di Mara, il carisma di Denise. Non attaccò. Non si inchinò. Munse. Da Mara uno sguardo che faceva indietreggiare. Da Denise una parola detta bene in cortile. Da Ilaria il resto: il corpo, il silenzio, quella pace che le altre bruciavano e poi andavano a cercare.
Si rigirò nel letto e si lasciò cullare dai singhiozzi della vecchia burbera e dal fruscio dei movimenti di Ilaria.
Il suo momento arrivò di notte.
Sabrina scese a piedi nudi, sollevò l’angolo della coperta, si infilò. Odore di sapone da carcere e di pelle dormita. Ilaria era già sveglia. Solo questo, mormorò Sabrina, come se chiudesse un debito. Cercò di dettare lei: baciò per prima, premette una coscia, volle essere quella che prende.
Per un po’ funzionò.
Poi Ilaria le girò un polso e la mise sulla schiena. Non era forza da rissa. Era decisione.
La bocca le scese sul collo, sul petto, prese un capezzolo senza fretta. Lingua piatta, poi più stretta. Le dita le aprirono le gambe quanto basta. Pressione piccola, ritmo uguale. Poi la lingua sostituì le dita senza stacco. Non leccò come chi deve dimostrare. Leccò come chi ha fame vera: larga, poi la punta sul clitoride, una pausa quando Sabrina si irrigidì, di nuovo la stessa pressione. L’altra mano le tenne un fianco. Il calore era disinteressato e precisissimo. Sabrina pensò alla droga. Alla prima volta che una cosa le era entrata in corpo e aveva spento il rumore.
L’orgasmo non arrivò con urla. Arrivò da sotto, sordo, e la piegò in due. Le cosce le batterono contro le spalle di Ilaria. La pancia si contrasse a ondate. Fu il più forte della sua vita, e lo raggiunse così: ferma, con una lingua che non recitava e due dita che dopo tornarono dentro solo per farle finire l’onda, curve, lente. Ebbe la bocca aperta e gli occhi pieni d’acqua che non erano pietà. Era solo troppo. Ilaria aspettò che i spasmi calassero. Le baciò l’interno coscia, una volta, e si sdraiò accanto. Una gamba sopra la sua. Niente discorso. Sabrina respirò contro quel collo e ammise, solo a se stessa, che il gioco l’aveva già persa. Voleva mungere. Adesso era lei che sarebbe tornata. Lingua, dita, quel calore che non chiede di essere salvato. Peggio della roba: perché dopo non c’era discesa, c’era solo la voglia di riaverlo.
Ilaria le sistemò i capelli dietro l’orecchio.
Di giorno restò la stessa. Sistemava le brande. Passava il panno. Diceva prego quando le slittavano il vassoio. L’aria sapeva di brodo vecchio, di sapone da un euro, di sudore asciugato sui cuscini. Chi la guardava di sfuggita vedeva ancora la pecora del dodici febbraio, quella che in aula non aveva alzato la voce. Chi aveva passato la notte contro di lei sapeva un’altra cosa, e taceva.
Era regina per quanto può valere in una cella.
Non per decreto.
Perché Mara ci tornava quando la rabbia si scioglieva in pianto e le lasciava sulla spalla una striscia bagnata che poi si raffreddava.
Perché Denise le girava intorno, come una zanzara gira intorno a una luce, dita.
Perché Sabrina, che credeva di saper contare, cercava la sua bocca come si cerca una dose, sapore di sonno e nicotina.
Tutte e tre le avrebbero portato il mondo in tasca.
Tutte e tre, se lei avesse indicato la finestra e detto adesso, si sarebbero buttate.
Lo sapeva.
Lo aveva capito senza provarlo. A volte, nel gabinetto che non chiudeva, con l’acqua gelata sui polsi e l’odore acre dello scarico, la mente le arrivava lì e lei la fermava. Non per virtù. Per il timore sottile di sentirsi piacere quella possibilità: un formicolio basso, dove di solito c’era solo fatica.
Il potere era una stanza in più dentro il corpo. Ci entrava l’eco delle chiavi, il calore delle bocche altrui, il peso di Sabrina che le si scioglieva addosso dopo, umida, con le cosce che ancora le battevano piano. Poteva entrarci. Poteva non uscirne più. Lei sceglieva di non entrarci.
Restava servizievole perché era l’unico modo che conosceva per non diventare la cosa che aveva piegato le altre. Il sorriso le serviva da argine. Se continuava a porgere, a sentire la peluria del braccio di Mara quando le sistemava la coperta, a lasciare che le dita di Sabrina le cercassero il ventre con quella fame goffa, allora il trono restava un letto stretto che puzzava di quattro donne e non un ordine. Sentiva la fame delle altre come un clima. L’umidità sulla pelle prima del temporale. Sapeva quando Mara stava per rompersi dal labbro che tremava. Sapeva quando Sabrina avrebbe mentito a se stessa ancora un giorno dal modo in cui le evitava gli occhi al mattino. Sapeva che Denise la guardava per capire se esisteva ancora.
Accoglierle le costava la schiena, il sonno, il sapore di un’altra bocca fino alla sveglia. Non accoglierle le sarebbe costato di più: sarebbe restata sola con quella conoscenza, e la conoscenza senza uso le si sarebbe posata in gola come un farmaco amaro. Da un grande potere derivano grandi responsabilità.
Glielo ripeteva senza solennità mentre tirava un lenzuolo che sapeva di ammorbidente scadente e di corpo. La responsabilità non era governare. Era non chiedere il salto. Era tenere la corona bassa, nascosta nel gesto con cui sistemava i capelli unti di Sabrina o lasciava che Mara le bagnasse la maglia senza dirle vedi, alla fine sei tu che vieni.
Ognuna, da sveglia, era convinta di condurre qualcosa.
Tutte e tre, alla prossima crisi — un aggravio, una rissa, una notte in cui il corpo non regge più la recita — sarebbero tornate sulla stessa spalla. Ilaria restava al centro. Non perché le corressero dietro. Perché quando il gioco si rompeva era l’unica che sapeva ancora tenerti addosso senza chiederti di essere altro da quello che sei, anche se quello che sei era già piegato.
Era passata dalla condanna a questo letto. Gli anni fissati in un’aula il dodici febbraio erano ancora lì, immobili. Quello che era cambiato stava tutto nel peso esatto di tre vite contro la sua. Di giorno era la stessa: lo strofinio del panno, l’acqua grigia nel secchio, il sorriso che sapeva di metallo e di pazienza. Di notte sentiva respiro contro respiro, pelle contro pelle, un ginocchio tra i suoi. Non ne abusava. Non perché fosse pura. Perché aveva capito che il vero abuso, lì, sarebbe stato usare ciò che le avevano messo in mano — il loro caldo, la loro obbedienza pronta, l’odore del loro bisogno — senza che lei l’avesse chiesto. Allora restava accogliente. Restava sorridente. E dentro, in un punto che non mostrava, dietro le costole, vigilava su se stessa più che sulle altre: che non le sfuggisse una frase di troppo, che non le piacesse troppo sapere che avrebbero potuto cadere, se solo lei, con la stessa voce mite di sempre, avesse detto di cadere.


Uscì ad aprile. L’aria del cortile le arrivò addosso prima del nome: umida, di asfalto bagnato e di scarico dei furgoni, senza il ferro delle sbarre. Un’ordinanza. Il braccialetto, plastica e metallo tiepidi mentre glielo chiudevano sulla caviglia, un click piccolo, definitivo. Un appartamento con il suo nome sulla carta. Firmò. La penna scorreva grassa sul foglio, odore d’inchiostro. Qualcuno aveva mantenuto una promessa. Qualcuno aveva chiuso un conto. In corridoio le agenti dissero il suo cognome. Le chiavi batterono.
Mara le prese un polso come a convincerla non andare. La pelle di Mara era ruvida, calda, sapeva di tabacco freddo. Lo tenne. Lo lasciò. «Va’.» Denise le toccò il colletto: dita secche, un filo di shampoo da spaccio ancora nei capelli. Disse una frase bassa, quasi sul tessuto, il fiato le sfiorò la gola. Sabrina, dal letto, si girò dandole le spalle, mosse appena la bocca e simulò un singhiozzo con uno sbadiglio . Le lenzuola cigolarono. Ilaria si fermò sulla soglia. Odore di frittura vecchia, di detersivo, di corpi dormiti. Il neon tremava e le faceva male agli occhi. La porta del bagno socchiusa lasciava uscire il tanfo acre dello scarico. Poi le chiavi, il cemento delle scale freddo sotto le scarpe senza memoria di lacci, e fuori un vento sottile che le asciugò le labbra.
I primi giorni furono dí felicità semplice l’acqua , il caffè buono, il sapone che odorava di sapone Dopo — non subito — qualcosa si spostò. Un odore di sapone da due euro dove non c’era sapone. Una voce nel termosifone spento. Il suono di un panno bagnato sul linoleum, e il pavimento di casa era liscio e di legno , non appiccicoso vicino allo scarico.
Restò ferma in cucina con il bicchiere in mano. Il vetro sudava. L’acqua sapeva di rubinetto. Non lo posò. Poteva essere fame. Poteva essere altro. Andò a letto. Il materasso non cigolava. Si alzò. Il soffitto era bianco anche di giorno, e le faceva l’effetto di una pagina senza inchiostro.
Vide gente su lenzuola lavate troppo. Pagò sempre, sia donne che , se pur raramente, uomini . I
Alle cinque era già sveglia. Il braccialetto era caldo di sonno, un anello di pelle un po’ bruciata. Sorrise al soffitto. Il sorriso le seccò l’angolo della bocca. Durò poco. Durò abbastanza. Fuori c’era rumore di città: un motorino, un cassonetto, qualcuno che tossiva nel cortile. Ilaria restò a sentirlo. Non accese la luce. Non la spense. L’oscurità le odorava di polvere e di sapone nuovo. Restò nel punto in cui stava, i piedi nudi sul pavimento freddo, come si resta quando non è ancora chiaro se si è usciti o se si è soltanto cambiati di cella
scritto il
2026-09-14
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