Porno Odissea
di
Rot43
genere
esibizionismo
Finalmente è arrivato il tanto atteso kolossal dell’estate, quello di cui si parla da settimane e che tutti aspettavano di vedere sul grande schermo. I cinema sono pieni e trovare un biglietto all’ultimo momento è quasi impossibile. Ne ho la prova già nei primi giorni di lancio della pellicola. Mi reco in centro nel cinema che prediligo e al mio arrivo davanti al botteghino non vi è fila. L’edificio è piccolo e ospita solo due sale. Mi avvicino fiducioso e chiedo un posto per lo spettacolo. Dall’altra parte la risposta è sintetica e lapidaria: sold-out! Poi il bigliettaio mette da parte la modalità tono metallico standard, forse mi riconosce come cliente abituale, e mi spiega che i posti disponibili in loco e online sono andati a ruba. Senza pausa continua, risparmiandomi la fatica di chiederlo, che anche i biglietti per lo spettacolo del giorno seguente sono già esauriti. Per via di altri impegni non ho la possibilità di assistere alla visione del film nei giorni successivi, perciò non mi resta che andarmene con la curiosità in tasca. Personalmente ho sempre preferito le proiezioni nelle piccole sale cinematografiche in cui la visione mi regala una sensazione più intima. Stavolta però la curiosità mi spinge a spendere un’ultima carta nel tentativo di sopire quell’impellente entusiasmo cinefilo che da giorni accompagna i commenti su questa pellicola. Monto in auto e in venti minuti, raggiungo la multisala fuori città, dove scopro che il film viene proiettato senza sosta dal pomeriggio. Ah il capitalismo, quando c’è da incassare, non conosce orari! Dopo un po’ di fila e tanta pazienza, riesco a prenotare un posto per l’ultimo spettacolo della serata: poltrona Z-1 in fondo alla sala, ultima fila lato destro. I cartelli pubblicitari annunciano, visto il grande seguito, che il film verrà proiettato per i primi 3 giorni in lingua italiana, con sottotitoli in lingua inglese. Questo mi aiuta a comprendere l’esigua presenza di alcuni turisti nell’atrio e anche in coda al botteghino. La sala, al mio arrivo, è parzialmente piena, ma nel giro di dieci minuti ogni posto libero viene gradualmente occupato. Anche gli ultimi quattro posti accanto a me iniziano a riempirsi, una coppia di mezza età prende i posti Z-4 e -Z-5. A luci spente, mentre l’ultimo spot invita al silenzio e a spegnere i cellulari, due spettatori ritardatari entrano in sala illuminando gli scalini con la torcia dello smartphone. Uno si sistema nell’unico posto libero al centro della platea, mentre l’altra raggiunge la mia fila, verifica la lettera che la contrassegna e trafelata indica il posto accanto a me sussurrando qualcosa di incomprensibile. Capisco comunque e mi alzo per lasciarla passare. Attraversa l’esiguo spazio tra una poltrona e l’altra e quando prende posto, mi accorgo che la cascata dei suoi lunghi capelli ha già invaso lo spazio che ci separa di un delicato balsamo di lavanda. L’inizio del film cattura subito l’attenzione e gli effetti speciali, il dolby surround, gli amplificatori di potenza e il continuo alternarsi di luci calde e fredde mi immergono fin da subito nella pellicola. Rapidi lampi di luce riflettono le sagome del pubblico in sala, illuminandone le teste degli spettatori davanti e ai lati. Ne approfitto per cogliere qualche dettaglio in più dell’aspetto della ragazza accanto e noto che ha raccolto i suoi lunghi capelli forse castano chiaro e che indossa un abito bianco attraversato da regolari sottili linee azzurre che, sotto il riflesso delle luci, assumono un profilo irregolare nella parte superiore, per poi diventare più disomogenee e grossolane verso il fondo del lungo vestito, quasi a creare un effetto psichedelico. Ha le gambe accavallate e il sandalo, appeso al piede sinistro, pende appena lasciando intravedere, tra le sottili fascette, le unghie dei piedi smaltate di rosso. Come la maggior parte degli altri spettatori è completamente assorta nella visione. La sua presenza mi incuriosisce e affascina e comprendo che la mia attenzione questa sera sarà messa a dura prova. Il film procede in un crescendo di emozioni sostenuto da un sapiente uso degli effetti speciali e permette alla prima mezz’ora di volare. Quando il ritmo della pellicola si fa più blando, riprendo a mettere a fuoco altre peculiarità del suo aspetto. Noto che adesso si è sfilata i sandali e osserva lo schermo rannicchiata sulla poltrona, con le braccia strette attorno alle ginocchia e la testa appoggiata su di esse. I suoi piedi completamente scoperti poggiano sul sedile in bella vista. L’orlo inferiore della gonna è raccolto tra le braccia che le cingono le gambe, lasciandole parzialmente scoperte. Il capo chino in avanti mette in risalto il doppio nodo che fascia la nuca e sostiene l’abito. Al di là del suo aspetto, sento di essere attratto soprattutto dalla postura che mette in risalto i piedi, scatenando involontariamente la mia incline ammirazione per il piede femminile. Osservo con attenzione e colgo nuovi e interessanti particolari di ciò che, fino a poco prima, avevo potuto soltanto intravedere. Poi torno sul film proprio mentre Ulisse viene legato all’albero della nave, incapace di resistere al fascino ammaliante del canto delle sirene. Coincidenza che mi fa sorridere e pensare a quanto in fondo il richiamo del fascino della ragazza dai bei piedi scoperti stia iniziando a esercitare su di me. La posizione in cui è raccolta, li espone frontalmente e la luce proveniente dallo schermo mi consente di osservarli con una certa nitidezza. Mi soffermo sul collo del piede più prossimo: è liscio e perfettamente arcuato da seguire una linea che prosegue con naturalezza verso la caviglia conferendole un’eleganza gentile. Le dita sono armoniosamente proporzionate e il secondo dito supera appena l’alluce, rispondendo al cosiddetto canone greco, per il quale da sempre nutro una particolare predilezione. La pelle appare morbida e uniforme, priva di imperfezioni evidenti, mentre le unghie appaiono curate e accortamente valorizzate dallo smalto rosso che ne mette in risalto il profilo elegante. Allungo un occhio al film che entra nel vivo della suspense poi mi guardo attorno e constato nuovamente che e il pubblico in sala ne è completamente assorbito . Tutti, tranne me. Vorrei riuscire a lasciarmi coinvolgere come loro, ma più ci provo e meglio comprendo quanto la presenza della ragazza accanto sia totalizzante. Affondo sul lato sinistro della poltrona, cercando riparo nell’oscurità per poter dividere l’attenzione tra lo schermo e la sua figura, tentando di mantenere la misura alla discrezione. Superata una delle tante altre sequenze spettacolari il suono della musica degrada fino ad abbandonare la sala nuovamente al silenzio, interrotto solo dallo sciabordare delle onde del mare che picchiano contro i remi mossi dall’equipaggio della nave. In quella quiete avvicino la bottiglia alle labbra e bevo un sorso d’acqua, ma la coda dell’occhio si sofferma ancora su di lei e sulle sue piccole dita affusolate che per un istante mi pare si muovano. Quando ripongo la bottiglia nell’apposito porta bicchiere. integrato nel bracciolo, avverto per la prima volta i suoi occhi su di me. Capto il suo sguardo fugace, ma non ricambio e fisso lo schermo. Per qualche minuto mi impongo di non voltarmi e il susseguirsi di un’altra scena concitata mi aiuta nell’intento. Ma non appena il film rallenta e il silenzio riprende il sopravvento, la mia curiosità si riaffaccia e prima ancora di rendermene conto, sono di nuovo sprofondato nell’angolo più buio della poltrona, da dove cerco di soddisfare il mio bisogno feticista grazie alla complicità della luce che rimbalza in platea. Nonostante lo sforzo di assumere una posizione quasi disinvolta lei si gira una seconda volta. Prontamente elevo il collo quanto basta per riportare lo schermo al centro del mio campo visivo. Il timore di apparire ridicolo mi persuade e correggo anche la mia posizione riportandola al centro della poltrona. Torno a concentrarmi sul film e, per forse venti minuto, non distolgo più gli occhi dallo schermo. Comincio a illudermi di aver finalmente ripreso il controllo, ma basta un suo semplice movimento perché la mia attenzione venga nuovamente catturata. Di fatti, ad un certo punto, lei scioglie la postura distende le gambe e posa i piedi sul pavimento. La gonna ora copre le gambe oltre le ginocchia. Nella penombra cerca uno dei sandali disallineato sotto la sua poltrona. Quando lo trova, lo avvicina grazie ad un piccolo movimento del piede, poi si china per indossarli. Seguo furtivamente le sue movenze e, una volta calzati i sandali, solleva i piedi e distende ancora le gambe, quasi per adattarsi meglio alla nuova posa o per distendere i muscoli chissà. Non sono in grado di ostacolare la mia indiscrezione e di conseguenza anticipare nuovamente il suo sguardo improvviso. Per la prima volta i nostri occhi si incrociano. La sua espressione è seria, ma impassibile alla mia. Sorrido, provando a distendere l’imbarazzo, ma lei non ricambia e si limita a tornare con lo sguardo sul film. Mi sento profondamente a disagio. Ho la netta percezione che si sia accorta della mia morbosa attenzione e che, ormai, non posso più fingere che sia tutto casuale. Mi rimprovero in silenzio, deciso a smetterla una volta per tutte. Eppure, proprio in quel momento, la rivedo accavallare le gambe e riprendere a muovere il piede sospeso in aria con impazienza, scoprendo il tallone. Il movimento fa perdere l’equilibrio al sandalo sinistro che scivola e si capovolge sul pavimento. La sua reazione è disinteressata e continua a scuotere il piede. Mi sforzo di contenere la mia disattenzione, ma tutto l’ impegno è compromesso. La penombra, il silenzio della sala e la consapevolezza che lei sappia che le mie occhiate non sono più casuali rendono ogni suo gesto improvvisamente più carico di significato. Combatto con la curiosità di capire se quella serie di movimenti sia casuale o consapevole della mia attenzione. Mentre mi interrogo lei continua a cullare il piede sospeso. Il richiamo diviene sempre più incontenibile e mutua ossessivo nel momento in cui la sua mano sinistra afferra il lembo della gonna scoprendo dapprima la gamba sino al ginocchio per poi arrestarsi oltre la coscia. Le movenze sono lente, quasi distratte. Esamino lesto la sua coscia più prossima, illuminata in penombra dalla luce bianca dello schermo che irradia il pallore della pelle e ne accentua la forma morbida e attraente. Poi il mio sguardo si fa più ardito, si sofferma più a lungo, quando lei trattiene l’orlo della gonna con la mano, mentre con la destra si fa aria, quasi a giustificare a se stessa questo fuori programma dovuto al caldo estivo, nonostante l’aria condizionata in sala funzioni perfettamente. Le vampate divengono contagiose nel momento in cui la mano sinistra smette di farsi aria e raggiunge il collo del piede, frizionandolo ripetutamente. Procede nel massaggio e lentamente raggiunge l’alluce accarezzandone la sua forma con i polpastrelli del pollice e dell’indice, lo stesso trattamento è riserbato al resto delle dita. Le sua azioni mi ammaliano ed espongo la mia fascinazione al suo ludibrio. Il suo atteggiamento mi convince che la mia silenziosa venerazione nei suoi confronti sia apprezzata, inoltre il mio interesse incoraggia i suoi massaggi sul resto dell’arco del piede, fino a spingersi progressivamente fino al tallone. All’improvviso, la sala precipita nel buio e l’oscurità nasconde per un momento quella visione ammirevole. Sullo schermo davanti a noi ora campeggia una scritta bianca che annuncia la fine del primo tempo. Le luci in sala si riaccendono. Una piccola parte degli spettatori comincia ad alzarsi per raggiungere il bar o i servizi, io rimango immobile a fissare quella scritta, senza trovare ancora il coraggio di affrontare la sua temerarietà. Lei si ricompone, abbassa il vestito e indossa i sandali e con la coda dell’occhio la osservo cercare qualcosa nella borsa, sotto la poltrona. Poi si volta nella mia direzione e senza proferir parola i nostri sguardi si incontrano alla luce. È molto carina. Ha i capelli ramati, gli occhi verdi chiari e una pelle chiarissima. Per via del colorito potrebbe sembrare straniera; azzarderei irlandese, forse danese. Sul naso porta un piercing, un piccolo cerchietto color oro, che la rende ancora più interessante. Alla luce noto meglio il suo volto su cui risalta una bocca piccola e sottile con labbra delicate, il viso è attraversato da lentiggini sparse sul naso e sulle guance. Non sono grandi, sono piccole e delicate, ma risaltano sulla pelle creando un contrasto particolare con il colore dei capelli e degli occhi. Si alza in piedi, dimostrando un altezza standard, posa su di me uno sguardo serio che non lascia spazio a malintesi sulle intenzioni. Comprendo le sue intenzioni, mi alzo e mi faccio da parte per lasciarle il passo. La seguo con lo sguardo mentre lentamente percorre i gradini laterali che conducono all’uscita della sala. La luce artificiale ora risalta sulla sua pelle lattiginosa una costellazione di lentiggini che la rendono ancora più provocante e che si sparge anche sulle braccia e sulle le spalle, fino a lievitare in numero minore sulla parte visibile della schiena nuda. Il lungo vestito avvolge una figura sottile, ma dalle curve armoniose che riesce comunque a farsi notare. Dieci minuti dopo è di ritorno con una confezione di popcorn tra le mani. Ritraggo nuovamente le gambe per lasciarla passare. Questa volta non mi concede neppure uno sguardo e si limita ad azzardare un «grazie», dalla pronuncia decisamente poco latina. Riprendiamo posto e, nell’attesa che il film ricominci, lei porta qualche popcorn alla bocca. Non aspettiamo molto. Le luci si spengono e la sala torna a immergersi nell’oscurità e nel pochi istanti dopo nel buio più totale un chicco di mais fa capolino sul pavimento finendo sotto la mia poltrona. La confezione che stringe tra le mani è stracolma e di tanto in tanto, qualcuno salta fuori. Altri piccoli fiocchi bianchi cascano sul pavimento e anche lei stavolta sembra accorgersene, si volta verso di me e per la seconda volta i nostri sguardi si incontrano per qualche istante, stavolta in un’espressione più rilassata quasi empatica. Come le avventure di Ulisse si susseguono, davanti a noi una dopo l’altra, anche la nostra consapevolezza cresce di scena in scena e proprio mentre l’eroe di Troia si appresta a convincere Circe a liberare i suoi uomini dall’incantesimo, i suoi piedi fanno nuovamente capolino, operando l’ennesimo sortilegio sul sottoscritto. All’improvviso lei solleva le gambe dal pavimento, piega le ginocchia sul lato e si rannicchia sulla poltrona, stringendo il suo corpo minuto sulla sua destra per ricavarsi lo spazio necessario per distendere i piedi direttamente sulla stoffa, orientandoli verso sinistra più vicino a me. Lo fa così, come se non ci fosse nulla di insolito nell’infrangere ogni regola di bon ton. Rimane rannicchiata sul lato destro utilizzando il bracciolo della poltrona accanto come se fosse uno schienale. Il fatto che il posto (Z-3) accanto sia vuoto le permette di muoversi liberamente, senza preoccuparsi di invadere lo spazio altrui. I suoi piedi ben stesi intanto raggiungono il bordo del sedile, proprio accanto al bracciolo con il mio portavivande. Nella penombra intravedo le piante pallide e le dita affusolate allungarsi sempre più nella mia direzione, fino a schiacciare la pianta dei piedi contro il bracciolo interno della sua poltrona. Poi rimane pigra in quella posizione che dovrebbe risuonare come un piacevole dono nei mie confronti e proclamare l’atto finale che compromette definitivamente ogni piccolo rischio residuo di attenzione nei riguardi del racconto della colossale opera del buon Omero. Adesso non esiste più circostanza dettata esclusivamente da un vezzo di superficialità che possa in qualche modo addurre i suoi gesti a mera coincidenza. Il linguaggio del suo corpo è intenzionalmente provocante e qualsiasi movimento mira all’intrigo. Rinuncio a sottrarmi all’esposizione di feticismo gratuito e le lancio occhiate sempre più intense. I suoi movimenti si fanno più spontanei e i piedi si distendono ancora arrivando a sfiorare la bottiglietta d’acqua vuota nel porta bibite, quasi a lambire il confine tra il suo spazio e il mio. Lo fa più volte e ogni volta ritrae il piede con un gesto rapido, come se quel contatto fosse del tutto accidentale, senza scomporsi e senza interrompere la cadenza con cui continua a consumare i popcorn. Desidero quei piedi e agogno di accarezzarli, leccarli, baciarli… e lascio pendere la mano destra sul bracciolo, nella speranza di intercettarne il movimento. Dopo pochi istanti, le mie dita immobili vengono da essi lambite, ma come prima stavolta li ritrae. Incalzato dalle sue provocazioni distendo le dita della mano ciondolante e rimango ancora in attesa, quasi a lasciare a lei la scelta di colmare o meno quella futile distanza. Lei sembra accorgersi del mio desiderio e ritrae ancora di più i piedi verso l’interno, per quanto lo spazio le consenta di farlo, lasciandoli ancora a un palmo dalle mie dita. La mia mano rimane sospesa, pigra. Mi basterebbe distenderla per riempire quella distanza. Lei porta un altro popcorn in bocca e lo mastica senza fretta, poi impudente divarica e chiude le dita dei piedi. La sua è un pioggia di segnali e un attimo dopo, il suo alluce è già tornato a sfiorare il bordo del bracciolo. Stavolta non lo ritrae, almeno non subito. Rimane lì, sospeso sul confine, come se attendesse una mia decisione. Deglutisco a fatica e lascio avanzare il dorso delle mie dita nello spazio contiguo, mi avvicino ad un soffio, non ancora abbastanza da toccarli, ma abbastanza per farle capire che non ho nessuna intenzione di sottrarmi al gioco, se così entrambi vogliamo chiamarlo. Abbassa gli occhi per una frazione di secondo. Non verso di me, ma verso quello spazio condiviso tra il suo piede e la mia mano e accenna un sorriso — l’ho visto — poi torna a guardare lo schermo, come se nulla fosse accaduto e riprende a mangiare i popcorn con la stessa calma. Porta la mano al cartoccio senza distogliere lo sguardo dal video, ma la posizione in cui è rannicchiata e l’abbondanza di mais soffiato all’interno fanno sì che, di tanto in tanto, qualche popcorn le sfugga ancora, cadendo stavolta sulle gambe e soffermandosi sulla gonna spiegazzata. Lei sembra non farci caso e continua a sostituire quelli che cadono con altri. Noto quel piccolo disordine che le si è creato sulle gambe, lei continua a nutrirsi come se nulla fosse, ignara — o forse perfettamente consapevole — dell’effetto che ogni suo gesto, anche il più banale, finisce per avere su di me. Poco dopo, un altro chicco raggiunge gli altri, scivola oltre la gonna e rotola più in là, in prossimità delle dita dei suoi piedi. Interrompe la sua attività e per un istante fissa il chicco rimasto lì, poi si volta verso di me e sul suo volto compare un’espressione più beffarda, quasi di sfida che mi suggerisce di stare in guardia. Poi, improvvisamente, le dita dei suoi piedi si schiudono, catturano il chicco e, con un movimento rapido, lo accompagnano verso la mia mano penzolante. Colgo il gioco, apro il palmo e, un attimo dopo mi ritrovo il chicco al centro della mano. I sui occhi scaltri si posano sui miei, curiosi di vedere la mia risposta. Porto il chicco alle labbra e lo faccio scivolare in bocca, lei ammira il gesto e mi regala l’ennesimo e ambiguo sorriso, in cui ci colgo quella malizia che non lascia più spazio all’equivocità. Questa attestazione ci permette di sorvolare su ogni altra sorta di gentile imbarazzo e ora non rimane altro che studiarci a vicenda, e capire fin dove ognuno di noi sia disposto a spingersi. Il successivo affondo lo serve ancora lei. Più disinvolta, quasi stesse ordendo un’altra sfida per soppesare la mia natura lasciva, estrae dal cartoccio un minuto quantitativo di popcorn che distribuisce intenzionalmente tra le dita dei piedi. Una volta infilato il manipolo di mais tra le dita, le stringe insieme al cibo, per poi guardarmi con bizzarria. Stavolta non attendo e mi dimostro risoluto a prender parte al suo divertimento, stendo la mano e cingo delicatamente le sue dita. Una volta avvolte, lei le riapre all’interno e abbandona la presa, permettendo agli esigui chicchi di distribuirsi nel palmo della mano. Lieto, avvicino il bottino alla mia bocca e lo lascio scivolare al suo interno ottenendo nuovamente la sua gioiosa approvazione. Meno appesantito ora avvicino la mano e la lascio scivolare sul collo del suo piede. Lei non si sottrae e finalmente le dita possono sfiorare quella pelle liscia e calda tanto desiderata. Seguo e carezzo tutto l’arco del piede digradando fino al tallone, su cui mi trattengo. E’ snello e la sua la superficie è più compatta rispetto al resto del piede, ma conserva comunque una morbidezza comune. Lei osserva la mia sensibilità esploratrice compiaciuta e si lascia coinvolgere da questa silenziosa ispezione. Il fascino, insieme alla libertà con cui ormai si lascia esplorare, mi convince a esibire senza indecisione un lato di me più primitivo. Il posto a sedere al suo fianco vuoto ci mette un po’ al riparo dagli occhi “lontani” degli altri spettatori e ci concede più complicità. Senza imbarazzo sollevo la mano che ha tastato il suo piede e la porto al volto, la avvicino al naso, inspiro e cerco l’odore della traccia della sua essenza ivi depositata. La colgo è una nota appena acre, coperta da quella più artificiale del sandalo. Un brivido di desiderio improvviso mi pervade, rimango per un istante appeso e consapevole a quella autentica e coinvolgente sensazione che mi sembra esplichi il mio stato psicofisico meglio di mille parole. Incoraggiata da questa mia animalesca ossessione, si china e raccoglie dal pavimento il sandalo e me lo porge. Per un istante mi invade di nuovo quella sensazione di sospensione di poco fa e rimango in bilico tra l’assurdità e l’imbarazzo. Lei invece lo fa con fare serio, come se volesse davvero mettermi alla prova quantificando il livello della mia eccessiva adorazione. L’indugio, però dura poco, afferro la calzatura e la avvicino al naso. Fiuto. Percepisco l’odore tipico del cuoio del sandalo appena comprato misto a quello della gomma, ma tra essi percepisco tenue un acre sentore di sudorazione che si tramuta in una nota salmastra che ne marca l’aroma. Il mio volto deve comunicarle vibrazioni molto positive, vista la favorevole espressione che ora le fascia il volto. La mia stravaganza la rende allegra e ora il suo sguardo complice suggerisce che, ormai, entrambi sappiamo perfettamente di essere andati ben oltre ogni fatalità. La franchezza con cui si concede ai miei appetiti mi fa pensare addirittura che forse non sia la prima volta che qualcuno manifesta nei suoi confronti un’attrazione simile. Per me, invece, è qualcosa di completamente inedito, mai, prima d’ora, un’estranea seduta accanto a me in una sala cinematografica mi aveva concesso un’intimità simile. Mi accosto al suo orecchio e anche se perplesso dalla sua comprensione della lingua italiana provo a renderla edotta. La sua replica è immediata e piacevolmente spiazzante. In un italiano incerto, ma proprio per questo ancora più intimo ed esclusivo, mi dice di aver intuito la mia attrazione fin dal primo sguardo che ho depositato su di lei. Poi si accosta ancora di più al mio orecchio e con un sussurro più labile aggiunge che la voglia di assecondare quella mia attrazione è dovuta anche dal mio aspetto che trova molto gradevole. Il suo italiano conserva la durezza morbida dell’accento straniero: esitante, ruvido, a tratti impreciso. Imperfezioni che trovo ancora più affascinanti. I nostri bisbigli conoscitivi vengono interrotti per un istante da un colpo di tosse proveniente dalla fila davanti. Tra noi cala il silenzio. Mi irrigidisco, temendo che qualcuno si sia accorto del nostro flirt, ma capisco quasi subito che il fatto non ha nulla a che vedere con le nostre voci, rimaste sempre poco più che un sussurro. Torniamo entrambi a seguire il film e il finale non è lontano. Ripenso alla sua frase di poco fa e mi interrogo sulle origini della sua pronuncia: tedesco o similmente austriaco. Vorrei chiederglielo, ma mi accorgo di avere ancora tra le mani il sandalo, che avevo tenuto discretamente nascosto, quasi a proteggerlo dagli sguardi degli altri spettatori. Lo sollevo appena. Lei se ne accorge e mi rivolge uno sguardo divertito. Si porta le mani alle guance per trattenere una sghignazzata e scuote con fare buffo la testa. Poi con calma lo riprende, lo lascia scivolare sul pavimento e torna a fissare lo schermo, come se nulla fosse accaduto. Nel buio della sala, mentre davanti a noi scorrono le ultime scene del film, torno a cercare la sua vicinanza. Lei non si ritrae, e quella complicità rende il momento ancora più intenso perché svuota il campo da tutto rafforzando le sue certezze e le mie intenzioni. Riprendo a carezzarle i piedi scoperti che ora si lascia palpeggiare dalle mie mani curiose che frizionano con sempre più ardore. Il turbamento è innegabile e anche l’uccello nei bermuda dimostra la sua irriverenza. Continuo a palparli ora incrociati l’uno sull’altro. La pellicola ormai è qualcosa da recuperare con calma, magari nei prossimi giorni e nel solito cinema dove nemmeno lontanamente credo possano crearsi situazioni del genere. Massaggio e friziono quegli armoniosi piedi con leggerezza, quasi con sentimento come se appartenessero a quelli di una persona a me emotivamente cara. Forse è questo che, al di la del mio piacente aspetto fisico, la coinvolge così fervidamente ed è probabilmente ciò a facilitare la scelta di posare la sua mano sulla mia. Il contatto con il suo palmo mi esalta, le permetto di avvolgere il dorso della mia mano. Lo solleva e lo trascina nel suo spazio sulle sue gambe, protette dall’abito spiegazzato. Sfrega lento il mio palmo su di esse, nonostante il tessuto, mi concede la tangibilità della loro forma e della loro consistenza, poi sprofondiamo sotto il lembo più remoto dove entrambe le nostre mani si insinuiamo sotto la gonna del vestito, sfioro i suoi polpacci sottili e slanciati e solco le cosce morbide e sinuose. Palmo a palmo la sua mano mi supporta nell’esplorazione del suo corpo, palpo la sua anca e la pelle delicata e morbida fino a sfiorare il fianco sinistro fasciato dal bordo delle sue mutande. Mentre indugio sullo slip che le fascia i fianchi dal bordo elastico e ricamato, la sua mano trascina la mia verso l’interno facendosi spazio tra le cosce, fino a soffermarsi sotto il suo addome caldo. Comprendo l’effetto reale di tutto quello che ciò sta avendo su di lei quando avvolgo nel palmo della mano le mutandine che le fasciano le labbra e ne percepisco il calore umido che trapela il tessuto che le occulta. Apro una breccia, scostando con l’indice e il medio una parte inferiore dello slip, per raggiungere la fica anelata, ma la sua mano, non me lo permette e scaccia via la mia riconducendola fuori. Una presa di posizione repentina di cui mi sfugge il significato: un pentimento, un turbamento? Rimango incerto sul da farsi. Poi lei abbandona la postura conservata fino a quel momento e si raddrizza sullo schienale assumendo una postura più abituale a una sala cinematografica. Per qualche istante rimaniamo immobili, fingendo di seguire il film. Poi la vedo guardarsi intorno con discrezione e, solo dopo essersi assicurata che nessuno la stia osservando, solleva leggermente il bacino dalla poltrona, rapida infila le mani sotto la lunga gonna del vestito e quando esse riemergono si volta e lancia furtiva qualcosa all’indirizzo delle mie gambe. Abbasso il capo e noto che su di esse campeggiano le sue mutande di pizzo, in penombra, noto, color pesco. Ora capisco le sue volontà. Innanzitutto, è chiaro che questo gioco debba ormai trovare il giusto epilogo, per entrambi. Ma, nel frattempo, vorrebbe che continuassimo a concederci lo scambio dei nostri sapori fino in fondo, sfruttando tutto il tempo che il film ancora ci riserva, senza risparmiarci nulla. L’intrigo, ormai, è parte del gioco e sarebbe davvero un peccato tenerlo fuori. Impressionato dalla sua spregiudicatezza, afferro lo slip stringendole nel pugno, al tatto percepisco subito l’intingolo dei suoi fluidi. Bramoso le avvicino al viso e fiuto volgarmente la sua fragranza, lasciando affondare il naso nella macchia bianco latte lasciata dai suoi fluidi. Indugio, in modo che lei possa osservare, ed emergono delle note muschiate e leggermente acidule, che rendono via via il carattere più intenso e piacevole. Persevero tra i suoi umori i quali non fanno altro che contribuire a far tracimare indecorosamente l’uccello stretto tra i bermuda. Ribatto alla sua dimostrazione erotica, e al bottino che ora stringo tra le mani, giocando il mio turno, perciò afferro la sua mano sinistra immobile sulla gonna e la conduco laddove l’istinto ormai la fa da padrone. La stoffa di lino permette alla sua mano di avviluppare agevolmente il mio basso ventre, di cui ne tasta la forma e sonda la consistenza fino a scuotermi anche le palle in basso. Il check pare gratificarla e infatti risoluta stringe con vigore l’asta turgida perdendo parte di quell’autocontrollo che fino ad ora aveva ostentato. La sua avidità si palese sempre più e nella penombra cerca insistentemente a tentoni di allentare il bottone. L’aiuto nell’intento e con foga slaccio i calzoni. Laboriosa la sua mano si fionda all’interno e poi con foga dentro le mutande afferrando il cazzo inturgidito. Sollevo leggermente il sedere e lascio scivolare i corti pantaloni e le mutande sotto il culo, quel tanto che basta per permettere al cazzo di ergersi libero. I suoi occhi ora mirano la mazza euforica e riflettono un’espressione libidinosa, quasi oscena. Impugna energica e comincia a spingere il cazzo su e giù con brama inaspettatamente violenta. Sorpreso da tanto ardore esprimo il mio disappunto ritirando lievemente l’addome, lei comprende il troppo vigore e molla la presa autoritaria rendendola più dolce, ma sempre autorevole. Nel frattempo coperto dalla sua figura e nascosto nella penombra della sala continuo a nutrirmi dell’odore dei suoi slip, la fragranza percorre le narici così come la sua mano si accanisce rapida sull’uccello sodo e sulla sua cappella voluminosa. L’effluvio in cui affogo la mia voluttuosità mi spinge a cercare il centro di produzione di quella melassa al riparo sotto la gonna. Aggiro il suo braccio sinistro impegnato sul mio cazzo e appoggio la mano destra sulle sue ginocchia. Immediatamente si schiudono lasciando alle mie dita l’onore di vezzeggiare nuovamente la sua vellutata carnagione biancastra. La gonna lunga del vestito le permette in penombra di divaricare ampiamente le gambe, senza dare nell’occhio, e a me offre uno spazio di manovra confortevole per muovermi sotto le sue vesti. Il palmo della mano si eleva lento e le dita scorrono sulla sua candida pelle vezzeggiandola dal fondo delle gambe raggiungendo il suo interno più elevato, dove l’inguine separa la coscia dal basso addome. Mi spingo oltre e con le dita raggiungo le labbra nude e madide di voglia. Cingo il palmo intorno al suo sesso e la parte più prossima al polso percepisce il glabro monte di venere. Le dita affogano tra le labbra che si dischiudono morbidamente al tocco e in pochi istanti si aprono ad ogni possibilità di penetrazione. Scivolo dentro di lei per poi riaffiorare lento all’interno della sua limitata e inquieta passera che gronda di sapori. Attraverso le labbra e raggiungo il picco di incontro di esse dove subito sopra risiede il minuscolo bocciolo che a contatto con il solo anulare si rizza regalando al suo corpo uno spasmo improvviso, seguito da una leggera contrazione delle gambe. Osservarla in difficoltà mi aizza e mi persuade a continuare questo malvagio supplizio. Il rischio di essere scoperti dagli spettatori accanto ora è molto alto ed entrambi ci sforziamo di tenere a bada i nostri respiri. Sotto la veste le mie dita continuano a tamburellare agili e a insistere sopra, all’interno delle labbra e sul glande del suo piccolo clitoride esterno che stuzzico con sadica insistenza ogni volta che posso. La sua lussuria non è meno della mia e non contempla alcuna pausa, continuando a infuriare decisa sul cazzo, stimolando il sollazzo anche sulla punta più erogena della cappella ora pregna anch’essa di fluidi filamentosi che lei abilmente sparge su di essa rigandola con il pollice. Ci guardiamo eccitati, i suoi occhi verdi sbarrati le regalano un’espressione immorale che copre quel volto all’apparenza mansueto. I nostri visi si accostano e i respiri si fanno sempre più profondi. Il silenzio attorno ci costringe a un vocabolario di impercettibili sussurri ravvicinati che ci permettono di annusare l’odore dei nostri fiati. Il suo respiro è pervaso dal sentore dei popcorn, chiudo gli occhi ed assorbo completamente quell’effluvio, quando gli riapro le sue palpebre nascondono gli occhi, le labbra si dischiudono e i sui sospiri aumentano di intensità. La odo gemere flebile, a mezza bocca. E’ splendida, colgo quanto ci siamo spinti oltre, ma non riesco a esimermi dalla volontà di regalarle quel magnifico orgasmo che si appresta a erompere e squarciare la quiete. Impavido continuo ad affondare le dita dentro la pozza fradicia con più vigore, come del resto anche lei continua a smanettare dannatamente il cazzo ritto e subodorante di sborra. Le dita di entrambi corrono sui nostri organi dentro e fuori senza sosta e il palmo della mia mano, su cui schizza il suo fluido, sciaborda impattando contro il pube ormai intriso della sua stessa guazza. La sua testa rivolta verso di me ora affonda la fronte sul mio collo e poi sprofonda sulla spalla destra addentando e serrando tra i denti il pezzo di stoffa della manica della mia t-shirt. Avverto l’acme del piacere attraversarle il corpo e le cosce dischiuse accavallarsi e stringersi per trattenere ogni movenza potenzialmente capace di attrarre attenzioni. Erompe energica la contrazione, nonostante lo sforzo di trattenere l’impeto di quell’orgasmo ormai incontenibile, mentre ciò che vorrebbe lasciar uscire dalla bocca, così come davvero vorrebbe, si spegne in un sommesso gemito che trova rifugio felpato nel brandello di stoffa stretto tra i denti. Contribuisco ad affievolire il suono del suo piacere poggiando e spingendo delicatamente il mio mento sulla nuca e sprofondando piano oltre essa, ricavandone una duplice funzione: affievolire l’accento del suo piacere e badare che la coppia di spettatori a noi più prossima sia ancora attenta all’unico argomento di distrazione in un cinema. Rifiata sommessamente con le braccia strette al mio collo, mentre accompagno ancora le dita dentro e fuori dal suo anfratto più intimo che sciaborda di piacere. Solleva la testa e ci guardiamo compiaciuti mentre la cadenza delle mie dita scandiscono un movimento più dolce, quasi a sottolineare di non voler venire fuori da quella nicchia confortevole. I nostri nasi si sfiorano, provo a baciarla, ma lei flette il capo e ci divincoliamo da quell’abbraccio approssimativo. Allontana il busto e scosta la coscia sinistra quel tanto che basta per indurmi ad abbandonare la sua fica. Mentre si ricompone porto le dita, che poco fa sostavano nel suo confortevole anfratto, sul mio volto sotto il naso e mi lascio travolgere dal penetrante sapore delle sue secrezioni che avidamente succhio senza rinunciare a manipolare il cazzo tumido. Il film è al termine e Ulisse ha già compiuto la strage a corte e riconquistato la sua Penelope, mentre la mia eccitazione invece giace sospesa nell’aria, confortata solo dal bottino che stringo ancora nel palmo della mano. Un premio, testimone di quel turbinio di desiderio, che appare come l’epilogo di un episodio di sesso estemporaneo con una sconosciuta in una sala cinematografica — un cliché da tutti sognato, fortuitamente accaduto, ma non del tutto realizzato — che sembra dissolversi ora nel silenzio, lasciando soltanto la sensazione di qualcosa che avrebbe potuto accadere e che, invece, è rimasto sospeso. Mi chiedo se sia il caso di metterla ancora nella condizioni di continuare a condurre la mia eccitazione, ma il suo autocontrollo ora mi appare respingente. Quando qualsiasi forma di desio sembra esaurito, forse complice anche l’epilogo del film, la sua mano inaspettatamente torna a cercare il mio uccello che non vuole saperne di avvilirsi. Lo impugna e riprende a masturbarmi. Non abbiamo molto tempo, lei lo sa, come sa anche che bastano pochi ancora su e giù per mettermi nelle condizioni di schizzare come dimostra il glande livido insozzato ormai dalle gocce di piacere. Di fatti, non faccio in tempo ad annunciarmi e vengo copiosamente. Gli schizzi del seme si disperdono nel buio della sala e dalla cappella cola un rigagnolo di sborra che invade le sue dita che continuano ad accompagnare il cazzo ancora nel suo diletto. Continua indefessa, anche quando il seme scivola sull’asta insozzandole il resto della mano. Siamo agli sgoccioli, in tutti i sensi, e ora dobbiamo davvero far presto, noto che lei risolve diciamo la grana, semmai lo sia mai stata, portando le dita sozze dei miei sapori alla sua bocca, ripulendole con la lingua dalla pastosità su di esse impresse. Scorrono i titoli di coda e io faccio solo in tempo a tirarmi su mutande e calzoni e, quando si riaccendono le luci in sala, ho appena fatto scivolare i suoi slip nella tasca dei pantaloni. Terminata la proiezione l’entusiasmo degli spettatori è chiaro, il loro strepitare sottolinea la gradevolezza con cui l’opera è stata adattata al grande schermo e ora si muovono disordinatamente verso l’uscita. Anche la nostra fila fa lo stesso. Mi volto a destra e lei ha appena recuperato i suoi effetti personali posti sotto la poltrona e rapida si alza e attraversa il piccolo spazio tra i miei piedi e la poltrona davanti, rivolgendomi un sorriso. Temporeggio un istante e senza fiatare la osservo percorrere le scale, penso che forse debba seguirla e chiederle almeno il nome, quando mi decido però anche la coppia affianco mi passa accanto, facendosi strada nel solito angusto spazio davanti a me. Prima passa l’uomo e poi la donna che indossa una lunga gonna colorata. Nello sfilare, osservo l’arcobaleno di colori impressi sul tessuto, striscia contro la sagoma della poltrona davanti a me portando via con se una goccia di traccia organica adagiata in basso che ora alla luce colgo nitidamente. Quasi divertito, sorrido alla donna che si volta ringraziandomi per averle lasciato il passo. Mi accodo alla coppia lungo le scale e, una volta in fondo alla sala, intravedo la ragazza ferma, con le spalle appoggiate al muro, in attesa. Mi avvicino a grandi passi e, in un nanosecondo, la mia testa comincia a elaborare mille pensieri, e la ricerca delle parole più azzeccate da rivolgerle. Quando sono ormai a un passo lei si scosta dal muro e prima ancora che io possa aprire bocca cinge per i fianchi un omaccione che le passa accanto. Lui sfiora con le mani quelle che gli stringono i fianchi e proseguono insieme verso l’uscita della sala. Attonito, aspetto che defluisca un po’ di gente prima di lasciare anch’io la sala. Una volta fuori, attraverso il piazzale davanti al cinema e mi dirigo verso il parcheggio. Li intravedo ancora poco più avanti che parlottano mano nella mano. Una volta in auto, ripenso all’incredibile evoluzione della serata e mi domando se quanto è appena accaduto sia successo davvero o se sia stato soltanto frutto della mia perversa immaginazione. Poso le mani sui fianchi e, all’altezza della tasca, avverto un rigonfiamento. Incuriosito, tiro fuori ciò che vi avevo riposto e mi tranquillizzo: quello che è accaduto non è stato affatto frutto della mia fantasia. Porto al naso gli slip, ancora appallottolati, e ne consulto il loro afrodisiaco odore. Non posso però fare a meno a questo punto di interrogarmi sul motivo per cui i due fidanzati non si fossero seduti uno accanto all’altra, come farebbe qualunque coppia che va insieme al cinema. Poi, cercando di razionalizzare l’accaduto, arrivo alla spiegazione più assurda e, proprio per questo, forse anche alla più plausibile. La coppia deve aver acquistato i biglietti al botteghino all’ultimo momento, trovando soltanto gli ultimi due posti disponibili, uno in ultima fila e l’altro chissà dove. Per questo si erano ritrovati separati. Il posto rimasto vuoto accanto a lei, invece, probabilmente era stato acquistato da qualcuno che, a causa di un imprevisto, non si era presentato. Mi concedo ancora qualche istante per degustare quella conferma concreta, la prova tangibile di un’assurda serata. Poi, prima di ripartire mi domando guardando gli slip: chissà se stasera avrà difficoltà a spiegare dove siano finite le sue mutande.
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Carl(otta)
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