05 ottobre 2026, ore 01:30 - Anniversario
scritto il 2026-10-04 tempo di lettura 5 min
di
EvaDiNotte
genere
confessioni
cura
B+
Sono di nuovo qui, stavolta scrivo col telefono, dal letto di un ospedale.
Ho solo un grosso bernoccolo dietro l'orecchio, però temono una commozione cerebrale e mi hanno tenuta in osservazione. A Giacomo è andata meglio: se l'è cavata con qualche livido.
Ieri siamo andati a pranzo per festeggiare il nostro anniversario.
Ci siamo conosciuti venticinque anni fa a una festa in maschera. Io ero vestita da Eva Kant, lui da poliziotto… destino.
Stavolta abbiamo scelto una piccola trattoria fuori città, un posto tranquillo, tavoli di legno, tovaglie a quadretti e poco rumore. Niente a che vedere con il ristorante elegante dove ero stata con Paolo: non ci sono candele, camerieri impettiti né piatti da fotografare.
Un posto dove si mangia bene e, di solito, si beve parecchio. Senza tante storie.
Giacomo dice sempre: «C'è solo una cosa meglio delle tagliatelle e una bottiglia di Lacrima di Morro d’Alba: le tagliatelle e DUE bottiglie!»
Abbiamo mangiato senza fretta e bevuto decisamente troppo.
Quando siamo usciti eravamo parecchio alticci. Ridevamo per ogni sciocchezza... e dicevamo un sacco di sciocchezze.
Ero senza reggiseno, come alla festa. A Giacomo è sempre piaciuto.
In macchina, sulla strada di casa, ho acceso la radio ed è partita “Heroes”.
Amo quella canzone di Bowie. È teatrale, liberatoria, anche un po’ folle.
Ho cominciato a muovermi a ritmo di musica, quasi a ballare, per quello che permetteva lo spazio.
Poi ho guardato Giacomo, ho sorriso e ho iniziato a slacciarmi la gonna. Prima il bottone, poi la cerniera. L’ho fatta scivolare giù dalle anche e l’ho gettata sul sedile dietro.
Giacomo ha scosso la testa, sorridendo.
Mi sono sollevata un poco sul sedile, mi sono sfilata le mutandine e le ho appese allo specchietto retrovisore. Il tessuto chiaro dondolava a ogni curva. Ho continuato a "ballare" seminuda per un po’.
Poi mi sono chinata su di lui.
Gli ho aperto i pantaloni, me lo sono preso in mano e l’ho accarezzato piano. Ancora morbido, caldo. L’ho sfiorato con le labbra, poi me lo sono messo in bocca. Mi piace sentirlo crescere così: all’inizio è facile, la lingua gira senza fatica, poi diventa pieno, duro, e non riesci più a prenderlo tutto. L’ho succhiato sempre più veloce, mentre muovevo il culo a tempo di musica. La macchina andava, la canzone pure, io alzavo e abbassavo la testa. Me lo stavo proprio gustando… lui ha messo una mano sui miei capelli. Non spingeva. Solo la teneva lì.
«Eva… Pensi solo al vino e al cazzo…» mormorò.
È un nostro modo di scherzare, di solito rispondo: «In realtà mi andrebbe anche una cannetta…»
Non ho fatto in tempo.
Prima la frenata. Brusca. Violenta.
Poi un rumore sordo, il corpo che va avanti, dolore, sapore del sangue in bocca.
Mi sono guardata intorno, stordita. Giacomo era aggrappato al volante, bianco.
«Eva… come stai?»
Eravamo finiti in un fosso, la macchina inclinata. Avevo battuto la testa.
«Un trattore… ero distratto…»
Mi girava tutto. Mi sono mossa lentamente, indolenzita… poi mi sono resa conto di come ero messa: maglietta corta, niente gonna, niente mutandine…
Il contadino era sceso dal trattore e mi guardava attraverso il vetro. Un uomo sulla sessantina. Ci ha fatto segno di scendere e si è presentato come Bruno. Non mi toglieva gli occhi di dosso.
Giacomo si è sistemato in fretta i pantaloni. Io ho cercato di tirarmi giù la maglietta. Niente da fare. Era troppo corta. Non copriva.
Bruno non ha parlato molto. Ha attaccato una fune, dato istruzioni brevi e messo in moto il trattore. Mentre la macchina saliva dal fosso, lui guidava e ogni tanto voltava la testa verso di me.
Non era uno sguardo di sfuggita. Era lento, diretto, senza imbarazzo. Guardava tutto quello che la maglietta non riusciva a nascondere.
Avrei dovuto vergognarmi, sentirmi umiliata. Invece no.
Forse era il vino, forse la botta in testa, ma non mi dava nessun fastidio essere guardata così.
Anzi, mi sembrava divertente.
Ho cercato gli occhi di Giacomo. Mi ha sorriso e si è spostato davanti a me cercando di "coprirmi" un po'. Senza troppo impegno.
Quando la macchina è tornata sulla strada Giacomo ha controllato attentamente i danni. Io sono rimasta vicino allo sportello, ancora mezza scoperta. Nessun problema serio. Si poteva andare. Abbiamo stretto la mano a Bruno e l'abbiamo ringraziato più di una volta.
Lui ha tenuto la mia mano un po' più del dovuto. Sembrava imbarazzato, poi ha accennato allo specchietto. Le mutandine erano ancora lì, che dondolavano.
«Potrei… potrei avere quelle?» ha chiesto, titubante. «Altrimenti… al bar non mi crederanno mai.»
Siamo scoppiati a ridere. Una risata liberatoria e un po’ folle come la canzone che ancora usciva dalla radio.
Giacomo le ha prese dallo specchietto e gliele ha messe in mano. Bruno le ha infilate in tasca ed è risalito sul trattore sorridendo e scuotendo la testa.
Ho recuperato la mia gonna da sotto il sedile e sono risalita in macchina. Avevo ancora il sapore del sangue in bocca, la testa che pulsava e lo sguardo di quell’uomo stampato addosso.
Giacomo ha posato una mano sulla mia coscia nuda e l’ha lasciata lì, senza salire più su.
Sembrava tutto finito per il meglio. Invece ha ricominciato a girarmi la testa. Ho cercato di far finta di niente ma era sempre peggio. Ho chiesto di fermare la macchina e ho fatto appena in tempo a uscire prima di vomitare anche le tonsille.
Secondo me ero semplicemente ubriaca, ma Giacomo non ha voluto sentir ragioni e mi ha portata al pronto soccorso.
Adesso sono qui. La testa fa male e non riesco a dormire.
Continua a tornarmi in mente l'espressione di Bruno mentre mi guardava…
E sono ancora senza mutande.
Eva.
Ho solo un grosso bernoccolo dietro l'orecchio, però temono una commozione cerebrale e mi hanno tenuta in osservazione. A Giacomo è andata meglio: se l'è cavata con qualche livido.
Ieri siamo andati a pranzo per festeggiare il nostro anniversario.
Ci siamo conosciuti venticinque anni fa a una festa in maschera. Io ero vestita da Eva Kant, lui da poliziotto… destino.
Stavolta abbiamo scelto una piccola trattoria fuori città, un posto tranquillo, tavoli di legno, tovaglie a quadretti e poco rumore. Niente a che vedere con il ristorante elegante dove ero stata con Paolo: non ci sono candele, camerieri impettiti né piatti da fotografare.
Un posto dove si mangia bene e, di solito, si beve parecchio. Senza tante storie.
Giacomo dice sempre: «C'è solo una cosa meglio delle tagliatelle e una bottiglia di Lacrima di Morro d’Alba: le tagliatelle e DUE bottiglie!»
Abbiamo mangiato senza fretta e bevuto decisamente troppo.
Quando siamo usciti eravamo parecchio alticci. Ridevamo per ogni sciocchezza... e dicevamo un sacco di sciocchezze.
Ero senza reggiseno, come alla festa. A Giacomo è sempre piaciuto.
In macchina, sulla strada di casa, ho acceso la radio ed è partita “Heroes”.
Amo quella canzone di Bowie. È teatrale, liberatoria, anche un po’ folle.
Ho cominciato a muovermi a ritmo di musica, quasi a ballare, per quello che permetteva lo spazio.
Poi ho guardato Giacomo, ho sorriso e ho iniziato a slacciarmi la gonna. Prima il bottone, poi la cerniera. L’ho fatta scivolare giù dalle anche e l’ho gettata sul sedile dietro.
Giacomo ha scosso la testa, sorridendo.
Mi sono sollevata un poco sul sedile, mi sono sfilata le mutandine e le ho appese allo specchietto retrovisore. Il tessuto chiaro dondolava a ogni curva. Ho continuato a "ballare" seminuda per un po’.
Poi mi sono chinata su di lui.
Gli ho aperto i pantaloni, me lo sono preso in mano e l’ho accarezzato piano. Ancora morbido, caldo. L’ho sfiorato con le labbra, poi me lo sono messo in bocca. Mi piace sentirlo crescere così: all’inizio è facile, la lingua gira senza fatica, poi diventa pieno, duro, e non riesci più a prenderlo tutto. L’ho succhiato sempre più veloce, mentre muovevo il culo a tempo di musica. La macchina andava, la canzone pure, io alzavo e abbassavo la testa. Me lo stavo proprio gustando… lui ha messo una mano sui miei capelli. Non spingeva. Solo la teneva lì.
«Eva… Pensi solo al vino e al cazzo…» mormorò.
È un nostro modo di scherzare, di solito rispondo: «In realtà mi andrebbe anche una cannetta…»
Non ho fatto in tempo.
Prima la frenata. Brusca. Violenta.
Poi un rumore sordo, il corpo che va avanti, dolore, sapore del sangue in bocca.
Mi sono guardata intorno, stordita. Giacomo era aggrappato al volante, bianco.
«Eva… come stai?»
Eravamo finiti in un fosso, la macchina inclinata. Avevo battuto la testa.
«Un trattore… ero distratto…»
Mi girava tutto. Mi sono mossa lentamente, indolenzita… poi mi sono resa conto di come ero messa: maglietta corta, niente gonna, niente mutandine…
Il contadino era sceso dal trattore e mi guardava attraverso il vetro. Un uomo sulla sessantina. Ci ha fatto segno di scendere e si è presentato come Bruno. Non mi toglieva gli occhi di dosso.
Giacomo si è sistemato in fretta i pantaloni. Io ho cercato di tirarmi giù la maglietta. Niente da fare. Era troppo corta. Non copriva.
Bruno non ha parlato molto. Ha attaccato una fune, dato istruzioni brevi e messo in moto il trattore. Mentre la macchina saliva dal fosso, lui guidava e ogni tanto voltava la testa verso di me.
Non era uno sguardo di sfuggita. Era lento, diretto, senza imbarazzo. Guardava tutto quello che la maglietta non riusciva a nascondere.
Avrei dovuto vergognarmi, sentirmi umiliata. Invece no.
Forse era il vino, forse la botta in testa, ma non mi dava nessun fastidio essere guardata così.
Anzi, mi sembrava divertente.
Ho cercato gli occhi di Giacomo. Mi ha sorriso e si è spostato davanti a me cercando di "coprirmi" un po'. Senza troppo impegno.
Quando la macchina è tornata sulla strada Giacomo ha controllato attentamente i danni. Io sono rimasta vicino allo sportello, ancora mezza scoperta. Nessun problema serio. Si poteva andare. Abbiamo stretto la mano a Bruno e l'abbiamo ringraziato più di una volta.
Lui ha tenuto la mia mano un po' più del dovuto. Sembrava imbarazzato, poi ha accennato allo specchietto. Le mutandine erano ancora lì, che dondolavano.
«Potrei… potrei avere quelle?» ha chiesto, titubante. «Altrimenti… al bar non mi crederanno mai.»
Siamo scoppiati a ridere. Una risata liberatoria e un po’ folle come la canzone che ancora usciva dalla radio.
Giacomo le ha prese dallo specchietto e gliele ha messe in mano. Bruno le ha infilate in tasca ed è risalito sul trattore sorridendo e scuotendo la testa.
Ho recuperato la mia gonna da sotto il sedile e sono risalita in macchina. Avevo ancora il sapore del sangue in bocca, la testa che pulsava e lo sguardo di quell’uomo stampato addosso.
Giacomo ha posato una mano sulla mia coscia nuda e l’ha lasciata lì, senza salire più su.
Sembrava tutto finito per il meglio. Invece ha ricominciato a girarmi la testa. Ho cercato di far finta di niente ma era sempre peggio. Ho chiesto di fermare la macchina e ho fatto appena in tempo a uscire prima di vomitare anche le tonsille.
Secondo me ero semplicemente ubriaca, ma Giacomo non ha voluto sentir ragioni e mi ha portata al pronto soccorso.
Adesso sono qui. La testa fa male e non riesco a dormire.
Continua a tornarmi in mente l'espressione di Bruno mentre mi guardava…
E sono ancora senza mutande.
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