La Lu'

di
genere
etero

La mia nuova fase iniziò una sera dopo un mega ritrovo con i compagni della palestra. Ci trovavamo in una sorta di disco-pub, uno di quelli che la prima volta ti colpiscono, le altre volte ti annoiano perché trovi sempre la stessa musica e la stessa gente. Eravamo un gruppo allargato, che comprendeva vari corsi. C’era gente che io non avevo mai visto, c'era anche V., la tipa che mi piaceva e che come al solito non mi cagava mai. Al secondo inutile tentativo di iniziare conversazione, compresi che anche quella sera non sarei riuscito a spiccicare due parole con lei. Poco male. Ormai me ne ero fatto una ragione. Pensai bene di andarmi a fare un altro drink, così almeno avrei dato un senso alla serata. Avevo appena ordinato il mio gin tonic, quando mi sentii urtare a un fianco. Mi ritrovai due compagne di corso più grandi di me. Sembravano su di giri e risi ai tentativi maldestri di scusarsi per avermi urtato.
«Cosa fai tutto solo?» mi disse una delle due. «Ti annoi?»
«No, ero venuto a prendere da bere. Volete qualcosa?»
«No, io ho già dato.»
«Io mi faccio volentieri un altro drink» incalzò l’altra, che nemmeno ricordavo come si chiamava.
«Non saranno troppi?»
«Mi faccio i drink, non posso farmi altro.»
E scoppiarono in una fragorosa risata. Io risi senza troppo clamore, guardandomi attorno. Avrei potuto aggiungere qualcosa ma come al solito le risposte migliori mi venivano sempre troppo tardi. In quel preciso momento il barista mi servì il drink.
«Cos’è?» mi domandò la tipa della battutona, vestita con un top rosso.
«Un semplice gin tonic.»
«Posso assaggiare?»
«Come no!» risposi, porgendole il bicchiere.
Lei avvicinò le labbra alla cannuccia. Il primo tentativo di infilarla tra le labbra non andò a buon fine. Poi le dischiuse meglio e lasciò che l’affare entrasse in bocca. Prelevò un po’ della bevanda guardandomi negli occhi. Poi li chiuse e si staccò dalla cannuccia.
«Mi piace. Ne ordineresti uno anche a me?»
«Con piacere. Lo prendi pure tu?» proposi all’altra. Mi sa che si chiamava Cristina.
«No» fece quella, «io è meglio che vada.»
E così restai in compagnia della donna in top rosso di cui non ricordavo il nome e non volevo che lo scoprisse. Lei non era affatto timida, come dimostravano i continui tentativi di cercare il mio contatto, adesso una spalla, poi il braccio, e infine il fianco. E non c’era bisogno di trovare argomenti per parlare. Sapeva subito cosa dire senza fare domande. Nonostante l’approccio iniziale un po’ bizzarro, capii subito che era una persona risoluta. Era più grande di me, almeno di dieci anni. Era molto truccata, però si notavano le grinze di una pelle non più giovane. Il viso, scuro, non era male, stonava un po’ il naso che aveva una forma strana, curva, con una punta vistosa all’altezza degli occhi. Quando giunse il suo drink, propose un brindisi.
«A cosa brindiamo?» improvvisai.
«Alla nostra serata» disse lei, senza pensarci un attimo.
«Abbiamo una nostra serata?»
«Sì, ed è appena iniziata.»
E di nuovo quegli occhi fissi su di me, mentre beveva un sorso di cocktail. Mi sembrava tutto strano. Non erano situazioni che mi capitavano spesso. Anzi direi mi capitavano piuttosto di rado. Per non dire mai.
«A me pare che questo cocktail sia diverso dal tuo» disse.
Non feci in tempo a spiegarle che era improbabile, dato che il gin tonic è fin troppo semplice da preparare, che lei mi offrì la sua cannuccia.
«Assaggia.»
Lo feci. E il suo gin tonic era totalmente identico al mio.
«A me pare siano uguali.»
«Fa’ vedere» disse ancora.
E questa volta si avvicinò molto a me, con la scusa di bere dalla mia cannuccia. Era davvero vicina e lo sguardo non si abbassò un istante. Ero quasi imbarazzato.
«Il tuo è più buono» sentenziò, a due palmi da me.
«Prendi il mio allora. Io berrò il tuo senza problemi.»
«Ah sì? Ci scambiamo i liquidi?»
Restammo per un attimo in silenzio, poi scoppiammo a ridere. Non dissi niente, perché ovviamente ero più imbarazzato che scaltro. Feci solo la mossa di prendere il suo drink.
«Mi auguro che non sia solo il gin tonic il tuo liquido che vorrai farmi assaggiare stasera.»
Il battito accelerò. Quella donna mi stava mettendo al tappeto. Come ci stava riuscendo? Io non sarei stato in grado.
«Ogni tuo desiderio sarà esaudito» risposi, cercando di sostenere il suo sguardo.
In quel momento lei si avvicinò ancora di più, molto di più. Credevo volesse baciarmi lì davanti a tutti. Invece deviò all’ultimo istante e le sue labbra andarono a poggiarsi sul mio orecchio.
«È da quanto ti ho visto stasera che, non so perché, mi è venuta una tremenda voglia di farti un pompino.»
Per poco non mi cadde il bicchiere di mano. Mi scostai per poterle rispondere.
«Ma che voglia interessante…»
«È da tanto che non mi capita. Al mio ex marito non piacevano. Diceva che non erano cose che facevano le mogli perbene. Peccato, perché secondo me ho talento.»
«Davvero? Vorrei poterlo verificare di persona.»
Mi fissò con uno sguardo quasi severo.
«Abito a cinque minuti da qui. E ne ho abbastanza di questa serata e di questo cocktail. Ce la filiamo?»
Non potevo certo rifiutarmi, mi dispiaceva solo lasciare il drink imbevuto. Non salutammo nessuno. Ci armammo delle nostre giacche e ci allontanammo dalla confusione.
Lì fuori trovammo una pioggia sottile. Lei aveva un ombrello. Io mi offrii di reggerlo e lei mise un braccio sotto al mio. Nel breve tragitto mi informò della fine del suo tribolato matrimonio. E mi confidò che era proprio felice di avere quel breve momento per noi. Era già un mese che mi aveva messo gli occhi addosso. Non si era mai avvicinata perché io sembravo avere sempre la testa altrove. E chi se n’era accorto…
Una volta in casa, mi ritrovai in uno spazioso salone ben arredato. Lei in pochi istanti si era già spogliata della giacca e aveva preso un paio di cuscini. Li lasciò cadere per terra, proprio davanti a me. Poi mi abbracciò e io abbracciai lei. Quando mi offrì il viso incalzai col mio bacio. Il suo sapore era piacevole, merito anche dei tanti drink che avevamo bevuto. Si staccò di colpo.
«Vacci piano. Non ho alcuna intenzione di innamorarmi.»
Nello stesso momento con la mano andò a cercare il mio sesso. Era bastato un bacio più intenso a farmelo duro. Lei, che ancora non sapevo come si chiamava, si inginocchiò su quei cuscini.
Mi guardava entusiasta mentre con la mano strofinava la parte del pantalone rigonfiata dalla mia erezione. Saggiava con lentezza la consistenza, con movimenti ondulatori e un sorriso accennato sulle labbra. Lo sentivo esplodere, non sarei riuscito a tenerlo imprigionato tra quei tessuti ancora per molto. Con una mano slacciai la cinta, tremando, in preda alla frenesia. Abbassai i pantaloni lasciando a lei l’onore di occuparsi del resto. Il suo viso si ritrovò dinanzi a un boxer che strabordava di desiderio. Con le dita smaltate lo afferrò dai bordi e lo abbassò, lasciando che il mio pene eretto le si piantasse dritto in faccia. In quel momento non si fece pregare un secondo. Pose una mano sui testicoli, facendo pressione, mentre con le labbra avvolse il mio cazzo, come ormai desideravo da tempo. Lasciò per un po’ la bocca spalancata, mentre con la lingua iniziava a praticare una sorta di massaggio eccitante sul glande. Non mi staccava gli occhi di dosso. Quel naso che fino a pochi istanti prima mi era sembrato eccessivamente pronunciato, in quel momento mi sembrava incredibilmente erotico. La lingua perlustrava tutta la superficie della cappella fino a quando le mancava l’aria. Per riprendere fiato rallentava e aspirava col naso mentre con le labbra si prodigava in una sorta di bacio. E al momento dell’inspirazione si lasciò invadere la bocca dall’asta e iniziò a succhiare in una maniera così avida da lasciarmi senza fiato. Non usava mani. Abbassò anche quella che aveva sorretto per un attimo i miei testicoli. E intanto succhiava profondamente il cazzo con gusto. Era regolare nei movimenti. Si lasciava penetrare la bocca fino a metà asta e si muoveva su e giù con vigore. Aveva talento eccome!
Di tanto in tanto si fermava e riprendeva a solleticarmi il glande con la lingua. Mi faceva impazzire. E se ne accorgeva, così riprendeva a succhiare con vigore. E ogni volta che raggiungevo l’apice dell’eccitazione, rallentava. Usando sempre quella sapiente lingua. Le accarezzavo i capelli, volevo sbatterla in bocca con maggior vigore, ma era lei a comandare le operazione e la lasciavo fare. Afferrò il cazzo con una mano e cominciò a segarmi depositando la punta sulla lingua, sempre guardandomi, sempre a volermi comunicare che le stavo dando ciò che più desiderava. Rischiavo di capitolare, ma non potevo rovinare quell’opera d’arte. Volevo gustarmela ancora un po’. Ammetto però che era una faccenda complicata. Lei ogni volta sembrava accorgersi della mia volontà e rallentava. Le piaceva saggiare la mia resistenza con la lingua. Poi riprendeva a succhiare. Mi concentravo a guardare le sue gote che si stringevano mentre me lo divorava pur di non farmi sopraffare. Ero al limite. La mia erezione era incontrollabile. Lei rallentò lasciando la bocca spalancata. Mi invitava a penetrarla. E io la scopai in bocca con tutte le energie. Mi piaceva. Piaceva anche a lei. Entrambi però preferivamo fosse lei a comandare le operazioni. Allora mi fermai di spingere e lasciai che riprendesse a occuparsi del pene con la sua maestria. La mano di nuovo sui testicoli e un movimento lento a stantuffo che mi faceva perdere i sensi. Vedevo le unghie alla base dell’asta adesso che si aiutava con l’altra mano. Mi segava ancora, con la cappella poggiata prima sulle labbra e poi sulla lingua. Era un invito a riempirle la bocca di sperma. Lo voleva e io volevo darglielo tutto. Non so come facevo ancora a resistere. Merito dell’alcol, probabilmente. Era una visione talmente eccitante che avrei voluta portarmela con me per sempre. Proseguì ancora un po’ a segarmi, la bocca completamente aperta, gli occhi su di me a implorarmi di darle il seme che si era meritato. Non potevo più prolungare, avevo già resistito troppo. Il primo fiotto la travolse letteralmente, tanto che fece un leggero scatto all’indietro. Gli altri li accolse con tutta la sete che aveva. Mi segava per non perdersi una sola goccia. Con la testa all’indietro si lasciò riempire da tutto ciò che avevo, mentre il mio orgasmo mi aveva devastato in ogni parte del corpo. Me l’ero goduto in modo totalizzante. Mentre mi riprendevo, lei era ancora a segarmi con l’uccello in bocca. Con la lingua stuzzicava ancora la punta. Avrei voluto darne ancora un po’ volentieri. Se l’era meritato. Quando si staccò dalla punta, notai che la sua bocca era bianca del mio sperma. Chiuse le labbra e lo lasciò sparire, ingoiandolo tutto. Con gli occhi chiusi e il viso estasiato. Non contenta, sfruttò ancora quel poco di erezione che mi rimaneva per rimetterselo in bocca e tornare a spingere. Quando alzò gli occhi vide il mio sorriso. Solo allora, trionfante, si fermò.
Ah, si chiamava Luisa. Me lo disse alla fine quando ci scambiammo i numeri di telefono e la promessa di rivederci per approfondire meglio la nostra conoscenza.
scritto il
2026-10-04
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