Cagna per papà

di
genere
incesti

Vuole conoscere i miei.
Ha già il mio corpo e la mia anima, ora devo consegnargli la mia vita.
È il mio uomo, non posso negargliela.
Ci penso un attimo sorpresa, mai mi sarei immaginata che volesse ufficializzare la nostra 'unione'.
Così cambia tutto.
Sono incazzata con lui.
Finora ho vissuto la nostra storia come un episodio della mia vita. Abito ancora nel mio appartamentino e lavoro sempre in palestra come se un giorno potesse sparire dalla mia vita. Con Giorgio esiste solo il presente, al futuro non ci penso e mi fa paura.
Mi sta chiedendo una cosa assurda, siamo diversi da tutti, quello che succede tra noi non accade nelle altre coppie. Non facciamo nel segreto del letto giochini proibiti e non cerchiamo distrazioni porcelle come le coppie scambiste. Io sono sua dentro e fuori dal letto, peggio di una schiava e quello che mi fa è un segreto seppellito sotto la mia carne. È il mio maschio, mi sono donata e lui mi ha domata. Usa il mio corpo per prendermi l'anima.
E adesso devo presentarlo ai miei!
Già mi vedo le loro facce, Giorgio è appena più giovane di loro, ha quarantasei anni. A mamma verrà un colpo, non le è mai piaciuto nessuno di quelli che ho portato in casa.
Siamo nel mio cucinino, fa caldo che goccioliamo, qui l'aria condizionata funziona alla cazzo. Sono in top e calzoncini del pigiama, le cosce umide sulla sedia di fronte a lui. Osservo incazzata se gli piace la mia insalata di riso, sono troppo nervosa, non doveva chiedermi di portarlo dai miei. Perché? Siamo perfetti noi due soli.
Si alza pensieroso e prende il prosecco che ha messo in freezer.
La bottiglia è affusolata col collo lungo, coperta di brina.
Il suo sguardo è un morso all'inguine.
Mi alzo di scatto, con le braccia tese scosto piatti e tovagliette, salto fuori dai calzoncini del pigiama e mi piego sul tavolo.
È dietro di me. Mi vedo coi suoi occhi, fissa il culetto nudo che l'ha fatto innamorare di me. Mi sento bellissima, figa da paura, quando mi violenta con gli occhi.
Preme col ginocchio per farmi allargare le gambe.
Il vetro ghiacciato mi striscia sulla pelle, tra le cosce, mi lascia una scia gelata che mi fa venire i brividi fino alla nuca. Sale, scende, poi mi passa il collo freddo proprio contro la figa. Me lo preme sulle labbra, lo fa scivolare su e giù tra le labbra che si aprono. Anche la gabbietta di metallo del tappo è gelata, me la fa sentire contro l'ano.
È un piacere strano, la brina mi brucia la figa, me la fa contrarre di scatto e me la anestetizza, gocciolo, sono eccitata persa, ma non sento di gocciolare.
Il “pop” è secco. La raddrizza tra le mie natiche e comincia a versare. Piano, come un sommelier che decanta il vino.
Il prosecco ghiacciato mi cola dritto sul culo, mi scende frizzante nel solco delle chiappe, mi frizza come una pozzanghera sull’ano e poi mi scorre sulla figa e giù per le cosce.
Bollicine gelate scoppiano contro il clitoride.
Mi fanno impazzire. Mi si contrae tutto, spingo in fuori.. Gemo ad ogni brivido.
E lui finalmente lo fa.
Preme, il collo della bottiglia mi risale in figa, dal basso, come un lungo ghiacciolo di una grondaia. Mi allarga come un cuneo, a forza, e mi brucia dal freddo. Lo sento che mi riempie centimetro dopo, sempre più larga, è dolore perché per il freddo non posso rilassarmi.
Allenta la spinta, mi scopa su e giù, tenta di farmi un ditalino con la cappella sagomata della bottiglia. Fingo di godere col corpo, ma in testa ho vera follia.
Poi la raddrizza, la mette quasi verticale.
Il vino frizzante mi esplode dentro, mi riempie, mi gonfia. Bollicine che mi risalgono fino in fondo all’utero. Mi scopa con quella cosa di vetro, dentro e fuori, ma dal freddo non sento quasi più niente. Solo una pressione sorda, un vuoto gelato che mi divora il basso ventre. La figa è intorpidita, insensibile, come se non fosse più mia.
Quando la tira fuori, il vino mi esce a pressione. Spruzzo come un estintore. Una fontana che mi schizza sulle cosce, sul pavimento, fino alle piastrelle della parete.
Sono umiliata, svuotata. Devastata e felice.
Con una mano, infilata fra le cosce, mi grattugio beata il clitoride freddo.
Sa cosa mi merito.
Mi apre le chiappe con una mano e mi pichia la bottiglia di forza in culo
Il dolore è netto, senza pietà, quello di una cagna punita.
Il vetro ghiacciato mi squarcia il retto, ogni spinta spero sia l'ultima. Non c’è piacere, solo freddo e bruciore, e il godimento delle nostre notti.
Il retto diventa un pezzo di ghiaccio. Sento le ultime gocce di prosecco che mi scorrono dentro, che mi scendono profonde, mentre lui continua a spingere. Le gambe mi tremano. Non reggo più. Il calore mi viene tutto insieme, incontrollabile e mi piscio addosso.
Il rivolo caldo mi scorre sulle cosce gelate.
'Brava', mi dice.

È arrivato il giorno.
Uno di quei giorni che sai che tutto andrà storto.
Siamo a cena dai miei e io sono imbarazzata dentro. Imbarazzata con Giorgio che conoscerà mia madre algerina e mio padre pugliese, operaio con la testa più dura di un caprone. E sono in colpa con mamma, gli porto in casa l'uomo che ha fatto della sua unica figlia la peggiore delle cagne.
Giorgio è in giacca scura, sorriso misurato, regalo per mamma, stretta di mano ferma per papà. Parla poco, ascolta molto. Ha mangiato il cuscus e le orecchiette con la stessa attenzione e piacere con cui mi lega alla panca. Mamma si è sciolta subito. Papà, all’inizio, no.
Ma piace ad entrambi. È elegante, colto, bei modi ed è soprattutto ricco. L'uomo giusto per la loro figliola. Poco importa se ha il doppio dei miei anni, io ho bisogno di uno che mi metta finalmente in riga. E poco importa se mi fa l'amore violentandomi tutti i buchi. Ma loro non possono saperlo e Giorgio sembra una così brava persona!
Al caffè smette di ridere con papà e all'orecchio mi dice che stanotte vuole scaricarmi in culo le batterie del cazzo di drago. È un dildo colorato, sagomato come dovrebbe essere il pene di un drago, si muove e ruota, mi comprime lo stomaco e mi apre come una puttana di Bangkok. Me lo fa provare con le mollette ai capezzoli e con la punta delle dita segue vibrazioni e rigonfiamenti del mio pancino.
Vuole scaricare le batterie. Pensa sempre a me!
Gocciolo nelle mutandine e lascio la tazzina sul tavolo.
Mamma in cucina mi rifila la solita predica: devo essere obbediente con lui, essere una brava moglie e, cerca le parole, '… anche se è più grande di te tu devi... devi soddisfarlo. Ma si può sapere perché non vivete nella stessa casa?'
Povera mamma, non le posso dire che con Giorgio non si dorme.

Papà è un uomo di poche parole, mani grosse, schiena dritta, abituato a comandare in casa. Giorgio non ha cercato di piacergli. Ha semplicemente occupato lo spazio. Ha parlato di montagne, di arrampicate, di silenzi in quota. Ha ascoltato i racconti di quando papà lavorava in cantiere. Ha bevuto il suo vino fingendo che fosse buono. E piano piano è nata una strana amicizia. Una cosa muta, maschile, fatta di sguardi e di silenzi. Papà ha cominciato a chiamarlo per nome. Poi a chiedergli consiglio su una vecchia moto da restaurare.

E da allora ci si vede tutte le domeniche.
M'inquieta l'amicizia tra papà e il mio uomo. I due uomini che spariscono per ore, in garage, e tornano come compagnoni.

Io li guardo e non so cosa pensare. Papà che ascolta attento e che ride con l'uomo che mi possiede. Si danno del tu e tra loro c'è un'intesa tra maschi, cose che sanno solo loro.
Mamma mi vede preoccupata, 'Hai la faccia stanca, che hai?'
'Ho dormito male.'
E nascosto dai jeans attillati, ho ficcato in culo il plug di metallo che mi ricorda la notte col mio uomo.

- -

Stasera sorpresa. Giorgio mi ha portata a far la cagna nel club del nostro primo incontro. È la terza volta che mi ci porta, per lui è un piacere sottile vedermi scopata.
Il padrone, suo amico, ha quasi sborrato quando ha visto che gli ha riportato la puttanella ventitreenne. Averne di cagne fighe come me!
Mi lascio condurre in un salottino, in una dark room. Devo abituare gli occhi al buio. C'è un oblò, come di una grossa lavatrice. Giorgio mi aiuta ad infilarci la testa coi rasta è tutto il busto. Sono a squadra, stomaco poggiato su un salvagente morbido e dietro il culo alto come una gazzella. Giorgio fa il giro del pannello e mi riappare davanti. Mi carezza il viso, stasera è generoso, mi dà il cazzo da poppare. Dietro il proprietario non perde tempo, mi rivolta la gonnellina sul culo e mi palpa la figa. Sono già senza mutandine, al club le perdi subito. Mi penetra, io mi godo il primo porco della nottata poppando il cazzo del mio uomo.
Sarà una lunga notte.
E poi Giorgio mi punirà, mi farà soffrire a casa. Succhio intensamente.

Al buio mani cieche mi cercano, carezzano il culo, mi sgrillettano la figa bagnata e poi sono cazzi che mi penetrano, prima figa e poi culo, o solo fica, o solo culo, ma tutti mi godono dentro. Non li conto, ci penserà poi Giorgio a dirmi quanti sono stati.
È allegro, lo eccito troppo, sono cagna come mi vuole.
Ma non devo mai rilassarmi col mio padrone.
Infatti si tira indietro, mi porta via il cazzo e mi dice sottovoce: 'Ho pagato la serata a tuo padre. È venuto con lo zio ed un vicino di casa.'
Il cuore mi esplode. Cerco di scappare indietro ma lui mi blocca. E ho uno in fica che spinge.
'No… Giorgio… ti prego… papà no…'
Troppo tardi.
Riconosco le voci. È entrato lo zio, bestemmia quando vede nella penombra il mio culetto.
E papà che dice: 'Giorgio mi aveva detto che qui c'era figa, ma questa è da infarto!'
Non respiro. Voglio sparire.
Mani ruvide mi massaggiano le chiappe, due dita dure in fica mi fanno squittire di paura. Sono mani di operaio, le mani di papà.
Non posso farci nulla, il cazzo mi penetra, mi scivola nella figa bagnata e prima piano e poi più forte mi pompa come una troia.
Godo. Godo troppo male.
Il piacere arriva come una punizione, disperato, sporco, impossibile da fermare. Mi tremano le cosce, ho terrore di avere un orgasmo. Papà mi tiene per i fianchi nudi e sbatte. Gli scappa fuori l'uccello, mi punto sui piedi e raddrizzo le gambe, lo sento contro l'ano, spingo io, indietro, e rubo al babbo un piacere infinito. Non ha mai fatto il culo ad una figa come me.
Giorgio mi schizza sul viso.
Inculata da papà l'orgasmo è inarrestabile, tremo di culo infilzata dal suo cazzo. Me lo picchia duro, cerca di tenermi ferma e mi rompe il culo.
Muoio. Mi ha sborrato dentro.
Non ci sono più, non esisto per lo zio e il vicino.
Mi sbattono sperando di farmi godere come papà. Zio ha il cazzo grosso, non abbastanza però per essere punita come mi merito.

Giorgio fa per liberarmi.
'No aspetta, non ancora.'
Rimango testa nell'oblò, ma non ne bastano dieci per farmi scordare papà. Mi ricordano solo che sono la peggiore delle cagne.

Il giorno dopo, domenica, siamo a pranzo dai miei. Si mangia in giardino anche se fa un caldo inferno.
Sono leggera, in top e jeans inguinali, ormai non so più cosa sia il pudore e mamma è incazzata.
Sento addosso gli occhi di papà.
Mi fissa figa e culetto cercando di non farsi beccare e poi guarda verso Giorgio, negli occhi una colpevole invidia. Forse si domanda anche se me lo picchia in culo e si spaventa dei suoi pensieri.
Povero papà. Non sa.
scritto il
2026-08-12
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