Giulia non può capirmi
di
Dominata
genere
dominazione
Eppure sono ancora Alessia.
Sono stata domata dal mio uomo e nessuno se n'è accorto.
Fuori dal mio letto, slegata dal tavolino della cucina, libera di uscire con ancora in corpo la ferite della sua ossessione, sono la Alessia di sempre, l'istruttrice di yoga al Prestige Fitness. Sono ancora per tutti la bella e spigliata mulatta, con le treccine rasta, un corpo giovane per fare l'amore, magro e delicato, le gambe lunghe, e continuo ad essere il sogno innocente dei maschietti che soffrono nel vedere i miei leggings.
Fuori non è cambiato nulla, dentro tutto.
Dentro scoppio, il segreto inconfessabile mi riempie anche i polmoni, una parola che non oso dire mi tormenta e spaventa: sono la schiava del mio maschio.
Ora l'ho detta e per dieci minuti starò in pace, smetto di friggermi l'anima. Sono la sua schiava e mi pare giusto così. Ma è solo una pausa, il desiderio torna presto ad invadermi l'anima.
Nemmeno a Giulia posso dirlo.
Come faccio a raccontare alle mia migliore amica che sono la cagna del mio uomo e di tutti i suoi amici? Come posso dirle che quando faccio l'amore con lui non è amore ma passione distruttiva?
Eppure con lei condividevo tutto, ci sballavamo di notte raccontandoci ogni fesseria, ridevamo da sceme e ci scambiavamo i ragazzi. Insieme ci siamo scopate a morte il bel Marco. Eravamo le pompinare del liceo, nessuna era più bella di noi.
A Giulia ho detto quello che sanno tutti: Giorgio è ricchissimo ed è un bell'uomo, la do a quello giusto.
Ci siamo viste, erano tre mesi che che non facevamo una serata insieme, lei ha raccontato fino alla nausea che questa volta ha trovato ancora una volta l'uomo della sua vita, non tocca cibo per dirmi quanto è favoloso e quanto si amano.
Io di Giorgio non dico nulla, non serve, essere la mantenuta di uno col doppio dei tuoi anni è squallido anche per Giulia.
Povera Giulia, s'è ricreduta quando ha visto i succhiotti.
I lividi scuri all'interno cosce, attorno al monte di venere. 'Il tuo Giorgio è un animale!!!'
Mi bacia le chiappe, lungo la linea a lunetta che me le separa nette dalle cosce. Lecca i i segni della notte prima, i denti che mi hanno divorata sotto.
Giulia è un deliquio di piacere, mi succhia i cattivi ricordi, la sua bocca a ventosa mi azzanna con dolcezza infinita. Sono liscia, non le racconto che mi depila lui. Non le dico nemmeno che quei succhiotti non me li ha fatti lui. Non so chi è stato, suoi amici, ero bendata, legata al tavolino e poi al letto. So solo che erano in tre.
Facciamo l'amore come una volta, sforbiciamo e incrociamo le gambe per darci piacere, le lingue che si cercano. Ma io trasalisco ad ogni bacetto ai capezzoli, la schiena dolorante mi ricorda il mio uomo e l'orgasmo mi sloga ogni giuntura e mi fa bestemmiare disperata di immenso piacere.
Per Giulia è anche peggio, mi si è aggrappa nuda e sudata, incapace di domare il piacere. Mi bacia con invidia: 'Tu devi dirmi come hai fatto a trovarlo.'
È finita.
Devo tornare dal mio maschio.
No, non so Giulia, come e perché è successo.
È stata chimica da subito, in palestra.
Il suo sguardo era una scossa all’inguine, netta, precisa, come se mi avesse già messo le mani tra le gambe. No, non è stato un deprimente colpo di fulmine. Non mi sono innamorata dell’uomo della mia vita. Volevo solo scoparci. Sentivo, con una certezza animale, che una scopata con lui sarebbe stata fantastica.
Mi sono fatta avanti io? S'è fatto avanti lui? Non so.
Ma ricordo come se fosse adesso il nostro primo weekend. Non sapevo ancora che quella era la mia prima lezione. Ero felice, eccitata come una ragazzina. E per due giorni non mi ha toccata.
Sabato mattina negozi, passeggiata al parco, ristorante. Io la sua figa a braccetto, con il desiderio che diventava sempre più insostenibile. Volevo essere scopata. Volevo che mi spingesse contro un muro, che mi strappasse i leggings e mi prendesse lì, in piedi. Nemmeno a casa sua mi ha toccata come volevo. Mi ha stesa sul letto enorme, mi ha aperto le cosce e mi ha leccata. Solo quello. Lingua lenta, precisa, esperta. Io sono venuta quasi subito, vergognandomi come una ragazzina a cui basta una leccata di figa per venire.
Avevo la testa pesante e il cervello rovente.
Giorgio è stato crudele. Mi ha detto subito cosa cercava.
Ed ero così instupidita che per spiegarmelo ha dovuto farmi anche i disegnini. Mi ha portato in camera da letto, mi ha mostrato la panca di legno scuro inchiodata al pavimento e ha aperto gli armadi. Centinaia di oggetti di metallo e plastica nera. Catene, ganci, plug di ogni misura, fruste, bavaglio, anelli.
Mi hanno rivoltata dentro. Disprezzo, paura e desiderio si sono mescolati in un’unica nausea dolce. Non potevo credere di essere lì, in jeans, a guardare quelle cose mentre lui parlava con calma, come se mi stesse facendo assaporare la sua collezione di vini.
Quei disegnini e quegli oggetti mi sono rimasti dentro, nel più profondo dell’anima, per tutto il pomeriggio. Lui diceva che non ero ancora pronta. Io non gli avevo ancora toccato l’uccello. Scherzava, lo divertivo, ma era eccitato di avermi in casa.
Io già allora non sapevo come fare con lui. Credevo di sbagliare tutto. Mi muovevo troppo, o troppo poco. Parlavo quando dovevo stare zitta. Ero solo una figa bella e confusa in una casa che sapeva di cuoio e di metallo.
È arrivato un suo amico. Dovevano mettersi d’accordo per una traversata alpinistica, discutevano delle previsioni del tempo, delle corde, dei rifugi. Io non esistevo. Stavo seduta sul divano, a fissare il pavimento. Poi Giorgio mi ha toccato appena la spalla. Un tocco leggero, quasi distratto. Mi sono inginocchiata. Ho aperto la bocca e ho fatto un pompino al suo amico, lì, in salotto, mentre i due continuavano a parlare. L’amico mi ha messo una mano sui capelli, mi ha spinto più a fondo e ha chiesto a Giorgio, con la voce un po’ rotta:
'Dove le trovi certe cagne?'
Ero la sua cagna e non gli avevo ancora toccato il cazzo.
Poi non ricordo bene. Una lunga notte al club. Una dozzina o più sopra di me, tra le cosce, in bocca, palle e cazzi che si sfregavano sulle tette. Uomini che non ho mai visto, solo cazzi che non avrei riconosciuto il giorno dopo. Giorgio mi stava accanto. Mi carezzava le treccine rasta, ci annodava le dita mentre io volevo dimostrargli che ero pronta per lui. Ogni volta che qualcuno mi scopava più forte, stringevo le sue dita. Lui non diceva niente. Guardava. La pazienza e l’autocontrollo di Giorgio mi uccidono. Con calma attendeva che il branco con i pantaloni abbassati si sfogasse nella mia fica. E io, per la prima volta, non ero più Alessia, la bellissima mulatta, l’istruttrice di yoga. Ero solo la cagna del mio maestro.
A casa la sofferenza è diventata ancora più sfibrante.
Mi ha portato in camera. Mi ha legata alla sua panca, a pecora. O forse gliel’ho chiesto io, non ricordo più. Polsi e caviglie fissati, busto piegato, culo alto. Avevo la figa esposta. Gli offrivo il culo. Nel gioco di specchi potevo vedermi. Non sono mai stata più eccitante di culo. Nella luce soffusa osservavo le lunette perfette delle mie natiche da ventitreenne che fa la figa in palestra. Tendevo le cosce, allargavo la figa scura che aveva appena fatto godere un branco, tendevo ancora di più, verso l’alto, cercando di esporre il buchetto. Volevo che mi guardasse anche lui. Volevo che cedesse.
Ma lui resisteva.
Mi ha fatto soffrire forse un’ora intera, seduto sulla poltrona, ad ascoltare musica. Jazz basso, lento. Ogni tanto alzava gli occhi e mi guardava. Io sudo. Smanio. Le cosce mi tremano. Cerco di muovere il bacino, di invitarlo, di pregare senza parole. Niente.
Si alza dalla poltrona. Si avvicina. Mi unge l’ano con un dito, solo lo sfintere, quanto basta per non rompermi il culo. Poi torna a sedersi.
Sudo di più. Smanio di più.
Soffro per lui. Come fa a resistere?
Lo amo. Lo fa per me. La fibrillazione mi uccide.
Ho le cosce bagnate fino alle ginocchia, la nuca sudata. L’ano mi pulsa di desiderio, lo contraggo e si contrae da solo.
Alla fine si tira fuori il cazzo.
È il cazzo che sapevo che aveva. Duro, grosso, largo e bastardo. Perfetto per violentarmi.
Si sega. Piano. Guardandomi.
Mi spavento.
No. Voglio io.
'Inculami, ti prego, e sarò solo tua.'
Si alza lento. Si spoglia senza fretta. Mi viene dietro. Nel gioco di specchi vedo la schiena del mio maschio, le natiche muscolose, i peli scuri tra le cosce. È un bell’uomo? Forse. Ma io ho scopato magnifici atleti. Cos’ha lui che tanto mi confonde?
È uno strazio bruciante al culo.
Il cazzo mi apre con un urlo. Mi stordisce di dolore. Per me, per il mio culetto da adolescente è largo come un estintore. Mi apre il culo, mi sfonda, mi spacca, mi comprime i polmoni paralizzati. È la pugnalata di cazzo che attendo da un’ora legata a questa panca. No! è il cazzo che desidero da questa mattina. E fa più male di quanto sperassi.
Lo sento, mi gode dentro. Lo faccio godere. Gode cazzo in culo alla sua cagna.
L’orgasmo parte folle alla seconda picconata che mi scassa anche la schiena e mi uccide più dell’inculata interminabile.
Lo amo.
Guaisco debolmente come una cagnetta bastonata. Mi dà l'uccello da leccare.
Sono finalmente sua.
È il mio padrone.
Non oso. Non gli dico che vorrei ancora. Mi vergogno e mi spavento d'essere così troia. Al club ho fatto la puttanella di un branco, Giorgio m'ha legata e violentata in culo ed io ho in testa solo il suo cazzo.
Mi legge nel pensiero. Non mi slega e mi fa l'amore dolce in culo.
Ho trovato il mio uomo. Non puoi capirmi, Giulia.
Sono stata domata dal mio uomo e nessuno se n'è accorto.
Fuori dal mio letto, slegata dal tavolino della cucina, libera di uscire con ancora in corpo la ferite della sua ossessione, sono la Alessia di sempre, l'istruttrice di yoga al Prestige Fitness. Sono ancora per tutti la bella e spigliata mulatta, con le treccine rasta, un corpo giovane per fare l'amore, magro e delicato, le gambe lunghe, e continuo ad essere il sogno innocente dei maschietti che soffrono nel vedere i miei leggings.
Fuori non è cambiato nulla, dentro tutto.
Dentro scoppio, il segreto inconfessabile mi riempie anche i polmoni, una parola che non oso dire mi tormenta e spaventa: sono la schiava del mio maschio.
Ora l'ho detta e per dieci minuti starò in pace, smetto di friggermi l'anima. Sono la sua schiava e mi pare giusto così. Ma è solo una pausa, il desiderio torna presto ad invadermi l'anima.
Nemmeno a Giulia posso dirlo.
Come faccio a raccontare alle mia migliore amica che sono la cagna del mio uomo e di tutti i suoi amici? Come posso dirle che quando faccio l'amore con lui non è amore ma passione distruttiva?
Eppure con lei condividevo tutto, ci sballavamo di notte raccontandoci ogni fesseria, ridevamo da sceme e ci scambiavamo i ragazzi. Insieme ci siamo scopate a morte il bel Marco. Eravamo le pompinare del liceo, nessuna era più bella di noi.
A Giulia ho detto quello che sanno tutti: Giorgio è ricchissimo ed è un bell'uomo, la do a quello giusto.
Ci siamo viste, erano tre mesi che che non facevamo una serata insieme, lei ha raccontato fino alla nausea che questa volta ha trovato ancora una volta l'uomo della sua vita, non tocca cibo per dirmi quanto è favoloso e quanto si amano.
Io di Giorgio non dico nulla, non serve, essere la mantenuta di uno col doppio dei tuoi anni è squallido anche per Giulia.
Povera Giulia, s'è ricreduta quando ha visto i succhiotti.
I lividi scuri all'interno cosce, attorno al monte di venere. 'Il tuo Giorgio è un animale!!!'
Mi bacia le chiappe, lungo la linea a lunetta che me le separa nette dalle cosce. Lecca i i segni della notte prima, i denti che mi hanno divorata sotto.
Giulia è un deliquio di piacere, mi succhia i cattivi ricordi, la sua bocca a ventosa mi azzanna con dolcezza infinita. Sono liscia, non le racconto che mi depila lui. Non le dico nemmeno che quei succhiotti non me li ha fatti lui. Non so chi è stato, suoi amici, ero bendata, legata al tavolino e poi al letto. So solo che erano in tre.
Facciamo l'amore come una volta, sforbiciamo e incrociamo le gambe per darci piacere, le lingue che si cercano. Ma io trasalisco ad ogni bacetto ai capezzoli, la schiena dolorante mi ricorda il mio uomo e l'orgasmo mi sloga ogni giuntura e mi fa bestemmiare disperata di immenso piacere.
Per Giulia è anche peggio, mi si è aggrappa nuda e sudata, incapace di domare il piacere. Mi bacia con invidia: 'Tu devi dirmi come hai fatto a trovarlo.'
È finita.
Devo tornare dal mio maschio.
No, non so Giulia, come e perché è successo.
È stata chimica da subito, in palestra.
Il suo sguardo era una scossa all’inguine, netta, precisa, come se mi avesse già messo le mani tra le gambe. No, non è stato un deprimente colpo di fulmine. Non mi sono innamorata dell’uomo della mia vita. Volevo solo scoparci. Sentivo, con una certezza animale, che una scopata con lui sarebbe stata fantastica.
Mi sono fatta avanti io? S'è fatto avanti lui? Non so.
Ma ricordo come se fosse adesso il nostro primo weekend. Non sapevo ancora che quella era la mia prima lezione. Ero felice, eccitata come una ragazzina. E per due giorni non mi ha toccata.
Sabato mattina negozi, passeggiata al parco, ristorante. Io la sua figa a braccetto, con il desiderio che diventava sempre più insostenibile. Volevo essere scopata. Volevo che mi spingesse contro un muro, che mi strappasse i leggings e mi prendesse lì, in piedi. Nemmeno a casa sua mi ha toccata come volevo. Mi ha stesa sul letto enorme, mi ha aperto le cosce e mi ha leccata. Solo quello. Lingua lenta, precisa, esperta. Io sono venuta quasi subito, vergognandomi come una ragazzina a cui basta una leccata di figa per venire.
Avevo la testa pesante e il cervello rovente.
Giorgio è stato crudele. Mi ha detto subito cosa cercava.
Ed ero così instupidita che per spiegarmelo ha dovuto farmi anche i disegnini. Mi ha portato in camera da letto, mi ha mostrato la panca di legno scuro inchiodata al pavimento e ha aperto gli armadi. Centinaia di oggetti di metallo e plastica nera. Catene, ganci, plug di ogni misura, fruste, bavaglio, anelli.
Mi hanno rivoltata dentro. Disprezzo, paura e desiderio si sono mescolati in un’unica nausea dolce. Non potevo credere di essere lì, in jeans, a guardare quelle cose mentre lui parlava con calma, come se mi stesse facendo assaporare la sua collezione di vini.
Quei disegnini e quegli oggetti mi sono rimasti dentro, nel più profondo dell’anima, per tutto il pomeriggio. Lui diceva che non ero ancora pronta. Io non gli avevo ancora toccato l’uccello. Scherzava, lo divertivo, ma era eccitato di avermi in casa.
Io già allora non sapevo come fare con lui. Credevo di sbagliare tutto. Mi muovevo troppo, o troppo poco. Parlavo quando dovevo stare zitta. Ero solo una figa bella e confusa in una casa che sapeva di cuoio e di metallo.
È arrivato un suo amico. Dovevano mettersi d’accordo per una traversata alpinistica, discutevano delle previsioni del tempo, delle corde, dei rifugi. Io non esistevo. Stavo seduta sul divano, a fissare il pavimento. Poi Giorgio mi ha toccato appena la spalla. Un tocco leggero, quasi distratto. Mi sono inginocchiata. Ho aperto la bocca e ho fatto un pompino al suo amico, lì, in salotto, mentre i due continuavano a parlare. L’amico mi ha messo una mano sui capelli, mi ha spinto più a fondo e ha chiesto a Giorgio, con la voce un po’ rotta:
'Dove le trovi certe cagne?'
Ero la sua cagna e non gli avevo ancora toccato il cazzo.
Poi non ricordo bene. Una lunga notte al club. Una dozzina o più sopra di me, tra le cosce, in bocca, palle e cazzi che si sfregavano sulle tette. Uomini che non ho mai visto, solo cazzi che non avrei riconosciuto il giorno dopo. Giorgio mi stava accanto. Mi carezzava le treccine rasta, ci annodava le dita mentre io volevo dimostrargli che ero pronta per lui. Ogni volta che qualcuno mi scopava più forte, stringevo le sue dita. Lui non diceva niente. Guardava. La pazienza e l’autocontrollo di Giorgio mi uccidono. Con calma attendeva che il branco con i pantaloni abbassati si sfogasse nella mia fica. E io, per la prima volta, non ero più Alessia, la bellissima mulatta, l’istruttrice di yoga. Ero solo la cagna del mio maestro.
A casa la sofferenza è diventata ancora più sfibrante.
Mi ha portato in camera. Mi ha legata alla sua panca, a pecora. O forse gliel’ho chiesto io, non ricordo più. Polsi e caviglie fissati, busto piegato, culo alto. Avevo la figa esposta. Gli offrivo il culo. Nel gioco di specchi potevo vedermi. Non sono mai stata più eccitante di culo. Nella luce soffusa osservavo le lunette perfette delle mie natiche da ventitreenne che fa la figa in palestra. Tendevo le cosce, allargavo la figa scura che aveva appena fatto godere un branco, tendevo ancora di più, verso l’alto, cercando di esporre il buchetto. Volevo che mi guardasse anche lui. Volevo che cedesse.
Ma lui resisteva.
Mi ha fatto soffrire forse un’ora intera, seduto sulla poltrona, ad ascoltare musica. Jazz basso, lento. Ogni tanto alzava gli occhi e mi guardava. Io sudo. Smanio. Le cosce mi tremano. Cerco di muovere il bacino, di invitarlo, di pregare senza parole. Niente.
Si alza dalla poltrona. Si avvicina. Mi unge l’ano con un dito, solo lo sfintere, quanto basta per non rompermi il culo. Poi torna a sedersi.
Sudo di più. Smanio di più.
Soffro per lui. Come fa a resistere?
Lo amo. Lo fa per me. La fibrillazione mi uccide.
Ho le cosce bagnate fino alle ginocchia, la nuca sudata. L’ano mi pulsa di desiderio, lo contraggo e si contrae da solo.
Alla fine si tira fuori il cazzo.
È il cazzo che sapevo che aveva. Duro, grosso, largo e bastardo. Perfetto per violentarmi.
Si sega. Piano. Guardandomi.
Mi spavento.
No. Voglio io.
'Inculami, ti prego, e sarò solo tua.'
Si alza lento. Si spoglia senza fretta. Mi viene dietro. Nel gioco di specchi vedo la schiena del mio maschio, le natiche muscolose, i peli scuri tra le cosce. È un bell’uomo? Forse. Ma io ho scopato magnifici atleti. Cos’ha lui che tanto mi confonde?
È uno strazio bruciante al culo.
Il cazzo mi apre con un urlo. Mi stordisce di dolore. Per me, per il mio culetto da adolescente è largo come un estintore. Mi apre il culo, mi sfonda, mi spacca, mi comprime i polmoni paralizzati. È la pugnalata di cazzo che attendo da un’ora legata a questa panca. No! è il cazzo che desidero da questa mattina. E fa più male di quanto sperassi.
Lo sento, mi gode dentro. Lo faccio godere. Gode cazzo in culo alla sua cagna.
L’orgasmo parte folle alla seconda picconata che mi scassa anche la schiena e mi uccide più dell’inculata interminabile.
Lo amo.
Guaisco debolmente come una cagnetta bastonata. Mi dà l'uccello da leccare.
Sono finalmente sua.
È il mio padrone.
Non oso. Non gli dico che vorrei ancora. Mi vergogno e mi spavento d'essere così troia. Al club ho fatto la puttanella di un branco, Giorgio m'ha legata e violentata in culo ed io ho in testa solo il suo cazzo.
Mi legge nel pensiero. Non mi slega e mi fa l'amore dolce in culo.
Ho trovato il mio uomo. Non puoi capirmi, Giulia.
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