Il mio tavolo
di
Dominata
genere
dominazione
Sono legata a pecora sul tavolino a penisola della cucina.
Le braccia tese in avanti, i polsi chiusi nei ganci che il mio uomo ha avvitato sotto il piano di legno. Le caviglie divaricate e fissate. Il culetto alto sollevato, la figa completamente esposta all’aria fredda. La benda nera mi copre gli occhi. Non vedo nulla. Non posso chiudere le gambe. Non posso muovere le mani. Aspetto.
Dalla stanza accanto arrivano le voci. Commenti, urla, imprecazioni. La partita è ancora in corso. Li sento battere i pugni, ridere, sbraitare. Il mio maschio è tra loro. Ha quarantasei anni, il doppio dei miei ventitré. Mi ha domata in tre mesi. Ha preso possesso del mio corpo e della mia casa. Ogni stanza, ogni mobile, ogni angolo ora gli appartiene. Io pure.
Il cuore mi batte forte contro il legno. Non ho paura. Ho fame. Fame di quella violenza che lui mi ha insegnato ad amare. Fame di essere usata, passata, montata da estranei mentre lui osserva. So già cosa succederà. So già che entreranno, mi guarderanno aperta e disponibile, e poi mi prenderanno. Uno dopo l’altro. O insieme. Non importa. Io sono pronta. Ma non so chi siano. La benda me lo impedisce. Restano solo voci, passi, presenze sconosciute.
La partita finisce.
Un ultimo urlo. Poi un silenzio improvviso, denso, quasi fisico. Le sedie grattano contro il pavimento. Passi pesanti si avvicinano. Uno. Due. Tre. Quattro. Il battito del mio cuore diventa martellante. Li sento entrare in cucina. L’aria cambia. Sento il calore dei corpi, il leggero odore di birra e sudore. Nessuno parla. Solo respiri. Qualcuno si ferma vicino al mio viso. Un altro circonda il tavolo. Le scarpe raschiano le piastrelle. Aspetto. I secondi si allungano. La suspense mi stringe la gola. Chi sono? Quanti sono davvero? Cosa faranno per primo?
Una mano mi apre le natiche con decisione. Un’altra mi tocca la figa già bagnata. Il primo entra senza preamboli. Mi penetra con un colpo secco, duro, che mi fa inarcare la schiena fino al limite dei ganci. È grosso. Mi dilata senza pietà. Le mani mi afferrano i fianchi e inizia a scoparmi con spinte profonde e ritmate. Ogni affondo mi fa battere il petto contro il legno. Gemo. Non di dolore. Di bisogno. Voglio di più. Voglio più forza.
Il secondo si avvicina. Mi prende i rasta e mi tira la testa all’indietro quanto i ganci permettono. Il suo cazzo mi entra in bocca nello stesso istante in cui il primo accelera. Soffoco. Lacrime sotto la benda. Mi lascio fare. Mi faccio usare. Sono solo un buco da riempire, una figa e un culo offerti al piacere di chiunque il mio padrone decida. Non so i loro volti. Non so i loro nomi. So solo la loro durezza.
Quando il primo viene dentro di me, caldo e denso, esce e lascia il posto a un altro. Questi è più violento. Mi monta con rabbia, le mani che mi stringono i fianchi fino a farmi male, le spinte che mi scuotono l’intero corpo. Sento il seme del primo scivolare lungo le cosce mentre il nuovo cazzo mi martella. Il mio uomo osserva. So che si sta godendo lo spettacolo. So che mi vuole vedere così: legata ai ganci che ha avvitato lui stesso, bendata, piena, ridotta a carne condivisa nella casa che ormai è solo sua.
Mi aprono il culo. Qualcuno sputa. Poi un cazzo preme e entra. Brucia. Mi dilata oltre il limite. Urlo contro il legno. Lui non si ferma. Mi scopa l’ano con la stessa brutalità con cui mi avevano preso prima. Un altro mi riempie la bocca. Il terzo mi strofina il cazzo ancora semiduro sulla guancia. Sono circondata. Sono presa da tre lati. Il mio corpo non è più mio. È un campo di battaglia e loro lo stanno conquistando pezzo dopo pezzo, senza che io possa nemmeno vedere chi mi sta usando.
Le spinte diventano forsennate. Gemo, soffoco, tremo. L’orgasmo arriva misto a dolore, lungo, violento, che mi fa contrarre intorno a chiunque sia dentro di me in quel momento. Continuano. Non si fermano. Mi usano finché non hanno finito tutti. Finché il mio culo e la mia figa non colano di seme. Finché non resto legata, aperta, tremante, piena di estranei sconosciuti.
Il mio uomo si avvicina per ultimo. Mi accarezza i rasta con una mano quasi dolce. Poi mi penetra a sua volta, lento e profondo, in culo mentre gli altri guardano. Sussurra contro il mio orecchio: «Brava.»
Ora mi sento quel che sono, una figa da copertina di ventitré anni, la più bella della palestra, la più figa in disco, la cagna del mio uomo.
Resto così. Legata a pecora sul tavolino della cucina, i polsi chiusi nei ganci che lui ha avvitato, la benda ancora sugli occhi. Ventitré anni. Domata da tre mesi. Sua.
E più soddisfatta di così non potrei mai essere.
Sta salutando gli amici.
Mi chiedo con apprensione cosa userà quando tornerà da me, in cucina. Mi prende un tremito che mi frigge la figa.
Perché lui tornerà.
Le braccia tese in avanti, i polsi chiusi nei ganci che il mio uomo ha avvitato sotto il piano di legno. Le caviglie divaricate e fissate. Il culetto alto sollevato, la figa completamente esposta all’aria fredda. La benda nera mi copre gli occhi. Non vedo nulla. Non posso chiudere le gambe. Non posso muovere le mani. Aspetto.
Dalla stanza accanto arrivano le voci. Commenti, urla, imprecazioni. La partita è ancora in corso. Li sento battere i pugni, ridere, sbraitare. Il mio maschio è tra loro. Ha quarantasei anni, il doppio dei miei ventitré. Mi ha domata in tre mesi. Ha preso possesso del mio corpo e della mia casa. Ogni stanza, ogni mobile, ogni angolo ora gli appartiene. Io pure.
Il cuore mi batte forte contro il legno. Non ho paura. Ho fame. Fame di quella violenza che lui mi ha insegnato ad amare. Fame di essere usata, passata, montata da estranei mentre lui osserva. So già cosa succederà. So già che entreranno, mi guarderanno aperta e disponibile, e poi mi prenderanno. Uno dopo l’altro. O insieme. Non importa. Io sono pronta. Ma non so chi siano. La benda me lo impedisce. Restano solo voci, passi, presenze sconosciute.
La partita finisce.
Un ultimo urlo. Poi un silenzio improvviso, denso, quasi fisico. Le sedie grattano contro il pavimento. Passi pesanti si avvicinano. Uno. Due. Tre. Quattro. Il battito del mio cuore diventa martellante. Li sento entrare in cucina. L’aria cambia. Sento il calore dei corpi, il leggero odore di birra e sudore. Nessuno parla. Solo respiri. Qualcuno si ferma vicino al mio viso. Un altro circonda il tavolo. Le scarpe raschiano le piastrelle. Aspetto. I secondi si allungano. La suspense mi stringe la gola. Chi sono? Quanti sono davvero? Cosa faranno per primo?
Una mano mi apre le natiche con decisione. Un’altra mi tocca la figa già bagnata. Il primo entra senza preamboli. Mi penetra con un colpo secco, duro, che mi fa inarcare la schiena fino al limite dei ganci. È grosso. Mi dilata senza pietà. Le mani mi afferrano i fianchi e inizia a scoparmi con spinte profonde e ritmate. Ogni affondo mi fa battere il petto contro il legno. Gemo. Non di dolore. Di bisogno. Voglio di più. Voglio più forza.
Il secondo si avvicina. Mi prende i rasta e mi tira la testa all’indietro quanto i ganci permettono. Il suo cazzo mi entra in bocca nello stesso istante in cui il primo accelera. Soffoco. Lacrime sotto la benda. Mi lascio fare. Mi faccio usare. Sono solo un buco da riempire, una figa e un culo offerti al piacere di chiunque il mio padrone decida. Non so i loro volti. Non so i loro nomi. So solo la loro durezza.
Quando il primo viene dentro di me, caldo e denso, esce e lascia il posto a un altro. Questi è più violento. Mi monta con rabbia, le mani che mi stringono i fianchi fino a farmi male, le spinte che mi scuotono l’intero corpo. Sento il seme del primo scivolare lungo le cosce mentre il nuovo cazzo mi martella. Il mio uomo osserva. So che si sta godendo lo spettacolo. So che mi vuole vedere così: legata ai ganci che ha avvitato lui stesso, bendata, piena, ridotta a carne condivisa nella casa che ormai è solo sua.
Mi aprono il culo. Qualcuno sputa. Poi un cazzo preme e entra. Brucia. Mi dilata oltre il limite. Urlo contro il legno. Lui non si ferma. Mi scopa l’ano con la stessa brutalità con cui mi avevano preso prima. Un altro mi riempie la bocca. Il terzo mi strofina il cazzo ancora semiduro sulla guancia. Sono circondata. Sono presa da tre lati. Il mio corpo non è più mio. È un campo di battaglia e loro lo stanno conquistando pezzo dopo pezzo, senza che io possa nemmeno vedere chi mi sta usando.
Le spinte diventano forsennate. Gemo, soffoco, tremo. L’orgasmo arriva misto a dolore, lungo, violento, che mi fa contrarre intorno a chiunque sia dentro di me in quel momento. Continuano. Non si fermano. Mi usano finché non hanno finito tutti. Finché il mio culo e la mia figa non colano di seme. Finché non resto legata, aperta, tremante, piena di estranei sconosciuti.
Il mio uomo si avvicina per ultimo. Mi accarezza i rasta con una mano quasi dolce. Poi mi penetra a sua volta, lento e profondo, in culo mentre gli altri guardano. Sussurra contro il mio orecchio: «Brava.»
Ora mi sento quel che sono, una figa da copertina di ventitré anni, la più bella della palestra, la più figa in disco, la cagna del mio uomo.
Resto così. Legata a pecora sul tavolino della cucina, i polsi chiusi nei ganci che lui ha avvitato, la benda ancora sugli occhi. Ventitré anni. Domata da tre mesi. Sua.
E più soddisfatta di così non potrei mai essere.
Sta salutando gli amici.
Mi chiedo con apprensione cosa userà quando tornerà da me, in cucina. Mi prende un tremito che mi frigge la figa.
Perché lui tornerà.
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