Nel mio letto
di
Dominata
genere
dominazione
Mi sono fatta legare al letto dal mio uomo.
Non ho opposto la minima resistenza. Ho allungato le braccia verso le sbarre di ferro e ho seguito con lo sguardo il movimento lento delle cinghie che mi stringevano i polsi, una dopo l’altra. Poi le caviglie. Gambe divaricate al massimo, tese fino a far male, completamente esposte. Il materasso, sotto di me, ha smesso di essere un luogo di riposo. È diventato immediatamente un campo di battaglia. Lo sapevo. Lo avevo scelto.
Il mio corpo è scuro e lungo. Le cosce aperte formano una V che non concede scampo. Il culetto alto e tondo resta sollevato dal cuscino infilato sotto il ventre, offerto senza pudore. I rasta neri mi cascano sul cuscino e mi coprono metà del viso. Non parlo. Non chiedo. Respiro soltanto, pesante, consapevole di aver deciso ogni singolo centimetro di questa sconfitta.
Lui si muove intorno al letto senza alcuna fretta. Mi osserva. Le sue mani scendono lungo la mia schiena, affondano nelle natiche sode e le aprono con una decisione che non ammette repliche. L’aria fredda tocca il buco stretto. Tremo. Non di paura. Di anticipazione pura. Il desiderio di violenza mi scorre nelle vene come un veleno dolce e denso. Voglio essere presa. Voglio essere aperta. Voglio sentire il dolore fondersi con il piacere fino a diventare indistinguibile.
Il primo contatto è umido e caldo. Lui sputa. Poi di nuovo. Il liquido scivola lento e bagna l’orifizio già contratto. Un dito preme, insiste, penetra. Chiudo gli occhi e spingo i fianchi indietro quanto le cinghie mi permettono. Il dito diventa due. Poi tre. La dilatazione brucia con precisione chirurgica. Gemo basso, gutturale, e sento il suo sorriso senza bisogno di vederlo. So di essere esattamente dove volevo essere: legata, esposta, ridotta a carne disponibile e consenziente.
Quando il glande preme contro di me, il cuore accelera. Non esiste delicatezza. Lui spinge. Entra con un colpo secco che mi strappa un grido rauco. La strettezza cede di forza. Il dolore è netto, acuto, perfetto. Lo sento avanzare centimetro dopo centimetro, pesante, invasivo, inesorabile. Le pareti interne si aprono e si chiudono intorno a quella conquista. Quando arriva in fondo, le ossa del suo bacino battono contro le mie natiche e qualcosa dentro di me si arrende del tutto.
Il letto diventa campo di battaglia sul serio.
Lui esce quasi completamente e rientra con una spinta violenta. Poi di nuovo. E di nuovo. I colpi sono profondi, ritmati, sempre più duri. Ogni affondo mi scuote l’intero corpo. Le cinghie ai polsi e alle caviglie scricchiolano. Il materasso cigola sotto di noi. Il suono della carne che sbatte contro la carne riempie la stanza come un tamburo di guerra. Non posso muovermi se non per spingere il culetto incontro alle sue spinte, e lo faccio. Lo faccio con rabbia, con bisogno assoluto. Voglio di più. Voglio più forza. Voglio essere rovinata.
«Più forte», sussurro. La voce mi esce rotta.
Lui obbedisce senza esitazione. Le sue mani mi afferrano i fianchi con una presa che lascerà lividi scuri sulla pelle. Le dita affondano, stringono, quasi mi spezzano. Le spinte diventano selvagge, brutali, prive di qualsiasi pietà. Ogni volta che il suo cazzo mi dilata fino in fondo, il dolore esplode e si trasforma in un piacere oscuro, denso, che mi fa salire le lacrime agli occhi. Non piango di sofferenza. Piango di gratitudine. Di eccitazione feroce. Di vittoria nella sconfitta più totale.
Il mio culetto alto, quello che lo ossessiona, viene preso, martellato, usato come un oggetto di puro piacere. Sento ogni vena, ogni pulsazione, ogni centimetro di lui che mi scava. Le natiche tremano sotto i colpi. Il buco brucia, si allarga e si richiude in una lotta continua e disperata. Io spingo indietro quanto posso, cercando di prenderlo ancora più a fondo, di farmi squarciare. Voglio sentirmi piena fino a scoppiare. Voglio che il dolore resti impresso nella carne per giorni interi.
Lui accelera ancora. Il ritmo diventa forsennato. Il letto scricchiola pericolosamente. Le cinghie mi tagliano i polsi. Sudo. Gemo. Urlo a tratti, senza parole, solo suoni animali. Il desiderio di violenza mi consuma interamente. Voglio che mi rompa. Voglio che mi marchi da dentro in modo indelebile. Ogni spinta è una dichiarazione di possesso e io la accolgo tutta, la rivendico, la chiedo con il corpo intero.
Quando sente che sto per venire, rallenta solo un istante, poi affonda con una forza quasi disumana e resta sepolto fino alle palle mentre il mio corpo esplode. L’orgasmo mi attraversa come una scarica elettrica mista a dolore puro. Mi contraevo intorno a lui in spasmi violenti, stringo, mungo, cerco di trattenerlo dentro per sempre. Lui non resiste. Con un gemito grosso e basso scarica a ondate calde e dense, riempiendomi fino a farmi sentire il liquido che cerca di uscire intorno al suo cazzo ancora duro.
Resto legata, aperta, piena, tremante. Il culo pulsa e brucia. Sento il suo seme scaldarmi da dentro. Lui non esce subito. Resta sepolto, respirando pesante, le mani ancora strette sui miei fianchi. Io non chiedo di essere slegata. Non voglio. Voglio restare così ancora un poco: vittima scelta, conquistata, sodomizzata fino in fondo su questo materasso che è diventato il nostro campo di battaglia.
Scelgo di rimanere sconfitta.
E in questa sconfitta tormento il mio uomo. Sono nuda, legata al letto a gambe larghe, il culo esposto, la figa offerta.
Tormento il mio uomo.
Godo al suo tormento.
Mi tormenta il suo desiderio.
Non ho opposto la minima resistenza. Ho allungato le braccia verso le sbarre di ferro e ho seguito con lo sguardo il movimento lento delle cinghie che mi stringevano i polsi, una dopo l’altra. Poi le caviglie. Gambe divaricate al massimo, tese fino a far male, completamente esposte. Il materasso, sotto di me, ha smesso di essere un luogo di riposo. È diventato immediatamente un campo di battaglia. Lo sapevo. Lo avevo scelto.
Il mio corpo è scuro e lungo. Le cosce aperte formano una V che non concede scampo. Il culetto alto e tondo resta sollevato dal cuscino infilato sotto il ventre, offerto senza pudore. I rasta neri mi cascano sul cuscino e mi coprono metà del viso. Non parlo. Non chiedo. Respiro soltanto, pesante, consapevole di aver deciso ogni singolo centimetro di questa sconfitta.
Lui si muove intorno al letto senza alcuna fretta. Mi osserva. Le sue mani scendono lungo la mia schiena, affondano nelle natiche sode e le aprono con una decisione che non ammette repliche. L’aria fredda tocca il buco stretto. Tremo. Non di paura. Di anticipazione pura. Il desiderio di violenza mi scorre nelle vene come un veleno dolce e denso. Voglio essere presa. Voglio essere aperta. Voglio sentire il dolore fondersi con il piacere fino a diventare indistinguibile.
Il primo contatto è umido e caldo. Lui sputa. Poi di nuovo. Il liquido scivola lento e bagna l’orifizio già contratto. Un dito preme, insiste, penetra. Chiudo gli occhi e spingo i fianchi indietro quanto le cinghie mi permettono. Il dito diventa due. Poi tre. La dilatazione brucia con precisione chirurgica. Gemo basso, gutturale, e sento il suo sorriso senza bisogno di vederlo. So di essere esattamente dove volevo essere: legata, esposta, ridotta a carne disponibile e consenziente.
Quando il glande preme contro di me, il cuore accelera. Non esiste delicatezza. Lui spinge. Entra con un colpo secco che mi strappa un grido rauco. La strettezza cede di forza. Il dolore è netto, acuto, perfetto. Lo sento avanzare centimetro dopo centimetro, pesante, invasivo, inesorabile. Le pareti interne si aprono e si chiudono intorno a quella conquista. Quando arriva in fondo, le ossa del suo bacino battono contro le mie natiche e qualcosa dentro di me si arrende del tutto.
Il letto diventa campo di battaglia sul serio.
Lui esce quasi completamente e rientra con una spinta violenta. Poi di nuovo. E di nuovo. I colpi sono profondi, ritmati, sempre più duri. Ogni affondo mi scuote l’intero corpo. Le cinghie ai polsi e alle caviglie scricchiolano. Il materasso cigola sotto di noi. Il suono della carne che sbatte contro la carne riempie la stanza come un tamburo di guerra. Non posso muovermi se non per spingere il culetto incontro alle sue spinte, e lo faccio. Lo faccio con rabbia, con bisogno assoluto. Voglio di più. Voglio più forza. Voglio essere rovinata.
«Più forte», sussurro. La voce mi esce rotta.
Lui obbedisce senza esitazione. Le sue mani mi afferrano i fianchi con una presa che lascerà lividi scuri sulla pelle. Le dita affondano, stringono, quasi mi spezzano. Le spinte diventano selvagge, brutali, prive di qualsiasi pietà. Ogni volta che il suo cazzo mi dilata fino in fondo, il dolore esplode e si trasforma in un piacere oscuro, denso, che mi fa salire le lacrime agli occhi. Non piango di sofferenza. Piango di gratitudine. Di eccitazione feroce. Di vittoria nella sconfitta più totale.
Il mio culetto alto, quello che lo ossessiona, viene preso, martellato, usato come un oggetto di puro piacere. Sento ogni vena, ogni pulsazione, ogni centimetro di lui che mi scava. Le natiche tremano sotto i colpi. Il buco brucia, si allarga e si richiude in una lotta continua e disperata. Io spingo indietro quanto posso, cercando di prenderlo ancora più a fondo, di farmi squarciare. Voglio sentirmi piena fino a scoppiare. Voglio che il dolore resti impresso nella carne per giorni interi.
Lui accelera ancora. Il ritmo diventa forsennato. Il letto scricchiola pericolosamente. Le cinghie mi tagliano i polsi. Sudo. Gemo. Urlo a tratti, senza parole, solo suoni animali. Il desiderio di violenza mi consuma interamente. Voglio che mi rompa. Voglio che mi marchi da dentro in modo indelebile. Ogni spinta è una dichiarazione di possesso e io la accolgo tutta, la rivendico, la chiedo con il corpo intero.
Quando sente che sto per venire, rallenta solo un istante, poi affonda con una forza quasi disumana e resta sepolto fino alle palle mentre il mio corpo esplode. L’orgasmo mi attraversa come una scarica elettrica mista a dolore puro. Mi contraevo intorno a lui in spasmi violenti, stringo, mungo, cerco di trattenerlo dentro per sempre. Lui non resiste. Con un gemito grosso e basso scarica a ondate calde e dense, riempiendomi fino a farmi sentire il liquido che cerca di uscire intorno al suo cazzo ancora duro.
Resto legata, aperta, piena, tremante. Il culo pulsa e brucia. Sento il suo seme scaldarmi da dentro. Lui non esce subito. Resta sepolto, respirando pesante, le mani ancora strette sui miei fianchi. Io non chiedo di essere slegata. Non voglio. Voglio restare così ancora un poco: vittima scelta, conquistata, sodomizzata fino in fondo su questo materasso che è diventato il nostro campo di battaglia.
Scelgo di rimanere sconfitta.
E in questa sconfitta tormento il mio uomo. Sono nuda, legata al letto a gambe larghe, il culo esposto, la figa offerta.
Tormento il mio uomo.
Godo al suo tormento.
Mi tormenta il suo desiderio.
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