L'arte dell'allineamento
di
Judicael Ouango
genere
confessioni
Credevo di essere unica in ciò; la transizione all’adolescenza fu per me un piacevole scoprirsi. Le mie amiche, perlopiù, avevano già avuto esperienze. Era per loro come una bandiera da sventolare per affermare l’appartenenza al mondo degli adulti. A quindici anni, essere vergine era all’epoca una ragione per essere scherniti. Fortunatamente, avevo personalità ed, al di fuori di qualche battuta scherzosa, non posso dire di essere stata bullizzata per questa "mancanza".
Il modo vago in cui le mie amiche raccontavano dei loro piaceri non solo non mi convinceva, ma al limite mi faceva repulsione. Molti ragazzi a quell’età sono poco attenti all’igiene quotidiana; immaginavo dita sporche e grottesche che si infilavano in me, cercando goffamente di destare reazioni. Ragazzi e ragazze conoscevano il sesso solo per via del racconto altrui o dei video porno che spopolavano.
Per fortuna, io mi toccavo, mi scoprivo. Sentivo che il piacere non poteva essere così banale. Le sensazioni partirono dalla mia pelle; amavo far scorrere le dita su ogni angolo del corpo a caccia di brividi. Essi erano come un’onda che mi invadeva. Delicatamente, mi sfioravo, scoprendo ogni centimetro del mio essere in cui si nascondevano le sensazioni. Notai la pelle d’oca e i peli ritti per l’eccitazione e compresi quanto tutto ciò fosse intenso. Continuai a toccarmi per conoscermi, con pazienza, accumulando mille piaceri. [1]
Mentre le mie amiche mi raccontavano di momenti epici, io vivevo una continuità intima. Prima del mio primo bacio, compresi quanto potesse essere bello: passavo le dita con delicatezza e sentivo le scariche di piacere invadermi. Lo stesso feci con la lingua, mi baciai da sola e fu meraviglioso. Poi imparai a godere davvero. Non avevo lasciato che nessuno mi mostrasse la via del mio piacere; lo avevo scoperto da sola ed era determinante.
Continuai a conoscermi meglio ascoltando i racconti dei miei amici e delle mie amiche. Crebbi coltivando un autoerotismo consapevole, mentre i ragazzi non smettevano di starmi dietro; ero diventata quasi una scommessa per loro. Questo mi permise di capire un fatto importante, che mi avrebbe condotto a una vita sessuale molto diversa da quella che si sarebbero aspettati i miei genitori.
Forse non l'ho detto, ma i miei genitori sono originari del Sud America: mia madre è brasiliana, mio padre è cubano, mentre io sono nata in Italia. Sì, sono ambrata, alta, bella. Ma sono anche dotata di una sensibilità curiosa, che mi spinge a diffidare di tutto ciò che non conosco.
La bellezza prescinde dal razzismo e dalla povertà. La maggior parte delle discriminazioni che ho subito proveniva da compagne di scuola invidiose o gelose, specialmente perché attiravo gli sguardi in modo notevole. La condizione dei miei genitori, poi, era a dir poco paradossale. Arrivati in Italia alla ricerca di una vita migliore, erano entrati rapidamente a far parte del sistema, cercando di contraddistinguersi come cittadini modello. Erano integrati, sì, è vero, ma in un inferno di abitudini e problemi che non lasciava loro mai il tempo di godersi la vita. Quel "rientro" in patria, nell'una o nell'altra terra, era considerato un evento sacro, quasi fosse la rivalsa per tutti i sacrifici fatti. Ovviamente, da brave vittime del sistema, ringraziavano pure. Vedevo nel loro futuro una tristezza di fondo: lavoro, doveri, oneri e quasi nessun piacere.
A diciott'anni, i miei vollero organizzarmi una festa. I genitori migranti sono spesso disorientati dai valori del paese in cui decidono di trasferirsi. Devono adattarsi al mondo nuovo e connettersi a esso attraverso i figli, ma non sempre ce la fanno. Portano dentro un debito d'amore verso la famiglia d'origine e un debito verso la vita stessa, che li ha costretti a partire in ritardo. I miei non hanno eredità; hanno ricominciato da zero in un paese dove quasi nessuno parte da zero e, giustamente, arrancano. Poverini...
La festa fu splendida. Ero una regina, non ancora un'imperatrice. C'era un nugolo di ragazzi e ragazze che mi gravitava attorno e, per la prima volta, ricevetti regali di un certo valore. Non me li aspettavo e non illudevo nessuno. Gli uomini pensavano che fossi lesbica, le donne credevano mi piacessero gli uomini. Ero così bella che ci provavano comunque. Quella festa, però, non fu l'inizio di niente. Le mie idee, ormai, erano già ben chiare.
Avevo voglia di me, e quel "me" era molto intransigente; ecco perché non mi fidavo degli altri. Il corpo di una donna non è delicato: è un tempio della natura. Ogni stagione fa di lei una persona nuova, ogni ora del giorno con la sua luce la rende diversa, e persino la notte la fa risplendere quando la stella giusta brilla nel cielo. A diciott'anni, con la "libertà" di chi non può più commettere reati senza finire in carcere, continuavo a scoprire il mio corpo e la mia anima. Dall’accarezzarmi la pelle ero passata ad accarezzarmi l’anima. Imparai a fare le due cose nello stesso momento, raggiungendo picchi di piacere che nessun’altra vita avrebbe potuto donarmi. Solo quando fossi stata davvero cosciente, quando avrei raggiunto quel posto dentro di me, avrei potuto concedermi; perché solo in quel momento avrei saputo dove volevo arrivare. [1]
Diciannove anni e tre mesi. Lui si chiama Marco. È alto, ha gli occhi azzurri, la mia stessa età ed è campione regionale di nuoto. A dir poco, Marco è impazzito per me, a tal punto da mettersi contro la famiglia, che da un rampollo come lui si aspetta una relazione "alla pari". I giovani spesso si sentono uguali, ma i genitori non li vedono quasi mai sullo stesso livello. La ricchezza porta al controllo, ma solo per chi la considera un punto di arrivo. Marco non la vedeva così e quindi, quando mi conobbe e iniziammo a frequentarci, di fronte al rifiuto dei suoi tagliò corto con loro. La cosa non mi lusingò, tantomeno mi fece piacere. La vita dei miei genitori è misera, povera, sofferta, ma viva. Li rispetto, malgrado i loro valori provengano da altri mondi e rappresentino l’ultimo scoglio che possono opporre a una civiltà che li umilia e pretende da loro ammirazione. Non mi sento figlia del loro mondo, ma nemmeno figlia dell’Italia. [1]
La prima volta fu bella. Dissi a Marco, punto per punto, esattamente tutto ciò che avrebbe dovuto fare. Mi sembrò molto sorpreso e mi chiese di nuovo se fosse davvero la mia prima volta. Sì, lo era, ma come dicevo prima, io sono una di quelle persone che ha scelto di prendersi il tempo per conoscere se stessa, prima di conoscere gli altri.
La mano di Marco era grande, ma non ruvida. Bagnai il suo dito nella mia bocca prima di accompagnarlo più giù, fissandolo dritto negli occhi. A tratti sembrava imbarazzato, ma la connessione c’era, l’energia passava. Vedevo i suoi peli ritti, gli spasmi sotto la pelle, la tensione dovuta all'attesa di un evento imminente e bellissimo.
Marco mi toccava come volevo io: con la pressione che gli imponevo e alla velocità che desideravo, anche se senza i baci che avrei voluto. Lo perdonai; il piacere ha diversi livelli e gradi e, a volte, per chi non sa volare, bisogna salire la scala un gradino alla volta.
E un gradino alla volta entrammo in sintonia, ci fondemmo, e Marco seppe muoversi anche senza l’aiuto delle mani. Fu strano: per la prima volta in vita mia non avvertii né la mia condizione sociale, né il mio colore della pelle. Essere "nelle mani" di qualcuno poteva essere meraviglioso. Non mi ero concessa a lui per riconoscenza, anche se forse lui lo avrebbe pensato; lo feci solo quando sentii che eravamo allineati. Allinearsi significa non appartenere più a nulla: nessun valore, nessuna cultura, nessun gruppo etnico, nessuna ideologia. Significa solo essere l’uno dell’altra e viceversa. Io e Marco facemmo l’amore in modo travolgente, libero, senza regole. Riuscii, non so come, a essere così trasparente ai suoi occhi che lui seppe leggermi e scrivere nel mio libro intimo.
Purtroppo durò poco, molto poco. Fu un’esplosione inaudita sentirlo pulsare dentro di me, e per la prima volta provai l'orgasmo con un uomo dentro. Era la mia prima volta, eppure non lo sembrava affatto. Marco mi chiese di nuovo se fossi sicura che fosse la prima volta per me. Credo sia stata quella diffidenza la ragione per cui non lo rividi più. Niente eroismi o tentativi di passare per ciò che non sono: semplicemente, ci rimasi male. Il dolore è strano, ha forme diverse, è egoista, martella e bussa alle porte dell'intimità senza pudore. Eppure io non soffrii, Marco sì. Non credo se lo meritasse. In seguito avrei imparato che gli uomini, troppo spesso, sono solo uomini.
Marco non fu l’inizio della mia vita sessuale, ne fu solo una parte.
Non feci l’amore a destra e a manca, come avrei potuto, solo perché ero affamata. Cercavo disperatamente chi sapesse leggere tra il mio sguardo e il mio perizoma. Il sesso, lo sentivo dentro di me, era un’arte, e il godimento un privilegio. Volevo essere privilegiata, e cercavo un artista. Ma l’arte non si cerca, la si incontra, e in questo mondo è rara. Gli uomini vogliono tanta bellezza, ma non sanno donarne. La pretendono perché, nel corso dei secoli, l’hanno sempre pagata. Le mie amiche dell’università dicono che una donna deve valere; io dico che una donna deve volere. [1, 2]
Il ciclo mestruale mi crea disagio. Sono una persona molto riflessiva, ma mi rendo conto che da quando ho le mestruazioni vivo in un mondo di paradossi. Ciò che ieri vedevo bello può diventare un inferno. In quel frangente il mio corpo cambia, diventa ostile a se stesso e agli altri, e i dolori sono un'ingiusta condanna per l'essere nate perfette. La donna è perfetta, ma mi verrebbe da dire non durante quei giorni. Infatti, in quel periodo non ho vita sociale: leggo, cerco, mi pongo domande e mi tocco. [1]
Già… persino le sensazioni, in quel momento, sono diverse. Non sono egoista: là fuori la Palestina brucia, i migranti vengono ghettizzati e seviziati, le donne si fanno massacrare, la povertà è sempre più presente nelle persone e nelle anime. Ho sempre creduto, però, che tutto questo non dipenda da me, anche se ne faccio parte. Io voglio esserne una parte felice. Non come i miei genitori, non come la maggior parte delle persone che abitano questo pianeta. Ho l’impressione che la gente viva solo per compiere i propri doveri; sembra che non importi da dove vieni quando fai ciò che devi, ma ciò che devi molto spesso toglie ad altri la possibilità di fare qualsiasi cosa. Ne sono consapevole, e dunque sorrido e vivo più che posso, anche per non sprecare il sacrificio di altre vite.
Gli uomini sono buffi. Più sembrano duri, più sono deboli. Hanno un difetto che notai da subito: hanno bisogno. E le donne, solitamente, hanno un difetto speculare che gioca a loro svantaggio: hanno bisogno di chi ha bisogno. Di necessità in necessità, molti fanno sacrifici per mille ragioni. Posso condividerlo o meno, ma trovo che tutti siano speciali. Specialmente tutte. Non mi piace, però, il tallone d’Achille delle donne. Oramai sono adulta, lavoro e cerco di vivere. [1]
Questa vita passa anche attraverso la socialità, e frequento molte amiche. Ho la possibilità di entrare in mondi privilegiati, così come ho la fortuna di frequentare contesti molto più umili e semplici. Il mio sorriso, in ognuno di quei posti, è reale, vero, autentico. [1]
Le donne mi diedero la conferma che il piacere è anche conoscenza. Dita e lingue che baciavano ogni centimetro del mio corpo, sospiri e rantoli infiniti: la dolcezza del sesso tra due donne è solo una fantasia maschile. Le donne sono come gli uomini; in loro trovi a volte il ghiaccio, a volte la lava, a volte la perfetta metà. Il ghiaccio dona sensazioni diverse dal calore, e chissà chi può dire di preferire l’uno o l’altro. Chi il sesso lo conosce davvero, sta zitto e lo fa.
In effetti, la mia vita sessuale era nascosta persino alla gran parte delle mie amiche. Le donne sono spesso le prime ad avere parole come "zoccola" o "puttana" sulla punta della lingua. L’ho detto che sono una bella ragazza, e non tutte lo sono. Gli uomini sanno essere impietosi, e certe donne non trovano altra valvola di sfogo se non riversare la propria frustrazione su chi è come loro. Ecco perché ero discreta: certamente non per vergogna, ma per protezione.
Conobbi un uomo che mi trattenne per un po’. Era bello, capace, sensibile, ma era pur sempre solo un uomo. Qualunque donna sa che un uomo è solo un uomo. Per prendersi un uomo sotto la propria ala bisogna andare contro le "sorelle" o, più semplicemente, rendere quell'uomo una donna. E il processo per rendere un uomo donna non riguarda la transizione sessuale: è qualcosa di intimo, radicato dentro la mente, che richiede di sapersi sbarazzare di tutti i valori precostituiti.
Già… i valori. Amo mia madre e mio padre, ed è questa la sola ragione per cui mi contengo. Non è un valore morale, è rispetto. Sento di avere una vita da vivere; sarà corta o lunga, non saprei, visto che noi donne oggi siamo vittime di troppe violenze. Ma so di non volerla sprecare, né sacrificare. Non starò mai con un uomo solo perché può "assicurarmi" il futuro. Potrebbe capitare, certo, ma solo se sarà l'unico capace di darmi i brividi con un solo sguardo. Il supereroe che cerco deve solo saper sentire.
Quell’uomo con cui mi fermai per un po’ non fu un semaforo; o meglio, forse lo era, ma quando scattò il rosso io passai comunque e lo lasciai lì. Credo non ci siano spiegazioni reali da dare quando ci si lascia: sono solo ipocrisie decantate per alleggerirsi la coscienza.
È martedì. Ho un appuntamento con Michael e Simona. Ci siamo incontrati in diverse occasioni: Michael l'ho conosciuto a un seminario, Simona al bar dell’albergo. Siamo a Venezia, tutti e tre lì per lavoro. Cosa ho in mente? Non saprei, ma ho la dote di far succedere le cose.
Michael non ha la lingua ruvida: scivola piacevolmente sul mio clitoride. Simona beve qualcosa, seduta sulla sedia del piccolo angolo bar. Ci guarda con gli occhi luminosi. È nuda, ed è bellissima. Mi sorride, e io ricambio. La serata passa veloce; ho saputo scegliere le connessioni giuste. Il godimento è naturale, costante e immenso. Vollero il mio contatto in seguito, ma non glielo lasciai. A volte, realtà e desideri devono solo sfiorarsi.
Oggi è sabato. Sono davanti allo scomparto dello specchio e mi guardo. Ho scelto l'intimo più adatto sia al mio fisico che alla mia pelle. Non esco, non ho visite; ho solo voglia di bellezza, di pienezza. Chi non sa raggiungere tutto questo da solo, si illude che altri possano donarglielo. Accendo le candele, mi servo un bicchiere di vino rosso, incrocio le gambe e vedo i tacchi luccicare sotto la luce tremolante delle fiamme. La musica esce da un giradischi e non nasconde i difetti del suono, che anzi ne fanno la qualità. Il vino è buono; mi accendo una sigaretta, anche se fumo poco. Non ho nemmeno voglia di toccarmi: sorrido e sospiro.
In tutto ciò, non conoscete né il mio nome, né la mia città. Ma il mio corpo, lo conoscete un po'. Sono parte di voi e mi auguro che sia la parte migliore, quella che gode.
Il modo vago in cui le mie amiche raccontavano dei loro piaceri non solo non mi convinceva, ma al limite mi faceva repulsione. Molti ragazzi a quell’età sono poco attenti all’igiene quotidiana; immaginavo dita sporche e grottesche che si infilavano in me, cercando goffamente di destare reazioni. Ragazzi e ragazze conoscevano il sesso solo per via del racconto altrui o dei video porno che spopolavano.
Per fortuna, io mi toccavo, mi scoprivo. Sentivo che il piacere non poteva essere così banale. Le sensazioni partirono dalla mia pelle; amavo far scorrere le dita su ogni angolo del corpo a caccia di brividi. Essi erano come un’onda che mi invadeva. Delicatamente, mi sfioravo, scoprendo ogni centimetro del mio essere in cui si nascondevano le sensazioni. Notai la pelle d’oca e i peli ritti per l’eccitazione e compresi quanto tutto ciò fosse intenso. Continuai a toccarmi per conoscermi, con pazienza, accumulando mille piaceri. [1]
Mentre le mie amiche mi raccontavano di momenti epici, io vivevo una continuità intima. Prima del mio primo bacio, compresi quanto potesse essere bello: passavo le dita con delicatezza e sentivo le scariche di piacere invadermi. Lo stesso feci con la lingua, mi baciai da sola e fu meraviglioso. Poi imparai a godere davvero. Non avevo lasciato che nessuno mi mostrasse la via del mio piacere; lo avevo scoperto da sola ed era determinante.
Continuai a conoscermi meglio ascoltando i racconti dei miei amici e delle mie amiche. Crebbi coltivando un autoerotismo consapevole, mentre i ragazzi non smettevano di starmi dietro; ero diventata quasi una scommessa per loro. Questo mi permise di capire un fatto importante, che mi avrebbe condotto a una vita sessuale molto diversa da quella che si sarebbero aspettati i miei genitori.
Forse non l'ho detto, ma i miei genitori sono originari del Sud America: mia madre è brasiliana, mio padre è cubano, mentre io sono nata in Italia. Sì, sono ambrata, alta, bella. Ma sono anche dotata di una sensibilità curiosa, che mi spinge a diffidare di tutto ciò che non conosco.
La bellezza prescinde dal razzismo e dalla povertà. La maggior parte delle discriminazioni che ho subito proveniva da compagne di scuola invidiose o gelose, specialmente perché attiravo gli sguardi in modo notevole. La condizione dei miei genitori, poi, era a dir poco paradossale. Arrivati in Italia alla ricerca di una vita migliore, erano entrati rapidamente a far parte del sistema, cercando di contraddistinguersi come cittadini modello. Erano integrati, sì, è vero, ma in un inferno di abitudini e problemi che non lasciava loro mai il tempo di godersi la vita. Quel "rientro" in patria, nell'una o nell'altra terra, era considerato un evento sacro, quasi fosse la rivalsa per tutti i sacrifici fatti. Ovviamente, da brave vittime del sistema, ringraziavano pure. Vedevo nel loro futuro una tristezza di fondo: lavoro, doveri, oneri e quasi nessun piacere.
A diciott'anni, i miei vollero organizzarmi una festa. I genitori migranti sono spesso disorientati dai valori del paese in cui decidono di trasferirsi. Devono adattarsi al mondo nuovo e connettersi a esso attraverso i figli, ma non sempre ce la fanno. Portano dentro un debito d'amore verso la famiglia d'origine e un debito verso la vita stessa, che li ha costretti a partire in ritardo. I miei non hanno eredità; hanno ricominciato da zero in un paese dove quasi nessuno parte da zero e, giustamente, arrancano. Poverini...
La festa fu splendida. Ero una regina, non ancora un'imperatrice. C'era un nugolo di ragazzi e ragazze che mi gravitava attorno e, per la prima volta, ricevetti regali di un certo valore. Non me li aspettavo e non illudevo nessuno. Gli uomini pensavano che fossi lesbica, le donne credevano mi piacessero gli uomini. Ero così bella che ci provavano comunque. Quella festa, però, non fu l'inizio di niente. Le mie idee, ormai, erano già ben chiare.
Avevo voglia di me, e quel "me" era molto intransigente; ecco perché non mi fidavo degli altri. Il corpo di una donna non è delicato: è un tempio della natura. Ogni stagione fa di lei una persona nuova, ogni ora del giorno con la sua luce la rende diversa, e persino la notte la fa risplendere quando la stella giusta brilla nel cielo. A diciott'anni, con la "libertà" di chi non può più commettere reati senza finire in carcere, continuavo a scoprire il mio corpo e la mia anima. Dall’accarezzarmi la pelle ero passata ad accarezzarmi l’anima. Imparai a fare le due cose nello stesso momento, raggiungendo picchi di piacere che nessun’altra vita avrebbe potuto donarmi. Solo quando fossi stata davvero cosciente, quando avrei raggiunto quel posto dentro di me, avrei potuto concedermi; perché solo in quel momento avrei saputo dove volevo arrivare. [1]
Diciannove anni e tre mesi. Lui si chiama Marco. È alto, ha gli occhi azzurri, la mia stessa età ed è campione regionale di nuoto. A dir poco, Marco è impazzito per me, a tal punto da mettersi contro la famiglia, che da un rampollo come lui si aspetta una relazione "alla pari". I giovani spesso si sentono uguali, ma i genitori non li vedono quasi mai sullo stesso livello. La ricchezza porta al controllo, ma solo per chi la considera un punto di arrivo. Marco non la vedeva così e quindi, quando mi conobbe e iniziammo a frequentarci, di fronte al rifiuto dei suoi tagliò corto con loro. La cosa non mi lusingò, tantomeno mi fece piacere. La vita dei miei genitori è misera, povera, sofferta, ma viva. Li rispetto, malgrado i loro valori provengano da altri mondi e rappresentino l’ultimo scoglio che possono opporre a una civiltà che li umilia e pretende da loro ammirazione. Non mi sento figlia del loro mondo, ma nemmeno figlia dell’Italia. [1]
La prima volta fu bella. Dissi a Marco, punto per punto, esattamente tutto ciò che avrebbe dovuto fare. Mi sembrò molto sorpreso e mi chiese di nuovo se fosse davvero la mia prima volta. Sì, lo era, ma come dicevo prima, io sono una di quelle persone che ha scelto di prendersi il tempo per conoscere se stessa, prima di conoscere gli altri.
La mano di Marco era grande, ma non ruvida. Bagnai il suo dito nella mia bocca prima di accompagnarlo più giù, fissandolo dritto negli occhi. A tratti sembrava imbarazzato, ma la connessione c’era, l’energia passava. Vedevo i suoi peli ritti, gli spasmi sotto la pelle, la tensione dovuta all'attesa di un evento imminente e bellissimo.
Marco mi toccava come volevo io: con la pressione che gli imponevo e alla velocità che desideravo, anche se senza i baci che avrei voluto. Lo perdonai; il piacere ha diversi livelli e gradi e, a volte, per chi non sa volare, bisogna salire la scala un gradino alla volta.
E un gradino alla volta entrammo in sintonia, ci fondemmo, e Marco seppe muoversi anche senza l’aiuto delle mani. Fu strano: per la prima volta in vita mia non avvertii né la mia condizione sociale, né il mio colore della pelle. Essere "nelle mani" di qualcuno poteva essere meraviglioso. Non mi ero concessa a lui per riconoscenza, anche se forse lui lo avrebbe pensato; lo feci solo quando sentii che eravamo allineati. Allinearsi significa non appartenere più a nulla: nessun valore, nessuna cultura, nessun gruppo etnico, nessuna ideologia. Significa solo essere l’uno dell’altra e viceversa. Io e Marco facemmo l’amore in modo travolgente, libero, senza regole. Riuscii, non so come, a essere così trasparente ai suoi occhi che lui seppe leggermi e scrivere nel mio libro intimo.
Purtroppo durò poco, molto poco. Fu un’esplosione inaudita sentirlo pulsare dentro di me, e per la prima volta provai l'orgasmo con un uomo dentro. Era la mia prima volta, eppure non lo sembrava affatto. Marco mi chiese di nuovo se fossi sicura che fosse la prima volta per me. Credo sia stata quella diffidenza la ragione per cui non lo rividi più. Niente eroismi o tentativi di passare per ciò che non sono: semplicemente, ci rimasi male. Il dolore è strano, ha forme diverse, è egoista, martella e bussa alle porte dell'intimità senza pudore. Eppure io non soffrii, Marco sì. Non credo se lo meritasse. In seguito avrei imparato che gli uomini, troppo spesso, sono solo uomini.
Marco non fu l’inizio della mia vita sessuale, ne fu solo una parte.
Non feci l’amore a destra e a manca, come avrei potuto, solo perché ero affamata. Cercavo disperatamente chi sapesse leggere tra il mio sguardo e il mio perizoma. Il sesso, lo sentivo dentro di me, era un’arte, e il godimento un privilegio. Volevo essere privilegiata, e cercavo un artista. Ma l’arte non si cerca, la si incontra, e in questo mondo è rara. Gli uomini vogliono tanta bellezza, ma non sanno donarne. La pretendono perché, nel corso dei secoli, l’hanno sempre pagata. Le mie amiche dell’università dicono che una donna deve valere; io dico che una donna deve volere. [1, 2]
Il ciclo mestruale mi crea disagio. Sono una persona molto riflessiva, ma mi rendo conto che da quando ho le mestruazioni vivo in un mondo di paradossi. Ciò che ieri vedevo bello può diventare un inferno. In quel frangente il mio corpo cambia, diventa ostile a se stesso e agli altri, e i dolori sono un'ingiusta condanna per l'essere nate perfette. La donna è perfetta, ma mi verrebbe da dire non durante quei giorni. Infatti, in quel periodo non ho vita sociale: leggo, cerco, mi pongo domande e mi tocco. [1]
Già… persino le sensazioni, in quel momento, sono diverse. Non sono egoista: là fuori la Palestina brucia, i migranti vengono ghettizzati e seviziati, le donne si fanno massacrare, la povertà è sempre più presente nelle persone e nelle anime. Ho sempre creduto, però, che tutto questo non dipenda da me, anche se ne faccio parte. Io voglio esserne una parte felice. Non come i miei genitori, non come la maggior parte delle persone che abitano questo pianeta. Ho l’impressione che la gente viva solo per compiere i propri doveri; sembra che non importi da dove vieni quando fai ciò che devi, ma ciò che devi molto spesso toglie ad altri la possibilità di fare qualsiasi cosa. Ne sono consapevole, e dunque sorrido e vivo più che posso, anche per non sprecare il sacrificio di altre vite.
Gli uomini sono buffi. Più sembrano duri, più sono deboli. Hanno un difetto che notai da subito: hanno bisogno. E le donne, solitamente, hanno un difetto speculare che gioca a loro svantaggio: hanno bisogno di chi ha bisogno. Di necessità in necessità, molti fanno sacrifici per mille ragioni. Posso condividerlo o meno, ma trovo che tutti siano speciali. Specialmente tutte. Non mi piace, però, il tallone d’Achille delle donne. Oramai sono adulta, lavoro e cerco di vivere. [1]
Questa vita passa anche attraverso la socialità, e frequento molte amiche. Ho la possibilità di entrare in mondi privilegiati, così come ho la fortuna di frequentare contesti molto più umili e semplici. Il mio sorriso, in ognuno di quei posti, è reale, vero, autentico. [1]
Le donne mi diedero la conferma che il piacere è anche conoscenza. Dita e lingue che baciavano ogni centimetro del mio corpo, sospiri e rantoli infiniti: la dolcezza del sesso tra due donne è solo una fantasia maschile. Le donne sono come gli uomini; in loro trovi a volte il ghiaccio, a volte la lava, a volte la perfetta metà. Il ghiaccio dona sensazioni diverse dal calore, e chissà chi può dire di preferire l’uno o l’altro. Chi il sesso lo conosce davvero, sta zitto e lo fa.
In effetti, la mia vita sessuale era nascosta persino alla gran parte delle mie amiche. Le donne sono spesso le prime ad avere parole come "zoccola" o "puttana" sulla punta della lingua. L’ho detto che sono una bella ragazza, e non tutte lo sono. Gli uomini sanno essere impietosi, e certe donne non trovano altra valvola di sfogo se non riversare la propria frustrazione su chi è come loro. Ecco perché ero discreta: certamente non per vergogna, ma per protezione.
Conobbi un uomo che mi trattenne per un po’. Era bello, capace, sensibile, ma era pur sempre solo un uomo. Qualunque donna sa che un uomo è solo un uomo. Per prendersi un uomo sotto la propria ala bisogna andare contro le "sorelle" o, più semplicemente, rendere quell'uomo una donna. E il processo per rendere un uomo donna non riguarda la transizione sessuale: è qualcosa di intimo, radicato dentro la mente, che richiede di sapersi sbarazzare di tutti i valori precostituiti.
Già… i valori. Amo mia madre e mio padre, ed è questa la sola ragione per cui mi contengo. Non è un valore morale, è rispetto. Sento di avere una vita da vivere; sarà corta o lunga, non saprei, visto che noi donne oggi siamo vittime di troppe violenze. Ma so di non volerla sprecare, né sacrificare. Non starò mai con un uomo solo perché può "assicurarmi" il futuro. Potrebbe capitare, certo, ma solo se sarà l'unico capace di darmi i brividi con un solo sguardo. Il supereroe che cerco deve solo saper sentire.
Quell’uomo con cui mi fermai per un po’ non fu un semaforo; o meglio, forse lo era, ma quando scattò il rosso io passai comunque e lo lasciai lì. Credo non ci siano spiegazioni reali da dare quando ci si lascia: sono solo ipocrisie decantate per alleggerirsi la coscienza.
È martedì. Ho un appuntamento con Michael e Simona. Ci siamo incontrati in diverse occasioni: Michael l'ho conosciuto a un seminario, Simona al bar dell’albergo. Siamo a Venezia, tutti e tre lì per lavoro. Cosa ho in mente? Non saprei, ma ho la dote di far succedere le cose.
Michael non ha la lingua ruvida: scivola piacevolmente sul mio clitoride. Simona beve qualcosa, seduta sulla sedia del piccolo angolo bar. Ci guarda con gli occhi luminosi. È nuda, ed è bellissima. Mi sorride, e io ricambio. La serata passa veloce; ho saputo scegliere le connessioni giuste. Il godimento è naturale, costante e immenso. Vollero il mio contatto in seguito, ma non glielo lasciai. A volte, realtà e desideri devono solo sfiorarsi.
Oggi è sabato. Sono davanti allo scomparto dello specchio e mi guardo. Ho scelto l'intimo più adatto sia al mio fisico che alla mia pelle. Non esco, non ho visite; ho solo voglia di bellezza, di pienezza. Chi non sa raggiungere tutto questo da solo, si illude che altri possano donarglielo. Accendo le candele, mi servo un bicchiere di vino rosso, incrocio le gambe e vedo i tacchi luccicare sotto la luce tremolante delle fiamme. La musica esce da un giradischi e non nasconde i difetti del suono, che anzi ne fanno la qualità. Il vino è buono; mi accendo una sigaretta, anche se fumo poco. Non ho nemmeno voglia di toccarmi: sorrido e sospiro.
In tutto ciò, non conoscete né il mio nome, né la mia città. Ma il mio corpo, lo conoscete un po'. Sono parte di voi e mi auguro che sia la parte migliore, quella che gode.
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