La mia vita @ p... CAP 2

di
genere
prime esperienze

Se fu il Brasile a battezzarmi puttaniere per sempre, furono Torino, Milano, Roma, Napoli e Bologna a svezzarmi e consacrarmi definitivamente a quella vita: una vita di sotterfugi e pretesti, alibi e bugie, una continua partita a scacchi con sé stessi, con i propri affetti familiari, per concedersi a quella vita parallela che pretende spazi e tempi sempre più ampi. Solo chi ha fatto la stessa cosa, per anni, mentre scorre la vita ordinaria di ogni giorno, può sapere a che cosa si può arrivare per addentare la tua dose di sesso liberato da mediazioni sentimentali. Squallidi piede-a terre o eleganti attici, non c’è differenza per il puttaniere impenitente: l’importante è aggiungere il tuo sigillo, il tuo pezzo di scottex alla pattumiera in bagno, già ricolma di fazzolettini maleodoranti e profilattici che grondano sperma ancora calda.

Bastano una manciata di giorni all’anno, una, due volte al mese, stacchi la mente da tutto, cerchi l’anonimato, anche con te stesso, diventi lupo solitario alla ricerca di giovani prede da azzannare, da fare a brandelli, di corpi voluttuosi da straziare, da violare, di intimi cunicoli da invadere, possedere, per mezz’ora o poco più. Ma non sei tu, è il lupo, solitario, che pianifica, verifica, sceglie l’itinerario, si mette in azione.

Torino, a cavallo tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio, mi regalò una sequenza interminabile di scopate, a volta formidabili, altre volte vere e proprie ciofeche. Ci andavo una volta al mese a Torino, per lavoro, ma lavoravo poco e passavo invece molto tempo su Secondamano, giornale di inserzioni commerciali sul mercato dell’usato, con un ampia sezione dedicata alle …”Relazioni Personali”. Non c’erano foto, solo poche righe, da interpretare, da metabolizzare. Il pericolo non era tanto quello di andare incontro a prestazioni poco soddisfacenti, quanto quello di imbattersi in veri e propri scorfani, inspiegabilmente dediti alla prostituzione.

Normalmente procedevo per fasi, con metodo: prima cerchiavo gli annunci più promettenti e annotavo i numeri di telefono, poi mi attaccavo al cellulare, che nel frattempo era entrato nella vita di tutti e quindi anche nella mia; poi, in base alla conduzione della telefonata da parte dell’interlocutrice di turno, in base alla sua voce, (stanca, squillante, rauca, paziente, sbrigativa, ecc.) procedevo con un sistema classificatorio, basato sulle stelline, da 1 a 5 stelline. Annotavo nomi, nazionalità, indirizzi, prestazioni presunte, tariffe, tutto a penna. Poi, possibilmente su un singolo foglietto, ricopiavo in bella scrittura, solo quelle da tre stelline insù. Scartavo senza appello quelle da una o due stelline. Appioppavo una o due stelline alle telefonate scortesi, a quelle troppo fredde, alle voci cariche di fumo, ma era anche la nazionalità che faceva lievitare o scendere il punteggio. Penso di non aver mai dato più di tre stelline alle spagnole, alle colombiane, alle venezuelane, al ceppo ispanico in genere. Le brasiliane prendevano sempre da 4 a 5 stelline, e avevo inventato il 5plus per le rumene, le moldave, le ungheresi, le ceche, le polacche. Le italiane non mi attraevano più di tanto e ancora oggi le rifuggo.
Completato un elenco di 10-15 opzioni, partivo con la localizzazione su mappa degli indirizzi. Questo portava alla selezione finale. Mi è sempre piaciuto, clima permettendo, muovermi a piedi; quindi cassavo o mettevo in subordine le opzioni troppo decentrate o periferiche rispetto al mio albergo. Poi se c’era da prendere un autobus per raggiungere un 5plus, rinunciavo alla mia passeggiata. Diventando più facoltoso scoprii il taxi, mezzo ideale per andare a puttane. Mediamente in mezz’ora ti portano nella via giusta, al civico giusto e non devi affannarti a cercare la via più breve, con il rischio sempre in agguato di girare in tondo come un coglione alla ricerca della stradina, del vicolo, della piazzetta giusta. Quante volte, ho consumato le suole perché davanti a un bivio ho imboccato la strada sbagliata, scoprendo dopo chilometri che sarei dovuto andare dall’altra parte. E quante volte sono stato vicino alla meta, ma seguendo mappe mal disegnate o le scarse indicazioni topografiche rintracciabili lungo le vie delle città italiche ho seguito traiettorie incredibilmente tortuose, per ritrovarmi dopo mezz’ora, con i piedi indolenziti, ad un tiro di schioppo da dov’ero partito.

E come sono brutte certe zone delle nostre città. Torino, come del resto Roma, Milano, trabocca d luoghi eleganti e identitari, ma quanti posti orribili si celano nella pancia della città: caseggiati, stradoni anonimi, cavalcavia, circonvallazioni, sottopassi, fettine inconcludenti di terra aggredite dalla sterpaglia, tra un casermone e un palazzaccio. Sulle mappe tutto questo traspare appena e con gli occhi inesperti di quegli anni non era leggibile l’assurda conformazione di certe zone. Conoscevo poco la città e mi capitava spesso di avventurarmi su bretelle e raccordi, convinto di poterli attraversare con le mie gambine. Non è proprio lo scenario ideale per passeggiare, per cercare una traversa e poi un maledetto civico appena leggibile sulla parete, con il cuore in gola e l’ormone ululante nei testicoli, confuso, rintronato e frustato, perché vorresti solo scaricare lo scroto in un culo o in una bocca e invece sei lì sudato e stravolto che cerchi di coprire distanze enormi che ti separano dall’agognato obiettivo, ma hai solo le tue gambine. E chissà perché le vie del sesso a pagamento portano quasi sempre in questi suburbi e raramente in centro.

Torino, quanti ricordi, nonostante la memoria dopo anni abbia sbiadito molti dettagli. Claudia, la topolona bionda sulla trentina, da Praga con furore, monolocale dignitoso nei pressi del CTO, potrei ancora segarmi rimembrando quel culo candido e pieno, pazientemente offerto alla mia inesperienza su un letto cigolante come pochi: almeno 4-5 visite; Silvia, la teen polacca col jeans attillato che prima strusciò le sue chiappette di marmo sul mio basso ventre e poi me le negò, preferendo soffocarmi con la sua fichetta profumata: una visita; Ania, l’attricetta russa (a suo dire) che con sapienti bugie e ammiccamenti alleggerì molto il mio portafoglio, mi fece un massaggio con un olio misto a Vodka, miracoloso, prima di subire due selvaggi assalti per un’ora abbondante, una visita, reciproca soddisfazione; Carmela, la bizzarra ragazzotta siciliana, certamente non prof., bruttina ma con un culo pazzesco e vergine, unico e irripetibile esempio di vera deflorazione anale di cui sia mai stato protagonista, in un orrido monolocale con soppalco, credo di averle aperto una strada molto fruttuosa: una visita; lady Giuly, la milf faccia da porca e fisico scolpito, mitica geisha della piazza torinese, il “trans” di via Pastrengo, la velina in trasferta da Milano, direttamente dagli studi di Canale 5 alle marchette, il solarium con la stupenda Giulia ...mammamia quanta beltà!

MILANO: CAPITALE DELLA MODA ‘STO CAZZO
Milano cominciò ad essere meta abituale delle mie trasferte lavorative dall’inizio del 2002. La voglia di divorare l’offerta che nel frattempo si appalesava sul web, sempre più ricca e dirompente, ebbe un qualcosa di cannibalesco. In un anno collezionai una cinquantina di incontri, tutti perfettamente scolpiti in una memoria ancora acerba e poco gravida di ricordi. Ma già nel 2001 c’era stato l’incontro con Eva, ungherese di Via Guinizzelli, scovata sul Secondamano milanese, a farmi capire che a Milano sarebbe stata tutta un’altra musica.

Dopo una due giorni convegnistica mi ero preso il pomeriggio, fermamente convinto ad infilare qualcosa di piacevole tra i noiosi relatori ai quali ero stato costretto, e il volo di ritorno. Comprai Secondamano e quasi tuffai l’indice a caso, disposto a prendere quello che passava il convento senza farmi troppi problemi, purché si scaricasse lo scroto. La voce di Eva al telefono fu un richiamo immediato, irresistibile.
Non usò i vezzeggiativi che le latine usavano per rivolgersi al cliente, non fece gridolini e fu avara nella descrizione. Provai a insistere con qualche domanda sulle sue fattezze e sulle sue prestazioni, ma lei si limitò a ripetere: “Glielo ho già detto … sono molto bella … non si preoccupi … possiamo fare tutto, ci mettiamo d’accordo … se vuol venire, mi richiami una mezz’ora prima e ….” – “Sì, sì, sto arrivando, per le quattro sono lì … “ A ripensarci ora, non so come Eva, sentendomi agitato e laido come le devo essere sembrato, riuscì a non irritarsi. Anzi, sprigionò tutta la sensualità di una voce arrochita, scandendo ogni singola parola con assoluta padronanza della lingua. Ricordo di aver pensato: Questa mi spenna … ma chissenefrega! Il pianeta Ungheria mi era quasi del tutto sconosciuto, quantunque l’avessi da sempre bramato come quello ceco o russo. Non stetti lì a fare altre telefonate per valutare che cos’altro proponesse il Mibtel: il tempo era poco, la strada segnata.
Quando entrai nell’appartamento in penombra, il cuore cominciò a battere velocemente, trepidante per la visione che di lì a poco avrei avuto. Il battito rallentò e quasi si fermò davanti ad una specie di Marylin, vestita di bianco come Marylin. Barcollai al pensiero che fosse tutta per me, poi la seguii nel salottino dove tutto poi si sarebbe svolto. Senza indugiare mi chiese: “Duecentomila (cento euro!!) per un rapporto normale, quattrocento per il sedere, se le interessa …”

Continuava a darmi del Lei la puttana, ma non ci feci caso. Ero troppo impegnato a dissimulare con un sorriso da ebete l’esultanza per le ultime parole che avevo udito. Mi interessava il suo culo? Mah… forse sì, visto che dall’ingresso al salottino gli avevo fatto la radiografia, sfruttando le trasparenze del vestito bianco che indossava. E stavo proprio pensando: Minchia com’è alto sto’ culo, com’è imperioso, figurati se lo dà via, minchia che culo, perfetto! … quando lei si volta e guardandomi diritto negli occhi proferisce quelle insperate parole: “.. quattrocento per il sedere, se le interessa …” . E io, scioccato, ma col sorriso da ebete ben impresso: “Mah… sì, può interessarmi, come no? Mahh… va bene, quattrocento hai detto? E’ tutto quello che ho in tasca, ma… va bene” - “Ok, allora vado in bagno a prepararmi. Tu spogliati, magari”. Ora che stavo per incularmela, aveva deciso di abbandonare il “lei”, sciogliendosi in un ampio sorriso. La cosa un po’ mi dispiacque. Già me la vedevo implorare: “La prego, mi inculi piano, faccia piano la prego …“ Peccato.

Quel tono perentorio e deciso tra l’altro lasciava intendere che sì certo me la sarei inchiappettata ma non mi facessi troppe illusioni su chi avrebbe condotto il gioco. Mi sfilai i vestiti poggiando tutto su una sedia e guardandomi finalmente attorno: non vedevo letti, solo un divano in tessuto, con le solite scene di caccia disegnate sopra. Boh, forse mi avrebbe chiamato di là … e poi: “Vado a prepararmi” ma che avrà voluto dire? Immaginai che stesse facendo qualche irrigazione rettale per rilassare e pulire il passaggio. L’euforia arrivò a livelli tali che corsi il rischio di venirmene lì sul posto. Eva ritornò con un corpetto strizza tette, una chanel bianca ai piedi, calze e reggicalze, tutto di ininterrotto pizzo bianco. La chioma ossigenata restava perfettamente raccolta in un pettine di madreperla. Era uno splendore di femmina.
Da un mobile che non avevo minimamente notato, senza dire nulla, con un gesto fulmineo tirò fuori un letto a una piazza e mezzo, che scese trasversale ad un grande specchio a parete, che invece avevo intravisto prima. Hai capito, come si è organizzata la troia! Eva sedette ritta sul bordo del letto e mi invitò a fare altrettanto, battendo la manina affianco a sé. Lo fece con un sorrisetto ironico e il sopracciglio inarcato, come a dire: Mio caro … tu non sai che cosa ti aspetta. Mi accostai con passo timido e quando le fui vicino mi chinai e le rubai un tiepido bacio sulle labbra. Eva rimase sorpresa per qualche secondo ma non arretrò. Anzi, tirò fuori una lingua puntuta e il tiepido bacio divenne subito bollente. Non avevo mai baciato una puttana. Ne restai travolto. Mi inginocchiai, con intenzioni più che evidenti. Lei, slacciato un bottone strategico del corpetto, dischiuse le cosce e si concesse alla mia bocca, appoggiandosi sui gomiti, come a dire: Vediamo un po’ che sai fare ….

Mi immersi in quel trionfo di lingerie ancora intonsa, mirando alla felicità attraverso l’unico varco aperto. Le sue cosce, ancora velate di pizzo bianco, poco dopo si serrarono a tenaglia. Trattenni il fiato e per non so quanto restai incollato a quella fica, incurante del collant che si impigliava nella mia rasatura vecchia di due giorni. Poi lei sussurrò qualcosa, rintronato mi sembrò di percepire un richiamo all’ordine: “Vogliamo scopare, prego?”. Mi rialzai e mi resi conto che in tutto quel tempo avevo solo leccato, una fica sapida e gustosa certo, ma senza ricevere nulla in cambio. Mi riavvicinai e con linguaggio gestuale ma eloquente pretesi il mio pompino. Invertimmo l’ordine dei fattori: io riverso sul letto, lei in piedi, china sul mio cazzo ululante. Qualche affondo dal prepuzio alla base e ben presto le sue lusinghe orali mi portarono a vibrare come un’arpa. Indeciso se spararle tutto in gola o andare al secondo atto, scattai in piedi, come in preda alle convulsioni. Eva fece: “???” ma afferrò subito il problema e si mise a ridere, la bastarda. “Che fai? Vieni di già?” Divenni statua di sale, attesi che lo scroto si decontraesse e che l’incipiente onda di piena rifluisse. Eva ridacchiava, impunemente soddisfatta. Meditai vendetta e chiesi il piatto forte della casa: “Sbaglio o si era parlato di … sedere?” E lei ancora ridendo: “Sissì, maaa … aspetta che mi tolgo tutto, questo reggicalze è bello, ma così scomodo ….” - “Lascia su le scarpe, ok?”.
Eva annuì e con una mossa si sfilò il corpetto, disvelando due insospettabili bocce, ampie e rotonde. Smise di ridere e ritornò professionale. Aprì un cassetto e tirò fuori gli arnesi del mestiere, mi incappucciò, passò un ditino di luan sul solco da arare, ne passò qualche grammo anche all’aratro. Mi disse che non le piaceva usarne molto, perché non le faceva sentire nulla. Prese possesso del lettino, mettendosi a pecorina. “Vieni…”.

Il suo culo campeggiava per aria, riempiendo e illuminando tutta la stanza. Era davvero un culo esemplare: due semisfere immacolate, incredibilmente paffute e floride, vergate da una delicata scanalatura rosa, sboccante in un alveolo appena accennato. Cominciai a pensare dove mai avrei trovato lo spazio per passare. E invece lo spazio, dopo qualche incertezza iniziale che fece indispettire Eva, si liberò subitaneo: l’alveolo divenne pertugio, poi sbrego, squarcio, cratere, sempre più ingordo e capace: il quotidiano Miracolo del culo.
Tornai da Eva nel 2002: duecento euro, stesso identico copione. Stavo per farci l’abbonamento, ma ne persi le tracce.

DEL MIGNOTTAME CAPITOLINO
Nello svezzamento di un puttaniere, non possono mancare le esperienze sulla piazza capitale, soprattutto perché Roma vuol dire Brasil. Sette volte su dieci, anche oggi, se telefoni becchi una brasiliana, due volte su dieci becchi un’ispanica, soprattutto venezuelane, una volta su dieci ti capita una ragazza dell’est, una russa, una polacca, raramente un’ungherese. E’ così: le brasiliane padroneggiano il mercato e lo fanno con spirito imprenditoriale e intelligenza, consapevoli dei propri straordinari mezzi fisici.
L’offerta della città eterna, prima dell’avvento di internet, trovò nella sezione annunci economici del Messaggero (ribattezzato Menzognero dagli addetti ai lavori) la principale fonte di notizie. Dopo alcuni sopralluoghi però avevo capito che le inserzioni del Menzognero andavano prese con le pinze, perché troppo spesso, attratto da promesse di floride fanciulle, mi ero ritrovato con clamorosi cessi di quaranta o cinquant’anni e avevo repentinamente girato i tacchi. La piazza romana richiedeva una non comune capacità di lettura e parametrizzazione dell’annuncio secondo indicatori tutti da inventare. Fu così che constatai l’estrema affidabilità del marchio Brasil: leggevo “giovane brasiliana” e sempre davanti a giovani e molto carine fanciulle, carioca o pauliste, mi ritrovavo.

Le mie trasferte romane furono delle vere e proprie toccate e fuga, senza pernottamento. Non avrei potuto permettermi di girare a vuoto, avevo bisogno di andare a colpo sicuro. La buona sorte che spesso mi ha accompagnato nelle scorribande puttanesche mi fece scovare un appartamento in zona Manzoni, via Principe Eugenio, con un interessante giro di topoline brasiliane, non più che ventenni.
Lo stabile rococò in via Principe Eugenio divenne per me una piacevole consuetudine nel corso del 2000. La sua intensa frequentazione mi consentì di rimpinguare il mio carnet di sodomizzatore con una serie di culi in età da apprendistato, alcuni tra i più belli che mi siano passati tra le mani, certamente i più acerbi.
Era talmente garantito il prodotto in quell’appartamento, intestato ad una società di studi economici, che a un certo punto smisi di cercare altrove e non comprai nemmeno più il Menzognero: mi presentavo direttamente al citofono di quel lupanare e squillavo, attendevo un paio di minuti, poi il portone si apriva e io salivo al secondo piano facendo i gradini a due a due.
Appena giunto sul pianerottolo, la porta dell’appartamento si apriva a scatto con incredibile tempismo. All’ingresso, una ragazzetta, carina ma non dedita alla professione, mi faceva un inchino e, senza dire nulla, mi guidava fino all’ultima stanza, attraversando un corridoio polveroso e in penombra, mentre tutt'attorno il silenzio regnava sovrano. Dopo un paio di minuti la porta della stanza si apriva ed entrava una ragazza: non ho mai capito se fosse quella libera al momento o se tutto funzionasse come dal dentista, con il medico che si sposta da uno studio all’altro, per non avere tempi morti.
Questa sacralità dell’accoglienza nell’appartamento di via Principe Eugenio conferiva all’incontro il mistero di una sorta di appuntamento al buio. E il puttaniere in erba che ero viveva tutto con una certa emozione: seduto su una sedia in trepidante attesa, con gli occhi puntati sulla porta della stanza che si sarebbe aperta e, con poche rapide occhiate, avrei dovuto realizzare se il destino era benevolo o cinico e baro. Mi andò sempre bene, ma una volta l’apparizione fu addirittura scioccante.

In una delle rapide incursioni in Via Principe Eugenio mi comparve davanti Emanuela, paulista con il fisico da top model, gambe da fenicottero e capelli fino all’incavo delle natiche. Strabiliante bellezza, Emanuela, con la pelle di porcellana, che, anche in preda alla scimmia più devastante, mi è sempre riuscito difficile strapazzare davvero, per paura che si rompesse.
Con Emanuela feci quello che poi avrei fatto raramente e cioè una serie di visite ripetute in meno di un mese. E ogni volta, culminava tutto in un’inculata lieve e prolungata. La troietta, altro che porcellana, in realtà reggeva benissimo gli assalti più brutali e anzi mi incoraggiava a fotterla forte, godendo del potere che aveva capito di esercitare su di me. Fui io a interrompere la frequentazione dell’appartamento di Principe Eugenio, perché la cosa con Emanuela stava prendendo una piega ossessiva, perché più glielo sbattevo nel culo più cresceva in me la sensazione che ci fosse un’affinità elettiva tra noi. Era vero? Boh! Elucubrazioni da puttaniere in formazione, senza cinismo, facile preda della rete tesa da una zoccoletta paulista col corpo da top model.
Quando, dopo qualche mese, tornai su via Principe Eugenio, il citofono restò muto: non rispose nessuno. Io ci restai malissimo e incredulo mi attaccai al bottone per un quarto d’ora come un naufrago si attaccherebbe ad un pezzo di legno. Qualche giorno dopo, in perlustrazione casuale sul web, lessi di uno zelante questore che aveva sgominato diverse case chiuse nella Capitale, tutte gestite da ragazze brasiliane.

Roma non era e non è solo Brasil ovviamente. Numerose sono le signore locali, stagionate ma ancora performanti, che arrotondano concedendo quel che resta delle grazie di un tempo o che professano a tempo pieno l’arte del sesso a pagamento. Due di queste, Barbara e Giorgia, baldracca tutta culo la prima, longilinea e palestrata la seconda, hanno rappresentato a lungo vere e propri cantieri – scuola, medaglie immancabili sulla giacca del puttaniere capitolino. Le uniche italiane che non disdegnai visitare, anche più volte. Barbara la visitai due volte, Giorgia, oltre che passaggio obbligato, è stata ancora di salvezza in diverse circostanze, quando tutto remava contro e trovare una zoccola appena decente, dopo la chiusura forzata di Principe Eugenio ed altri postriboli della città, era diventato un terno a lotto.
Per farmi il culo di Barbara la prima volta, passai quasi tutto il pomeriggio in auto nell’agro romano dalle parti di Casal Morena, tra bretelle e sottopassi, con un caldo bestiale, alla ricerca del cazzo di introvabile quartiere di nuova edificazione dove abitava la bagascia. Tanta ottusa perseveranza si spiega soltanto se si considera il lato occulto del puttaniere, dominato dalla regressione della ragion critica a puro istinto animale. Tanta lucida ostinazione, quantunque episodica, trova dimora soltanto nel capitolo a sé stante della traiettoria, già di per sé folle, del puttaniere sodomita, spesso popolato da fantasmi e governato dall’inseguimento dissociativo di una singola parte del corpo femminile, se questa è capace di richiamare tutto il sangue dal cervello al basso ventre. E ciò vale, forse ancor più, quando la perfezione di un culo si accompagna al disfacimento di tutto il resto, oppure, spingendosi ancora più in là, quando a un culo perfetto corrisponde una faccia inguardabile. In poche parole, ciò che Barbara rappresentò per me, essendo capace di considerare, e per due volte, dettagli superflui l’età e lo sfasciume fisico a generale di questa signora di Latina, pur di zappare con veemenza nell’orto racchiuso dalle sue chiappone massicce e levigate.
Giorgia, location nei pressi della stazione Tiburtina, mi accoglieva sempre con la frase: “Ma quanto sei bello…”, non so quanto sincera e quanto di circostanza. Ciò non mi impediva di sbatterglielo nel culo regolarmente, perché, anche se non glielo mai detto, il suo taglio corto, da mistress, mi infoiava parecchio. Per non parlare delle sue scarpe alte e dei suoi polpacci torniti.

Per restare in tema di cantieri–scuola della piazza capitolina, come non ricordare altre figure che senza possibilità di smentita definirei: MITICHE? Carla, Margherita, Samantha, Daiana … Quanto bene avete fatto!!. Ma nelle trombate romane rimase a lungo riferimento assoluto una topolona brasiliana di stazza superiore.
Biondissima e straordinariamente procace, Claudia esercitò in un sottoscala di via Paisiello per circa tre anni. Aveva un culo così grosso e alto che neanche la fantasia malata di un inguaribile sodomita, immaginando i suoi balocchi ideali, avrebbe potuto concepire e desiderare, una vera e propria sfida, vinta, alla forza di gravità, piantato come un trofeo sotto un girovita diafano, sorretto da due gambe affusolate a caviglia sottile. In poche parole: un regalo di Madre Natura.
Ho perso il conto delle visite, ricordo solamente che l’ultima volta che decisi di andare a verificare se quel culo fosse vero o un prodotto delle mie allucinazioni, aspettai fuori più di un’ora, per poi desistere. E conservo ancora il rimpianto di non essermi aggrappato un’ultima volta ai glutei smisurati di Claudia, prima che il sottoscala di via Paisiello chiudesse i battenti definitivamente.

Riepilogando: Via Principe Eugenio, le navi scuola italiche, Claudia l’eccezionale chiappona e … Eva, che più tardi, dopo un annetto di apprendistato e gavetta in uno stambugio di Trastevere, divenne Ionella Dantes, diva del porno di quarto ordine capitolino, approdata successivamente alla corte di Sua Maestà Andrea Nobili.
Quando la incontrai la prima volta era semplicemente una rumena biondina, inserzione su Puntorosso, correva l’A.D. 2002. Era una neofita del mestiere, sinceramente pudica e imbarazzata dalla situazione. Altroché pornostar! E io ne approfittai, finché durò l’incantesimo.
Per un puttaniere che sta coltivando il bastardo che è in lui non c’é niente di meglio che temprare uno strumento di piacere non troppo logoro, propenso ad opporre una timida resistenza, per poi inevitabilmente rassegnarsi alle attenzioni più lascive del suo carnefice. Non ho mai capito quanto fosse vera e quanto fosse di facciata la sua esitazione, ma lo devo confessare: tornai da Eva/Ionella più e più volte non perché particolarmente attratto dalle sue grazie, ma per centellinare la sottomissione di quella che mi sembrava una puttanella riluttante e immatura.
Spiare i suoi occhi indecisi quando le chiedevo di girarsi, domare i suoi tentativi di sottrarsi quando la profanazione della sua ampolla più intima principiava, godere dei suoi balbettii e mugugni sconsolati quando centimetro dopo centimetro guadagnavo la fiducia del suo sfintere, eccezionalmente sviluppato ma ancora rigido, appropriarmi anche della potente vibrazione liberatoria che percorreva la sua schiena quando avvertiva che le ostilità erano cessate e non rimaneva che accogliere la scarica finale: sono stati questi i motivi di una frequentazione assidua, al limite della dipendenza. Tutto il resto, il seno a coppa di champagne, gli zigomi alti, la bocca ben disegnata, persino la perfetta conformazione delle natiche, non ha mai contato nulla.
Poi la metamorfosi e l’avvento di Ionella Dantes, che un giorno mi propose l’acquisto del suo primo dvd amatoriale, ancora non distribuito. L’animo timido e acerbo di Eva, che l’aveva resa tanto erotica ai miei occhi, gradualmente si eclissò e io smisi di esserne schiavo.

NAPOLI: SPAGHETTI, MANDOLINO E ZOCCOLE
Sul finire degli anni ‘90 e l’inizio del nuovo millennio, anche Napoli fu epicentro di diversi miei congressi carnali a pagamento. Le malafemmine che palesavano la propria casa d’appuntamento nella pagina degli annunci del Mattino non erano, però, tantissime. E non erano nemmeno decenti. Poche ma pessime.
Impossibile pensare che fosse tutta lì l’offerta napoletana: evidentemente c’era un giro di case chiuse che viaggiava su tam tam sotterranei. Fatto sta che, soprattutto all’inizio, dovetti accontentarmi di quello che passava il convento: donnone piuttosto robuste, provenienza perlopiù Venezuela, fra l’altro avverse al sesso anale, mia croce e delizia da sempre.
Non mi scoraggiai, mi svuotai in tutte quelle botti di rovere che mi chiamavano “Ammore” e chiedevano 100 mila lire “… Per una cosa tranquila, fata bene, con calma…”, convinto che prima o poi avrei imbroccato l’annuncio giusto.
Non so quanto durò quella penitenza: superavo la soglia di una casa d’appuntamento all’Arenella o ad Agnano, e attendevo con disincanto che dietro la porta si materializzasse l’ennesima taglia forte. Ero talmente rassegnato al generoso girovita e ai chiapponi di bagasce venezuelane ultra 40enni, che quando comparve Liliana, poco meno che trentenne, cubana, mulatinha, bassina e ben proporzionata, rimasi inebetito per qualche minuto.

Liliana, con il suo rossetto vermiglio e i riccioli neri che le cadevano sulle spalle, per diversi mesi fu un appuntamento fisso, anche perché a un certo punto divenne un affare tra il mio cazzo e agnosticismo anale del suo culo.
Ricordo nitidamente gli schiamazzi chiocci e le grasse risate con cui rispondeva ai miei goffi tentativi di avere ragione del suo culo, un culo rigoglioso che la stronza protendeva all’infuori in maniera provocatoria, ma che in realtà raramente aveva dischiuso agli estranei. L’impressione che mi avesse solo attirato nella sua rete, con la promessa di sodomia facile, si fece presto strada nella mia mente.
Sta figlia e ‘ndrocchia ci metteva un secondo a mettersi a novanta, e non appena mi sentiva armeggiare come un maldestro scassinatore dietro di lei se ne usciva: “… Hahahhaha…aahhhh … amor, tu deve ancora fare esperienza … ” cose così. Infine, con gesti misurati mi accompagnava verso la fica. Passavo alla cassa, uscivo da quella casa e rimanevo a baloccarmi con l’umiliante sensazione che per quanto lei fosse disponibile, ero io a non essere capace di farmi il suo culo. Così, inculare Liliana divenne un punto d’orgoglio.
Ogni settimana, da gennaio a maggio del 2000, feci ritorno nella sua casa di S. Maria del Pianto, senza ottenere quello che bramavo. Davanti a quel culo nero, sodo come solo un culo nero sa essere, tutto proteso verso di me, non sapevo esattamente che cosa fare. Sapevo solo che senza un aiutino da parte sua non avrei mai azzeccato l’entrata, che in tutto quel nero si mimetizzava. Poi un pomeriggio, non so se Liliana si impietosì e decise di venirmi incontro o se ebbi fortuna o che altro, ma riuscii a forzare quello scrigno scuro. Fu un attimo, avvertii una stretta insolita sul glande, quasi un morso, per niente piacevole, Liliana smise di ridere e cominciò ad ansimare in maniera ritmata. Appena mi resi conto di che cosa era successo, che non ero scivolato nella fica come al solito, andai in confusione e me ne venni. Ma ormai avevo capito, avevo capito che dovevo abbassare il mirino di un paio di gradi.
La settimana successiva feci strame del culo di Liliana, incurante della sua voce chioccia e dei suoi commenti da bagascia: “ … Ehhh! Ma come sei diventato cattivo, mio amor…. Proprio cattivo uuuhhh…” E intanto: “Uff.. uff…”, ansimava, per trattenere le urla e le maledizioni che forse avrebbe voluto rivolgermi.
Uscii ebbro di superbia, con la netta convinzione di aver finalmente guadato il Rubicone: avevo imparato a forzare un culo non proprio disposto ad aprirsi. E, sapere che nulla poteva ormai ostacolare il mio turpe desiderio di budello anale, mi faceva sentire un maschio alfa, che senza timidezze da allora in poi avrebbe preteso di soddisfare le sue esigenze.
Quella liturgia, tra maschio alfa, capace di accedere al piacere più parossistico, e la femmina remissiva, immolata a spasimi profondi, si ripetette non so quante volte e mi portò a quella completezza sessuale che tanto avevo cercato. Poi Liliana scomparve, sostituita da una barrique in noce, manco a dirlo: venezuelana.
Ripresi la mia ricerca, imbattendomi quasi subito in Claudia, stangona argentina poco più che trentenne, faccia quasi inguardabile, ma, come spesso accade, grandissimo, morbidissimo deretano (deve essere una regola del meretricio: se hai il culo grosso, ti appioppano il nome Claudia). Quando la conobbi, operava in un ufficio al Centro Direzionale, di fianco a ditte di import/export, informatica, ecc. La cosa era davvero comoda: parcheggio e anonimato garantiti. Qualche mese più tardi Claudia si spostò in Corso Malta, location al piano terra di una palazzina elegante, molto esposta ai commenti del vicinato.

Se Liliana era analmente agnostica Claudia era analmente terrorizzata. Mi ci volle qualche mese di frequentazione e 200 mila lire per convincerla a girarmi le spalle. La ricordo con tenerezza, prona sul letto, come una bambina in attesa dell’infermiere per l’iniezione. Il patto era che non appena il dolore per lei fosse diventato insopportabile io avrei desistito e non glielo avrei più chiesto di fare quella “cosa brutta”. Consapevole di giocarmi tutto in una puntata sola, la preparai a lungo, banchettando tra le sue natiche pasciute. L’orifizio apparve subito morbido e trattabile al contatto con la lingua, tanto da farmi dubitare che fosse tutta una recita per alzare la posta. Forse lo era, ma ovviamente abbozzai e stetti al gioco.
A gesti guidai le mani di Claudia a tener esposta l’ampolla anale e con dolcezza espropriai un pezzetto della sua intimità più segreta. Non riuscii a penetrare in profondità, ma fu ugualmente una esperienza molto appagante. Mentre io intingevo il biscotto lei mi sussurrò commenti lusinghieri: “… Bravo amor, come sei bravo… come sei bravo tuuuu … uuahh”, che mi fecero sentire pioniere sulle vie del culo.
Vinta la scommessa, introdurmi nelle generose chiappe di Claudia, sempre con perizia, mai selvaggiamente, divenne una costante che accompagnò molti dei miei viaggi di andata e ritorno napoletani. Momenti indimenticabili, che con la loro fasulla autenticità scolpirono un pezzo importante del mio itinerario di puttaniere. Fra l'altro, di gran lunga la mia preferita nell’avaro scenario partenopeo, Claudia, l’argentina di Corso Malta, rimane l’unica puttana di cui mi sia realmente innamorato un pochino e che mi sarebbe piaciuto frequentare al di fuori del suo luogo di lavoro. L’ultima volta che la incontrai fu a fine 2003.
Gli incontri con Claudia furono intercalati di tanto in tanto con altri incontri, ovviamente, che lei mi rinfacciava con fare indagatore quando non mi vedeva per un mese: “Con chi mi ha tradito il mio amor questa volta?”. In particolare trovai una valida alternativa in Raissa, spagnola di San Sebastian, paesi baschi. Un po’ più avanti con l’età, ma tutt’altro che fisicamente disfatta, Raissa si rivelò da subito una mignotta molto abile con la bocca, punto debole di Claudia. Quando mi veniva lo schiribizzo di un bocchino ben eseguito, deviavo per Via Nuova Poggioreale, dove Raissa per un annetto esercitò in un semi-interrato, ingresso indipendente con porta in ferro.
I bocchini di Raissa, portati fino in fondo con irruenza, inginocchiata per terra o seduta sul letto, esercitarono una forza attrattiva che non poche volte ebbe la meglio sul desiderio di trivellare il culone di Claudia.
Raissa aveva poi un’altra singolarità che la rendeva irresistibile a miei occhi: non si presentava e non sbocchinava mai completamente nuda. Alle scarpe col tacco alto da flamengo, costante fissa ai suoi piedi, accompagnava a volte collant e giarrettiere, a volte minigonne in jeans semi strappate, a volte corpetti di pizzo consunto. Aveva insomma sempre quel tocco da battona trasandata, anche se pulitissima e profumatissima, che, unito alla semi-oscurità e alla fatiscenza dell’ambientino di lavoro, dava alla visita le aspettative e le emozioni di una discesa lampo agli inferi terreni, che per l’antropologo innato e incosciente che era in me all’epoca, non aveva prezzo.
Nonostante ciò, il rapporto con Raissa non decollò mai del tutto. Per quanto fosse capace con la bocca, Raissa aveva nell'inabilità anale un fattore fortemente limitante. Solo una volta Raissa, a suo modo, mi concesse di esplorare il suo bel mandolino, piccolo e turgido come quello di una top model.
Ora, ci sono culi che nascondono valli sfinteriche sconfinate, rosate o scure, che con solchi a curva ampia finiscono nel punto di minimo depressionario. Ci sono culi, anche bellissimi da fuori, che quando li apri, non nascondono nulla. La conca anale è inesistente e tu vedi solo un forellino rosa, che puoi lusingare quanto vuoi con rimming linguale o ditale: il forellino sembra concedersi al passaggio, ma poi resta identico a se stesso, ritraendosi come una testuggine.
Ecco, il culo di Raissa era un superbo mandolino, con un pertugio di dimensioni ridottissime, di impressionante rigidezza. Nonostante le avessi chiesto di prepararsi a dovere, preannunciandole il mio folle e costosissimo desiderio (le 400 cucuzze dell’epoca), provai e riprovai, ma dovetti rassegnarmi all’evidenza, con un bagno di umiltà: anche se tu sei un maschio alfa, anche se paghi una cifra folle, esistono culi in-inculabili, per i quali non ci sono cure.
Sì perché lei mi assicurò di averlo trattato con opportune attrezzature, il pertugio amorfo che, Dio, in vena di dispetti, aveva sforacchiato al centro dei suoi magnifici glutei. Non solo per le 400 cucuzze in una botta, che le facevano comodo, ma anche perché ero un cliente affezionato e avrebbe voluto accontentarmi.
Fatto sta che trovai una porta chiusa a doppia mandata e scaricai tutta la mia foga nella sua bocca, per non chiederle indietro parte dell’onorario.
Per questo motivo, appagato da un bocchino con scarico nell'esofago, non la cercai più, preferendole sempre la strada impervia, ma praticabile della culona argentina. Claudia, per sempre Claudia.

BOLOGNA: LA GHIOTTA, LA DOTTA E… LA POMPINARA
La città di Bologna è un altro immancabile appuntamento per puttanieri provetti o navigati. Non pantagruelica come quella meneghina, l’offerta bolognese conserva ancora gran parte della genuinità, difficilmente riscontrabile altrove, che affonda le radici nella storia millenaria dei bordelli della città. Il parallelo con la gastronomia godereccia che ha reso celebre la città è fin troppo immediato, tanto che Bologna nell’immaginario universale rappresenta la capitale della mortadella, dei tortellini e … dei pompini.
Al pari di mortadella e tortellino, il pompino alla bolognese non è uno stereotipo, bensì una liturgia. Non aperitivo, ma piatto forte di un incontro sessuale, non contorno ma ricetta principe della femmina bolognese doc, da cucinare con studiata lentezza, da gustare esclusivamente per via orale, comodamente seduta o rannicchiata, fino ad ingoiare ogni fiotto del prezioso distillato finale, suprema certificazione di qualità del prodotto.
E’ un codice non scritto, quello del pompino alla bolognese, così pervasivo e immanente che chiunque, meretrice straniera o italiana, ha dovuto farci i conti, sapendo di essere destinata alla marginalità e in ultima analisi al trasloco in altro loco, nel momento in cui non ne avesse accettato tutti i crismi. Un codice che rende quasi superflua la consueta indagine telefonica del puttaniere medio, tendente ad appurare se la parte orale della sessione sarà intermediata o meno dal fastidioso lattice di una condom.
Ho attraversato in lungo e in largo questa città di modesta estensione, nutrito campionario di luoghi del piacere, mercenario e non, con la certezza quasi assoluta che un pompino nudo e crudo mi sarebbe stato offerto spontaneamente, senza bisogno di tante cerimonie. A onor del vero devo dire che lo spirito autentico del codice sessuale bolognese l’ho ritrovato nella Bologna dei quartieri periferici piuttosto che in quella del centro. E’ nei quartieri, San Vitale su tutti, che hanno messo radici le puttane più fedeli al totem bolognese, laddove in centro, nei pressi della stazione o della Fiera, albergano sovente truppe di passaggio, refrattarie a permearsi veramente della sessuo-weltanschauung della città delle Torri. E così, per tutto il 2000, ritorno a Bologna sempre più volentieri, per lavoro o soltanto per diletto.

Rientrato dalle vacanze estive, la solita Fiera/convegno mi riporta a Bologna. Parcheggio in hotel verso le cinque del pomeriggio e non mi fermo neanche a disfare la valigia, in testa ho soltanto un destinazione: via Massarenti.
Ho adocchiato l’inserzione di una che dichiara di essere: “Tettona italiana di origine russa …”. Arrivato sotto casa sua, la chiamo, ma non mi risponde. Poco male, c’è da fare un po’ di anticamera. Mi guardo in giro alla ricerca di un baretto e mi avvedo di un collega in auto, parcheggiato sull’altro lato della strada, cellulare in mano, che tamburella nervosamente sullo sterzo. Andiamo bene! E’ evidente che non sono l’unico ad essere stato attratto dalla prospettiva di trombarsi una popputa russo – emiliana. Passa mezz’ora e il suo cellulare tace ancora. Sono indeciso, scambio uno sguardo in stile duello al sole con il collega dall’altra parte della strada, che intanto è sceso dalla macchina. Io mi avvicino al portone in segno di sfida. Passa un altro quarto d’ora, ho anche lasciato un messaggio in segreteria, non ne posso più: abbandono il campo. Il collega tira un sospiro di sollievo.
Mio malgrado, provo a sentire altre inserzioniste e due di queste mi confermano la percorribilità rettologica senza troppe pretese: sono una brasiliana e una venezuelana. La prima sta in via S. Isaia, l’altra in via Donato Creti. Mi butto il pari e il dispari e propendo per Giuliana che al telefono mi è sembrata più gentile. In mezz’ora arrivo in Via Creti, la chiamo: è libera! “Primo piano, amore”. Sguscio nel suo appartamento e…. Minchia! E questa chi è? Sembra Nonna Papera con le tette rifatte. Entro ugualmente nella sua alcova e… “Allora amore, una coisa tranquila, fatta pene, con un massaigggiu così…sono 150” “Eh???!! Veramente avevi detto 100… “Stiamo tranquilli… ti faciu massaiggggiu … così… mi piasci…e…”. Ecco, ora dovrei mangiarmi i coglioni per non essere rimasto sotto casa di Marta ad aspettare pazientemente il mio turno. Divento volgare e aggressivo: “Ma? Almeno me lo succhi senza protezione?” “No amore, tuttu proteitu…” “AH!!” Ho già deciso, ma ormai andiamo fino in fondo: “E il culo? Sei completa, no?” “No amore, essu non fasciu… mi piasci maissagiare con calma…e così, tranquili…” “Ok, ciao…” In sintesi: Nonna Papera venezuelana, in via D. Creti: tutto protetto, no anal, 150 rose. Complimenti, avrà molto tempo libero a sua disposizione.
Cazzo, sono già le sette e sono ancora all’asciutto. Strada facendo mi dico che non mi conviene rischiare una terza fregatura consecutiva e che è meglio lasciar perdere la brasilera via S. Isaia. Mi dirigo verso un noto scannatoio in viale Pietramellara, zona stazione. “Citofono xxxxxx, amore…terzo piano”. In trenta secondi mi ritrovo al cospetto di tale Daniela, venezuelana, poco più che ventenne, faccia rotonda. Non mi attrae molto quello che vedo, ma decido di procedere. Non ricordo esattamente quali prestazioni avesse garantito al telefono e decido di bleffare: “Allora, mi hai detto: pompino scoperto e culo…100, no?” Ricevo un distratto cenno di assenso.
Le tette sono notevoli, anche se orribilmente deturpate dalla cicatrici di una operazione di riduzione, dalla decima alla settima! Me le spupazzo un po’ e penso che quasi quasi una spagnoletta non sarebbe una cattiva idea. Il pompino non è malvagio, ma nemmeno mi manda in visibilio. Al 69 la figa sa di lattice, mentre l’entrata posteriore sondata con un ditino preannuncia un percorso impegnativo. Dopo cinque minuti mi incappuccia e… cominciano le schermaglie per trovare la posizione giusta con cui approcciare la perforazione anale. “Vengo io sopra” “No alla pecorina” “No, meglio di fianco” “Alla pecorina!” “Vieni tu sopra”. Insomma, le provo tutte, ma la tipa non collabora e quando avverte che la perforazione sta per diventare irreversibile si ritrae. “Così ti fai solo male” provo a farla ragionare. “Dai facciamo figa adesso…” mi implora. Le sorrido amabilmente e la rimetto a 90 gradi. “Ma, amore… è la terza volta…no, no, ah!” Niente! Ero quasi entrato, ma questa cretina non collabora: con il glande appena dentro mi molla di nuovo, stendendosi su un fianco. Sono furioso ma non batto ciglio. La inseguo di lato e… finalmente glielo piazzo dentro.
Non è il massimo, ma capisco che più di questo non riuscirò ad ottenere. La cretina invece continua a lamentarsi come se piantato tra le natiche ci fosse piantato l’ombrellone. Mi ritorna in mente la spagnoletta. Chiedo all’interessata se posso scappucciarmi e innaffiarle le tette. “Sissì, ti prego…”. Mi alzo in piedi mentre lei si rassetta tutta contenta di essere svicolata dal suo destino e si siede sulla punta del letto, offrendomi il valico tra le sue belle tettone. Mi abbandono a quel massaggio portentoso e dopo un paio di minuti esplodo.
Nelle chiacchiere post-sessione le dico che se non gradisce farselo appioppare nel culo è meglio non vendere l’articolo, perché in quel modo si fa solo male e non rende un gran servizio. “Ma tu hai fatto quattro volte … di solito faccio fare una sola. E comunque, mi hanno detto di non farlo più di una volta al giorno”. “Azz! E perchè?” “Perché sinò, non è bene…si…si…si può…” “Rovinare?” “Eccu sì…non è bene…mi hanno detto…”. Mah! Imbocco il corridoio ed esco. In trattoria mi sfondo di tagliatelle e Lambrusco.
Il giorno dopo, di buon mattino, sono di nuovo in via Massarenti: voglio essere il primo. Chiamo la topona russo - emiliana: segreteria telefonica. Ecchecazzo, comincio ad averne la palle piene. Fortunatamente stavolta mi ero premunito una via d’uscita nei paraggi: Anastasia, russa anche lei, via Toso Montanari. Con un aggravio di 50 rose promette le identiche prestazioni della topona, ma in compenso potrebbe essere sua figlia. Eppoi mi ha arrapato come al telefono mi ha detto che: “… se vuoi il sedere sono 50 in più…”. Lo chiamano tutte “culo” e sentire dire “… il se-de-re...” mi ha fatto venire i brividi sotto allo scroto.
La location è un appartamentino in una traversa molto tranquilla di via Mengoli. Anastasia mi raccomanda di entrare con discrezione e di usare le scale: “Primo piano, caro”. Non posso fare a meno di notare che anche “caro” è una novità. Mi accoglie con calze a rete (che terrà sempre su) e scarpe col tacco alto, argentate. E’ un fiorellino poco più che ventenne, un leggero velo di abbrozzatura che le dona moltissimo, visetto incorniciato da capelli lunghi e due occhioni sempre mobili, attentissimi. Peccato per le tettine appena accennate, ma Anastasia mi piace davvero tanto. Ci stendiamo sul letto. Cerco le sue labbra e parte un bacio lunghissimo, con le lingue che si cercano. La spio di sottecchi e vedo che ha gli occhi chiusi, concentrati sul bacio. Brava bambina.
Non smetterei mai di baciarla, ma là sotto l’amico ha già annusato la sua fighetta depilata e non ci sta più nella pelle. Reclama quella bocca tutta per lui. Parte un bocchino dolcissimo, profondo e implacabile. “Vuoi leccarmi?” Vorrei rispondere che non aspettavo altro, ma mi limito ad assentire con un gesto del capo. Comincia un sessantanove coinvolgente, con lei distesa su di me e le gambe per aria. Faccio incetta della sua fighetta rosata davvero sapida e del suo burroso culetto. Poi mi incappuccia con la bocca, si siede sopra di me e oplà… l’amico scompare prima nella fighetta umida e poi tra le sue burrose chiappette. Finisco d’incularla alla pecorina, ma è sempre lei a condurre, con la sua vocina sexy e gli occhioni che non stanno mai fermi. Davvero una bella trombata.
Timbrata Anastasia, rimango in zona Massarenti per il pranzo. Non so se è per via del peperoncino, che ho cosparso abbondantemente sulle pietanze, ma alle tre e mezza sono di nuovo in tiro, con il chiodo fisso della topona russa. Non posso andare via da Bologna senza aver marcato questo pezzo di territorio. In fondo che cos’è un puttaniere se non un cane randagio, che vaga in lungo e in largo solo per lasciare più pisciatine possibili in ogni angolo del pianeta? E poi rischio di aggiungere questo rimpianto ai tanti altri, troppi, rimpianti della mia vita. Non posso.
La chiamo. Segreteria telefonica. Questa stuzzicaminchia è sempre impegnata. Sto per rinunciare quando un sms mi avverte che l’utente ha riacceso il telefono. Chiamo. Finalmente libera. Entro nel palazzo, salgo al terzo piano, non trovo la porta. Scendo, risalgo, con lei al telefono: “Dai amore … guarda, c’è una porta a vetro…, terzo piano…ti sto aspettando con la porta aperta...” Sto facendo la figura del pivellino, ma sta cazzo di porta non la trovo. Poi intravedo un porta a vetro, pensavo fosse un finestrone, invece è una porta. Il pianerottolo continua dietro questa cazzo di porta. La attraverso come un treno e finalmente ecco la porta socchiusa, che mi attende.
Quella che mi si para davanti, in effetti, è un tipo di femminilità che solo lontanamente ricorda la provenienza moscovita (dice lei). Marta mi sembra, invece, il prototipo della signora di mezza età della Bologna bene, dedita alle marchette per piacere, piuttosto che per necessità. Poppe enormi, fianchi larghi, eccezionale pompinara, concessionaria di licenza anale, tutto a buon mercato.
Hai come l’impressione di aver scelto lo gnocco fritto con la mortadella e a seguire un bel piatto di tagliatelle al ragù: forse ti rimarrà tutto sullo stomaco, ma nulla ti sazierà di più. E poi c’è questa incredibile quanto inconfutabile somiglianza con una attrice romagnola che venti anni fa mi aiutò molto a crescere, soprattutto quando recitò in un film di Tinto Brass, allegra rivisitazione della Locandiera di Goldoni.
Ride, mi abbraccia e comincia a strapazzarmi la bocca con dei baci profondi e prolungati. Colto di sorpresa le metto le mani dappertutto. Tasto due belle chiappone, sorprendentemente dure vista la mole. E’ davvero tanta roba, chissà come doveva essere solo una decina d’anni fa. Fa tutto lei, mi spoglia, mi stende, mi succhia fino al midollo. Poi chiede se mi piace leccare la figa: “Porc… è la mia passione”.
Per una manciata di minuti mi faccio una lavata di faccia con quella figona aperta. Ma l’odore e anche il sapore risentono della frenetica attività a cui si sottopone la topona. Il pasto tende al rancido. Dopo un po’ si gira e mi porge un preservativo. M’incappuccio, afferro le sue chiappone per usarle come base d’appoggio e la sbatto come un forsennato. Grondo sudore come un cammello. “Dai… dai… ora nel culo…”. Non mi faccio certo pregare. Entro senza difficoltà e cerco di stantuffare piano piano. Ma la visione del mio cazzo che entra ed esce da quel valico aperto tra due montagne di carne candida mi manda il cervello in brodo di giuggiole. Non resisto, comincio a stantuffare di nuovo a tutta birra e dopo un po’ sono fottuto ed esausto.
scritto il
2026-06-01
9 7
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Le mie prime p...

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.