Un giorno di solstizio molto particolare

di
genere
dominazione

In questa giornata di Solstizio fa un caldo boia a Milano e uno, alle 3 di pomeriggio, dovrebbe starsene calmo e tranquillo sotto il getto dell'aria condizionata a guardare il soffitto. Oppure, dovrebbe pensare ad organizzare il weekend al lago.
E invece, la fregola di una bella troia è sempre lì a farmi compagnia, anche se fuori ci sono 40 gradi. Mentre mi trastullo su uno dei miei siti di escort preferito, adocchio Luisa, una truccatissima biondina. Deve essere una nuova proposta, altrimenti mi ricorderei di quella faccia da porca e di quel culo esuberante, a stento contenuto da un malizioso corpetto di pizzo nero.

Concitato, la contatto e scopro che riceve a 50 metri scarsi dal mio hotel. Per dire: a volte il destino disegna traiettorie che non ti puoi rifiutare di seguire. Ri-guardo con attenzione le foto, qualcosa non mi convince: in alcune sembra una bombastica milf, in altre una ragazzetta acqua e sapone poco più che ventenne, in altre ancora Nonna Abelarda.
Nel raggio di un chilometro o due ci sarebbero medicine più adatte alla fregola che continua a montare come la maionese, ma, sapete com'è: fa un caldo della madonna e questa tipa ha una faccia da porca e un grosso culo e devo solo attraversare la strada per andarlo a prendere. Sembra la terapia ideale per appianare il picco di libido, che mi ha colto di sorpresa in un pomeriggio di canicola milanese, nel giorno di Solstizio.

Decido di andare a vedere: “Baby alle 4 e mezzo sono da te, ok”? Mi serve una doccia fredda prima di guadare il deserto metropolitano. Mi manda un cuoricino. Arrivato davanti al portone di ingresso, comincia un piccolo psicodramma, dato che le sue indicazioni sono davvero scarne. Anzi: nulle. Finisco dentro all'androne del palazzo a godermi la frescura, col telefono in mano, in attesa di uno straccio di indicazione sulla direzione da prendere ... ah ecco, mi ha mandato una foto: biciclette. Boh? Ma che cos’è? Un test in cui bisogna dimostrare di non essere un computer? Faccio qualche passo in avanti, verso il cortile, e vedo le biciclette. Poi sento: “Ppsss...”. Mi giro: è lei che ride sorniona da una finestra al piano rialzato e mi indica un portoncino in vetro, sulla sinistra. Ok, ci siamo. Ma porca tr … è chiuso!

E ora che faccio? Guardo il citofono: quale numero comporre sulla tastierina? Me lo ha detto? No, niente, non mi da detto niente. Non dico che sono in preda al panico, ma non è una sensazione confortevole sentirsi esposto agli sguardi della popolazione condominiale, anche se, apparentemente, non mi ha visto nessuno. Sono lì a cercare di capire il da farsi, che arriva lei e con un colpo di coscia apre il portoncino. Ride, divertita dalla situazione e mi spiega che il citofono non funziona. Io ho meno voglia di ridere, ma la seguo per le scale. E’ in ciabatte da spiaggia e senza un filo di trucco, piccoletta, un poco bruttarella, il culo non così importante. Avevo tanto fantasticato su quella faccia da porca abbinata ad un bel culone brasiliano, che la realtà mi smoscia un po'.

Il monolocale in cui opera è davvero buio, con l'aria condizionata che sputa aria freddissima al ritmo di un fastidioso clangore. Il letto è basso e talmente trasandato che sembra ci sia stata la battaglia di Algeri. Di colpo è come se fossi precipitato nell’ambientazione di in un romanzo di Henry Miller. Mi libero dei vestiti e mi stendo sul lettone, con sprezzo del pericolo, mentre lei, in bagno, fa le sue abluzioni. Sento andare il bidet a manetta e me la immagino lì seduta con un plug XL a preparare il culo.

Caz… ho dimenticato di silenziare il telefono! Faccio per alzarmi, mentre lei sta uscendo dal bagno. Mi butta le braccia al collo e cominciamo a pomiciare, con un copioso scambio di saliva. Mi risiedo sul letto, mentre lei resta in piedi: posizione ideale per andare a ciucciare le tette che, sorpresa, sono una bella quarta naturale, morbidissima. Non ne vedevo una da secoli e perciò mi trastullo un po' con i suoi bei capezzoli scuri, mentre lei prova a segarmi.

Più che altro sta per strapparmelo dalle palle. La fermo in tempo, ri-guadagno la posizione supina e invito Luisa a favorirmi la fica. Lei obbedisce, esibendo una fichetta depilata, appena dischiusa, a un centimetro dalla mia lingua. Faccio un bel giro di perlustrazione, dal clitoride all’ano, senza andare in profondità. Dopo un po’ è Luisa a tenere la fica premuta sulla mia bocca: quasi mi costringe a ingollare piccoli fiotti di escrezioni dal sapore molto sapido. Quel che è certo è che batto il record personale di apnea sotto una fica. O ci vado molto vicino.

Con una giravolta un po’ goffa, ma efficace, ci ritroviamo in posa 69. Lei ne approfitta per incappucciarmi. Io invece vado ad approfondire la conoscenza del suo sfintere bruno, che poi è la ragione ultima per cui sono lì.
Anche se la natica ricorda solo vagamente una voluminosa natica brasiliana, il buco del culo, che si staglia tenebroso sulla pelle bianca della fanciulla, ha un suo perché, un fascino selvatico e insolito. Mentre me lo smucino voracemente, comincio ad avvertire qualche buona sensazione, che dal perineo mi arriva al centro della fronte.

Luisa avverte subito il segnale, smonta da cavallo e scompare di nuovo in bagno. Torna in un istante con un flacone di olio, tappo ancora sigillato. Le tremano le mani, non riesce ad aprirlo. Poi ce la fa e l’olio sgorga fuori abbondante. In pochi secondi, mi ritrovo con il cazzo inondato di olio. Per fortuna è inodore.
Mi alzo per prendere posizione di fianco al letto: grondo olio dalle palle. Lei si accuccia in una strana posizione a sediolina. Sembra non gradire la classica peco: "Proviamo così". Si vabbè, mia nonna in cariola. Mica sono un fachiro contorsionista. Il letto è troppo basso, non riesco nemmeno ad intingere il biscottino con questa postura.

Luisa allora si mette prona e mi offre le terga tenendole aperte con ambo le mani. Il suo ano campeggia lucido d’olio, che ne esalta il colore scuro e la brada conformazione. L’olio dovrebbe garantire accesso agevole, io però mi fido più dei metodi convenzionali: uno sputacchio di saliva, seguito da un paio di sondaggi col pollice. Ora sì, che ci siamo. E infatti, dopo qualche insistenza sull'uscio, entro per intero. Luisa fa un "Oooohiiii…." prolungato. Poi mi dice: "metcci, metcci...", che in portoghese sta per: "Sì, fottimi tutta...".

E io non mi faccio certo pregare, anche se non avrei più l’età per fare le flessioni. Tra l'altro ho questo maledetto getto di aria condizionata alle spalle, diritto sulla cervicale. Non so se ne uscirò vivo. Il suo culo è davvero bello da fottere: resiste, ma poi si apre e inghiotte il mio cazzo fino all’attacco del pube, si richiude ogni volta che tiro fuori la cappella per prendere fiato, poi si riapre e mi fa andare di nuovo a fondo. Vado avanti così per un bel po’, anche se i tricipiti mi fanno un male cane. A un certo punto sento un crampo al deltoide e mi devo sollevare. Lei mi segue, mettendosi a pecorina. E finalmente!

Finalmente posso chiavarmela rimirando la congiunzione perfetta tra il mio cazzo e quel passaggio ombroso, così resiliente e duttile, l’ideale per guarire la mia fregola di culo. Vado avanti ancora qualche minuto e poi apro i boccaporti. Me lo devo quasi imporre, ho di nuovo il blocco senile dello scroto e sarei potuto andare avanti all’infinito.

Ma Luisa – che non ha mai cessato la sua nenia lamentosa con delle “i” finali sempre più marcate “Oooohi….” – “Ooooohi….” - mi ha dato tutto ciò che volevo. Giusto chiuderla lì.

Bacetti finali e mi ritrovo di nuovo a guadare il deserto. Ma sono soltanto 50 passi. Arrivato in hotel mi sparo una sega, pensando a come è stato accogliente il culo di Luisa.
scritto il
2026-06-30
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