Mentre lei non c'è. Capitolo 5

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etero

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I giorni che seguirono il ritorno di Valentina furono un esercizio di puro logoramento tattico. La mia partenza per Gibuti incombeva come un conto alla rovescia inesorabile, scandendo le ore che mi restavano da passare nella mia stessa casa, intrappolato in una guerra fredda di cui solo io e Irene conoscevamo la reale portata.
Valentina non era stupida. Aveva percepito il mio distacco fin dal primo momento in cui aveva varcato la soglia. La nostra intimità, già ridotta a una fredda e calcolata routine, era precipitata in un abisso di assenza totale. Quando mi toccava, il mio corpo rispondeva con una rigidità che non riuscivo a mascherare. Quando facevamo l'amore — se così si poteva chiamare quell'atto meccanico e privo di anima — la mia mente era lontana chilometri, persa nel ricordo del sapore di Irene e del calore della nostra doccia clandestina.
E Valentina lo sapeva. O meglio, lo percepiva. Non aveva prove, non aveva intercettato messaggi né trovato scontrini compromettenti. Ma aveva fiutato un nesso temporale letale: le cose tra noi erano precipitate esattamente da quando quella giovane donna dalle pulizie aveva iniziato a frequentare la nostra casa. Mia moglie, però, era un predatore troppo raffinato per lanciarsi in accuse isteriche senza avere la preda in trappola. Preferiva giocare, studiare il bersaglio, stanarlo.
Era un sabato mattina di pioggia sottile. Seduto sul divano in pelle bianca del salotto, scorrevo i documenti criptati della missione sul mio iPad. Le coordinate logistiche del Corno d'Africa scorrevano sullo schermo, ma la mia mente faticava a mantenere la concentrazione.
Dall'altra parte della grande stanza, Irene stava sistemando i volumi sulla libreria a muro. Si muoveva con una lentezza innaturale, cercando di essere il più invisibile possibile, come un soldato che cerca di non calpestare una mina.
Sentii il rumore leggero di passi nudi sul parquet prima ancora di avvertire la fragranza floreale del distillato di Rose del suo profumo preferito. Valentina entrò in salotto. Non indossava i suoi soliti completi di sartoria o le vestaglie di seta fredda. Aveva optato per dei leggings neri che le fasciavano le gambe come una seconda pelle e un maglioncino di morbido cashmere color panna. Era deliberatamente scivolato su una spalla, lasciando scoperta la pelle perfetta e la spallina di pizzo del reggiseno.
Ignorò Irene in modo così teatrale e assoluto da farmi raggelare il sangue. Non un saluto, non un'occhiata. Semplicemente, per lei, la ragazza non esisteva.
Valentina aggirò il tavolino di cristallo e venne verso di me sedendosi accanto a me in ginocchio. Mi appoggiò le mani sulle cosce, sfiorando il tessuto dei miei pantaloni della tuta, e sollevò il viso verso di me.
"Sei sempre così teso e serio, amore..." mormorò, con una voce bassa, vibrante, carica di un'intenzione inequivocabile. Mi sfilò delicatamente l'iPad dalle mani, appoggiandolo a faccia in giù sul cuscino. Poi si sporse in avanti e mi baciò.
Fu un bacio umido, insistente, in cui cercò di forzare le mie labbra con la lingua. Rimasi immobile, imponendo al mio respiro di restare calmo, recitando la parte dell'uomo semplicemente stanco e distratto dal lavoro.
Si staccò di un millimetro, sfiorandomi il naso con il suo. "Che ne dici se stasera ci divertiamo un po'?" sussurrò, accarezzandomi la mascella con l'unghia laccata di rosso. "Ho comprato un nuovo olio da massaggio. Dicono sia... da provare assolutamente. Ti farò rilassare io."
Non mi diede il tempo di rispondere. Si spinse sopra di me a cavalcioni e tornò prepotentemente contro la mia bocca, affondando una mano tra i miei capelli per tenermi fermo.
Mentre subivo quel contatto, tenevo gli occhi aperti, fissi oltre la spalla di mia moglie. E fu in quel momento che capii l'entità della trappola.
Il salotto era dominato da una gigantesca vetrata che dava sul giardino, oscurata dalla pioggia esterna, che in quel momento fungeva da specchio perfetto per l'intera stanza. Valentina non aveva gli occhi chiusi. Le sue palpebre erano sollevate e il suo sguardo, affilato come una lama, non stava guardando me. Stava fissando il riflesso nella vetrata. Stava fissando il riflesso di *Irene*.
Il mio stomaco si contrasse.
Irene aveva smesso di sistemare i libri. Era ferma, la schiena rigida. Nel riflesso, vidi chiaramente il suo viso contorcersi. Fu una frazione di secondo, un cedimento muscolare dettato dal puro dolore, una smorfia di repulsione e gelosia che le sfuggì al controllo prima che riuscisse ad abbassare la testa e tornare a fissare freneticamente i dorsi delle enciclopedie.
Valentina aveva visto tutto. L'esca era stata lanciata e la preda aveva abboccato in pieno.
Mia moglie interruppe bruscamente il bacio. Si tirò indietro sui talloni, portandosi una mano alla bocca con un gesto di sorpresa così falso da risultare grottesco.
Si voltò lentamente verso la libreria, la voce improvvisamente squillante.
"Uh, Irene..." cinguettò, spalancando gli occhi in una maschera di finto imbarazzo. "Non mi ero accorta che fossi in salotto. Sei troppo silenziosa, tesoro. Dio, che figuraccia."
Rise, una risata argentina e priva di reale calore. Si alzò in piedi, sistemandosi con studiata lentezza il maglione sulla spalla nuda, assicurandosi che Irene avesse la visuale perfetta di ogni suo movimento.
"Vado a prepararmi un tè," annunciò Valentina, accarezzandomi la spalla un'ultima volta prima di voltarsi. "Pensaci per stasera, capitano."
Si allontanò verso la cucina, il bacino che ondeggiava leggermente.
Nel salotto piombò un silenzio tombale, rotto solo dal ticchettio della pioggia sui vetri. Guardai Irene. Aveva ripreso a sistemare i volumi immobile nella libreria, più rigida rispetto a prima. Finito li cambiò stanza senza neanche degnarmi di uno sguardo e tenendo un panno stretto a morte nella sua mano.
Non potevo dirle niente. Non potevo alzarmi, non potevo consolarla, non potevo spiegarle che era stata appena manipolata in un gioco al massacro di cui Valentina tesseva le fila. Se avessi aperto bocca, se avessi fatto un solo passo verso di lei, Valentina, probabilmente appostata dietro lo stipite della cucina, avrebbe chiuso la morsa.
Raccolsi l'iPad dal divano, i muscoli della mascella tesi fino a farmi male. L'aveva umiliata. L'aveva costretta a guardare, e le aveva appena dimostrato chi era la vera padrona di casa. E io, il capitano pluridecorato, non avevo potuto fare altro che restare a guardare mentre la donna che amavo veniva fatta a pezzi.

Il resto di quel sabato fu un fottuto assedio.
Valentina non mi lasciò un secondo di tregua. Cancellò un aperitivo con le sue amiche pur di restare in casa, muovendosi per le stanze come un generale che ispeziona le truppe. Si assicurò di essere sempre nella mia orbita, ridendo per battute inesistenti, sfiorandomi le spalle ogni volta che passava dietro il divano, offrendomi spuntini, il tutto mentre Irene continuava a pulire e riordinare in un silenzio carico di terrore.
Non potei scambiare nemmeno uno sguardo con lei. Quando, alle due del pomeriggio, Irene finì il suo turno e si infilò il cappotto per andarsene, Valentina la congedò con un sorriso così smagliante da sembrare finto. Io rimasi seduto, limitandomi a un cenno del capo. Vidi le spalle di Irene incurvarsi leggermente prima che la porta si chiudesse dietro di lei.
Solo quando Valentina entrò nella doccia, trovai la finestra tattica di cui avevo bisogno.
Mi chiusi nello studio, accesi il telefono e digitai un messaggio il più in fretta possibile.
*“Ha visto il tuo riflesso nel vetro stamattina. Sospetta, ma non ha prove. Sta cercando di farci cedere. Stanotte devo recitare la mia parte per farle abbassare la guardia. Perdonami. Tu sei l'unica cosa vera. Cancella subito questo messaggio.”*
Inviai, aspettai due secondi, poi cancellai solo per me la chat e lo buttai sul tavolo del mio ufficio. L'idea che Irene dovesse passare la serata sapendo che io stavo per fare l'amore con mia moglie mi faceva venire la nausea, ma non avevo scelta. Dovevo disinnescare la bomba che Valentina stava preparando.
Quella sera, la camera da letto era illuminata solo dalla luce calda delle abat-jour. L'aria era satura del profumo dolciastro e speziato del nuovo olio da massaggio che Valentina aveva comprato. Un odore pesante, opprimente, così diverso dal profumo di pulito e di pelle nuda che aveva Irene.
Uscì dal bagno indossando solo una vestaglia di seta nera, lasciata aperta. Il suo corpo era perfetto, curato maniacalmente, ma ai miei occhi sembrava l'armatura di un nemico.
Si avvicinò al letto con una lentezza calcolata, la boccetta di olio scuro stretta tra le dita.
«Mettiti a pancia in giù, capitano» sussurrò. La sua voce era scura, vibrante, intrisa di quel tono roco e imperioso che, un tempo, sapeva come azzerare all'istante ogni mia difesa.
Ubbidii. Mi stesi prono sulle lenzuola fresche, chiudendo gli occhi, cercando di mantenere il controllo sul mio respiro. Sentii il materasso cedere ai lati delle mie gambe quando Valentina si inginocchiò a cavalcioni sulle mie cosce.
Una goccia densa e calda di olio profumato scivolò proprio in mezzo alle mie scapole, seguita da un'altra, e un'altra ancora. Poi, arrivarono le sue mani. Cominciò a spalmare il liquido con movimenti lenti, ampi e spietatamente precisi. I suoi palmi premevano contro la mia pelle, affondando nella carne per sciogliere i nodi che la tensione e le bugie avevano accumulato nei miei muscoli.
«Rilassati... sciogliti un po',» mormorò, piegandosi su di me.
Il suo respiro caldo mi investì la nuca, un brivido che mi corse lungo l'intera spina dorsale. Sentii le sue labbra umide aprirsi contro il mio collo, la lingua che tracciava il profilo della giugulare con una lentezza esasperante. Salì fino all'orecchio, catturando il lobo tra i denti in un morso leggero, una promessa carica di lussuria.
Ma fu il contatto con il suo corpo a farmi perdere definitivamente la lucidità.
Valentina non indossava più nulla. Si abbassò completamente contro la mia schiena, pelle contro pelle. I suoi seni, resi scivolosi dall'olio che mi aveva appena massaggiato, premettero contro la mia muscolatura. Ogni suo respiro, ogni spinta del suo bacino per arrivare a massaggiarmi le spalle, creava un attrito languido e perverso. Sentivo i suoi capezzoli induriti tracciare linee roventi lungo la mia colonna vertebrale, scivolando senza attrito, mentre il suo ventre premette dolcemente contro i miei glutei.
Un gemito basso, involontario, mi morì in gola. Il sangue pompava furiosamente verso il basso, e sentii la mia erezione premere prepotente contro il materasso.
Mi ero dimenticato di quanto mia moglie potesse essere letale quando decideva di usare la seduzione come un'arma. Il mio addestramento, la freddezza marziale, la guardia alta per nascondere il segreto di Irene... tutto svanì. Valentina stava suonando il mio corpo come uno strumento che conosceva a memoria, tasto dopo tasto, e io mi stavo lasciando trascinare a fondo, incapace di resistere al suo copione perfetto.
«Girati. Adesso».
La voce di Valentina era un comando a cui il mio corpo obbedì per puro riflesso incondizionato. Mi girai sulla schiena, il petto che si alzava e si abbassava in un respiro corto, mentre l’olio sulla schiena mi faceva scivolare sulle lenzuola.
«Chiudi gli occhi, Amore. Non aprirli, resta cosi... sshh».
Sentii il calore del suo corpo sovrastarmi mentre si metteva a cavalcioni sopra di me, le sue ginocchia che premevano sui miei fianchi. Poi, la sentii qualcosa di fresco e morbido poggiarsi delicatamente sul collo per poi salire verso la mia bocca e il mio naso. Era seta. Profumava intensamente di lei, della sua pelle. Capii subito cos'era: le sue mutandine, le aveva sfilate e ora le stava usando per bendarmi la parte inferiore del viso, forzandomi a respirare la sua essenza più intima.
« Respirami » ordinò.
Il profumo della sua intimità mi invase le narici, una tortura sensoriale che mi annebbiava i sensi. Mi sentivo come un prigioniero, privato della vista ma condannato a sentire ogni minimo fremito della sua pelle.
Sentii il rumore del tappo della boccetta che si apriva di nuovo. Una colata di olio mi colpì dritto sullo sterno, per poi spandersi in rivoli roventi lungo i pettorali e l’addome. Valentina posò le mani sul mio petto, affondando i palmi nella carne, stendendo l’essenza con una foga nuova, quasi possessiva.
«Ti sono mancata, vero amore?» mormorò, e sentii il suo fiato caldo colpire la seta che mi copriva il viso.
Iniziò a baciarmi. Prima le guance, sfiorandole con la punta della lingua, poi scese verso gli angoli della bocca, lasciandomi solo baci casti che servivano a esasperare la mia fame. La sua lingua tracciò la linea della mia mascella, scendendo con una lentezza agonizzante lungo il collo, dove si soffermò a mordicchiare la pelle tesa sopra la carotide.
Le sue mani oliate non smettevano di muoversi, scivolando verso il basso. Sentivo il suo corpo scivolare sul mio, l'attrito dell'olio rendeva ogni contatto elettrico, quasi doloroso per quanto era intenso. I suoi baci si fecero più profondi e umidi mentre scendeva sul mio petto, indugiando sui capezzoli con morsi leggeri che mi fecero inarcare la schiena.
«Resta fermo,» ordinò, premendo le mani contro le mie spalle per inchiodarmi al materasso.
Sentivo i suoi capelli spazzolarmi l'addome mentre continuava la sua discesa. Ogni bacio era un marchio di fuoco. La sua bocca scese lungo la linea dei muscoli addominali, la punta della sua lingua che giocava con l'incavo dell'ombelico, per poi scivolare ancora più giù, verso l'inguine. Lì, dove la tensione era diventata un dolore pulsante, si fermò. Potevo sentire il calore del suo respiro proprio contro la mia pelle nuda, il contrasto gelido dell'olio che colava e il fuoco della sua vicinanza.
Ero suo. In quel momento, bendato dalla sua biancheria e sopraffatto dal suo desiderio, non esisteva più nient'altro al mondo. E Valentina lo sapeva. Lo sapeva perfettamente.
Si è chinata e ha preso il mio cazzo nella sua bocca. Era calda e umida, la sua lingua esperta che lavorava l'asta con movimenti lenti e ritmati. Ho guardato giù, vedendo i suoi occhi alzati verso di me mentre ingoiava la mia cappella. La vista di mia moglie, la donna che stavo tradendo, lì tra le mie gambe con la mia verga in bocca, ha scatenato un'ondata di colpa mescolata a un eccitazione sadica. Le ho passato le mani tra i capelli biondi guidandola, spingendola più a fondo.
«Si, così... mmh» ho sussurrato, la voce rauca. Lei ha emesso un suono soffocato, le labbra che si stringevano attorno alla mia carne, succhiando con forza. Sentivo la saliva colarmi sulle palle, un suono bagnato e schiacciante che riempiva la stanza. La mia mente si divideva tra il piacere fisico immediato e l'immagine di Irene che ci guardava dall'ombra.
Valentina mi ha liberato dalla bocca con un "pop" udibile, il cazzo duro e pulsante che sbatteva contro il mio stomaco. Senza parlare. Si è arrampicata sopra di me, una gamba su ogni lato dei miei fianchi. Ho afferrato le sue cosce, sentendo la pelle liscia e unta dall'olio sotto le mie pelle. Si è abbassata, afferrando il mio membro e guidandolo verso la sua figa.
Quando è scesa, l'ingresso è stato lento, una lenta penetrazione che l'ha fatta gemere.
« Aahh » un gemito dolce e calmo.
Era caldissima e bagnata, pronta per me. Si è fermata quando l'ho avuta tutta dentro, stringendo i muscoli vaginali attorno alla mia asta. "Dio, amore. È cosi bello" ha ansimato, la testa gettata all'indietro. Le sue tette oscillavano leggermente mentre iniziava a muoversi, un ritmo di va e vieni che mi faceva impazzire.
L'ho guardata da quella posizione, la donna della mia vita che cavalcava il mio cazzo cercando di riparare qualcosa che io avevo rotto irreparabilmente. Le ho messo le mani sui suoi seni, stringendo i capezzoli duri che mi scivolavano a causa dell'olio tra pollice e indice. Lei ha accelerato, i suoi fianchi che sbattevano contro i miei con un suono ritmico e carnale. "Aah aahh, sii. Finalmente ti sento. Oddio... Sono tua," ha gemuto, ma le sue parole suonavano come una domanda disperata.
Ho sentito il bisogno di prendere il controllo, di dominare la situazione come facevo sul campo. L'ho afferrata per la vita e, con un movimento rapido, l'ho girata sotto di me. Ora ero io sopra di lei, tra le sue cosce aperte. Le ho sollevato le gambe, posizionandole sulle mie spalle. La penetrazione è diventata più profonda in questa posizione, colpendo il fondo.
«Oooh. Siii. Vai, vai, spingi tesoro. Sfondami,» ha supplicato, le unghiate piantate sulle lenzuola stringendole a morte.
L'ho iniziata a scopare con rabbia repressa, ogni colpo un tentativo di scaricare tutto quello stress accumulato negli ultimi mesi. Il letto scricchiolava rumorosamente. Lei gemeva ad ogni spinta, il suo corpo che si contorceva sotto il mio. «Ti amo, Michael. Non fermarti»
Il sudore ci univa, i nostri corpi che scivolavano l'uno contro l'altro in un'esplosione di calore e attrito. Sentivo l'orgasmo avvicinarsi, una pressione alle base della colonna vertebrale. «Valee» ho gridato, sfilandomi e venendo sul suo ventre con getti potenti e lunghi. Lei mi ha seguito poco dopo, il corpo che si è irrigidito, tremando mentre la figa si contraeva in spasmi ritmati.
Ci siamo accasciati l'uno sull'altra, respirando pesantemente nella stanza silenziosa. Per un momento, il mondo esterno è svanito. Le ho baciato la fronte, le labbra sudate contro la pelle fredda. Sembrava che la normalità fosse stata ripristorata, una tregua fragile nella guerra che stavo combattendo contro me stesso.
Mentre mi stendevo accanto a lei, guardando il soffitto.
Valentina era ansimante, le guance arrossate e un sorriso trionfante sulle labbra. Si pulì con un fazzoletto di carta e si rannicchiò contro il mio fianco, appoggiando la testa sul mio petto, proprio dove Irene si era addormentata qualche sera prima
Respirai a fondo, fissando il soffitto. Missione compiuta. Avevo ripristinato l'illusione.
«Sei stato... incredibile,» sussurrò lei, tracciando dei cerchi invisibili sul mio sterno. «Era da tanto che non ti sentivo così vicino. Così... presente.»
«Ero solo stanco per il lavoro in questi giorni,» mentii, accarezzandole distrattamente i capelli. «Te l'avevo detto.»
Lei rimase in silenzio per qualche istante. L'aria nella stanza sembrava essersi calmata, ma era la calma piatta che precede l'uragano.
Valentina sollevò il viso, appoggiando il mento sul mio petto. I suoi occhi, solitamente calcolatori, ora brillavano di una luce strana, quasi febbrile.
«Sai a cosa pensavo mentre eri sopra di me?» mi chiese, la voce improvvisamente dolce, una dolcezza che mi fece scattare tutti i riflessi condizionati.
«A cosa?»
«Che forse è arrivato il momento. Che siamo pronti.» Fece una pausa, godendosi l'effetto scenico. «Voglio un figlio, Michael.»
Quella parola, detta in quel letto, dopo quello che era successo nella doccia con Irene fu come una granata scagliata a bruciapelo. Il mio cuore perse letteralmente un battito.
Un figlio.
Irene era terrorizzata dall'idea di essere incinta, e mia moglie me lo stava chiedendo come se fosse il prossimo passo di un progetto aziendale.
Il mio corpo si irrigidì istantaneamente. L'olio sulla mia pelle sembrò ghiacciarsi.
«Un... figlio?» ripetei, la voce che mi uscì più roca del previsto.
«Sì,» sorrise Valentina, interpretando la mia esitazione come semplice stupore. «Abbiamo la stabilità, le nostre carriere sono avviate. Ho trentadue anni, Michael, non voglio aspettare di essere troppo vecchia. Questa casa è troppo grande solo per noi due. E stasera... stasera mi hai dimostrato che la fiamma c'è ancora.»
Cercai di mettere a fuoco i pensieri. Dovevo disinnescare, ma la mia mente gridava.
«Vale... io parto tra meno di tre settimane,» iniziai, cercando di mantenere il tono calmo, ragionevole. «Vado in Gibuti. Sei mesi in una zona operativa ad alto rischio. Non ci sarò. Non è esattamente il tempismo ideale per...»
«E con questo?» mi interruppe, la dolcezza che iniziava già a sfaldarsi ai bordi. «Potremmo provarci ora. Se resto incinta, passerò i primi mesi tranquilla, qui. E quando tornerai, macheranno solo 3 mesi. Non ti perderai la nascita del tuo primo figlio. È un motivo in più per tornare a casa sano e salvo.»
«È una follia, Valentina,» dissi, mettendomi seduto e scostandomi da lei. Il gesto fu istintivo, ma fatale. «Non lascio mia moglie incinta e da sola per mezza annata. Ne riparleremo quando torno. Non se ne parla prima.»
L'atmosfera nella stanza precipitò di colpo. Il calore post-sesso svanì, sostituito da una corrente artica.
Valentina si tirò su a sedere, tirandosi il lenzuolo sul seno nudo, un gesto di difesa e di offesa allo stesso tempo. La sua mascella si indurì.
«Non se ne parla? Da quando prendi tu le decisioni da solo su cosa fare del nostro matrimonio?»
«È una questione di logica e di responsabilità, Vale...»
«Non darmi lezioni di responsabilità, Michael!» sbottò lei, la voce che si alzava pericolosamente. I suoi occhi mi trafissero, cercando di nuovo quel qualcosa che le sfuggiva. «È strano. Un anno fa me lo avresti chiesto in ginocchio. Adesso... ti irrigidisci appena ne parlo, come se ti avessi chiesto di bere del veleno.»
«Non fare drammi che non esistono.»
«Oh, io non faccio drammi,» sibilò, scivolando fuori dal letto. Afferrò la vestaglia da terra e se la strinse addosso, annodando la cintura con gesti secchi e rabbiosi. «Io unisco i puntini. E ultimamente, Michael, il tuo quadro è pieno di zone d'ombra. Parto in missione sei mesi... bella scusa.»
Mi voltò le spalle e si diresse verso il bagno, i passi pesanti sul parquet.
«Questa discussione non è finita,» disse gelida, prima di sbattere la porta con una violenza che fece tremare i vetri della stanza.
Rimasi solo nel letto sfatto, le mani strette a pugno sulle lenzuola. Avevo appena vinto una battaglia tattica, ma rifiutando quel figlio, le avevo appena fornito la conferma definitiva. Valentina ora sapeva, con assoluta certezza, che il mio cuore era già di un'altra.
scritto il
2026-04-17
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