Kintsugi
di
Sibyl
genere
sentimentali
C’erano: un gatto di legno, realistico tanto da sembrar vero; un sottoscala riccamente decorato con polverosi quadretti in ceramica a motivi floreali; un terrazzino adorno di gerani parigini color dei lamponi; un aspirante criminologo, nonché divo emergente di TikTok; una latente, angosciosa impressione che qualcosa di oscuro e incontrollabile potesse, da un momento all’altro, spazzare via ogni cosa.
Insomma, il solito tormentato e groviglioso guazzabuglio. Tutto sommato, il tedioso trillo della sveglia stamani non giunge del tutto a sproposito.
È lunedì, notoriamente il giorno più antipatico della settimana.
È ancora buio, che schifo Milano.
È lì, a far bella mostra di sé sul comodino.
S’io fossi saggia, farei buon uso delle numerose nozioni apprese e la smetterei di attardarmi, rigirandomi sotto le coperte.
D’accordo, sarò avveduta ed efficiente.
Alzati, lavati, vestiti, indossa la maschera.
Ecco fatto, una sfavillante versione di me è ora pronta a regalare al mondo il proprio smagliante sorriso.
«Buongiorno Matilde!»
«Ciao, Paolo.»
“Che eleganza!”
Vai a quel paese, Paolo. Sei un viscido sfigato, capace soltanto di guardare tette e culo di qualunque malcapitata ti capiti a tiro.
«Gentile da parte tua.»
Grumpy. Scontrosa, irritabile, scorbutica, irascibile.
Sto esagerando, non ne vale la pena.
Distendo i tratti, sfioro la fronte corrucciata. Scendo fra le sopracciglia aggrottate. Socchiudo gli occhi e così vedo un mondo nuovo:
“C’era una volta, in un paese lontano lontano, un cantastorie…”
Squilla il telefono, non è la mia mano a sollevare la cornetta, non sono io quella che deve sorbirsi la vocetta acuta e cantilenante della stagista più ottusa che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto.
«Riferisci al cliente che me ne occupo io.»
Altro che face yoga, mindfulness e frequenze dalle miracolose proprietà taumaturgiche, credo ormai che soltanto l’ibernazione possa salvarmi.
-3
-2
-1
«Ricordati di sistemare le pratiche in archivio, Francesca.»
«Sì, dottoressa. Lo faccio subito!»
Numi del Cielo, che voce fastidiosa! Sono quasi certa che potrebbe riciclarsi come scacciacani ad ultrasuoni.
Quando sono diventata così cinica? Chissenefrega, tant’è.
«A domani.»
«Buona serata, dottoressa!»
Buona serata un corno, me ne andrei volentieri a casa, tuttavia mi attende quello stupido corso che mia cognata ha pensato bene di regalarmi. Sospetto si tratti di un riciclo, perché francamente mi pare un’idea troppo creativa ed originale perché sia farina del suo sacco.
“Seminario e laboratorio.
Lunedì 13 aprile
18:30 - 20:30”
Per fortuna, la sede è poco distante da qui ed ho ancora una mezz’ora di tempo libero.
Mi sembra finalmente di riuscire a respirare.
Ripenso alle maioliche protagoniste della produzione onirica della notte scorsa. Stanno sbiadendo, ora fatico a metterne a fuoco i contorni. Peccato, erano interessanti, a modo loro.
Mi chiedo ed immagino come potrei sentirmi se, per magia, mi accadesse di risvegliarmi in un sogno, anziché nel mio letto.
Il ticchettio dei miei tacchi sul selciato potrebbe, in tal caso, essere l’eco delle lancette dell’orologio da taschino del bianconiglio e magari quell’arco laggiù, in fondo alla strada, mi farebbe precipitare in un’altra dimensione, immediatamente dopo aver mosso un passo oltre la soglia.
Mi avvicino trepidante, mancano ormai soltanto pochi passi. Incrocio le dita e se avessi un portafortuna lo strofinerei come fosse una lampada magica, produttrice di incorporee entità dalle prodigiose facoltà, trallallà.
Cinque passi… tre passi… un ultimo passo…!
Niente, sono ancora qui.
Sbuffo, facendo svolazzare la ciocca di capelli che mi si poggia sulla fronte. Mi diverte sbuffare in questo modo, per cui fisso un appunto mentale (che di sicuro avrò già scordato fra meno di un’ora), ripromettendomi di farlo più spesso.
Il solo vantaggio di questa giornata grigia e piovosa è che stamani ho indossato il mio trench preferito. Scivola così bene sulla mia silhouette da sembrare un abito ed adoro il modo in cui mi cinge la vita sottile, modellandola con sensualità.
Spesso, tendo a dimenticare la mia sensualità, nel quotidiano. Non nel senso che io mi trascuri, ma sono giunta ad uno stadio dell’esistenza in cui le questioni di ordine pratico si sono fatte via via più ingombranti, diventando di fatto opprimenti.
Pertanto, decido di approfittare di questo scorcio di lucida analisi per accentuare giusto un po’ l’ancheggiare del mio passo, immaginando che l’uomo che cammina a breve distanza dietro di me ne sarà straordinariamente compiaciuto.
«Buonasera, sono qui per il corso di ceramica.»
«Benvenuta! Può raggiungere gli altri nella sala qui accanto.» risponde un’estranea dall’aria cordiale per davvero.
Parquet in rovere, ampie vetrate in stile industriale che s’affacciano su un cortiletto interno di cui un acero rosso è il protagonista, posizionato esattamente al centro della scena, con qualche comprimario di poco conto che gli gravita attorno.
Mi sistemo, ovviamente, al fondo della stanza, occupando una delle sedute disponibili dietro l’ultimo tavolaccio, proprio di fronte alla chioma vermiglia dell’eroe del giardino.
Osservo gli altri partecipanti, con discrezione, mentre mi sfilo il soprabito.
Due ragazze poco più che ventenni siedono in prima fila, chiacchierando fitto fitto. Sono certamente amiche, perché ridacchiano con la disinvoltura di chi si conosce abbastanza da non aver più ragione di nascondere alcunché.
Alla loro destra, una tizia che avrà all’incirca la mia età. Indossa uno di quegli orrendi cardigan in jacquard a motivi geometrici e corredati di frange e, ça va sans dire, delle friulane. Impossibile socializzare con un soggetto del genere, verrei sopraffatta da istinti omicidi.
Altre due donne, direi più o meno sulla quarantina. Una di loro tiene il naso affondato profondamente fra le pagine di un libro. Come la capisco, vorrei farlo anche io ma temo sempre di sembrare una sociopatica, isolandomi dal resto del mondo a quel modo, in un contesto in cui la buona creanza vorrebbe che ci si mostrasse disponibili ad un minimo di superficiale interazione fra estranei che s’accingono a condividere un’esperienza. Sorrido, osservandola, decidendo che comunque si chiami, d’ora in poi lei per me sarà Renée.
La donna che le è accanto, invece, finge di sistemarsi distrattamente la gonna e si volta spesso a guardare l’uomo seduto in terza fila.
Occhiali, barba bianca e curatissima, camicia a righe con le maniche rivoltate e l’angolo di un quotidiano che sbuca sotto il blazer poggiato sulla sedia accanto. Siede con disinvoltura. Non è propriamente bello, ma quel naso aquilino e la sicurezza di cui è ammantato lo rendono piuttosto affascinante.
Sul lato opposto della sala, invece, un’altra coppia. Due signori sorridenti, che si tengono la mano. Lei si sporge per cogliere qualche movimento oltre la porta d’ingresso, mentre lui le accarezza le falangi, le cui estremità sono laccate di un originale ed elegante blu marino.
Al tavolo accanto al mio, infine, siede un ragazzo, che da almeno cinque minuti è concentrato a fissare qualche centimetro quadrato del legno su cui tiene distese le mani. Mi fa tenerezza. Quasi quasi potrei spostarmi e sedermici accanto, tanto per fargli guadagnare qualche punto con le ragazze in prima fila.
«Buonasera a voi e benvenuti! Sono felice di accogliervi alla prima lezione del workshop di ceramica Kintsugi.»
La tizia cordiale di prima, dunque, è la docente e, oltre che amichevole, è palesemente logorroica, siccome sta parlando ininterrottamente da almeno un quarto d’ora, snocciolando nozioni che, se fossi in una disposizione d’animo migliore, troverei anche interessanti ma che ora mi tediano enormemente. Contemplo la possibilità di inventare una scusa ed andarmene con garbo, tuttavia la mia insopportabile buona educazione mi tiene incollata alla sedia, benché io stia fremendo ed abbia già immaginato almeno tre diversi modi per abbandonare il corso in modo assurdo e plateale.
Nel primo caso, balzerei sul tavolo e, spalancando le braccia al cielo proporrei un’invettiva ai danni dei cardigan capitalistici.
La seconda opzione, mi vedrebbe improvvisare un arabesque al centro della sala, illuminata da uno spot apparso per l’occasione, raggiungendo poi l’uscita sulle punte, naturalmente dopo un opportuno inchino.
Oppure, volendo optare per una soluzione più dimessa, potrei semplicemente alzarmi, dichiarare che ne ho le tasche piene e salutare gli astanti, imitando il gesto di levarmi il cappello in segno di commiato.
Mi sono sempre chiesta che cosa proverei davvero, se un bel dì io decidessi finalmente di mettere in pratica una di queste assurde idee che mi accompagnano.
Ahimè, però, so che quel giorno dovrà attendere, perché continuo a starmene seduta, con le caviglie accavallate lateralmente, annuendo e sorridendo, quando il tono dell’ammorbante e cordialissima esperta di cocci lo richiede.
«Il materiale vi verrà fornito tra poco. Nel frattempo, potete indossare i grembiuli, che troverete riposti sotto i vostri tavoli di lavoro.»
«Buonasera… Sono in ritardo, mi spiace!»
Mentre mi allaccio il grembiule in vita, un tale si appoggia allo stipite della porta d’ingresso, volgendo lo sguardo alla docente che (ohibò, che sorpresa!) lo accoglie con entusiasmo, invitandolo a scegliere un posto ed accomodarsi.
Lui ringrazia e, con un sorriso, avanza verso il piccolo corridoio centrale, ricavato fra i tavoli, gettando qua e là rapide occhiate per individuare i posti liberi e sembrerebbe intenzionato a raggiungere le latitudini più estreme di questa microscopica propaggine di mondo, in cui io stessa al momento mi trovo ad albergare.
Mi accorgo d’avere involontariamente sollevato un sopracciglio, già infastidita dall’eventualità in cui dovesse venire ad invadere il mio spazio. Sì, sono estremamente grumpy, quest’oggi, l’ho già dichiarato.
Chiaramente, lui decide di dirigersi proprio qui, chiedendomi con gentilezza se possa occupare il posto accanto al mio.
“No, vai dal tizio qui di fianco e, già che ci sei, più tardi invitalo ad uscire così magari gli presenti qualcheduna ed il poverino si ritemprerà un poco.”
«Certo, prego.» Il sopracciglio, però, mi tradisce.
«Sai, recentemente sono stato in Giappone ed ormai sono entrato in una specie di loop infinito che mi spinge ad approfondire tutto ciò che riguarda la loro cultura. Così, quando mi hanno parlato di questo corso, mi ci sono iscritto subito!»
«Mh… interessante.»
«Tu sei stata in Giappone?»
«Perché non provi il pesce palla, la prossima volta?»
Ho esagerato, ho decisamente esagerato. Me ne rendo conto ancor prima di pronunciare l’interrogativo e ciononostante articolo la frase, oltretutto voltandomi verso di lui con malanimo e guardandolo di sbieco.
Con una certa sorpresa da parte mia, che mi aspettavo una reazione ostile, lui scoppia in una risata fragorosa, che inevitabilmente fa voltare l’intera classe nella nostra direzione, cagionandomi un imbarazzo ancor più acuto. Percepisco distintamente il rossore che mi si estende sulle gote.
«Mi spiace, non volevo essere sgarbata.»
«Beh, secondo me lo volevi eccome, ma sai, è davvero molto difficile che io mi offenda.» risponde, strizzandomi l’occhio con aria scanzonata.
Noto solo ora quanto quest’uomo sia attraente. Disordinati riccioli neri, barba di tre giorni che sicuramente m’irriterebbe il viso se ci avviluppassimo in una focosa sessione di baci ed una muscolatura tesa, celata sotto il maglioncino sottile. Ha anche delle belle mani, con dita lunghe che ora tamburellano distrattamente sul legno grezzo del piano di lavoro. Mi piace il suo polso asciutto e spigoloso ed il modo in cui, risalendo con lo sguardo, una trama piuttosto fitta di peli scuri gli ricopre l’avambraccio, accentuandone le contrazioni dei movimenti.
Rivolgo uno sguardo all’acero che troneggia alle mie spalle, per distrarmi dai pensieri intrusivi che mi si affollano in mente, perché sto già immaginando il modo in cui quelle sue belle dita affonderebbero in me, immergendosi con urgenza febbrile fra le mie cosce appena dischiuse, dopo avere scostato le mutandine, insinuandosi sotto il mio vestito proprio qui, seduti all’ultimo banco di un’improbabile corso per ceramisti.
Mi chiedo cosa proverebbe lui, se e quanto potrebbe gradire il modo in cui la delicata peluria del mio sesso gli solleticherebbe il polso, poggiato sul mio pube, magari intrecciandosi per un istante ai peli scuri del suo avambraccio.
Il mio respiro si è fatto più pesante e non resisto all’urgenza di stringere le cosce, approfittando dell’occasione per regalare una rapidissima coccola al mio clitoride impaziente, rimettendomi poi immediatamente seduta, composta ed inappuntabile.
Se fossimo dotati di un olfatto più sofisticato, lui potrebbe certamente percepire l’intensità del mio odore, comprendendo che sarei pronta a farmi prendere, qui ed ora, aperta, bagnata e calda per lui.
Immagino un amplesso primordiale, disordinato e ruvido, mosso dall’urgenza di aversi, impossibilitati ad attendere foss’anche per un altro solo istante.
Le mie unghie sulla sua schiena, le sue dita che affondano nella carne dei miei glutei. Mi sculaccia, mordendomi il lobo dell’orecchio, mentre io continuo a mugolare rovesciando gli occhi all’indietro, completamente in balia dei suoi instancabili affondi.
Mi scopa, facciamo l’amore e ci accoppiamo, tutte e tre le cose insieme, contemporaneamente.
«Avete con voi l’oggetto su cui volete lavorare? Potete metterlo sul tavolo, così gli darò un’occhiata e dal prossimo incontro potremo iniziare a prepararlo.»
La cordialissima docente interrompe bruscamente le mie fantasticherie, costringendomi ad afferrare la borsa e recuperare la tazzina, compiacendomi di non averla dimenticata sul comodino, su cui l’avevo poggiata proprio per risparmiarmi la gaffe, ma l’ennesimo pensiero inopportuno rapidamente mi coglie.
Sono seduta su questo spazioso tavolo in legno grezzo, un raggio di sole arancione attraversa la mia figura, insinuandosi fra i seni, che sto liberando dall’impiccio del tessuto, sbottonandomi lentamente l’abito e lasciandolo scivolare sulle braccia, regalando a lui l’immagine della mia nudità che si disvela poco a poco.
Il collo, le clavicole, le spalle, la pelle che s’increspa, esposta all’aria fresca ed agli ardenti occhi. Un bottone dopo l’altro, con l’abito ormai abbassato sino alla vita. I seni che si sollevano ritmicamente, con il respiro.
Le gambe sono aperte, le cosce dischiuse, benché ancora coperte dall’abito. Mi piace mostrarmi così a lui, che mi osserva, rapace, lasciandomi fare.
Voglio mostrargli le mie mutandine, fargli vedere quanto sono bagnate e poi scostarle lentamente, per raggiungere con le dita il mio sesso, affondarci dentro e poi assaggiare il mio sapore, leccando e succhiandomi le dita bagnate. Poi, gli domanderei se gradirebbe favorire.
A quel punto, lui non riuscirebbe più a trattenersi e si avventerebbe su di me, sollevandomi e mettendomi a pancia in giù sul tavolo. I seni premuti sulla superficie ruvida, le sue dita che armeggiano rapide sotto di me, per agevolare il suo ingresso, rude e frenetico. Ha in pugno la mia chioma, i suoi lombi sbattono forte sulle mie natiche mentre emette una serie sconnessa di incontrollabili suoni gutturali, che sembra abbiano origine direttamente dai suoi corpi cavernosi, attraversando, facendolo fremere, sudare e smaniare senza ritegno, mentre mi apostrofa con appellativi degni del più disdicevole genere di turpiloquio, inframmezzati a parole d’amore.
Un caos, assenza di regole, un tramestio concitato.
Riempimi tutta.
«Ma… Dai, non ci credo! È la stessa tazzina?!»
Basta, smettetela di interrompermi! Proprio tu, poi, che nel mio universo parallelo mi stavi scopando così bene!
D’accordo, devo ridestarmi per l’ennesima volta.
Mi volto verso quest’estraneo che ho accanto e che nel corso degli ultimi minuti è stato l’ignaro protagonista di una serie rimarchevole di sconcezze immaginarie, prestando attenzione a quel che ha da dirmi.
Mi sorride con entusiasmo, indicando le due tazzine poggiate sul tavolo che, effettivamente, sono identiche.
Una curiosa coincidenza, non c’è che dire.
Specie considerando il fatto che la mia proviene da uno dei servizi che la nonna conservava nella casa di campagna, cui sono particolarmente affezionata per via dei ricordi dei pomeriggi che trascorrevo in sua compagnia, divertendomi a sorbire un tè all’inglese e, soprattutto, rimpinzandomi di bignè e tartellette alla frutta. Se chiudo gli occhi, riesco ancora a sentire lo zucchero dei pasticcini che mi si scioglie in bocca, proprio sulla punta della lingua.
«Dimmi, da dove proviene?» domando, indicando la tazza con un lieve cenno del capo.
«L’ho trovata nel negozio di un amico che fa l’antiquario. Non so nemmeno perché l’ho comprata, a dire il vero, siccome è rimasta chiusa in una credenza per qualche tempo. Non l’ho mai usata. La tua, invece?»
«Si tratta di un ricordo d’infanzia.» rispondo, abbassando lo sguardo.
«E perché hai scelto di portarla qui, farla a pezzi e poi ricomporla?»
«Per la proprietà transitiva.»
«Lo facciamo insieme?»
Insomma, il solito tormentato e groviglioso guazzabuglio. Tutto sommato, il tedioso trillo della sveglia stamani non giunge del tutto a sproposito.
È lunedì, notoriamente il giorno più antipatico della settimana.
È ancora buio, che schifo Milano.
È lì, a far bella mostra di sé sul comodino.
S’io fossi saggia, farei buon uso delle numerose nozioni apprese e la smetterei di attardarmi, rigirandomi sotto le coperte.
D’accordo, sarò avveduta ed efficiente.
Alzati, lavati, vestiti, indossa la maschera.
Ecco fatto, una sfavillante versione di me è ora pronta a regalare al mondo il proprio smagliante sorriso.
«Buongiorno Matilde!»
«Ciao, Paolo.»
“Che eleganza!”
Vai a quel paese, Paolo. Sei un viscido sfigato, capace soltanto di guardare tette e culo di qualunque malcapitata ti capiti a tiro.
«Gentile da parte tua.»
Grumpy. Scontrosa, irritabile, scorbutica, irascibile.
Sto esagerando, non ne vale la pena.
Distendo i tratti, sfioro la fronte corrucciata. Scendo fra le sopracciglia aggrottate. Socchiudo gli occhi e così vedo un mondo nuovo:
“C’era una volta, in un paese lontano lontano, un cantastorie…”
Squilla il telefono, non è la mia mano a sollevare la cornetta, non sono io quella che deve sorbirsi la vocetta acuta e cantilenante della stagista più ottusa che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto.
«Riferisci al cliente che me ne occupo io.»
Altro che face yoga, mindfulness e frequenze dalle miracolose proprietà taumaturgiche, credo ormai che soltanto l’ibernazione possa salvarmi.
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«Ricordati di sistemare le pratiche in archivio, Francesca.»
«Sì, dottoressa. Lo faccio subito!»
Numi del Cielo, che voce fastidiosa! Sono quasi certa che potrebbe riciclarsi come scacciacani ad ultrasuoni.
Quando sono diventata così cinica? Chissenefrega, tant’è.
«A domani.»
«Buona serata, dottoressa!»
Buona serata un corno, me ne andrei volentieri a casa, tuttavia mi attende quello stupido corso che mia cognata ha pensato bene di regalarmi. Sospetto si tratti di un riciclo, perché francamente mi pare un’idea troppo creativa ed originale perché sia farina del suo sacco.
“Seminario e laboratorio.
Lunedì 13 aprile
18:30 - 20:30”
Per fortuna, la sede è poco distante da qui ed ho ancora una mezz’ora di tempo libero.
Mi sembra finalmente di riuscire a respirare.
Ripenso alle maioliche protagoniste della produzione onirica della notte scorsa. Stanno sbiadendo, ora fatico a metterne a fuoco i contorni. Peccato, erano interessanti, a modo loro.
Mi chiedo ed immagino come potrei sentirmi se, per magia, mi accadesse di risvegliarmi in un sogno, anziché nel mio letto.
Il ticchettio dei miei tacchi sul selciato potrebbe, in tal caso, essere l’eco delle lancette dell’orologio da taschino del bianconiglio e magari quell’arco laggiù, in fondo alla strada, mi farebbe precipitare in un’altra dimensione, immediatamente dopo aver mosso un passo oltre la soglia.
Mi avvicino trepidante, mancano ormai soltanto pochi passi. Incrocio le dita e se avessi un portafortuna lo strofinerei come fosse una lampada magica, produttrice di incorporee entità dalle prodigiose facoltà, trallallà.
Cinque passi… tre passi… un ultimo passo…!
Niente, sono ancora qui.
Sbuffo, facendo svolazzare la ciocca di capelli che mi si poggia sulla fronte. Mi diverte sbuffare in questo modo, per cui fisso un appunto mentale (che di sicuro avrò già scordato fra meno di un’ora), ripromettendomi di farlo più spesso.
Il solo vantaggio di questa giornata grigia e piovosa è che stamani ho indossato il mio trench preferito. Scivola così bene sulla mia silhouette da sembrare un abito ed adoro il modo in cui mi cinge la vita sottile, modellandola con sensualità.
Spesso, tendo a dimenticare la mia sensualità, nel quotidiano. Non nel senso che io mi trascuri, ma sono giunta ad uno stadio dell’esistenza in cui le questioni di ordine pratico si sono fatte via via più ingombranti, diventando di fatto opprimenti.
Pertanto, decido di approfittare di questo scorcio di lucida analisi per accentuare giusto un po’ l’ancheggiare del mio passo, immaginando che l’uomo che cammina a breve distanza dietro di me ne sarà straordinariamente compiaciuto.
«Buonasera, sono qui per il corso di ceramica.»
«Benvenuta! Può raggiungere gli altri nella sala qui accanto.» risponde un’estranea dall’aria cordiale per davvero.
Parquet in rovere, ampie vetrate in stile industriale che s’affacciano su un cortiletto interno di cui un acero rosso è il protagonista, posizionato esattamente al centro della scena, con qualche comprimario di poco conto che gli gravita attorno.
Mi sistemo, ovviamente, al fondo della stanza, occupando una delle sedute disponibili dietro l’ultimo tavolaccio, proprio di fronte alla chioma vermiglia dell’eroe del giardino.
Osservo gli altri partecipanti, con discrezione, mentre mi sfilo il soprabito.
Due ragazze poco più che ventenni siedono in prima fila, chiacchierando fitto fitto. Sono certamente amiche, perché ridacchiano con la disinvoltura di chi si conosce abbastanza da non aver più ragione di nascondere alcunché.
Alla loro destra, una tizia che avrà all’incirca la mia età. Indossa uno di quegli orrendi cardigan in jacquard a motivi geometrici e corredati di frange e, ça va sans dire, delle friulane. Impossibile socializzare con un soggetto del genere, verrei sopraffatta da istinti omicidi.
Altre due donne, direi più o meno sulla quarantina. Una di loro tiene il naso affondato profondamente fra le pagine di un libro. Come la capisco, vorrei farlo anche io ma temo sempre di sembrare una sociopatica, isolandomi dal resto del mondo a quel modo, in un contesto in cui la buona creanza vorrebbe che ci si mostrasse disponibili ad un minimo di superficiale interazione fra estranei che s’accingono a condividere un’esperienza. Sorrido, osservandola, decidendo che comunque si chiami, d’ora in poi lei per me sarà Renée.
La donna che le è accanto, invece, finge di sistemarsi distrattamente la gonna e si volta spesso a guardare l’uomo seduto in terza fila.
Occhiali, barba bianca e curatissima, camicia a righe con le maniche rivoltate e l’angolo di un quotidiano che sbuca sotto il blazer poggiato sulla sedia accanto. Siede con disinvoltura. Non è propriamente bello, ma quel naso aquilino e la sicurezza di cui è ammantato lo rendono piuttosto affascinante.
Sul lato opposto della sala, invece, un’altra coppia. Due signori sorridenti, che si tengono la mano. Lei si sporge per cogliere qualche movimento oltre la porta d’ingresso, mentre lui le accarezza le falangi, le cui estremità sono laccate di un originale ed elegante blu marino.
Al tavolo accanto al mio, infine, siede un ragazzo, che da almeno cinque minuti è concentrato a fissare qualche centimetro quadrato del legno su cui tiene distese le mani. Mi fa tenerezza. Quasi quasi potrei spostarmi e sedermici accanto, tanto per fargli guadagnare qualche punto con le ragazze in prima fila.
«Buonasera a voi e benvenuti! Sono felice di accogliervi alla prima lezione del workshop di ceramica Kintsugi.»
La tizia cordiale di prima, dunque, è la docente e, oltre che amichevole, è palesemente logorroica, siccome sta parlando ininterrottamente da almeno un quarto d’ora, snocciolando nozioni che, se fossi in una disposizione d’animo migliore, troverei anche interessanti ma che ora mi tediano enormemente. Contemplo la possibilità di inventare una scusa ed andarmene con garbo, tuttavia la mia insopportabile buona educazione mi tiene incollata alla sedia, benché io stia fremendo ed abbia già immaginato almeno tre diversi modi per abbandonare il corso in modo assurdo e plateale.
Nel primo caso, balzerei sul tavolo e, spalancando le braccia al cielo proporrei un’invettiva ai danni dei cardigan capitalistici.
La seconda opzione, mi vedrebbe improvvisare un arabesque al centro della sala, illuminata da uno spot apparso per l’occasione, raggiungendo poi l’uscita sulle punte, naturalmente dopo un opportuno inchino.
Oppure, volendo optare per una soluzione più dimessa, potrei semplicemente alzarmi, dichiarare che ne ho le tasche piene e salutare gli astanti, imitando il gesto di levarmi il cappello in segno di commiato.
Mi sono sempre chiesta che cosa proverei davvero, se un bel dì io decidessi finalmente di mettere in pratica una di queste assurde idee che mi accompagnano.
Ahimè, però, so che quel giorno dovrà attendere, perché continuo a starmene seduta, con le caviglie accavallate lateralmente, annuendo e sorridendo, quando il tono dell’ammorbante e cordialissima esperta di cocci lo richiede.
«Il materiale vi verrà fornito tra poco. Nel frattempo, potete indossare i grembiuli, che troverete riposti sotto i vostri tavoli di lavoro.»
«Buonasera… Sono in ritardo, mi spiace!»
Mentre mi allaccio il grembiule in vita, un tale si appoggia allo stipite della porta d’ingresso, volgendo lo sguardo alla docente che (ohibò, che sorpresa!) lo accoglie con entusiasmo, invitandolo a scegliere un posto ed accomodarsi.
Lui ringrazia e, con un sorriso, avanza verso il piccolo corridoio centrale, ricavato fra i tavoli, gettando qua e là rapide occhiate per individuare i posti liberi e sembrerebbe intenzionato a raggiungere le latitudini più estreme di questa microscopica propaggine di mondo, in cui io stessa al momento mi trovo ad albergare.
Mi accorgo d’avere involontariamente sollevato un sopracciglio, già infastidita dall’eventualità in cui dovesse venire ad invadere il mio spazio. Sì, sono estremamente grumpy, quest’oggi, l’ho già dichiarato.
Chiaramente, lui decide di dirigersi proprio qui, chiedendomi con gentilezza se possa occupare il posto accanto al mio.
“No, vai dal tizio qui di fianco e, già che ci sei, più tardi invitalo ad uscire così magari gli presenti qualcheduna ed il poverino si ritemprerà un poco.”
«Certo, prego.» Il sopracciglio, però, mi tradisce.
«Sai, recentemente sono stato in Giappone ed ormai sono entrato in una specie di loop infinito che mi spinge ad approfondire tutto ciò che riguarda la loro cultura. Così, quando mi hanno parlato di questo corso, mi ci sono iscritto subito!»
«Mh… interessante.»
«Tu sei stata in Giappone?»
«Perché non provi il pesce palla, la prossima volta?»
Ho esagerato, ho decisamente esagerato. Me ne rendo conto ancor prima di pronunciare l’interrogativo e ciononostante articolo la frase, oltretutto voltandomi verso di lui con malanimo e guardandolo di sbieco.
Con una certa sorpresa da parte mia, che mi aspettavo una reazione ostile, lui scoppia in una risata fragorosa, che inevitabilmente fa voltare l’intera classe nella nostra direzione, cagionandomi un imbarazzo ancor più acuto. Percepisco distintamente il rossore che mi si estende sulle gote.
«Mi spiace, non volevo essere sgarbata.»
«Beh, secondo me lo volevi eccome, ma sai, è davvero molto difficile che io mi offenda.» risponde, strizzandomi l’occhio con aria scanzonata.
Noto solo ora quanto quest’uomo sia attraente. Disordinati riccioli neri, barba di tre giorni che sicuramente m’irriterebbe il viso se ci avviluppassimo in una focosa sessione di baci ed una muscolatura tesa, celata sotto il maglioncino sottile. Ha anche delle belle mani, con dita lunghe che ora tamburellano distrattamente sul legno grezzo del piano di lavoro. Mi piace il suo polso asciutto e spigoloso ed il modo in cui, risalendo con lo sguardo, una trama piuttosto fitta di peli scuri gli ricopre l’avambraccio, accentuandone le contrazioni dei movimenti.
Rivolgo uno sguardo all’acero che troneggia alle mie spalle, per distrarmi dai pensieri intrusivi che mi si affollano in mente, perché sto già immaginando il modo in cui quelle sue belle dita affonderebbero in me, immergendosi con urgenza febbrile fra le mie cosce appena dischiuse, dopo avere scostato le mutandine, insinuandosi sotto il mio vestito proprio qui, seduti all’ultimo banco di un’improbabile corso per ceramisti.
Mi chiedo cosa proverebbe lui, se e quanto potrebbe gradire il modo in cui la delicata peluria del mio sesso gli solleticherebbe il polso, poggiato sul mio pube, magari intrecciandosi per un istante ai peli scuri del suo avambraccio.
Il mio respiro si è fatto più pesante e non resisto all’urgenza di stringere le cosce, approfittando dell’occasione per regalare una rapidissima coccola al mio clitoride impaziente, rimettendomi poi immediatamente seduta, composta ed inappuntabile.
Se fossimo dotati di un olfatto più sofisticato, lui potrebbe certamente percepire l’intensità del mio odore, comprendendo che sarei pronta a farmi prendere, qui ed ora, aperta, bagnata e calda per lui.
Immagino un amplesso primordiale, disordinato e ruvido, mosso dall’urgenza di aversi, impossibilitati ad attendere foss’anche per un altro solo istante.
Le mie unghie sulla sua schiena, le sue dita che affondano nella carne dei miei glutei. Mi sculaccia, mordendomi il lobo dell’orecchio, mentre io continuo a mugolare rovesciando gli occhi all’indietro, completamente in balia dei suoi instancabili affondi.
Mi scopa, facciamo l’amore e ci accoppiamo, tutte e tre le cose insieme, contemporaneamente.
«Avete con voi l’oggetto su cui volete lavorare? Potete metterlo sul tavolo, così gli darò un’occhiata e dal prossimo incontro potremo iniziare a prepararlo.»
La cordialissima docente interrompe bruscamente le mie fantasticherie, costringendomi ad afferrare la borsa e recuperare la tazzina, compiacendomi di non averla dimenticata sul comodino, su cui l’avevo poggiata proprio per risparmiarmi la gaffe, ma l’ennesimo pensiero inopportuno rapidamente mi coglie.
Sono seduta su questo spazioso tavolo in legno grezzo, un raggio di sole arancione attraversa la mia figura, insinuandosi fra i seni, che sto liberando dall’impiccio del tessuto, sbottonandomi lentamente l’abito e lasciandolo scivolare sulle braccia, regalando a lui l’immagine della mia nudità che si disvela poco a poco.
Il collo, le clavicole, le spalle, la pelle che s’increspa, esposta all’aria fresca ed agli ardenti occhi. Un bottone dopo l’altro, con l’abito ormai abbassato sino alla vita. I seni che si sollevano ritmicamente, con il respiro.
Le gambe sono aperte, le cosce dischiuse, benché ancora coperte dall’abito. Mi piace mostrarmi così a lui, che mi osserva, rapace, lasciandomi fare.
Voglio mostrargli le mie mutandine, fargli vedere quanto sono bagnate e poi scostarle lentamente, per raggiungere con le dita il mio sesso, affondarci dentro e poi assaggiare il mio sapore, leccando e succhiandomi le dita bagnate. Poi, gli domanderei se gradirebbe favorire.
A quel punto, lui non riuscirebbe più a trattenersi e si avventerebbe su di me, sollevandomi e mettendomi a pancia in giù sul tavolo. I seni premuti sulla superficie ruvida, le sue dita che armeggiano rapide sotto di me, per agevolare il suo ingresso, rude e frenetico. Ha in pugno la mia chioma, i suoi lombi sbattono forte sulle mie natiche mentre emette una serie sconnessa di incontrollabili suoni gutturali, che sembra abbiano origine direttamente dai suoi corpi cavernosi, attraversando, facendolo fremere, sudare e smaniare senza ritegno, mentre mi apostrofa con appellativi degni del più disdicevole genere di turpiloquio, inframmezzati a parole d’amore.
Un caos, assenza di regole, un tramestio concitato.
Riempimi tutta.
«Ma… Dai, non ci credo! È la stessa tazzina?!»
Basta, smettetela di interrompermi! Proprio tu, poi, che nel mio universo parallelo mi stavi scopando così bene!
D’accordo, devo ridestarmi per l’ennesima volta.
Mi volto verso quest’estraneo che ho accanto e che nel corso degli ultimi minuti è stato l’ignaro protagonista di una serie rimarchevole di sconcezze immaginarie, prestando attenzione a quel che ha da dirmi.
Mi sorride con entusiasmo, indicando le due tazzine poggiate sul tavolo che, effettivamente, sono identiche.
Una curiosa coincidenza, non c’è che dire.
Specie considerando il fatto che la mia proviene da uno dei servizi che la nonna conservava nella casa di campagna, cui sono particolarmente affezionata per via dei ricordi dei pomeriggi che trascorrevo in sua compagnia, divertendomi a sorbire un tè all’inglese e, soprattutto, rimpinzandomi di bignè e tartellette alla frutta. Se chiudo gli occhi, riesco ancora a sentire lo zucchero dei pasticcini che mi si scioglie in bocca, proprio sulla punta della lingua.
«Dimmi, da dove proviene?» domando, indicando la tazza con un lieve cenno del capo.
«L’ho trovata nel negozio di un amico che fa l’antiquario. Non so nemmeno perché l’ho comprata, a dire il vero, siccome è rimasta chiusa in una credenza per qualche tempo. Non l’ho mai usata. La tua, invece?»
«Si tratta di un ricordo d’infanzia.» rispondo, abbassando lo sguardo.
«E perché hai scelto di portarla qui, farla a pezzi e poi ricomporla?»
«Per la proprietà transitiva.»
«Lo facciamo insieme?»
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