Terapeutico. Imprevisto. Primordiale.
di
Sibyl
genere
etero
«Buon pomeriggio, scusi il ritardo!» disse, trafelato, varcando la soglia dello studio.
Doveva aver fatto le scale di corsa, pensò lei, notando il fiato corto e la fronte leggermente imperlata di sudore.
«Non si preoccupi, Riccardo. Sono solamente cinque minuti e so bene quanto sia arduo trovare parcheggio, da queste parti.» rispose, con calma e sorridendo appena.
«Prego, s’accomodi.»
Quel giorno, inaspettatamente, scelse il divano.
Durante gli appuntamenti precedenti si era sempre seduto di fronte alla scrivania di lei, dopo aver accuratamente ripiegato il soprabito, poggiandolo sulla seggiola accanto, sulla quale metteva anche l’inseparabile ventiquattrore.
La corsa che aveva fatto su per le scale sino al settimo piano lo aveva distratto, sottraendogli un po’ del suo rigore e si sorprese, accorgendosi di essere ormai sul divanetto dello studio, che faceva sempre in modo di evitare.
Tuttavia, a quel punto non avrebbe certo potuto dirle di voler cambiare posto. Che razza di figura avrebbe fatto?
«Mi dica, com’è andata la settimana?»
La voce sottile lo riportò alla realtà, mentre lui cercava di trovare una scusa plausibile per non dover trascorrere i cinquanta minuti successivi su quel divano infernale.
Detestava l’idea che non vi fosse tra loro un oggetto abbastanza ingombrante da rappresentare un inequivocabile ostacolo, un chiaro, tangibile, elemento di separazione.
Ormai, però, lei stava alzandosi dalla sedia, per raggiungerlo.
Si sarebbe certamente accomodata sulla poltrona lì di fronte.
Vicina. Troppo vicina.
Esposta. Esposto.
Evitò di guardarla, rispondendo che la settimana era stata frenetica, come di consueto. Era appena tornato dall’ennesimo viaggio in Medioriente, disse, fingendo di osservare i volumi sulla libreria.
Alcuni li conosceva. Altri sembravano interessanti. Altri ancora avevano l’aria di essere noiosi da morire, i tipici tomi accademici che tocca sorbirsi all’università e che solo i secchioni apprezzano. Insomma, quelli come lui.
Chissà com’era stata lei, quando studiava.
Chissà se lo avrebbe notato, se si fossero ritrovati nella stessa aula.
Lui sì, era certo che l’avrebbe notata eccome.
Raccontava sommariamente del viaggio di lavoro appena concluso, ancora fintamente rapito dalla selezione sugli scaffali, quando finalmente decise di voltarsi, anche se non gli sarebbe affatto dispiaciuto fingere un improvviso torcicollo fulminante e rimanere a guardare i libri, anziché lei.
Quando si voltò, con la migliore delle sue espressioni di presunta nonchalance, finalmente pronto a sostenere quell’imprevista vicinanza, si ritrovò a fissare la poltrona vuota.
Lei era ancora dietro la scrivania.
Scostava la tenda, per chiudere la finestra.
La tiepida luce del pomeriggio filtrava attraverso la trama sottile del tendaggio, illuminandole il viso, che era di tre quarti, come se anche il sole stesso volesse accarezzarla.
Si domandò se lei fosse consapevole della grazia di ogni suo gesto e, soprattutto, dell’effetto che aveva su di lui.
«Chiudo la finestra, se non le spiace. Tra qualche minuto i bambini della scuola dell’infanzia che c’è qui accanto saranno in cortile e tendono ad essere piuttosto vivaci.»
Sorrise.
Era un sorriso sincero, gioioso, pensò lui. Dovevano piacerle i bambini. Lui quasi li detestava.
Lui annuì.
Lei, con calma, raggiunse infine la poltrona.
«Ha provato gli esercizi respirazione di cui parlavamo la volta scorsa?»
«Sì. Ho anche portato con me il diario.»
«Molto bene. Le è stato utile? Le andrebbe di condividere qualche passaggio significativo?»
«Sì, certo. Ne ho segnati un paio di cui vorrei discutere con lei.»
Si voltò per cercare il taccuino nella valigetta, che giaceva lì accanto insieme al soprabito, quando il profumo di lei giunse inaspettatamente a solleticargli le narici.
Un brivido prese possesso della sua colonna vertebrale, percorrendogli la schiena e raggiungendo il cervello, dove s’insinuò, subdolo, artigliandogli la mente.
Mandarino, pensò. E qualcosa di dolce, ma non stucchevole. Sapeva di buono, era succoso, sapeva di sole. Vide Creta, poi Istanbul, Kyoto e infine lei, che appariva dalla spuma del mare come fosse Teti, vestita solo di arabeschi disegnati dai flutti che l’avvolgevano.
Percepì il battito accelerare, il petto tendersi al di sotto della camicia. Dovette, approfittando dei movimenti necessari a recuperare il diario nella ventiquattrore, spostarsi leggermente sul divano, per nascondere la sua erezione alla vista di lei.
Era, del resto, proprio quella una delle ragioni per cui aveva sempre evitato il divano. La scrivania gli permetteva di celare agevolmente gli imprevisti della conversazione.
Lei, lo osservava.
Non era ancora riuscita a decifrare completamente quell’uomo, che da quasi due mesi frequentava lo studio con cadenza inappuntabile.
L’aveva contattata dicendo di aver avuto un attacco di panico mentre si trovava in mare aperto e di voler, dunque, fare un percorso terapeutico per gestire l’accaduto.
Così, pochi giorni dopo, si era presentato, puntualissimo, al primo appuntamento.
Completo sartoriale, al polso un orologio di prestigio che si faceva notare senza far chiasso, calzature inglesi ed una ventiquattrore in pelle piuttosto sgualcita. Forse, una sorta di coperta di Linus, per lui.
S’intuiva immediatamente che si trattava di un uomo avvezzo a recitare un certo ruolo.
Elegante, quasi austero, sembrava impeccabile. Non c’era dettaglio che fosse lasciato al caso. La barba meticolosamente curata, i pochi accessori scelti con estrema cura, i gesti misurati, le parole ponderate con attenzione.
Aveva 37 anni, single, nato all’estero, era tornato a vivere in Italia da poco più di un anno.
Trascorreva buona parte del suo tempo in viaggio, per affari. La sua vita privata, stando a quel che le aveva raccontato, consisteva in sporadici rapporti superficiali con la famiglia d’origine, composta dalla madre ed un fratello minore, e da una lunga serie di relazioni di breve durata, che collezionava con leggerezza.
Amava l’avventura e lo sport era per lui quasi una religione. Non avrebbe mai rinunciato alla corsa mattutina o alla sessione di boxe e buona parte del suo (poco) tempo libero era dedicata alle più disparate discipline sportive estreme.
Diceva che l’arrampicata libera lo aveva forgiato e, in effetti, anche le sue mani lo raccontavano, tanto che sembrava quasi appartenessero alla roccia, oltre che al suo corpo. La pelle, segnata da numerose cicatrici sottili, appariva incisa come fosse una mappa, su cui le salite e le cadute evitate erano state indelebilmente cesellate.
Mani aspre, ma pazienti, che avevano imparato a sospendere il peso del mondo su pochi centimetri di superficie.
Mani che sembravano capaci di sentire ciò che altri non vedono e che portano con sé la vertigine delle altezze.
Stava osservando le mani di lui, poggiate sulla copertina del taccuino che era ancora chiuso sulle sue ginocchia, quando raggiunse la poltrona.
Si sedette, sistemando la gonna affinché non si sgualcisse, ed incrociò le caviglie lateralmente.
Spostò con l’anulare della mano destra una ciocca di capelli che, ribelle, proprio non voleva saperne di rimanere al proprio posto.
Aveva raccolto i lunghi capelli castani in uno chignon improvvisato, poco prima che lui arrivasse, adoperando una penna per tenerli a bada. Quel pomeriggio la temperatura era particolarmente gradevole e lei aveva voglia di sentire sul collo il tepore primaverile che giungeva dalla finestra soleggiata dello studio.
Il chiasso dei bambini, proveniente dal cortile, seppur ovattato, riempiva la stanza di colore.
Notò che lui ne era infastidito, incapace di controllare il movimento di un sopracciglio, che si sollevò imperioso quando il vociare li raggiunse.
«Mi diceva di voler condividere alcuni passaggi della settimana scorsa. È accaduto qualcosa in particolare?» gli domandò, scuotendolo dal momentaneo fastidio.
«Sì… Sì, in effetti volevo discutere di una riflessione che ho fatto qualche giorno fa. Credo di aver avuto un principio di attacco di panico, che però ho gestito… Ecco, ho segnato un paio di appunti che vorrei chiarire…» rispose, sfogliando rapidamente le pagine, dopo aver umettato l’indice.
Aveva, sul volto, un’espressione concentrata e risoluta. Le sopracciglia aggrottate mettevano in evidenza qualche ruga sulla fronte e le spalle si sollevavano appena, ritmicamente, seguendo il suo respiro.
Trovò la pagina di cui era in cerca e, dopo averla rapidamente percorsa con lo sguardo, per rinfrescare la memoria sull’accaduto di cui voleva discutere, annuendo lievemente, sollevò lo sguardo su di lei.
Ed avvampò.
Lei, naturalmente, si accorse del repentino cambio d’espressione sul suo volto, che rivelava un inequivocabile imbarazzo e, non comprendendone le ragioni, gli rivolse un interrogativo, domandandogli con delicatezza se andasse tutto bene.
«Sì, bene.» rispose lui, dimenticandosi del diario e stringendo le dita sulle ginocchia, tanto da farne impallidire le nocche, nel vano tentativo di tenere a bada quel che gli stava ribollendo dentro.
Abbassò lo sguardo. Inspirò. Espirò.
Lei suppose che si trattasse di un attacco di panico.
Il respiro di lui era visibilmente accelerato, il volto paonazzo ed era evidente che stesse cercando di gestire la risposta fisiologica del suo corpo.
Così, si spostò leggermente, protendendosi in avanti sulla poltrona, in modo da lasciargli intendere la sua vicinanza, pur mantenendo il distacco necessario a non invadere il suo spazio.
Il movimento di lei gli fu fatale. Il suo profumo, nuovamente, lo attraversò da capo a piedi, facendolo fremere. Questa volta, visibilmente.
Una nuova nota si era aggiunta al bouquet della fragranza di lei, rendendogli impossibile dissimulare l’imbarazzo e l’eccitazione.
Lei comprese che stava succedendo qualcosa, pur non riuscendo a spiegarsi l’accaduto di quegli ultimi brevi istanti.
Stava rapidamente raccogliendo le idee, stabilendo quale fosse l’opzione migliore per gestire l’imprevisto frangente, quando si accorse dell’ormai familiare, seppur inattesa, sensazione.
Abbassò lo sguardo.
La morbida, vaporosa camicetta in seta che aveva indossato quella mattina, ora aderiva perfettamente al suo seno destro, rivelando senza indugi i dettagli della lingerie.
Il ramage in pizzo ton sur ton con la blusa non celava affatto, anzi accentuava la curva del capezzolo, che svettava gonfio e grondante.
Il suo latte aveva inzuppato la camicetta, appiccicandola al seno come fosse null’altro che un ulteriore, sottile strato di pelle.
Le gote le si fecero di fuoco e scattò in piedi, precipitandosi alla sedia della scrivania. Afferrò la stola poggiata sullo schienale ed immediatamente l’avvolse attorno alle spalle, coprendo il seno.
Stringeva il tessuto con decisone, come per accertarsi d’aver posto rimedio all’imbarazzante incidente.
«Mi scusi per l’inconveniente, Riccardo. Possiamo proseguire, se vuole.»
«Sì, certo. Scusi lei, non volevo metterla a disagio.» rispose, sollevando lo sguardo su di lei, che era nuovamente in piedi, accanto alla scrivania.
Il rossore sul viso tradiva il fatto che l’imbarazzo non fosse ancora svanito e le dita strette sulla stola rivelavano il suo nervosismo, benché la voce fosse controllata ed apparentemente calma.
Lui la guardava, mentre una lunga serie di interrogativi gli affollava disordinatamente i pensieri.
Non immaginava che lei avesse dei figli.
Perché non ci aveva pensato?
Forse, la sua figura sottile, oppure la freschezza di lei lo avevano tratto in inganno? Eppure, aveva trentatré anni e lui lo sapeva perché aveva letto con attenzione il suo curriculum, per cui era statisticamente plausibile che potesse avere una famiglia.
Non era sposata, però. Non indossava la fede e non era un chirurgo, dunque era improbabile che non la portasse per ragioni professionali.
Chissà quanti figli aveva? Di certo, stava ancora allattandone uno.
L’immaginò.
Vide il seno di lei. Scoperto, esposto, offerto, caldo, invitante. Il suo latte, denso ed abbondante. I capezzoli turgidi, gonfi, dolenti.
La vide nuda, avanzare verso di lui, chiamando il suo nome, i seni imperlati di lattea rugiada che le scendeva sul ventre, ricamando sul suo corpo una dolce, primordiale, irresistibile trama.
L’avrebbe presa, avvolta fra le braccia, sollevata e condotta su un giaciglio regale, dove l’avrebbe fatta sua per un tempo lunghissimo, interminabile, in ogni modo possibile.
Avrebbe avidamente leccato ogni goccia di quel latte dal suo corpo, risalendo lentamente dalle caviglie verso il suo sesso.
Lì, avrebbe succhiato dalla sottile peluria sul pube il nettare dei suoi seni mescolato ai suoi dolcissimi, inebrianti umori. L’avrebbe accarezzata come si fa con le cose preziose. Le avrebbe strappato brividi e sospiri, percorrendo con la punta delle dita le curve del suo corpo, solleticandola appena. Avrebbe goduto del calore della sua pelle morbida, della serica trama del suo candido incarnato, sentendolo sotto le dita, stringendola appena, serrando le sue mani su di lei.
Avrebbe, infine, raggiunto quegli irresistibili, ipnotici seni succosi, avventandosi su di essi per nutrirsi di lei. Avrebbe leccato i capezzoli con tenerezza, disegnando con la lingua il perimetro delle sue areole per poi stringersi a poco a poco attorno ai suoi sensibilissimi, piccoli, incandescenti, svettanti lembi di pelle, succhiandoli con ardore.
Avrebbe sentito la bocca riempirsi del suo latte, caldo, nutriente, primordiale. Si sarebbe ubriacato di lei, per poi addormentarsi sui suoi seni, ebbro ed appagato come mai prima.
L’avrebbe amata, ne era certo.
Lei, statica, accanto alla scrivania, stretta nella stola, rimase pressoché immobile per qualche istante, tentando di lasciarsi definitivamente alle spalle la sgradevole sensazione dell’increscioso incidente.
Era sinceramente dispiaciuta di aver messo in imbarazzo Riccardo e profondamente seccata per via della totale mancanza di professionalità che aveva involontariamente mostrato.
La rigidità del corpo raccontava tutto il suo disagio. Caviglie incrociate, le gambe poste una dinanzi all’altra, braccia serrate.
Comprese d’aver bisogno di sciogliersi almeno un po’ e di lasciar andare l’accaduto.
Così, si appoggiò alla scrivania, che la sostenne mentre scioglieva leggermente le spalle, accompagnando il movimento del collo con una leggera carezza che dalla clavicola risalì sino all’orecchio sinistro.
La mano destra, però, continuava a stringere saldamente la stola sul petto.
Lui la osservava, notando le espressioni di lei.
Le labbra serrate si stavano a poco a poco ammorbidendo, il petto si gonfiava per prendere un respiro profondo mentre lei si appoggiava alla scrivania.
Pensò che avrebbe voluto essere lui il suo piano d’appoggio, per poter sentire i suoi glutei accomodarsi e sorreggerla.
Il tessuto della gonna si tese, mentre lei distendeva un poco le gambe svelando qualche centimetro in più di quelle meravigliose cosce, seminascoste dallo spacco della longuette.
Chissà se le sue mutandine erano abbinate al reggiseno, si chiese lui.
Chissà se anche quelle si erano accidentalmente inumidite.
Lei socchiuse gli occhi per un momento, portando la mano sinistra sulla clavicola.
Desiderò di spogliarla, di strapparle via i vestiti, metterla sulla scrivania, divaricarle le cosce e gettarsi famelico su di lei, possedendola sino a farla urlare di disperato piacere.
«Dunque, che cosa stava leggendo? Un frangente di cui voleva discutere, suppongo. Ha avuto altri episodi di panico?» disse lei, quasi con un sospiro. Una strana cadenza, insolita, che tradiva stanchezza.
La risposta di lui si fece attendere.
Un silenzio scomodo s’impossessò dello studio.
Il tempo rimase sospeso, come fosse una crepa di cui non si conoscono evoluzione ed esito. Forse, un banale, impercettibile segno su di una immensa parete. Oppure, invece, il principio di un crepaccio dal quale sarebbe impossibile, impensabile riemergere.
Lei avrebbe voluto poter riavvolgere il nastro di quell’appuntamento e riportarlo a pochi istanti prima dell’ingresso di lui. Ovviamente, avrebbe indossato la stola.
Già che c’era, avrebbe anche fissato con una forcina quella ciocca di capelli che continuava a sfuggirle. Che sciocchezza, pensò, preoccuparsi di una ciocca indisciplinata.
Lui, invece, non avrebbe potuto chiedere di meglio rispetto a quanto era accaduto. Il dilemma, però, era come procedere.
Il fato, il caso, la sua buona stella o chissà quale inconcepibile allineamento astrale gli aveva concesso un’occasione che in altre circostanze non si sarebbe certo lasciato sfuggire. Anzi, a ben pensarci, non era del tutto sicuro di come avrebbe reagito, se una simile condizione si fosse verificata altrove. O, piuttosto, se la protagonista fosse stata un’altra donna.
L’effetto che il suo seno gocciolante gli aveva procurato era per lui qualcosa di nuovo ed inatteso. Certo, apprezzava enormemente le grazie femminili, tuttavia non aveva mai fantasticato su seni gonfi di latte materno. Trovava che l’idea fosse riconducibile ad un quadro di tenerezza, piuttosto che di eccitazione. Dunque, era perché si trattava di lei? Oppure si era risvegliato in lui un ancestrale bisogno che sino a quel momento non conosceva?
Ripensò alla sua ultima amante, un’avvenente orientale dagli occhi ardenti di passione. Era sinuosa ed elegante, come piaceva a lui. L’immaginò con il seno turgido ed i capezzoli umidi di latte. E la cosa non sortì alcun effetto su di lui. Provò a pensare di leccarla e, ancora, la cosa lo lasciò indifferente.
Tradusse, poi, la medesima immagine su di lei. Immediatamente, il suo corpo reagì e lui ebbe la sua risposta.
Ebbe l’impressione che la mente gli si fosse fatta leggera ed inspirò a pieni polmoni, come era solito fare quando raggiungeva la vetta dopo una faticosa salita.
In silenzio, si alzò, guardando lei negli occhi.
Si accorse di averla colta di sorpresa, perché lei indietreggiò istintivamente, ritraendosi di qualche centimetro, prima di scostarsi dalla scrivania e mettersi nuovamente in piedi, questa volta con le braccia conserte, mentre lui avanzava nella sua direzione, coprendo in pochi passi la distanza che li separava.
«Preferisce spostarsi alla scrivania?» gli disse, voltandosi e dandogli le spalle, per raggiungere la sedia sul lato opposto del tavolo.
«Prego, si accomodi… In effetti, eravamo soliti sedere qui, le altre volte. Cambiare setting può essere utile, ma talvolta… beh, non sempre lo è.»
Stava farfugliando, accidenti. Stava sproloquiando una serie di sciocchezze senza senso, giusto perché lui non intendesse di averla colta di sorpresa e destabilizzata.
D’improvviso, un calore sconosciuto s’impossessò del suo polso, che lui stava avvolgendo con una presa sicura.
Lei si voltò, senza sapere come comportarsi.
Conosceva la teoria, sapeva come avrebbe potuto e dovuto agire qualora un paziente avesse tentato di valicare il limite dello spazio personale, ma non si era mai trovata in quella circostanza e, soprattutto, in quel contesto, con quell’uomo.
Sentì che le ginocchia si erano improvvisamente fatte fragili, come se si rifiutassero di collaborare e quel lieve vacillare la sbilanciò appena. Prima che l’incertezza potesse raggiungere anche le caviglie, però, lui le si fece accanto, poggiandole l’altra mano sulla schiena, con delicatezza. Ora, quel gesto, pur essendo inopportuno date le circostanze, le comunicava calore anziché procurarle disagio.
Fu allora che lo guardò, decisa a riprendere il controllo della situazione.
Lui la sovrastava in altezza di almeno quindici centimetri e le sue spalle imponenti rendevano la figura ancor più incombente.
Si sentì piccola, pur non essendo affatto abituata a quella sensazione, dato il suo metro e settantasette che, di norma, la rendeva tutt’altro che insignificante.
Sentiva il suo respiro, così vicino da scostarle i capelli quando lui espirava.
Le sembrava persino di poter intuire il ritmo delle sue pulsazioni o forse, verosimilmente, era il battito accelerato di lei a riecheggiarle fra le tempie.
Alle narici, giungeva profumo di legni, spezie e lino fresco insieme ad una nota più pungente e profonda, che quasi la stordiva, conducendola là dove lui era stato.
Sorgeva, verde come il muschio intriso di rugiada che si colora d’aurora al levar del sole e tramontava, oscuro come una notte priva di stelle e di ombre, nero, denso inchiostro in cui sprofondare.
Gli occhi di lei si posarono su quelli di lui. Una celeste marea che s’infrange su un’altura verdeggiante.
Dischiuse le labbra, benché fosse incerta sulle parole da pronunciare, ma lui le impedì di dar voce ai pensieri, avvolgendola in un bacio che le tolse persino il respiro.
La lingua di lui la cercava avidamente, mentre le labbra suggevano le sue. Le dita le strinsero il polso sino a farle male, afferrandola con foga. Lui l’attirava a sé con impetuoso ardore.
Lei si ritrovò smarrita, completamente travolta da un bacio che non si aspettava e che le procurava vertigini sconosciute. Non si era mai sentita in quel modo, pur avendolo lungamente bramato.
Il vorticare della lingua di lui, la sua fame insaziabile, la stretta in cui la serrava erano un’irresistibile morsa alla quale non sarebbe riuscita ad opporsi e da cui, soprattutto, non voleva fuggire.
Si abbandonò a quel bacio, così intenso e travolgente da sembrarle surreale.
Era davvero nel suo studio, come qualunque altro giorno? Era davvero lei, la donna che stava lasciandosi avvinghiare da un paziente, contravvenendo del tutto alla professionalità ed al rigore che le erano richiesti? Lei, che aveva sempre fatto della propria irreprensibilità un vanto, aggrappandosi al senso di sicurezza che ne derivava, stava ora barcollando fra le braccia di lui. Stava facendosi leccare avidamente le labbra, mentre le sue mani ora le afferravano saldamente la vita. Il cuore le batteva nel petto come in preda al ritmo forsennato di un rituale sciamanico ed il suo corpo rispondeva senza freni all’incalzante arrembaggio di lui.
Percepiva distintamente l’eccitazione crescere, inumidendole l’inguine senza pudore e bramando le attenzioni dell’uomo che la teneva fra le braccia.
Una parte di lei avrebbe desiderato che lui la possedesse in quello stesso istante, liberandola brutalmente dall’impiccio degli abiti, per insinuarsi in lei senza domandare il permesso. Avrebbe incrociato le caviglie dietro la sua schiena, mentre lui affondava nel suo sesso fradicio, riempiendola selvaggiamente. Avrebbe soffocato i propri gemiti aggrappandosi a lui, affondando il naso nell’incavo fra il suo collo e la clavicola, lo avrebbe morso, accertandosi di lasciare su di lui la traccia di quell’amplesso furioso, un’atavica danza del corpo e dell’anima, in cui i confini dell’una e dell’altro si fondono sino a divenire un tutt’uno.
Si sarebbe smarrita, vagando eternamente in lui, percorrendo ogni frammento del suo corpo e del suo spirito, mai sazia.
«Ti desidero, ti desiderò follemente, sin dalla prima volta in cui ti ho incontrata.»
La voce calda e profonda di lui le solleticava il lobo dell’orecchio, ridestandola dalle lunghe, seducenti suggestioni alle quali si era abbandonata durante il bacio con cui le aveva rapito la mente.
Non riuscì a trovare le parole per rispondergli. Tentava di riordinare i pensieri, di ricomporsi, ma le mani di lui continuavano a stringerla, accarezzandola con ardore.
Sentiva quanto la desiderasse, il modo in cui le sue dita volevano affondare in lei sembrava bramare di potersi insinuare ben oltre la superficie, ben oltre le sue carni.
Sospirò, affamata d’aria e di un appiglio a cui potersi aggrappare per non precipitare ancora in lui. Dovette afferrare la sua camicia, nel tentativo di ritrovare l’equilibrio. Le girava la testa, anzi il mondo intero sembrava aver completamente perso il proprio asse, vorticando rovinosamente.
«Non… Non ho resistito. Non ho saputo controllarmi. Ti chiedo scusa. Non so che cosa mi sia preso.»
La sua voce era mutata incredibilmente.
Ora, Riccardo stava lentamente indietreggiando, scuotendo la testa. Lo sguardo rivolto al pavimento, aveva abbandonato i fianchi di lei ed una mano s’insinuava fra i suoi capelli scuri, scompigliandoli disordinatamente, come se tentasse di trovare un una spiegazione facendola uscire dalla mente, messa a soqquadro con una strigliata sul capo.
Gli ci volle qualche istante, prima di riuscire a sollevare nuovamente il volto e guardarla.
Lei era rimasta in silenzio.
Non aveva risposto, non aveva annuito, neppure un cenno era trapelato, che fosse d’assenso o disapprovazione.
Quando posò lo sguardo su di lei, era visibilmente scossa.
I capelli ora le ricadevano in parte sul viso, disordinati. Qualche ciocca sulle spalle, sfuggita al suo chignon. La stola giaceva a terra, lì accanto. La camicetta stropicciata e ben più intrisa del suol latte di quanto lo fosse pochi minuti prima. Il seno si sollevava rapidamente, increspando il delicato tessuto al ritmo concitato del suo respiro. Il suo profumo saturava la stanza.
Portò le mani sui fianchi per un istante, come se volesse sincerarsi di essere ancora lì, di essere ancora se stessa, riconoscendo quelle curve come proprie.
Poi, la mano destra raggiunse il viso e si coprì la bocca per un momento.
Inspirò, chiuse gli occhi ed infine li posò su di lui.
Era bello, incredibilmente bello.
Quei suoi occhi profondi e velati da un accenno di malinconia l’avevano colpita sin dal primo incontro. Ricordò di aver avuto l’impressione di poter navigare eternamente in quel mare cristallino, ricacciando immediatamente indietro il pensiero ed archiviandolo fra le cose che non si sarebbe concessa, che l’avrebbero inutilmente distratta.
«Perché mi desideri?» gli domandò.
Il fatto che lei stesse interrogandolo lo colse di sorpresa. Non si aspettava una domanda, bensì piuttosto una reprimenda o magari una frase di circostanza per archiviare l’accaduto ed accomiatarsi. Ma no, non aveva osato sperare in una domanda.
«Perché non ho mai incontrato qualcuno come te. E neppure qualcuno che mi facesse l’effetto che mi fai tu. Sotto ogni aspetto, peraltro.»
Lei si soffermò a riflettere per un istante. Benché fosse del tutto scombussolata, doveva almeno dedicare qualche momento ad una riflessione che fosse vagamente degna d’essere definita tale.
Lui non avrebbe avuto ragione di sedurla allo scopo di collezionare l’ennesimo trofeo. Ne aveva di certo innumerevoli, d’ogni foggia e costume. E se quello fosse stato il suo scopo avrebbe agito in maniera più subdola e calcolata, tentando di insinuarsi a poco a poco per valicare i suoi confini, cosa che non era mai accaduta. Gli appuntamenti erano sempre stati professionali, rigorosi, deontologicamente impeccabili.
Invece, quel giorno lui aveva inequivocabilmente agito senza premeditazione, realizzando poi di aver superato il limite del consentito ed ora appariva sinceramente turbato.
La sua risposta, inoltre, per quanto certamente teatrale in termini di contenuto, sembrava sincera. L’aveva pronunciata con consapevolezza. Era qualcosa su cui aveva riflettuto.
La curiosità di lei si lasciò condurre in esplorazione, fantasticando fra sé e sé circa i pensieri che lui poteva avere avuto sul suo conto.
Chissà se pensava a lei, quando un’altra donna giaceva al suo fianco in un hotel all’altro capo del mondo.
Chissà se gli era capitato di domandarsi che cosa lei stesse facendo, mentre gestiva una trattativa complessa.
Chissà se il pensiero di lei lo turbava o lo rasserenava.
Chissà come sarebbe stato sentirlo entrare in lei. Tutto. Tutto dentro, sino a riversarsi totalmente in lei, riempiendola del suo vigore.
Avrebbe potuto continuare a domandarselo, oppure avrebbe potuto confinare il pensiero di lui nel più remoto angolo della propria mente, anche se sapeva, stabilendo di non venir meno al principio di onestà nei confronti di se stessa, che non sarebbe stato così semplice.
Oppure, avrebbe potuto scoprire che cosa avrebbe provato, abbandonandosi a lui.
«Al diavolo…!» mormorò.
E gli occhi di lei furono nei suoi.
Doveva aver fatto le scale di corsa, pensò lei, notando il fiato corto e la fronte leggermente imperlata di sudore.
«Non si preoccupi, Riccardo. Sono solamente cinque minuti e so bene quanto sia arduo trovare parcheggio, da queste parti.» rispose, con calma e sorridendo appena.
«Prego, s’accomodi.»
Quel giorno, inaspettatamente, scelse il divano.
Durante gli appuntamenti precedenti si era sempre seduto di fronte alla scrivania di lei, dopo aver accuratamente ripiegato il soprabito, poggiandolo sulla seggiola accanto, sulla quale metteva anche l’inseparabile ventiquattrore.
La corsa che aveva fatto su per le scale sino al settimo piano lo aveva distratto, sottraendogli un po’ del suo rigore e si sorprese, accorgendosi di essere ormai sul divanetto dello studio, che faceva sempre in modo di evitare.
Tuttavia, a quel punto non avrebbe certo potuto dirle di voler cambiare posto. Che razza di figura avrebbe fatto?
«Mi dica, com’è andata la settimana?»
La voce sottile lo riportò alla realtà, mentre lui cercava di trovare una scusa plausibile per non dover trascorrere i cinquanta minuti successivi su quel divano infernale.
Detestava l’idea che non vi fosse tra loro un oggetto abbastanza ingombrante da rappresentare un inequivocabile ostacolo, un chiaro, tangibile, elemento di separazione.
Ormai, però, lei stava alzandosi dalla sedia, per raggiungerlo.
Si sarebbe certamente accomodata sulla poltrona lì di fronte.
Vicina. Troppo vicina.
Esposta. Esposto.
Evitò di guardarla, rispondendo che la settimana era stata frenetica, come di consueto. Era appena tornato dall’ennesimo viaggio in Medioriente, disse, fingendo di osservare i volumi sulla libreria.
Alcuni li conosceva. Altri sembravano interessanti. Altri ancora avevano l’aria di essere noiosi da morire, i tipici tomi accademici che tocca sorbirsi all’università e che solo i secchioni apprezzano. Insomma, quelli come lui.
Chissà com’era stata lei, quando studiava.
Chissà se lo avrebbe notato, se si fossero ritrovati nella stessa aula.
Lui sì, era certo che l’avrebbe notata eccome.
Raccontava sommariamente del viaggio di lavoro appena concluso, ancora fintamente rapito dalla selezione sugli scaffali, quando finalmente decise di voltarsi, anche se non gli sarebbe affatto dispiaciuto fingere un improvviso torcicollo fulminante e rimanere a guardare i libri, anziché lei.
Quando si voltò, con la migliore delle sue espressioni di presunta nonchalance, finalmente pronto a sostenere quell’imprevista vicinanza, si ritrovò a fissare la poltrona vuota.
Lei era ancora dietro la scrivania.
Scostava la tenda, per chiudere la finestra.
La tiepida luce del pomeriggio filtrava attraverso la trama sottile del tendaggio, illuminandole il viso, che era di tre quarti, come se anche il sole stesso volesse accarezzarla.
Si domandò se lei fosse consapevole della grazia di ogni suo gesto e, soprattutto, dell’effetto che aveva su di lui.
«Chiudo la finestra, se non le spiace. Tra qualche minuto i bambini della scuola dell’infanzia che c’è qui accanto saranno in cortile e tendono ad essere piuttosto vivaci.»
Sorrise.
Era un sorriso sincero, gioioso, pensò lui. Dovevano piacerle i bambini. Lui quasi li detestava.
Lui annuì.
Lei, con calma, raggiunse infine la poltrona.
«Ha provato gli esercizi respirazione di cui parlavamo la volta scorsa?»
«Sì. Ho anche portato con me il diario.»
«Molto bene. Le è stato utile? Le andrebbe di condividere qualche passaggio significativo?»
«Sì, certo. Ne ho segnati un paio di cui vorrei discutere con lei.»
Si voltò per cercare il taccuino nella valigetta, che giaceva lì accanto insieme al soprabito, quando il profumo di lei giunse inaspettatamente a solleticargli le narici.
Un brivido prese possesso della sua colonna vertebrale, percorrendogli la schiena e raggiungendo il cervello, dove s’insinuò, subdolo, artigliandogli la mente.
Mandarino, pensò. E qualcosa di dolce, ma non stucchevole. Sapeva di buono, era succoso, sapeva di sole. Vide Creta, poi Istanbul, Kyoto e infine lei, che appariva dalla spuma del mare come fosse Teti, vestita solo di arabeschi disegnati dai flutti che l’avvolgevano.
Percepì il battito accelerare, il petto tendersi al di sotto della camicia. Dovette, approfittando dei movimenti necessari a recuperare il diario nella ventiquattrore, spostarsi leggermente sul divano, per nascondere la sua erezione alla vista di lei.
Era, del resto, proprio quella una delle ragioni per cui aveva sempre evitato il divano. La scrivania gli permetteva di celare agevolmente gli imprevisti della conversazione.
Lei, lo osservava.
Non era ancora riuscita a decifrare completamente quell’uomo, che da quasi due mesi frequentava lo studio con cadenza inappuntabile.
L’aveva contattata dicendo di aver avuto un attacco di panico mentre si trovava in mare aperto e di voler, dunque, fare un percorso terapeutico per gestire l’accaduto.
Così, pochi giorni dopo, si era presentato, puntualissimo, al primo appuntamento.
Completo sartoriale, al polso un orologio di prestigio che si faceva notare senza far chiasso, calzature inglesi ed una ventiquattrore in pelle piuttosto sgualcita. Forse, una sorta di coperta di Linus, per lui.
S’intuiva immediatamente che si trattava di un uomo avvezzo a recitare un certo ruolo.
Elegante, quasi austero, sembrava impeccabile. Non c’era dettaglio che fosse lasciato al caso. La barba meticolosamente curata, i pochi accessori scelti con estrema cura, i gesti misurati, le parole ponderate con attenzione.
Aveva 37 anni, single, nato all’estero, era tornato a vivere in Italia da poco più di un anno.
Trascorreva buona parte del suo tempo in viaggio, per affari. La sua vita privata, stando a quel che le aveva raccontato, consisteva in sporadici rapporti superficiali con la famiglia d’origine, composta dalla madre ed un fratello minore, e da una lunga serie di relazioni di breve durata, che collezionava con leggerezza.
Amava l’avventura e lo sport era per lui quasi una religione. Non avrebbe mai rinunciato alla corsa mattutina o alla sessione di boxe e buona parte del suo (poco) tempo libero era dedicata alle più disparate discipline sportive estreme.
Diceva che l’arrampicata libera lo aveva forgiato e, in effetti, anche le sue mani lo raccontavano, tanto che sembrava quasi appartenessero alla roccia, oltre che al suo corpo. La pelle, segnata da numerose cicatrici sottili, appariva incisa come fosse una mappa, su cui le salite e le cadute evitate erano state indelebilmente cesellate.
Mani aspre, ma pazienti, che avevano imparato a sospendere il peso del mondo su pochi centimetri di superficie.
Mani che sembravano capaci di sentire ciò che altri non vedono e che portano con sé la vertigine delle altezze.
Stava osservando le mani di lui, poggiate sulla copertina del taccuino che era ancora chiuso sulle sue ginocchia, quando raggiunse la poltrona.
Si sedette, sistemando la gonna affinché non si sgualcisse, ed incrociò le caviglie lateralmente.
Spostò con l’anulare della mano destra una ciocca di capelli che, ribelle, proprio non voleva saperne di rimanere al proprio posto.
Aveva raccolto i lunghi capelli castani in uno chignon improvvisato, poco prima che lui arrivasse, adoperando una penna per tenerli a bada. Quel pomeriggio la temperatura era particolarmente gradevole e lei aveva voglia di sentire sul collo il tepore primaverile che giungeva dalla finestra soleggiata dello studio.
Il chiasso dei bambini, proveniente dal cortile, seppur ovattato, riempiva la stanza di colore.
Notò che lui ne era infastidito, incapace di controllare il movimento di un sopracciglio, che si sollevò imperioso quando il vociare li raggiunse.
«Mi diceva di voler condividere alcuni passaggi della settimana scorsa. È accaduto qualcosa in particolare?» gli domandò, scuotendolo dal momentaneo fastidio.
«Sì… Sì, in effetti volevo discutere di una riflessione che ho fatto qualche giorno fa. Credo di aver avuto un principio di attacco di panico, che però ho gestito… Ecco, ho segnato un paio di appunti che vorrei chiarire…» rispose, sfogliando rapidamente le pagine, dopo aver umettato l’indice.
Aveva, sul volto, un’espressione concentrata e risoluta. Le sopracciglia aggrottate mettevano in evidenza qualche ruga sulla fronte e le spalle si sollevavano appena, ritmicamente, seguendo il suo respiro.
Trovò la pagina di cui era in cerca e, dopo averla rapidamente percorsa con lo sguardo, per rinfrescare la memoria sull’accaduto di cui voleva discutere, annuendo lievemente, sollevò lo sguardo su di lei.
Ed avvampò.
Lei, naturalmente, si accorse del repentino cambio d’espressione sul suo volto, che rivelava un inequivocabile imbarazzo e, non comprendendone le ragioni, gli rivolse un interrogativo, domandandogli con delicatezza se andasse tutto bene.
«Sì, bene.» rispose lui, dimenticandosi del diario e stringendo le dita sulle ginocchia, tanto da farne impallidire le nocche, nel vano tentativo di tenere a bada quel che gli stava ribollendo dentro.
Abbassò lo sguardo. Inspirò. Espirò.
Lei suppose che si trattasse di un attacco di panico.
Il respiro di lui era visibilmente accelerato, il volto paonazzo ed era evidente che stesse cercando di gestire la risposta fisiologica del suo corpo.
Così, si spostò leggermente, protendendosi in avanti sulla poltrona, in modo da lasciargli intendere la sua vicinanza, pur mantenendo il distacco necessario a non invadere il suo spazio.
Il movimento di lei gli fu fatale. Il suo profumo, nuovamente, lo attraversò da capo a piedi, facendolo fremere. Questa volta, visibilmente.
Una nuova nota si era aggiunta al bouquet della fragranza di lei, rendendogli impossibile dissimulare l’imbarazzo e l’eccitazione.
Lei comprese che stava succedendo qualcosa, pur non riuscendo a spiegarsi l’accaduto di quegli ultimi brevi istanti.
Stava rapidamente raccogliendo le idee, stabilendo quale fosse l’opzione migliore per gestire l’imprevisto frangente, quando si accorse dell’ormai familiare, seppur inattesa, sensazione.
Abbassò lo sguardo.
La morbida, vaporosa camicetta in seta che aveva indossato quella mattina, ora aderiva perfettamente al suo seno destro, rivelando senza indugi i dettagli della lingerie.
Il ramage in pizzo ton sur ton con la blusa non celava affatto, anzi accentuava la curva del capezzolo, che svettava gonfio e grondante.
Il suo latte aveva inzuppato la camicetta, appiccicandola al seno come fosse null’altro che un ulteriore, sottile strato di pelle.
Le gote le si fecero di fuoco e scattò in piedi, precipitandosi alla sedia della scrivania. Afferrò la stola poggiata sullo schienale ed immediatamente l’avvolse attorno alle spalle, coprendo il seno.
Stringeva il tessuto con decisone, come per accertarsi d’aver posto rimedio all’imbarazzante incidente.
«Mi scusi per l’inconveniente, Riccardo. Possiamo proseguire, se vuole.»
«Sì, certo. Scusi lei, non volevo metterla a disagio.» rispose, sollevando lo sguardo su di lei, che era nuovamente in piedi, accanto alla scrivania.
Il rossore sul viso tradiva il fatto che l’imbarazzo non fosse ancora svanito e le dita strette sulla stola rivelavano il suo nervosismo, benché la voce fosse controllata ed apparentemente calma.
Lui la guardava, mentre una lunga serie di interrogativi gli affollava disordinatamente i pensieri.
Non immaginava che lei avesse dei figli.
Perché non ci aveva pensato?
Forse, la sua figura sottile, oppure la freschezza di lei lo avevano tratto in inganno? Eppure, aveva trentatré anni e lui lo sapeva perché aveva letto con attenzione il suo curriculum, per cui era statisticamente plausibile che potesse avere una famiglia.
Non era sposata, però. Non indossava la fede e non era un chirurgo, dunque era improbabile che non la portasse per ragioni professionali.
Chissà quanti figli aveva? Di certo, stava ancora allattandone uno.
L’immaginò.
Vide il seno di lei. Scoperto, esposto, offerto, caldo, invitante. Il suo latte, denso ed abbondante. I capezzoli turgidi, gonfi, dolenti.
La vide nuda, avanzare verso di lui, chiamando il suo nome, i seni imperlati di lattea rugiada che le scendeva sul ventre, ricamando sul suo corpo una dolce, primordiale, irresistibile trama.
L’avrebbe presa, avvolta fra le braccia, sollevata e condotta su un giaciglio regale, dove l’avrebbe fatta sua per un tempo lunghissimo, interminabile, in ogni modo possibile.
Avrebbe avidamente leccato ogni goccia di quel latte dal suo corpo, risalendo lentamente dalle caviglie verso il suo sesso.
Lì, avrebbe succhiato dalla sottile peluria sul pube il nettare dei suoi seni mescolato ai suoi dolcissimi, inebrianti umori. L’avrebbe accarezzata come si fa con le cose preziose. Le avrebbe strappato brividi e sospiri, percorrendo con la punta delle dita le curve del suo corpo, solleticandola appena. Avrebbe goduto del calore della sua pelle morbida, della serica trama del suo candido incarnato, sentendolo sotto le dita, stringendola appena, serrando le sue mani su di lei.
Avrebbe, infine, raggiunto quegli irresistibili, ipnotici seni succosi, avventandosi su di essi per nutrirsi di lei. Avrebbe leccato i capezzoli con tenerezza, disegnando con la lingua il perimetro delle sue areole per poi stringersi a poco a poco attorno ai suoi sensibilissimi, piccoli, incandescenti, svettanti lembi di pelle, succhiandoli con ardore.
Avrebbe sentito la bocca riempirsi del suo latte, caldo, nutriente, primordiale. Si sarebbe ubriacato di lei, per poi addormentarsi sui suoi seni, ebbro ed appagato come mai prima.
L’avrebbe amata, ne era certo.
Lei, statica, accanto alla scrivania, stretta nella stola, rimase pressoché immobile per qualche istante, tentando di lasciarsi definitivamente alle spalle la sgradevole sensazione dell’increscioso incidente.
Era sinceramente dispiaciuta di aver messo in imbarazzo Riccardo e profondamente seccata per via della totale mancanza di professionalità che aveva involontariamente mostrato.
La rigidità del corpo raccontava tutto il suo disagio. Caviglie incrociate, le gambe poste una dinanzi all’altra, braccia serrate.
Comprese d’aver bisogno di sciogliersi almeno un po’ e di lasciar andare l’accaduto.
Così, si appoggiò alla scrivania, che la sostenne mentre scioglieva leggermente le spalle, accompagnando il movimento del collo con una leggera carezza che dalla clavicola risalì sino all’orecchio sinistro.
La mano destra, però, continuava a stringere saldamente la stola sul petto.
Lui la osservava, notando le espressioni di lei.
Le labbra serrate si stavano a poco a poco ammorbidendo, il petto si gonfiava per prendere un respiro profondo mentre lei si appoggiava alla scrivania.
Pensò che avrebbe voluto essere lui il suo piano d’appoggio, per poter sentire i suoi glutei accomodarsi e sorreggerla.
Il tessuto della gonna si tese, mentre lei distendeva un poco le gambe svelando qualche centimetro in più di quelle meravigliose cosce, seminascoste dallo spacco della longuette.
Chissà se le sue mutandine erano abbinate al reggiseno, si chiese lui.
Chissà se anche quelle si erano accidentalmente inumidite.
Lei socchiuse gli occhi per un momento, portando la mano sinistra sulla clavicola.
Desiderò di spogliarla, di strapparle via i vestiti, metterla sulla scrivania, divaricarle le cosce e gettarsi famelico su di lei, possedendola sino a farla urlare di disperato piacere.
«Dunque, che cosa stava leggendo? Un frangente di cui voleva discutere, suppongo. Ha avuto altri episodi di panico?» disse lei, quasi con un sospiro. Una strana cadenza, insolita, che tradiva stanchezza.
La risposta di lui si fece attendere.
Un silenzio scomodo s’impossessò dello studio.
Il tempo rimase sospeso, come fosse una crepa di cui non si conoscono evoluzione ed esito. Forse, un banale, impercettibile segno su di una immensa parete. Oppure, invece, il principio di un crepaccio dal quale sarebbe impossibile, impensabile riemergere.
Lei avrebbe voluto poter riavvolgere il nastro di quell’appuntamento e riportarlo a pochi istanti prima dell’ingresso di lui. Ovviamente, avrebbe indossato la stola.
Già che c’era, avrebbe anche fissato con una forcina quella ciocca di capelli che continuava a sfuggirle. Che sciocchezza, pensò, preoccuparsi di una ciocca indisciplinata.
Lui, invece, non avrebbe potuto chiedere di meglio rispetto a quanto era accaduto. Il dilemma, però, era come procedere.
Il fato, il caso, la sua buona stella o chissà quale inconcepibile allineamento astrale gli aveva concesso un’occasione che in altre circostanze non si sarebbe certo lasciato sfuggire. Anzi, a ben pensarci, non era del tutto sicuro di come avrebbe reagito, se una simile condizione si fosse verificata altrove. O, piuttosto, se la protagonista fosse stata un’altra donna.
L’effetto che il suo seno gocciolante gli aveva procurato era per lui qualcosa di nuovo ed inatteso. Certo, apprezzava enormemente le grazie femminili, tuttavia non aveva mai fantasticato su seni gonfi di latte materno. Trovava che l’idea fosse riconducibile ad un quadro di tenerezza, piuttosto che di eccitazione. Dunque, era perché si trattava di lei? Oppure si era risvegliato in lui un ancestrale bisogno che sino a quel momento non conosceva?
Ripensò alla sua ultima amante, un’avvenente orientale dagli occhi ardenti di passione. Era sinuosa ed elegante, come piaceva a lui. L’immaginò con il seno turgido ed i capezzoli umidi di latte. E la cosa non sortì alcun effetto su di lui. Provò a pensare di leccarla e, ancora, la cosa lo lasciò indifferente.
Tradusse, poi, la medesima immagine su di lei. Immediatamente, il suo corpo reagì e lui ebbe la sua risposta.
Ebbe l’impressione che la mente gli si fosse fatta leggera ed inspirò a pieni polmoni, come era solito fare quando raggiungeva la vetta dopo una faticosa salita.
In silenzio, si alzò, guardando lei negli occhi.
Si accorse di averla colta di sorpresa, perché lei indietreggiò istintivamente, ritraendosi di qualche centimetro, prima di scostarsi dalla scrivania e mettersi nuovamente in piedi, questa volta con le braccia conserte, mentre lui avanzava nella sua direzione, coprendo in pochi passi la distanza che li separava.
«Preferisce spostarsi alla scrivania?» gli disse, voltandosi e dandogli le spalle, per raggiungere la sedia sul lato opposto del tavolo.
«Prego, si accomodi… In effetti, eravamo soliti sedere qui, le altre volte. Cambiare setting può essere utile, ma talvolta… beh, non sempre lo è.»
Stava farfugliando, accidenti. Stava sproloquiando una serie di sciocchezze senza senso, giusto perché lui non intendesse di averla colta di sorpresa e destabilizzata.
D’improvviso, un calore sconosciuto s’impossessò del suo polso, che lui stava avvolgendo con una presa sicura.
Lei si voltò, senza sapere come comportarsi.
Conosceva la teoria, sapeva come avrebbe potuto e dovuto agire qualora un paziente avesse tentato di valicare il limite dello spazio personale, ma non si era mai trovata in quella circostanza e, soprattutto, in quel contesto, con quell’uomo.
Sentì che le ginocchia si erano improvvisamente fatte fragili, come se si rifiutassero di collaborare e quel lieve vacillare la sbilanciò appena. Prima che l’incertezza potesse raggiungere anche le caviglie, però, lui le si fece accanto, poggiandole l’altra mano sulla schiena, con delicatezza. Ora, quel gesto, pur essendo inopportuno date le circostanze, le comunicava calore anziché procurarle disagio.
Fu allora che lo guardò, decisa a riprendere il controllo della situazione.
Lui la sovrastava in altezza di almeno quindici centimetri e le sue spalle imponenti rendevano la figura ancor più incombente.
Si sentì piccola, pur non essendo affatto abituata a quella sensazione, dato il suo metro e settantasette che, di norma, la rendeva tutt’altro che insignificante.
Sentiva il suo respiro, così vicino da scostarle i capelli quando lui espirava.
Le sembrava persino di poter intuire il ritmo delle sue pulsazioni o forse, verosimilmente, era il battito accelerato di lei a riecheggiarle fra le tempie.
Alle narici, giungeva profumo di legni, spezie e lino fresco insieme ad una nota più pungente e profonda, che quasi la stordiva, conducendola là dove lui era stato.
Sorgeva, verde come il muschio intriso di rugiada che si colora d’aurora al levar del sole e tramontava, oscuro come una notte priva di stelle e di ombre, nero, denso inchiostro in cui sprofondare.
Gli occhi di lei si posarono su quelli di lui. Una celeste marea che s’infrange su un’altura verdeggiante.
Dischiuse le labbra, benché fosse incerta sulle parole da pronunciare, ma lui le impedì di dar voce ai pensieri, avvolgendola in un bacio che le tolse persino il respiro.
La lingua di lui la cercava avidamente, mentre le labbra suggevano le sue. Le dita le strinsero il polso sino a farle male, afferrandola con foga. Lui l’attirava a sé con impetuoso ardore.
Lei si ritrovò smarrita, completamente travolta da un bacio che non si aspettava e che le procurava vertigini sconosciute. Non si era mai sentita in quel modo, pur avendolo lungamente bramato.
Il vorticare della lingua di lui, la sua fame insaziabile, la stretta in cui la serrava erano un’irresistibile morsa alla quale non sarebbe riuscita ad opporsi e da cui, soprattutto, non voleva fuggire.
Si abbandonò a quel bacio, così intenso e travolgente da sembrarle surreale.
Era davvero nel suo studio, come qualunque altro giorno? Era davvero lei, la donna che stava lasciandosi avvinghiare da un paziente, contravvenendo del tutto alla professionalità ed al rigore che le erano richiesti? Lei, che aveva sempre fatto della propria irreprensibilità un vanto, aggrappandosi al senso di sicurezza che ne derivava, stava ora barcollando fra le braccia di lui. Stava facendosi leccare avidamente le labbra, mentre le sue mani ora le afferravano saldamente la vita. Il cuore le batteva nel petto come in preda al ritmo forsennato di un rituale sciamanico ed il suo corpo rispondeva senza freni all’incalzante arrembaggio di lui.
Percepiva distintamente l’eccitazione crescere, inumidendole l’inguine senza pudore e bramando le attenzioni dell’uomo che la teneva fra le braccia.
Una parte di lei avrebbe desiderato che lui la possedesse in quello stesso istante, liberandola brutalmente dall’impiccio degli abiti, per insinuarsi in lei senza domandare il permesso. Avrebbe incrociato le caviglie dietro la sua schiena, mentre lui affondava nel suo sesso fradicio, riempiendola selvaggiamente. Avrebbe soffocato i propri gemiti aggrappandosi a lui, affondando il naso nell’incavo fra il suo collo e la clavicola, lo avrebbe morso, accertandosi di lasciare su di lui la traccia di quell’amplesso furioso, un’atavica danza del corpo e dell’anima, in cui i confini dell’una e dell’altro si fondono sino a divenire un tutt’uno.
Si sarebbe smarrita, vagando eternamente in lui, percorrendo ogni frammento del suo corpo e del suo spirito, mai sazia.
«Ti desidero, ti desiderò follemente, sin dalla prima volta in cui ti ho incontrata.»
La voce calda e profonda di lui le solleticava il lobo dell’orecchio, ridestandola dalle lunghe, seducenti suggestioni alle quali si era abbandonata durante il bacio con cui le aveva rapito la mente.
Non riuscì a trovare le parole per rispondergli. Tentava di riordinare i pensieri, di ricomporsi, ma le mani di lui continuavano a stringerla, accarezzandola con ardore.
Sentiva quanto la desiderasse, il modo in cui le sue dita volevano affondare in lei sembrava bramare di potersi insinuare ben oltre la superficie, ben oltre le sue carni.
Sospirò, affamata d’aria e di un appiglio a cui potersi aggrappare per non precipitare ancora in lui. Dovette afferrare la sua camicia, nel tentativo di ritrovare l’equilibrio. Le girava la testa, anzi il mondo intero sembrava aver completamente perso il proprio asse, vorticando rovinosamente.
«Non… Non ho resistito. Non ho saputo controllarmi. Ti chiedo scusa. Non so che cosa mi sia preso.»
La sua voce era mutata incredibilmente.
Ora, Riccardo stava lentamente indietreggiando, scuotendo la testa. Lo sguardo rivolto al pavimento, aveva abbandonato i fianchi di lei ed una mano s’insinuava fra i suoi capelli scuri, scompigliandoli disordinatamente, come se tentasse di trovare un una spiegazione facendola uscire dalla mente, messa a soqquadro con una strigliata sul capo.
Gli ci volle qualche istante, prima di riuscire a sollevare nuovamente il volto e guardarla.
Lei era rimasta in silenzio.
Non aveva risposto, non aveva annuito, neppure un cenno era trapelato, che fosse d’assenso o disapprovazione.
Quando posò lo sguardo su di lei, era visibilmente scossa.
I capelli ora le ricadevano in parte sul viso, disordinati. Qualche ciocca sulle spalle, sfuggita al suo chignon. La stola giaceva a terra, lì accanto. La camicetta stropicciata e ben più intrisa del suol latte di quanto lo fosse pochi minuti prima. Il seno si sollevava rapidamente, increspando il delicato tessuto al ritmo concitato del suo respiro. Il suo profumo saturava la stanza.
Portò le mani sui fianchi per un istante, come se volesse sincerarsi di essere ancora lì, di essere ancora se stessa, riconoscendo quelle curve come proprie.
Poi, la mano destra raggiunse il viso e si coprì la bocca per un momento.
Inspirò, chiuse gli occhi ed infine li posò su di lui.
Era bello, incredibilmente bello.
Quei suoi occhi profondi e velati da un accenno di malinconia l’avevano colpita sin dal primo incontro. Ricordò di aver avuto l’impressione di poter navigare eternamente in quel mare cristallino, ricacciando immediatamente indietro il pensiero ed archiviandolo fra le cose che non si sarebbe concessa, che l’avrebbero inutilmente distratta.
«Perché mi desideri?» gli domandò.
Il fatto che lei stesse interrogandolo lo colse di sorpresa. Non si aspettava una domanda, bensì piuttosto una reprimenda o magari una frase di circostanza per archiviare l’accaduto ed accomiatarsi. Ma no, non aveva osato sperare in una domanda.
«Perché non ho mai incontrato qualcuno come te. E neppure qualcuno che mi facesse l’effetto che mi fai tu. Sotto ogni aspetto, peraltro.»
Lei si soffermò a riflettere per un istante. Benché fosse del tutto scombussolata, doveva almeno dedicare qualche momento ad una riflessione che fosse vagamente degna d’essere definita tale.
Lui non avrebbe avuto ragione di sedurla allo scopo di collezionare l’ennesimo trofeo. Ne aveva di certo innumerevoli, d’ogni foggia e costume. E se quello fosse stato il suo scopo avrebbe agito in maniera più subdola e calcolata, tentando di insinuarsi a poco a poco per valicare i suoi confini, cosa che non era mai accaduta. Gli appuntamenti erano sempre stati professionali, rigorosi, deontologicamente impeccabili.
Invece, quel giorno lui aveva inequivocabilmente agito senza premeditazione, realizzando poi di aver superato il limite del consentito ed ora appariva sinceramente turbato.
La sua risposta, inoltre, per quanto certamente teatrale in termini di contenuto, sembrava sincera. L’aveva pronunciata con consapevolezza. Era qualcosa su cui aveva riflettuto.
La curiosità di lei si lasciò condurre in esplorazione, fantasticando fra sé e sé circa i pensieri che lui poteva avere avuto sul suo conto.
Chissà se pensava a lei, quando un’altra donna giaceva al suo fianco in un hotel all’altro capo del mondo.
Chissà se gli era capitato di domandarsi che cosa lei stesse facendo, mentre gestiva una trattativa complessa.
Chissà se il pensiero di lei lo turbava o lo rasserenava.
Chissà come sarebbe stato sentirlo entrare in lei. Tutto. Tutto dentro, sino a riversarsi totalmente in lei, riempiendola del suo vigore.
Avrebbe potuto continuare a domandarselo, oppure avrebbe potuto confinare il pensiero di lui nel più remoto angolo della propria mente, anche se sapeva, stabilendo di non venir meno al principio di onestà nei confronti di se stessa, che non sarebbe stato così semplice.
Oppure, avrebbe potuto scoprire che cosa avrebbe provato, abbandonandosi a lui.
«Al diavolo…!» mormorò.
E gli occhi di lei furono nei suoi.
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