Mi piaceva stare alla pecorina, ma la prima volta...
di
Evablu
genere
prime esperienze
La mia posizione preferita è stata sempre la pecorina, forse perché fu una delle prime che vidi in un giornaletto porno in cui la lei di turno chiedeva al suo lui di essere messa a quattro zampe, con lui che - sempre su richiesta della troia - la sfondava da dietro. Io presi immediatamente le parti della troia, le foto e la storia mi intrigavano da morire, avevo le tette e me le palpavo in continuazione, scelsi subito di stare davanti, con le tette penzoloni e i capezzoli turgidi da svitare, titillare, spremere. La prima volta però non fu così elaborata e dolce come avevo pensato, non fu alla pecorina, ma un amplesso un po' goffo e doloroso, la classica posizione a faccia e pancia in giù sul letto, con i pantaloncini e le mutandine abbassati in un colpo solo e un dolore sordo, fortissimo e intenso provato a causa della penetrazione repentina, truce quanto inesperta. Il mio lui era meno muscoloso di quello che avevo visto nel porno, ma era duro a sufficienza, eccitato alla millesima potenza come era, dominato da ormoni e testosterone prodotti alla velocità della luce. Non si era e non mi aveva per niente inumidito né tantomeno lubrificato e ci facemmo un male cane entrambi, io mi sentii come incendiare di dietro e provai la sensazione, violenta, rude, amara e piacevole allo stesso tempo, della deflorazione: lui voleva a tutti i costi possedermi, io forse non avevo sufficiente consapevolezza che il suo corpo stesse entrando dentro il mio e di cosa tutto ciò significasse, sta di fatto che mi diede una serie di colpi impietosi, squassandomi lo sfinterino poco elastico e istintivamente contratto e facendomi urlare per il male che mi stava facendo, al punto che, per non far chiamare la polizia dai vicini, prima mi pressò il viso sul cuscino, poi mi tappò la bocca con le mani, utilizzate non per accarezzarmi e addolcirmi, come avevo sperato, ma per assecondare quella specie di violenza fatta col mio pieno consenso. Fortunatamente non durò moltissimo, violò la porta di ingresso del mio corpo con la forza bruta del suo cazzo durissimo, mi sfondò di pochi centimetri e venne quasi all'istante, riempiendomi lo sfintere e il retto del suo liquido caldo, grazie al quale scivolò dentro quasi per intero, lo sentii fino alle budella, praticamente mi aveva impalato, quando però il suo arnese - più che dignitoso, come dimensioni - tendeva già ad ammosciarsi.
Fu un'esperienza traumatica, al termine della quale io non riuscii a dire una parola, per un po' sentii lui ansimare piano, incollato col torace alla mia schiena, lentamente mi estrasse l'uccello dal buchino, depositandomi le ultime gocce del suo seme sui glutei e poi stendendosi supino al mio fianco. La domanda di circostanza ("Ti è piaciuto?") mi sconvolse al punto che pensai di mettermi a piangere, ma fortunatamente mi trattenni e riuscii ad annuire, un movimento che - non so come - agevolò la fuoriuscita del suo sperma dal mio culo, lo sentii colare lungo il mio apparato genitale e depositarsi, con un odore molto intenso, sul suo copriletto (eravamo a casa sua). Lui non ci badò, sul momento, ma quella coperta risultò poi da buttare, perché anche io ero venuto e l'avevo insozzata a mia volta. Rimasi col viso affondato nel cuscino, un po' per l'imbarazzo di avere sporcato, un po' perché per la vergogna non sapevo che dire.
"E a te è piaciuto?", chiesi poi con un filo di voce. Girai gli occhi dal suo lato, colsi l'espressione soddisfatta che gli si era disegnata in faccia.
"Sei proprio una mignotta, mi chiedi pure se mi è piaciuto", mi rispose sogghignando, mettendomi una mano sulle natiche nude e raccogliendo con le dita il suo stesso seme che si stava rapprendendo. Realizzò solo in quel momento che il grosso dello sperma, andando a retromarcia dal mio buchino, era finito sotto il mio ventre e imprecò, nel timore che sua madre scoprisse quel che era successo. Subito mi fece alzare e finì bruscamente il mezzo momento romantico che stavamo vivendo.
Nel rimettermi su lo guardai in viso praticamente per la prima volta, quel pomeriggio: era stato infatti praticamente sempre dietro o sopra di me, accogliendomi nella casa vuota con evidenti intenzioni bellicose, non era venuto a ricevermi alla porta e la cosa mi aveva infastidito, ma quando avevo capito il motivo mi era passata la strizza, anzi mi ero inorgoglita alla millesima potenza: era già duro, non poteva alzarsi, sua mamma l'avrebbe capito, le mamme capiscono sempre tutto.
"A cosa stavi pensando?", gli avevo chiesto nel mettergli - da perfetta puttana, lo ammetto - la mano tra le cosce e sorridendogli a trentadue denti nel carezzargli il pisello.
"A te, bella zoccoletta", aveva risposto e a quel punto mi aveva fatta alzare e sedere sul suo coso, che era di marmo, aveva preso a sbaciucchiarmi la schiena, mi aveva sollevato la camicia che copriva la canotta intima da femmina e aveva cominciato a mungermi le tette, dalla durezza del suo cazzo avevo capito che quel giorno non gli sarebbe bastato il solito pompino, anche perché pure il mio pistolino era come impazzito.
Eravamo rimasti di ghiaccio però, nel sentire dei passi in corridoio. Sua mamma aveva aperto la porta all'improvviso, avevamo appena avuto il tempo e la prontezza di riflessi di staccarci, io ero tornato al mio posto, lui aveva messo un libro sull'evidente gonfiore del suo pube.
"Ragazzi, io sto uscendo", aveva detto la signora, sollevandoci dall'autentico terrore che ci aveva presi. Non capimmo mai se ci avesse visti, se avesse intuito, se ci avesse lasciato fare. Dopo che avevamo sentito la porta di casa che si richiudeva alle sue spalle eravamo rimasti in silenzio per un minuto, forse due, come per riaverci dallo spavento e prendere fiato. Poi lui era andato a fare un giro, per controllare che non fosse uno scherzo, aveva messo il paletto alla porta ed era tornato, sorridente e raggiante.
"Via libera", aveva detto, rimettendosi al lavoro. Si era tirato fuori l'uccellone e me lo aveva accostato al viso. Senza farmelo nemmeno chiedere (che bisogno c'era?) gli avevo dato un timido bacino sulla punta del cazzo, poi lo avevo preso in mano e glielo avevo sgusciato. La sua cappellona violacea e turgida mi si era presentata in tutta la sua dirompenza. Avevo pensato a me messa alla pecorina, a lui che mi sodomizzava: prima o poi, mi dicevo, sarebbe successo. Ma ne avevo paura e avevo preso a succhiarglielo con foga: volevo che venisse, poi ci saremmo messi a studiare un po', sulla carta eravamo lì per questo. Lui si beava della vista di me che lo spompinavo, accarezzandomi i capelli lunghi, mentre con la mano che non gli menava il coso gli frugavo tra i coglioni o gli accarezzavo il culo. Quando avevo sentito il sapore acre della pre-eiaculazione, mi ero mentalmente preparato a ricevere il suo sperma in gola, come sempre succedeva.
Ma quella volta non fu così. Non so dove avesse trovato la forza, ma era riuscito a staccarmi da sé, dandomi un mezzo bacetto sulle labbra. Con un enorme sforzo se lo era rimesso dentro le mutande e i pantaloni, si era seduto e mi aveva fatto di nuovo sedere sul suo sesso.
"Non puoi cavartela così, oggi...", aveva sospirato stando appiccicato al mio orecchio.
Io mi ero riavuto o riavuta ma ancora il cuore mi batteva forte, dopo l'irruzione di sua mamma (possibile che non ci avesse visti?) e lo sforzo di prenderglielo in bocca ma in breve tempo, nel sentire il suo odore e il suo sfregarsi all'altezza del mio buchino, avevo preso a mugolare da autentica puttana, seduta sul suo uccello, lui mi pomiciava ancora i seni leccandomi il collo nudo, lo avevo implorato di smetterla ma non aveva sentito ragioni, finché non mi aveva sbattuto sul suo letto. Indossavo un paio di shorts decisamente troppo short, che mi lasciavano nude le cosce sexy, del tutto depilate dall'inguine in giù, la camicia che era solo una copertura era già volata via ed ero rimasto con la canotta finissima e aderente che, al contatto con la mia carne soda e indecisa, provocava seri dubbi sulla mia identità di genere. Mi diceva spesso di trovarmi irresistibile, quella parola me la sognavo la notte, pronunciata da lui, quando mi toccavo nella soffice intimità del mio letto. A faccia in giù sul materasso, senza nemmeno scostare la coperta copriletto, mi aveva preso le scarpine da femmina di mia sorella grande, misura 39, e dopo avere sciolto i lacci me le aveva sfilate dai piedi, fasciati da due fantasmini, che mi aveva pure tolto, credo per proteggere la sovracoperta di sua mamma, oltre che per mettere a nudo tutti i miei lati sexy.
"Devi mettere i collant, quando vieni da me. E il reggiseno", aveva però preso a maltrattarmi, come se non potesse farne a meno.
"Però...", avevo detto ma mi ero fermato subito, sorridendo timidamente. Era bastato perché lui afferrasse subito, con la velocità di un giaguaro mi aveva sbottonato gli shorts, insinuando la mano con decisione e trovando subito le mutandine da femmina, traforate e color carne, rubate credo a mia mamma.
"Ma guarda che puttana", mi piaceva quando mi insultava, anche se non volevo che esagerasse, ma se accompagnava le parolacce con quel sorriso che voleva essere boccaccesco ma in fondo era dolcissimo, innamorato, anche io lo trovavo irresistibile. Era scivolato sul letto a quattro zampe, mettendosi a cavalcioni sopra la mia schiena e avvicinando la bocca al mio orecchio.
"Oggi voglio mettertelo nel culo...", aveva sospirato.
Sollevata la testa, non sapevo cosa fare: ero, in effetti, in una posizione un po' scomoda per dirgli di no.
"Non è un po'... presto?".
"Scherzi? Sono due mesi che... stiamo insieme". E nel pronunciare quelle parole, stiamo insieme, aveva avuto un attimo di esitazione.
"E due mesi sono... abbastanza?".
"Sono troppi" e nel dirlo aveva fatto scivolare una mano fra le mie gambe lisce e morbide per la crema che mi ero spalmato prima di scendere da casa. Indovinato il profilo sotto la stoffa, mi aveva toccato il buchino in maniera pressante.
"No, dai, no", avevo ripreso a mugolare tenendo il ventre schiacciato sul letto, ma trovando la situazione decisamente scomoda: l'uccellino cresceva e mi costringeva a inarcare il mio considerevole posteriore. Lui lo aveva preso per un invito, spingendo le dita ancora di più e provocandomi un sussulto.
"Ehi, ma mica dici sul serio?", lo avevo rimproverato senza troppa convinzione. Intanto mi ero sollevato sui gomiti, ora avevo le tette penzoloni.
"Mamma, il tuo seno mi fa impazzire", bisbigliò prendendolo tra le mani: erano due mammelle sode, che avevano sempre caratterizzato ed esteriorizzato una femminilità prorompente, che sentivo dentro da sempre. In tanti avevano provato a palparmele, ma solo a lui lo avevo concesso. Ora si era accomodato dietro di me, che stavo mezza a pecorina, aveva l'uccello durissimo a stento contenuto da mutande e bermuda, appoggiato al mio sedere, e mi massaggiava entrambi i seni, spremendo i capezzoli, proprio come nel famoso porno a cui mi ispiravo.
"Io sarò troia, ma tu sei un bel porco, un gran porco...".
"Ti piace?".
"Sì, cazzo, sì, perché me lo chiedi? Credi che mi vestirei così se tu non mi fossi entrato dentro come l'aria che respiro, dal primo momento che ti ho visto?".
Era rimasto in silenzio: la metafora dell'aria che respiravo, di lui che mi era entrato dentro ed era come il mio ossigeno, lo aveva colpito.
"O sei veramente puttana - aveva sentenziato dopo averci pensato su un attimo - o sei innamorata".
Lo avevo guardato dal basso in alto, sentivo una mezza lacrimuccia farsi insidiosa all'altezza degli angoli dei miei occhi.
"Io ti amo, cazzo, ti amo da sempre. Non sono solo troia". E a quel punto la lacrimuccia era bella che andata, per non fargliela vedere avevo schiacciato il viso sul cuscino sotto di me, mi ero asciugata e poi ero tornata su, con la sfrontatezza della vera mignotta.
"Mettimi alla pecorina e scopami", gli avevo chiesto.
E lui, in un sol colpo, mi aveva tirato giù shorts e mutandine da femmina. Senza però mettermi alla pecorina, ma scopandomi lo stesso, per la prima volta.
Fu un'esperienza traumatica, al termine della quale io non riuscii a dire una parola, per un po' sentii lui ansimare piano, incollato col torace alla mia schiena, lentamente mi estrasse l'uccello dal buchino, depositandomi le ultime gocce del suo seme sui glutei e poi stendendosi supino al mio fianco. La domanda di circostanza ("Ti è piaciuto?") mi sconvolse al punto che pensai di mettermi a piangere, ma fortunatamente mi trattenni e riuscii ad annuire, un movimento che - non so come - agevolò la fuoriuscita del suo sperma dal mio culo, lo sentii colare lungo il mio apparato genitale e depositarsi, con un odore molto intenso, sul suo copriletto (eravamo a casa sua). Lui non ci badò, sul momento, ma quella coperta risultò poi da buttare, perché anche io ero venuto e l'avevo insozzata a mia volta. Rimasi col viso affondato nel cuscino, un po' per l'imbarazzo di avere sporcato, un po' perché per la vergogna non sapevo che dire.
"E a te è piaciuto?", chiesi poi con un filo di voce. Girai gli occhi dal suo lato, colsi l'espressione soddisfatta che gli si era disegnata in faccia.
"Sei proprio una mignotta, mi chiedi pure se mi è piaciuto", mi rispose sogghignando, mettendomi una mano sulle natiche nude e raccogliendo con le dita il suo stesso seme che si stava rapprendendo. Realizzò solo in quel momento che il grosso dello sperma, andando a retromarcia dal mio buchino, era finito sotto il mio ventre e imprecò, nel timore che sua madre scoprisse quel che era successo. Subito mi fece alzare e finì bruscamente il mezzo momento romantico che stavamo vivendo.
Nel rimettermi su lo guardai in viso praticamente per la prima volta, quel pomeriggio: era stato infatti praticamente sempre dietro o sopra di me, accogliendomi nella casa vuota con evidenti intenzioni bellicose, non era venuto a ricevermi alla porta e la cosa mi aveva infastidito, ma quando avevo capito il motivo mi era passata la strizza, anzi mi ero inorgoglita alla millesima potenza: era già duro, non poteva alzarsi, sua mamma l'avrebbe capito, le mamme capiscono sempre tutto.
"A cosa stavi pensando?", gli avevo chiesto nel mettergli - da perfetta puttana, lo ammetto - la mano tra le cosce e sorridendogli a trentadue denti nel carezzargli il pisello.
"A te, bella zoccoletta", aveva risposto e a quel punto mi aveva fatta alzare e sedere sul suo coso, che era di marmo, aveva preso a sbaciucchiarmi la schiena, mi aveva sollevato la camicia che copriva la canotta intima da femmina e aveva cominciato a mungermi le tette, dalla durezza del suo cazzo avevo capito che quel giorno non gli sarebbe bastato il solito pompino, anche perché pure il mio pistolino era come impazzito.
Eravamo rimasti di ghiaccio però, nel sentire dei passi in corridoio. Sua mamma aveva aperto la porta all'improvviso, avevamo appena avuto il tempo e la prontezza di riflessi di staccarci, io ero tornato al mio posto, lui aveva messo un libro sull'evidente gonfiore del suo pube.
"Ragazzi, io sto uscendo", aveva detto la signora, sollevandoci dall'autentico terrore che ci aveva presi. Non capimmo mai se ci avesse visti, se avesse intuito, se ci avesse lasciato fare. Dopo che avevamo sentito la porta di casa che si richiudeva alle sue spalle eravamo rimasti in silenzio per un minuto, forse due, come per riaverci dallo spavento e prendere fiato. Poi lui era andato a fare un giro, per controllare che non fosse uno scherzo, aveva messo il paletto alla porta ed era tornato, sorridente e raggiante.
"Via libera", aveva detto, rimettendosi al lavoro. Si era tirato fuori l'uccellone e me lo aveva accostato al viso. Senza farmelo nemmeno chiedere (che bisogno c'era?) gli avevo dato un timido bacino sulla punta del cazzo, poi lo avevo preso in mano e glielo avevo sgusciato. La sua cappellona violacea e turgida mi si era presentata in tutta la sua dirompenza. Avevo pensato a me messa alla pecorina, a lui che mi sodomizzava: prima o poi, mi dicevo, sarebbe successo. Ma ne avevo paura e avevo preso a succhiarglielo con foga: volevo che venisse, poi ci saremmo messi a studiare un po', sulla carta eravamo lì per questo. Lui si beava della vista di me che lo spompinavo, accarezzandomi i capelli lunghi, mentre con la mano che non gli menava il coso gli frugavo tra i coglioni o gli accarezzavo il culo. Quando avevo sentito il sapore acre della pre-eiaculazione, mi ero mentalmente preparato a ricevere il suo sperma in gola, come sempre succedeva.
Ma quella volta non fu così. Non so dove avesse trovato la forza, ma era riuscito a staccarmi da sé, dandomi un mezzo bacetto sulle labbra. Con un enorme sforzo se lo era rimesso dentro le mutande e i pantaloni, si era seduto e mi aveva fatto di nuovo sedere sul suo sesso.
"Non puoi cavartela così, oggi...", aveva sospirato stando appiccicato al mio orecchio.
Io mi ero riavuto o riavuta ma ancora il cuore mi batteva forte, dopo l'irruzione di sua mamma (possibile che non ci avesse visti?) e lo sforzo di prenderglielo in bocca ma in breve tempo, nel sentire il suo odore e il suo sfregarsi all'altezza del mio buchino, avevo preso a mugolare da autentica puttana, seduta sul suo uccello, lui mi pomiciava ancora i seni leccandomi il collo nudo, lo avevo implorato di smetterla ma non aveva sentito ragioni, finché non mi aveva sbattuto sul suo letto. Indossavo un paio di shorts decisamente troppo short, che mi lasciavano nude le cosce sexy, del tutto depilate dall'inguine in giù, la camicia che era solo una copertura era già volata via ed ero rimasto con la canotta finissima e aderente che, al contatto con la mia carne soda e indecisa, provocava seri dubbi sulla mia identità di genere. Mi diceva spesso di trovarmi irresistibile, quella parola me la sognavo la notte, pronunciata da lui, quando mi toccavo nella soffice intimità del mio letto. A faccia in giù sul materasso, senza nemmeno scostare la coperta copriletto, mi aveva preso le scarpine da femmina di mia sorella grande, misura 39, e dopo avere sciolto i lacci me le aveva sfilate dai piedi, fasciati da due fantasmini, che mi aveva pure tolto, credo per proteggere la sovracoperta di sua mamma, oltre che per mettere a nudo tutti i miei lati sexy.
"Devi mettere i collant, quando vieni da me. E il reggiseno", aveva però preso a maltrattarmi, come se non potesse farne a meno.
"Però...", avevo detto ma mi ero fermato subito, sorridendo timidamente. Era bastato perché lui afferrasse subito, con la velocità di un giaguaro mi aveva sbottonato gli shorts, insinuando la mano con decisione e trovando subito le mutandine da femmina, traforate e color carne, rubate credo a mia mamma.
"Ma guarda che puttana", mi piaceva quando mi insultava, anche se non volevo che esagerasse, ma se accompagnava le parolacce con quel sorriso che voleva essere boccaccesco ma in fondo era dolcissimo, innamorato, anche io lo trovavo irresistibile. Era scivolato sul letto a quattro zampe, mettendosi a cavalcioni sopra la mia schiena e avvicinando la bocca al mio orecchio.
"Oggi voglio mettertelo nel culo...", aveva sospirato.
Sollevata la testa, non sapevo cosa fare: ero, in effetti, in una posizione un po' scomoda per dirgli di no.
"Non è un po'... presto?".
"Scherzi? Sono due mesi che... stiamo insieme". E nel pronunciare quelle parole, stiamo insieme, aveva avuto un attimo di esitazione.
"E due mesi sono... abbastanza?".
"Sono troppi" e nel dirlo aveva fatto scivolare una mano fra le mie gambe lisce e morbide per la crema che mi ero spalmato prima di scendere da casa. Indovinato il profilo sotto la stoffa, mi aveva toccato il buchino in maniera pressante.
"No, dai, no", avevo ripreso a mugolare tenendo il ventre schiacciato sul letto, ma trovando la situazione decisamente scomoda: l'uccellino cresceva e mi costringeva a inarcare il mio considerevole posteriore. Lui lo aveva preso per un invito, spingendo le dita ancora di più e provocandomi un sussulto.
"Ehi, ma mica dici sul serio?", lo avevo rimproverato senza troppa convinzione. Intanto mi ero sollevato sui gomiti, ora avevo le tette penzoloni.
"Mamma, il tuo seno mi fa impazzire", bisbigliò prendendolo tra le mani: erano due mammelle sode, che avevano sempre caratterizzato ed esteriorizzato una femminilità prorompente, che sentivo dentro da sempre. In tanti avevano provato a palparmele, ma solo a lui lo avevo concesso. Ora si era accomodato dietro di me, che stavo mezza a pecorina, aveva l'uccello durissimo a stento contenuto da mutande e bermuda, appoggiato al mio sedere, e mi massaggiava entrambi i seni, spremendo i capezzoli, proprio come nel famoso porno a cui mi ispiravo.
"Io sarò troia, ma tu sei un bel porco, un gran porco...".
"Ti piace?".
"Sì, cazzo, sì, perché me lo chiedi? Credi che mi vestirei così se tu non mi fossi entrato dentro come l'aria che respiro, dal primo momento che ti ho visto?".
Era rimasto in silenzio: la metafora dell'aria che respiravo, di lui che mi era entrato dentro ed era come il mio ossigeno, lo aveva colpito.
"O sei veramente puttana - aveva sentenziato dopo averci pensato su un attimo - o sei innamorata".
Lo avevo guardato dal basso in alto, sentivo una mezza lacrimuccia farsi insidiosa all'altezza degli angoli dei miei occhi.
"Io ti amo, cazzo, ti amo da sempre. Non sono solo troia". E a quel punto la lacrimuccia era bella che andata, per non fargliela vedere avevo schiacciato il viso sul cuscino sotto di me, mi ero asciugata e poi ero tornata su, con la sfrontatezza della vera mignotta.
"Mettimi alla pecorina e scopami", gli avevo chiesto.
E lui, in un sol colpo, mi aveva tirato giù shorts e mutandine da femmina. Senza però mettermi alla pecorina, ma scopandomi lo stesso, per la prima volta.
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