Il mio stretto culetto da favola e la sua anaconda: donna per sempre

di
genere
gay

La prima notte che dormimmo insieme da soli, nella tendina canadese, non appena entrati, nonostante il palpabilissimo imbarazzo di tutti e due, riuscii a malapena a dire "finalmente" che mi ritrovai la sua lingua in bocca: mi prese alla sprovvista e anche per questo fu un bacio lungo e appassionato, ma in realtà la vera ragione era che lui baciava da dio e che questo lo fece venire duro a entrambi. A causa dell'erezione che mi aveva riempito il costumino a slip rosso, molto sgambato e molto poco virile, mi risultava difficile, se non impossibile, muovermi dalla posizione che avevo assunto, a pancia sotto sul materassino in gommapiuma sistemato sul catino della tenda. Lui cominciò ad accarezzarmi insistentemente la zona perianale, poi tirò fuori da chissà dove un tubetto di vaselina.
"Sei pronta, amore?", disse ungendosi le dita e rivolgendosi a me per la prima volta al femminile.
"PRONT...A a fare che?": ma lo avevo capito benissimo. Lui non mi aveva risposto ma aveva insistito nei baci e nelle carezze, sempre più conturbanti e penetranti.
"Che... stai facendo?", avevo chiesto con un filo di voce, mentre lui, tirato giù il mio slip, aveva cominciato a insinuarmi le dita fra i glutei, a caccia del mio buchino. Nessuno mi aveva mai toccata così intimamente, Giovanni non mi aveva mai spogliata di sotto, il culo me lo toccava con i jeans addosso e il fatto che Fabrizio me lo stesse facendo in quel modo mi fece sentire ancora più femmina.
"No, Fabrizio, non mi sento... PRONTA", bisbigliai, per paura che qualcuno potesse sentirci, ma intanto la paura era quella dell'ignoto, del primo sesso completo con un altro ragazzo. Lui sorrise nella penombra, lo sbirciai di sottecchi: nulla da dire, era proprio un bonazzo e più lo guardavo e meno mi capacitavo di quello che da alcuni giorni stava succedendo fra di noi. Questione di chimica, forse, ma se riavvolgevo il nastro mi rivedevo a limonare con Giovanni, fino a un paio di settimane prima: sembrava vero amore e invece mi aveva lasciato per una biondina slavata, rinfacciandomi l'indubbio vantaggio che lei aveva, quello che lei era una "donna vera" e io no. Voleva forse che cambiassi sesso? Io però avevo più tette, senz'altro, di quella lì.
Fuggito dalla mia città, che mi era divenuta odiosa dopo questa delusione che sentivo di non meritare, ero stato spedito dai miei, che mi avevano visto depresso senza capire né interessarsi al perché, a condividere la vacanza con Fabrizio, figlio di una coppia di loro amici. Lo conoscevo da alcuni anni, ma mai mi ero interessato a lui. Gli erano bastate poche ore per farmi cambiare idea.
"Hai un culetto da favola", bisbigliò: piegatosi su di me, riprese a baciarmi. Mentre esplorava la mia bocca con la sua lingua, sentii che aveva inumidito le dita con qualcosa di untuoso e che, palpati e pizzicati i glutei torniti, aveva indovinato il profilo del mio buchino e ci stava spalmando sopra la vaselina e un altro lubrificante più liquido, molto oleoso.
"No... ti prego", provai a resistere ma non ero convincente perché in realtà la cosa mi intrigava tantissimo, essere penetrata significava essere del tutto sua, il suo corpo dentro il mio, era un passo avanti importantissimo e senza ritorno, soprattutto quello stronzo di Giovanni avrebbe avuto il fatto suo. Ma i polpastrelli di Fabrizio e le sue falangi che cercavano di aprirsi la strada nell'anticamera del mio piacere proibito e inesplorato mi facevano sussultare e mi preoccupava il dolore. Lui sembrò leggermi nel pensiero.
"Lo hai mai preso di dietro?". Scossi la testa per dire di no. "Non ti farà male ma devi essere brava e fare quello che ti dico io".
Troppo intimi, com'era possibile che fosse successo praticamente subito? Non ci vedevamo da un anno, io la storia con Giovanni - la prima della mia vita - l'avevo cominciata proprio in quei dodici mesi. Nel rivedere Fabri, quell'estate, a delusione consumata, avevo provato una sensazione simile a quella che mi aveva spinta tra le braccia di Giovi: erano belli entrambi, slanciati e muscolosi, quello che non ero io, abbronzati e in costume avevano un perché in più e poi Fabrizio aveva una dotazione molto consistente, maggiore di quella di Giovi e che incuriosiva un finocchietto mezza femminuccia come me. Lui era attratto dal mio viso efebico, dalle forme sinuose, dal culetto rotondo e dalle mammelle sode, in tutto simili a quelle di un'adolescente, ma era anche attizzato dal mio insignificante pistolino. I suoi - non so se con malizia, vista la mia palese effeminatezza - ci avevano spediti in tenda, "così parlate liberamente fra di voi". Liberamente in realtà facevamo molto altro.
Mi mise un cuscino sotto il basso ventre, facendomi sollevare il bacino e continuando a ungermi. In quella posizione il buchino era un po' più dilatato. "Lo hai strettissimo, adoro i culetti vergini", disse lasciando capire che chissà quanti se ne era fatti. Solo femmine, solo maschi? Che importava? Già baciava da dio, se scopava allo stesso modo potevo stare tranquilla.
Il lavoro preparatorio richiese un po' di tempo, la penetrazione con le dita, agevolata dalla intensa lubrificazione, fu semplice ma ugualmente dolorosa, sussultavo a ogni spinta, a ogni millimetro che guadagnava nel mio sfinterino vergine, imparai a mordere il cuscino ma mi piaceva troppo il ditalino, il cazzo mi restava sempre duro e a lui pure, me lo diede in bocca per qualche minuto.
"Lubrificalo per bene, leccalo tutto".
Ricordai che glielo avevo preso in bocca la prima volta che ci eravamo distesi nella canadese, con la scusa che faceva caldo lui si era subito denudato davanti a me, mostrandomi quel palo di carne che aveva subito catalizzato la mia attenzione, non riuscivo a staccare gli occhi dal suo cazzo e lui lo aveva notato, aveva cominciato a fare il galante complimentandosi per i miei seni, "come sono rotondi, gonfi, secondo me porti la seconda misura... e che capezzoli turgidi", insomma in questo aveva un po' fatto come il lupo di Cappuccetto rosso e - senza saperlo - come Giovanni, solo che il mio primo amore per palpeggiarmi senza vestiti addosso ci aveva messo mesi, Fabrizio era stato più diretto, immediato, toccava come uno scultore che plasma la creta e me lo aveva fatto venire subito duretto (io ce l'ho piccino), svitandomi i capezzoli che - traditori - si erano rizzati e induriti come il marmo. Anche a lui era schizzato all'insù, ma lui era nudo e la cosa era stata veramente imbarazzante, se l'era cavata avvicinandosi e sfiorandomi le labbra con le sue. Mi ero stupita non poco, Giovi per baciarmi la prima volta aveva perso anche in quel caso mesi, ma Fabrizio aveva subito usato (e benissimo, divinamente) la lingua, anche per succhiarmi i seni, e da lì era subito partito un mondo di voglie sfrenate, pochi secondi dopo avevo il suo uccellone in bocca.
Anche quella notte presi subito a gustarmi quei 25-30 centimetri di pura lussuria, lo avevo fatto godere già nel pomeriggio, con bocca, tette e mani, e poche ore dopo era già di nuovo pronto, duro e grosso, lungo e nodoso, mi teneva la testa senza schiacciarmela come usava fare Giovanni, Fabri era più gentile, sapeva di urina e di seme, se lo fece leccare a lungo, prendevo l'asta fino in gola, poi lo tirò fuori dalla mia bocca e mi rimise coricata ventre a terra, col cuscino sotto l'inguine, si mise dietro di me, sopra di me, facendomi divaricare leggermente le cosce e prendendomi per i fianchi per sollevarmi un pochino. Con la coda dell'occhio notai che si versava il lubrificante sulla punta del cazzo completamente scappucciato e che appoggiava la cappella nuda e violacea sul mio buchino, esercitando una lieve ma decisa pressione: con tutto quel liquido oleoso che avevamo addosso fu meno complicato di quanto mi aspettassi. Solo che l'ingresso della sua cappella nel mio orifizio mai violato prima mi fece un male cane, un effetto terribile, mi irrigidii e afferrai il materassino, urlai, anche se sottovoce, senza voce. Solo lui poteva sentirmi. E anche questo era intimo, mi intrigava.
"Piano, amore, ci sentono", disse Fabri.
Morsicai il cuscino che tenevo tra le labbra, iniziai a lacrimare senza che me ne rendessi conto, mentre lui compiva l'operazione più dolorosa, facendo entrare la cappella grossa nel mio buchino stretto.
"Mi stai sfondando, cazzo mi stai sfondando, mi stai aprendo il culo. Me lo stai spaccando, mi fai male". Lo dissi piano, ansimando e roteando il bacino per agevolarlo nella penetrazione. Sentii che, quasi obbedendo alle mie imprecazioni addolorate, lo tirava fuori, non gradii.
"Che fai, perché ti sei fermato?", protestai. Sorrise.
"Ma come, ti sto spaccando il culo e ti lamenti che mi fermo?".
"Non ti ho detto di fermarti". Si tranquillizzò un attimo, inspirò a fondo. Poi riprese.
"Ti piace?".
"Una domanda più idiota non la potevi fare?". Lo sentii sorridere di nuovo.
"Amore, dipende da quello che dici: se sei sboccata e porca rischio di venire subito. Mi piaci da impazzire".
"A un bel macho come te piace un femboy come me?".
"Tu sei più fem che boy... parla di meno e sculetta di più, vacca".
"Devo stare zitta?".
"Devi essere troia". Tornò a premere. Stavolta la strada si aprì subito, entrò di infilata per alcuni centimetri.
"Cazzo, mi spacchi in due, figlio di puttana, porco, maiale!".
"Zitta, troia, sei solo una troia. Una stupenda pompinara dal buco stretto, strettissimo".
"Hai mai inculato altri maschi?".
"Tu non sei maschio... No, solo femmine. E tu sei femmina". Con la paura - o con la scusa - del pericolo di rimanere incinta, non poche si facevano scopare anche il culo o solo quello. Mi balenò una cazzata terribile in testa, la dissi.
"Non rimango incinta, vero?". Sorrise, mi sculacciò ma con violenza, mi fece male, replicò tre-quattro volte. Senza rendermene conto era entrato tutto: lo capii perché sentii il solletico della peluria del suo ventre piatto sul mio posteriore, le sue palle penzoloni e ruvide sfiorarono le mie.
"Caz...zo, è... tutto... dentro...".
"Brava, mignotta, ora comincia il bello". Mi prese energicamente per i fianchi, mi tirò un po' su, mettendomi alla pecorina, e iniziò a fare avanti e indietro dentro di me: dava delle spinte fortissime e vigorose, me lo sentivo come se, attraverso le viscere, mi stesse risalendo fino al cervello. Ero letteralmente impalata, stavo godendo con tutto il corpo.
"Non... venire subito", bisbigliai, mentre il mio cazzetto cominciava a schizzare piccole quantità di sperma. Lui me lo cercò con una mano, lo menò un pochino.
"Si è aperto il rubinetto del frocetto", commentò, e riprese a stantuffarmi ma senza mai accelerare troppo. Era proprio un maestro, come se indovinasse quel che mi piaceva e subito me lo faceva: d'un tratto sentii una sua mano che mi frugava il ventre, poi risaliva lungo le costole, indovinato il profilo sinuoso del mio seno cominciò a mungermi delicatamente, come se volesse svitare i capezzoli, poi con i palmi a coppa mi stantuffava dettandomi il movimento tenendomi per le minne.
"Hai più seno di tante donne vere", disse pieno di voluttà.
"Fabri, se mi dici queste cose...", non riuscii ad aggiungere vengo, perché mi ero sciolta ancora, sempre sul materassino. Stavo facendo una zozzeria, un piccolo laghetto sotto di me e intanto lui continuava a scoparmi, con una resistenza incredibile. Un toro da monta, ecco cos'era. Mi stava letteralmente sderenando, sentii che stava accelerando il ritmo.
"Sto per... venire", mormorò.
"Non mi vieni dentro, vero?". Di nuovo la sindrome della ragazzina troia, sapevo bene di non poter restare incinta, ma le malattie si trasmettevano in quel modo, anzi avremmo dovuto usare il profilattico.
"E' più bello", obiettò lui. Non volevo che mi riempisse ma non lo dimostravo: la sola idea del suo seme caldo dentro di me, assieme al suo cazzo e dunque il suo corpo che possedeva il mio, mi infoiava proprio. Cominciai a rinculare, a sculettare, per agevolare la sua eiaculazione.
"Vengo", borbottò ancora Fabrizio e cominciò a ululare piano, per non farsi sentire fuori dalla tendina.
"Sì, scopami", dissi sentendomi squassare da quelle botte continue, ritmiche, precise, violente, violentissime. Sentivo l'impatto del suo corpo sul mio, si sentiva un PLAC PLAC favoloso, con quel cazzone enorme che mi stava spaccando in due.
"Posso venire dentro di te?".
"Sì, sì!", risposi e non avevo finito di dirlo che sentii una prima botta potente riempirmi di un calore insolito, poi un'altra e un'altra ancora. Mi godette nelle viscere e sembrava non finire mai, il suo seme, come se avesse un idrante, invece del cazzo.
"Sì, sì - ripetevo sculettando - mettimi incinta, scopami, scopami... sì, sì" e forse quelle mie parole, quel mio comportamento da femmina, da porca, gli stimolò ancora di più l'eiaculazione, venne ancora e ancora, mentre anche io godevo a piccole gocce e fino a quando non sentii che la spinta si era esaurita e che il suo cazzo, che mi era arrivato - mi pareva, perlomeno - praticamente all'altezza delle costole e dei seni, iniziava ad ammosciarsi, stando sempre di me. Rimanemmo uno sull'altra, due corpi abbronzati e sudati, il mio femmineo, il suo virile che mi teneva stretta. Poi piano piano cominciai ad avvertire netta una colata di qualcosa che mi scivolava verso il basso e il suo sperma cominciò a uscire da dove era entrato, quando lui sfilò quella specie di anaconda dal mio retto e dal mio ano ci fu un nuovo allagamento, il seme mi scivolò giù lungo le cosce, arrivando alle ginocchia e bagnandomi le gambe e il materassino, unito al mio fece una sorta di pozzanghera di piacere su cui mi lasciai andare esausta, e lui sopra di me, addormentandosi profondamente nel giro di qualche minuto e io, prima di crollare a mia volta, sentendomi addosso il suo corpo e il suo respiro caldo, capii che sarei stata donna per sempre.

 
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2026-03-27
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