Tra la mia Ragazza e sua Cugina - Capitolo 9

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tradimenti

Il respiro profondo e regolare di Erika è l'unico suono che riempie il salotto, un metronomo lento che scandisce i secondi della mia rovina.
Giada non perde un istante. Con movimenti fluidi, silenziosi e di una freddezza calcolata, si china sulla cugina addormentata. Le afferra dolcemente le spalle nude e, senza il minimo sforzo, fa scivolare il suo corpo inerte lungo la penisola del divano a L. Le sistema la testa su un cuscino, girandole il viso esattamente verso l'altra estremità del divano. Verso di me.
Ora Erika è sdraiata su un fianco, nuda, un braccio abbandonato in avanti. Ha gli occhi chiusi e le labbra dischiuse in quel sonno artificiale, ma il suo viso è puntato direttamente contro il mio. È il pubblico perfetto. Cieca, sorda, ma fisicamente presente in prima fila. L'apoteosi del voyeurismo malato di Giada.
"Perfetto," sussurra Giada, facendo un passo indietro per ammirare il suo diorama umano. "Così non si perderà nemmeno un dettaglio."
Si volta verso di me, e il respiro mi muore in gola. Il pizzo rosso fuoco del suo intimo sembra bruciare nella penombra del soggiorno, un contrasto violento e carnale contro la sua pelle di porcellana.
Giada si avvicina. Sale sul divano, un ginocchio per lato, e si abbassa lentamente a cavalcioni sui miei fianchi. Il peso del suo corpo contro il mio bacino nudo è una scossa elettrica che spazza via la stanchezza e riaccende un fuoco oscuro e disperato. Mi appoggia le mani sul petto, le unghie laccate che mi graffiano dolcemente la pelle ancora umida del sudore di sua cugina.
"Guardala, Franci," mi ordina Giada, la voce un sussurro di seta scartavetrata, spingendomi il mento con due dita per costringermi a fissare il viso addormentato di Erika. "È lì. A due metri da noi. Crede di essere la donna della tua vita, crede di averti appena svuotato. E non sa che ti ha solo scaldato per me."
Abbassa il viso sul mio. Il suo profumo, dolce e letale, cancella l'odore dolciastro dell'erba. Le sue labbra sfiorano le mie, in un bacio che è una promessa di distruzione, per poi scivolare lungo la mia mascella. Mi morde il lobo dell'orecchio, facendomi sussultare, e la sua lingua calda traccia una linea umida lungo il mio collo.
"Sei mio, adesso," sussurra contro la mia giugulare, la sua voce che vibra direttamente contro la mia pelle. "Sei il mio giocattolo. E io so esattamente come farti implorare."
Le sue mani scivolano lungo i miei fianchi, le dita che si stringono con una possessività feroce. "Sai qual è la parte più eccitante, amore mio?" continua, rialzando la testa per guardarmi dritto negli occhi. I suoi sono due pozzi neri, lucidi di una lussuria arrogante. "Il fatto che, mentre io ti farò a pezzi, tu non potrai emettere un solo suono. Dovrai guardare la sua faccia innocente, e dovrai ingoiare ogni fottuto gemito per non svegliarla. Sarà la tua punizione per aver fatto il bravo ragazzo per tutto questo tempo."
Si china di nuovo, azzannandomi il labbro inferiore. È un bacio famelico, arrogante, che non chiede permesso ma pretende sottomissione. La sua lingua si fa strada nella mia bocca con la stessa prepotenza con cui si è fatta strada nella mia vita, un ritmo esigente e dominatore che mi toglie il fiato.
Sono intrappolato. Sotto di lei, sento il tessuto ruvido del divano sulla schiena e il pizzo morbido del suo perizoma rosso premere contro di me. Sopra di me c'è l'incarnazione del peccato, che mi divora il collo, alternando morsi che lasceranno il segno a baci umidi e caldissimi. E di lato, nel mio campo visivo periferico, il volto sereno di Erika che dorme.
"Dimmelo, Franci," ansima Giada contro la mia clavicola, stringendomi le cosce con le sue. "Dimmelo a bassa voce. Dimmi a chi appartieni."
"A te..." riesco a sussurrare, la voce rotta, completamente inebriato dal suo dominio, dal tabù spaventoso della situazione e dalla botta chimica che mi pulsa ancora nel cervello. "Sono tuo."
Giada si solleva appena, un sorriso di trionfo assoluto a piegarle le labbra perfette. Afferra la mia mano e la guida verso il suo seno, costringendomi a stringerla attraverso il pizzo rosso.
"Allora fammi vedere cosa sai fare," sibila, inarcando la schiena e offrendosi a me. "Usa quelle mani. E prega che la tua amata non apra gli occhi."
Il suo respiro è un filo caldo sul mio collo, una promessa che si traduce subito in un'azione tortuosa. Giada inizia a muoversi, non con slancio, ma con una lentezza calcolata che è pura tortura. Il pizzo rosso del suo perizoma sfrega contro la mia erezione, un'attrito esplosivo che mi trafigge il bacino. Ogni movimento è un filo rasoio che tira la mia tensione al limite, facendomi digrignare i denti per non urlare. Il suo corpo è una molla che si carica lentamente, un'arma letale di lussuria.
"Ti piace così, vero, amore mio?" mi sibila in un orecchio, mentre il suo bacino continua quella danza maledetta. "Ti piace sentirmi... così vicina... eppure così... impossibile."
Ridacchia, un suono basso e torbido. "Povera Erika... non sa che adesso sei mio."
Mi costringe a guardarla. I suoi occhi mi fissano, pieni di una consapevolezza così potente da essere quasi fisica. Poi, con un gesto della mano, una sorta di autorità senza parole, mi ordina di agire.
"Spogliami," comanda, non chiede. "Voglio sentire le tue mani su di me. Tutte le tue mani."
Le mie dita, ancora un po' tremolanti, obbediscono. Trovano la piccola chiusura metallica del reggiseno in pizzo rosso. Un "clic" quasi impercettibile nella stanza silenziosa, ma che per me suona come uno sparo. Ie coppe si aprono, rivelando due seni perfetti, pieni ma tesi, con capezzoli scuri e duri che puntano verso il soffitto, implorando attenzione.
Guidato da un istinto primordiale, mi sollevo un attimo e affondo il viso in quel caldo velluto. La mia bocca si chiude su un capezzolo, la lingua lo accarezza, lo morde dolcemente. Le braccia di Giada mi circondano la testa, stringendomi contro di sé.
"Sì... così..." geme lei, e qui la sua eleganza vacilla, sostituita da una volgarità calcolata. "Mordi quel seno... sei mio... non più di quella stupida di mia cugina."
I suoi gemiti, ora, sono teatrali. Volutamente più alti, più forti. Un rischio calcolato che ci fa venire il cuore in gola. Ogni suo suono è una minaccia, una provocazione diretta al sonno di Erika.
"Adesso l'altro... non dimenticare l'altro," ordina, spingendo la mia testa verso il seno opposto.
La mia bocca obbedisce, la mia lingua danza, la mia bocca succhia. Il sapore della sua pelle, il calore del suo corpo, il profumo che mi ha stordito tutto si fondono in un'unica, opprimente sensazione di potere e sottomissione.
"Mio, Franci," sussurra, la voce rotta dal piacere. "Sei tutto mio."

I suoi gemiti si interrompono bruscamente. Con un gesto brusco, Giada afferra il mio mento, costringendomi a guardarla negli occhi. I suoi sono due fiamme nere, brucianti di un desiderio perverso e impaziente.
"Questa volta niente pompini" sibilano le sue labbra, la voce un filo teso di ossidiana. "E basta stronzate. Ho giocato abbastanza."
Si solleva appena, il corpo un arco di tensione pura. Con una mano, si sfila il perizoma di pizzo rosso. Il tessuto scivola via, rivelando una liscia e perfetta piega intima, lucida di desiderio. Lo lascia cadere a terra, un brandello di scarlatto sul legno scuro, come un'offerta.
Poi scende di nuovo, ma questa volta diversamente. Non c'è più il filtro del pizzo. È la sua pelle nuda, la sua umidità, che va a posarsi sulla cappella del mio cazzo. Un contatto diretto, esplosivo, che mi trafigge come una scarica elettrica. Inizia a strusciarsi, un movimento lento, circolare, esatto. Un macchinario umano progettato per la tortura e il piacere. La sua fica, bagnata e calda, scorre lungo di me, senza mai permettermi l'ingresso, solo un insostenibile sfiorare che mi sta facendo impazzire.
"Senti... senti cosa fai a me?" geme, e questa volta non c'è più teatralità. C'è solo un bisogno animalesco, un suono roco e genuino che la tradisce. Le sue mani si appoggiano sul mio petto, le unghie che mi graffiano la pelle, lasciando solchi roventi. "Sento che vuoi entrare...lo sento...."
I suoi fianchi continuano quella danza maledetta, una maestria che non avevo mai conosciuto. Non si limita a muoversi, sa esattamente come ruotare il bacino, come variare la pressione, come usare i suoi muscoli interni per torturarmi ulteriormente. Chiudo gli occhi, la testa gettata all'indietro sul divano, completamente in balia delle sua abilità.
Con un gemito strozzato, un suono che è metà dolore e metà liberazione, Giada alza i fianchi, prende la mia erezione con una mano sicura e la guida. In un solo movimento fluido e implacabile, mi fa entrare in lei.
Un urlo silenzioso mi si chiude in gola. L'invasione è umida, stretta, incandescente. La sua fica è una morsa viva e pulsante che mi avvolge, mi stringe, mi divora. Non c'è delicatezza, non c'è abitudine. C'è solo la presa di possesso.
"Ecco... così," sibila lei, il viso contorto in una maschera di puro godimento. "Ora cazzo, ti scopo io."
E inizia a muoversi. Scivola su e giù lungo la mia lunghezza con un ritmo che mi spezza la schiena. Non sono movimenti comuni. Sono esplosioni. il suo corpo si scontra contro di me, un tuono secco e pericoloso che rischia di svegliare i morti. Il suo culo, sotto le mie mani che lo afferrano disperatamente, si contrae ad ogni spinta, sodo e perfetto come una scultura di carne. Il mio cazzo è intrappolato tra quelle pareti bagnate e calde, schiacciato dalla forza dei suoi movimenti, mentre da sotto cerco di spingere, di andare più a fondo, di corrispondere alla sua furia.
Poi, con uno scatto improvviso che mi congela il sangue, si gira di lato, verso la forma dormiente di Erika. Un sorriso crudele le increspa le labbra.
"Lo vedi, Erika?" geme, la voce rotta dalle spinte ma pura, chiara, come un veleno versato nell'orecchio di sua cugina. "Lo vedi come un vero cazzo dovrebbe essere usato?"
La sua andatura cambia, diventa più lenta, più profonda. Ogni downstroke è una tortura lenta, una presa di coscienza. "Non sei mai stata capace di questo, vero? Stupida innocente. Con le tue fusa da gattina e i tuoi movimenti da principessa. Lui non voleva una bambola. Voleva una troia."
Mi piego, la bocca cerca la sua pelle. Mordo la sua spalla, lecco il sale del suo sudore. "Giada..." levo, la voce un sussurro roco.
"Tu... sei stantia," insiste lei, ignorandomi, i suoi occhi fissi sul volto di Erika. "Sei noiosa. La tua semplicità lo ha stufato. Voleva sentire una fica che lo stringeva, che lo masticava, che lo implorava di più. Voleva sentirmi urlare."
Le sue parole mi colpiscono più forte di qualsiasi schiaffo. Sono sporche, perverse, e mi accendono una fiamma che non credevo possibile. Le mie dita affondano nella pelle dei suoi glutei, spingendola giù con più forza, sentendola aprirsi completamente per me.
"Senti, Erika?" continua Giada, il suo respiro sempre più affannoso. "Senti come mi piace? Senti come una vera donna si fa scopare? Sono migliore di te, cugina. Sempre lo sarò."
Le sue parole sono il catalizzatore. Non posso più trattenermi. Da sotto, inizio a spingere con forza, a incontrare i suoi movimenti, a colpire quella profondità che fa gemere qualsiasi donna. Ma Giada non è qualsiasi donna. Invece di arretrare, spinge ancora più forte. Le sue dita affondano nei miei pettorali, le unghie mi graffiano fino a farmi sanguinare.
"Sì, cazzo! Così!" urla, la voce così forte da farci venire il cuore in gola. "Dammelo tutto! Fammi sentire il cazzo dell'uomo che ho rubato a mia cugina!"
È una battaglia, un duello carnale. Il nostro corpo si scontra, si fonde, si distrugge. Sono solo un branco di nervi scoperti, un insieme di sensazioni pure, senza filtro. Il piacere è un'onda che si alza, minacciosa, totale. So che sto per venire, so che sta per accadere, e l'idea di farlo dentro di lei, mentre Erika dorme, mentre lei la insulta, è così sbagliata, così perfetta, da farmi perdere ogni controllo.
Il respiro di Giada si fa corto, un rantolo secco che precede la tempesta. Il suo corpo si irrigidisce sopra di me, tutti i muscoli tesi come corde di un arco. È vicinissima, lo sento nel modo in cui la sua fica si contrae, in un ritmo febbrile e disperato attorno al mio cazzo.
"Guarda... guardala, Franci," sbava lei, indicando Erika con un dito tremante. "Senti... senti questo? Questo è potere!"
Con un urlo che soffoca nella carne della mia spalla, l'orgasmo la travolge. La sua fica si stringe attorno a me in una morsa spasmodica, una serie di contrazioni potenti che mi succhiano l'anima. Onde di piacere puro la scuotono dall'interno, facendole tremare le cosce e contorcersi la schiena. È una visione demoniaca, di una bellezza così intensa da far male.
E questa vista, questa sensazione, mi spinge oltre il limite. Non riesco a trattenermi. Un brivido freddo mi percorre la schiena mentre il piacere esplode dal centro del mio essere. La mia schiena si inarca, le mie mani si stringono sul suo culo con una forza che non sapevo di possedere, e poi è l'apocalisse.
Un getto bollente, potentissimo, esplode da me, un fiume di passione che inonda la sua fica, che la riempie, che la possiede. Il mio cazzo pulsa ancora e ancora, riversando in lei tutto il mio desiderio, tutta la mia rabbia, tutta la mia sottomissione. Sento il mio sperma zampillare, un'ondata dopo l'altra, mentre le mie orecchie ronzano e la mia vista si appanna. Collassiamo l'una sull'altro, un ammasso di membra sudate e tremanti, un'isola di respiro affannato nel silenzio della stanza.
Giada non mi dà nemmeno il tempo di riprendermi. Tremante ancora, col respiro che le lacera i polmoni, si stacca da me. Il mio sperma e i suoi umori ancora su di lei, un rivolo caldo che le scivola lungo la coscia. Con un'aria di triomfante malvagità, si china sul mio cazzo ancora gocciolante e raccoglie un po ' di sperma, portandoselo alle labbra in un gesto che è puro blasfemia. Ma non è abbastanza.
Si alza, zoppicando leggermente, e si china su Erika. "No... cosa stai facendo?" levo, la voce un filo roco, ma lei non mi ascolta.
Con un dito, raccoglie una goccia del mio sperma che le colava lungo la coscia e la spalma lentamente, con un gesto di proprietà, sul seno nudo di Erika. Un cerchio bianco, opaco e vischioso, che si staglia sulla pelle liscia della sua ragazza. Un marchio.
La reazione di Erika è immediata, anche se inconscia. Il suo corpo si agita leggermente, un brivido le percorre la schiena. Le sue labbra si muovono, emettendo un suono indistinto.
"Mmmh... solletico..." bisbiglia, gli occhi ancora chiusi. Poi, a malapena, le palpebre si sollevano. I suoi occhi sono sgranati, vitrei, completamente privi di lucidità. Mi guardano, ma non mi vedono. Guardano attraverso di me, in un limbo di confusione. "caldo... che cos'è...?"
Giada sorride, un ghigno di pura cattiveria. Si china, il suo viso a pochi centimetri da quello della cugina. Con la lingua, lecca il marchio di sperma che ha appena lasciato sul seno di Erika, assaporandolo lentamente, con gli occhi piantati nei miei. È un gesto di possesso totale, una sfida esplicita.
"È solo un sogno, cugina," sussurra Giada, la voce un veleno dolce. "Un brutto, brutto sogno."
Gli occhi di Erika si chiudono di nuovo, la sua testa ricade sul cuscino. Dopo qualche attimo, il suo respiro torna a essere profondo e regolare. È di nuovo svenuta. Crollata di nuovo nell'oscurità, ignara di tutto.
Giada si volta verso di me, le labbra ancora lucide. "Vedi?" dice, con un sorriso trionfante. "È tutta mia. Adesso... e per sempre."
La stanza è silenziosa di nuovo. Il solo suono è il nostro respiro, e il lontano ronzio del frigorifero. Ma il silenzio, ora, è diverso. È carico di promesse, di minacce, di un futuro oscuro e pieno di peccato. Un futuro che, in qualche modo perverso, non vedo l'ora di iniziare.
Il ghigno trionfante di Giada, le sue labbra lucide mentre lecca il mio sperma dalla pelle di Erika, è una visione così demoniaca eppure così fottutamente eccitante che il mio cazzo, ancora gonfio e sensibile dall'orgasmo che mi ha svuotato, si risveglia. Si indurisce di nuovo, una pulsazione viva e dolorosa che sfiora la mia coscia, un desiderio insaziabile che non ammette sosta.
Non posso resistere.
Mi alzo silenziosamente dal divano, le gambe ancora un po' tremanti. Mi avvicino a lei, piegata su Erika come una predatrice sul suo bottino. Le mie mani trovano il suo culo, sodo e tonico sotto la pelle liscia e sudata. Lo palpo con un'intensità che è quasi violenza, le dita che si affondano nella carne soda, le pollici che si spingono verso il solco profondo tra le sue guance.
Giuda trema sotto il mio tocco, ma non si ferma. Continua a leccare, a ripulire il seno di Erika, godendosi la sua opera di profanazione.
"Giada..." levo, la voce un ruggito roco, una confessione di pura necessità. "Sono di nuovo duro. Cazzo, voglio scoparti."
Lei emette una piccola risata, un suono torbido che si perde nella pelle di Erika. "Allora fallo, cazzo. Prenditi quello che è tuo."
La mia risposta è un'azione. Scendo di colpo in ginocchio dietro di lei, il suo culo ora perfettamente all'altezza del mio viso. Con le mani, glielo spalanco, un gesto che la espone completamente a me. La vista è spettacolare: il suo buco stretto, piccolo e perfetto, e più in basso la sua fica, ancora rossa e bagnata, gonfia per il piacere che l'ha appena travolta, con le labbra divaricate che mostrano un po' del mio sperma ancora intrappolato al suo interno. Un cumulo di rovine e desideri.
Senza preavviso, la mia lingua si tuffa in quel paradiso proibito. Lecco le sue labbra, assaporo il sapore salato del nostro sesso mescolato al suo umore dolce. La lingua si spinge in profondità, cercando, esplorando, possedendo. Giuda emette un gemito soffocato contro il petto di Erika, il suo corpo che trebbe sotto la mia bocca. Le mie mani continuano a tenere le sue guance aperte, le dita che si affondano nella sua carne con una forza che lascerà segni.
"Sì... così... leccami... puliscimi..." sussurra lei, la voce rotta dal piacere. "Lecami la fica... mentre lecco il tuo sperma dalle tette di tua ragazza."
Le parole sono un'accelerazione. La mia lingua si muove più veloce, più profonda. Lecco il suo clitoride, lo succhio dolcemente, lo morso con delicatezza. Le sue gambe tremano, e il suo corpo inizio a muoversi in modo ritmico, spingendo il suo culo contro il mio viso, cercando più contatto, più piacere. Non è più lei a comandare. Sono io che le sto insegnando cosa significa essere completamente posseduta.
Mentre la lecco, la masturbo con una mano, le dita che entrano nella sua fica bagnata, un movimento che la fa gemere ancora più forte. Con l'altra mano, le palpo il culo, le dita che si avvicinano al suo buco stretto, un'ulteriore provocazione che la fa sobbalzare.
"Franci... cazzo... Franci... mi stai facendo impazzire..." geme lei, la voce un filo di puro desiderio.
Mi alzo lentamente, la mia bocca ancora bagnata del suo sapore. il mio cazzo, duro e pulsante, le sfiora la schiena. "Ora sei mia," levo, la voce un sussurro che è una minaccia e una promessa.
sono all'in piedi dietro di lei, la mia erezione che ora preme contro l'ingresso della sua fica. Non entro subito. Resto lì, un attimo, facendola desiderare, facendola implorare.
"Dimmelo, Giada," sussurro. "Dimmi cosa vuoi."
"Tu... voglio te... cazzo... fammi sentire il tuo cazzo dentro di me... per favore..." geme lei, la voce rotta dal bisogno.
Con un sorriso crudele, obbedisco. In un solo colpo, la inondo di nuovo.
Non c'è più nessuna delicatezza. Nessuna rassicurazione. La mia mano si stringe in un pugno tra i capelli di giada e la tiro all'indietro, costringendola ad alzare la testa. "Guarda tua cugina, troia," sibilo. "Guarda che stai facendo davanti a tua cugina"
Il mio cazzo la entra di colpo, senza preparazione, una violenza secca che la fa urlare, un suono soffocato contro la pelle di Erika. Non è più una questione di piacere, è una questione di potere. La scopo con una furia che non sapevo di avere, ogni spinta è un pugno, un insulto, un'accusa. Il mio corpo si scontra contro il suo, facendola barcollare, le ginocchia che cedono sotto la violenza del mio assalto.
Giada si aggrappa. Letteralmente. Le sue braccia si stringono intorno alle spalle nude di Erika, abbracciandola come se fosse una zavorra, una salvezza nella tempesta di carne che la sta travolgendo. Ha il viso sepolto nel collo della cugina, i suoi gemiti di dolore e piacere soffocati contro quella pelle innocente. "Franci... troppo... cazzo, troppo..." geme, ma le sue parole sono un'eco distorta, un invito mascherato da supplica.
Il suo corpo è diventato un strumento del mio piacere. È sensibile, ipersensibile. La sua eleganza è sepolta sotto strati di sudore, i suoi capelli sono un nido disordinato sulla sua schiena, la sua pelle è rossa e segnata dalle mie mani. I suoi gemiti non sono più eleganti, sono urla da pazza, da zoccola in preda al delirio, suoni animali che riempiono la stanza e che mi spingono a fare ancora di più.
Il mio cazzo la scopa sempre più forte, più profondo. Colpisco la sua portata interna con una precisione che è quasi chirurgica, un'azione mirata a distruggerla, a renderla solo un recipiente per il mio desiderio. Le mie mani le afferrano i fianchi, le unghie che si affondano nella sua pelle, lasciando dei solchi rossi che la segnano come mia proprietà.
"Senti come ti scopo, Giada?" levo, la voce un ruggito roco. "Senti questo cazzo? È il cazzo di Franci, l'uomo di tua cugina. E ti sta distruggendo."
Lei non risponde. Solo gemiti, urla, suppliche incomprensibili. Il suo corpo trema, si contorce, un'intera sinfonia di sensazioni che la sta travolgendo. È un'immagine perversa e meravigliosa: Giada, la regina del controllo, ora è solo un corpo in preda al piacere, che si aggrappa alla cugina svenuta mentre viene scopata con una violenza che quasi la fa male.
"Più forte... cazzo... più forte..." riesce a dire, le parole rotte dal piacere. "Non fermarti... non ti fermare mai..."
E io non mi fermo. Aumento la cadenza, la forza. La scopo come se la volessi rompere in due, come se volessi fonderla con me, con Erika, con il divano. Il mondo intorno a noi scompare.
Il suo corpo è un filo teso al punto di rottura. Ogni mio colpo è un martello che la fa vibrare, un'onda d'urto che si propaga da quella fica martoriata fino alla punta dei capelli. Si aggrappa a Erika con disperazione, le unghia che affondano nella pelle tenera delle spalle della cugina, lasciando delle mezzelune rosse che svaniranno nel sonno. Il suo viso è nascosto tra il seno e il collo di Erika, e i suoi gemiti sono ora un lamento continuo, ininterrotto, un suono primordiale che è dolore e piacere fusi insieme.
"Franci... sto venendo... cazzo... sto venendo!" riesce a sbraitare, la voce rotta dalle convulsioni che la scuotono. "Dai... dannazione... non ti fermare!"
E poi l'apocalisse. Un urlo strozzato le esplode dalla gola, mentre un orgasmo sismico la sconvolge. La sua fica si stringe attorno al mio cazzo in una morsa disumana, una serie di spasmi potenti che cercano di espelleremi, di schiacciarmi. Le sue pareti interne, già così sensibili, diventano una gabbia pulsante che mi strozza, che mi succhia, che cerca di strapparmi l'anima.
Il suo corpo trema all'impazzata, le gambe che cedono, sorrette solo dalla mia presa feroce sui suoi fianchi. È un'ondata, un'onda gigante che la travolge e la lascia inerme, un relitto umano ancora aggrappato alla cugina.
Ma io non mi fermo.
Anzi, il dolore puro del suo orgasmo, quella morsa che cerca di distruggermi, mi spinge ancora oltre. Ignoro le sue suppliche, le sue urla di "basta, basta, è troppo". La scopo con una violenza che è quasi rabbia, un'azione di puro possesso. Voglio sentirla gridare, voglio sentirla soffrire, voglio sentirla godere fino alla follia.
"Non hai finito, troia," levo, la voce un ruggito che copre le sue urla. "Continua a venire. Fino a che non ti sei rotta."
E le piace. Quel misto di dolore e piacere, quella violenza che la spinge oltre ogni limite, è la sua droga. Invece di respingermi, spinge indietro, il suo corpo che cerca ancora il mio, un masochismo che la fa urlare di piacere. "Sì... cazzo... sì... distruggimi..."
Finalmente, sento il mio limite avvicinarsi. Un'onda di calore che mi sale dalla schiena, una pressione che diventa insostenibile. Con un urlo che è un ringhio, mi tiro fuori da lei all'ultimo secondo. Il mio cazzo scoppia, una pioggia bollente che inonda il suo culo, la sua schiena, i suoi reni. Getti potenti e copiosi che la ricoprono, che la marchiano, che la rivendicano come mia proprietà.
Collasso su di lei, un peso morto e sudato che la fa crollare dal divano, strisciando giù fino a finire ammassati sul tappeto ai piedi di Erika. La cadenza del mio respiro è un rantolo roco, un suono che non sembra mio, un motore appena spento che ancora fuma. Il mio corpo non mi appartiene più, è solo un involucro dolorante e appagato.
Giada è sopra di me, un groviglio di arti frementi e pelle umida. Il suo respiro è anch'esso un fuoco che le arde i polmoni. Per un attimo, restiamo immobili, solo un groviglio di membra affrante, ascoltando il ritorno lento del mondo che ci circonda, mentre il mio sperma le cola ancora lungo la schiena, un fiume caldo e bianco che la segna.
Poi, i nostri occhi si trovano. Il suo non sono più pozzi diabolici, ma laghi neri e profondi, traboccanti di una stanchezza e un piacere che sono quasi religiosi. Con un lento, tremendo sforzo, si avvicina. Le nostre labbra si toccano. È un bacio diverso. Non è un bacio di dominazione, o di sfida. È un bacio di sopravvivenza. Un patto sigillato con la lingua e i denti.
Le sue labbra sono morbide, nonostante il rossore e il gonfiore. Le sue lingua danza con la mia, non per combattere, ma per fondersi. È un bacio focoso, disperato, come se ci tenessimo a galla l'un l'altra in un oceano di peccato.
"Sei... un mostro," sussurra lei contro la mia bocca, le sue parole che si perdono nel suono dei nostri baci. "Un cazzo di mostro..."
"Sei tu... che mi hai creato," rispondo, la mia voce un roco sussurro, la mia mano che le afferra il culo, palmandolo con un possesso che non ammette repliche. Le mie dita affondano nella sua carne soda, ancora umida e segnata dal nostro sesso.
Lei geme, un suono basso, profondo, un gemito che è puro piacere e pura stanchezza.
Il silenzio ovattato del soggiorno torna a stringerci, denso del nostro odore, spezzato solo dai nostri respiri irregolari e dal ronzio distante del frigorifero in cucina. Siamo stesi sul tappeto, un groviglio di pelle madida e muscoli sfiancati, ai piedi del divano dove Erika dorme ancora, immutata, come se la tempesta che ci ha appena travolti non l'avesse nemmeno sfiorata.
Giada solleva lentamente il viso dal mio petto. Il trucco è leggermente sbavato agli angoli degli occhi, i capelli neri le ricadono disordinati sulle spalle nude, incollandosi alla schiena umida. È bellissima. Non della bellezza perfetta e intoccabile con cui è entrata in questa casa, ma di una bellezza cruda, carnale, distrutta e ricreata dalla lussuria.
I suoi occhi oscuri sondano i miei, cercando qualcosa oltre l'appagamento fisico. Mi passa una mano sul viso, le dita che mi accarezzano la mascella con una tenerezza che stride violentemente con la brutalità di quello che abbiamo appena fatto.
"Dimmelo, Franci," sussurra, la voce graffiata, un filo roco che mi fa vibrare lo stomaco. "Non voglio più giochi adesso. Non voglio più sentire stronzate. Dimmelo." "Cosa vuoi che ti dica?" mormoro, catturando la sua mano e baciandole il palmo.
"Dimmelo e basta," insiste, avvicinando il viso al mio, il respiro che si fonde col mio. C'è un'urgenza disperata nel suo tono, un bisogno viscerale di sentirsi ancorata a me. "Dimmi che sei ossessionato da me. Dimmi che quello che provi per lei non è niente in confronto a questo. Dimmi che mi ami, cazzo. Anche se è sbagliato. Anche se siamo malati."
Le sue parole sono una confessione a cuore aperto, spogliata di ogni arroganza. È la regina che si toglie la corona per mostrare la sua dipendenza. La guardo. Guardo il suo corpo segnato da me, sento il vuoto assoluto che mi ha lasciato dentro, un vuoto che solo lei può riempire di nuovo. La verità mi sale alle labbra, incontrollabile e devastante.
"Sono malato di te, Giada," confesso, la voce che mi trema appena, tirandola contro di me per affondare il viso nel suo collo. "Sono fottutamente ossessionato. Ti amo. Ti amo in un modo che mi fa schifo, in un modo che mi distrugge, ma non posso farne a meno. Non voglio farne a meno. Tu sei mia."
Giada chiude gli occhi, un sospiro lungo e tremante le sfugge dalle labbra. "Anch'io, Franci. Dio, anch'io," mormora, stringendosi a me con una forza inaspettata. "Ti amo. Questa fame che abbiamo... ci consumerà vivi. E io non vedo l'ora."
Restiamo abbracciati sul pavimento, avvolti in una bolla di dolcezza perversa. È un amore nato nel tradimento, alimentato dal voyeurismo e cementato da una lussuria animale, ma in questo momento, sul tappeto sporco del soggiorno, è l'unica cosa reale. Ci accarezziamo in silenzio, assaporando la vicinanza, le labbra che si cercano per baci pigri, lunghi e profondi.
Ma il mondo reale non aspetta. L'orologio a muro in cucina segna quasi le diciotto. Il pomeriggio è scivolato via, inghiottito dal nostro delirio.
"Dobbiamo muoverci," sussurra improvvisamente Giada, rompendo l'incantesimo. Si stacca da me a malincuore, mettendosi seduta. "Mia zia e la mocciosa potrebbero tornare da un momento all'altro. Dobbiamo ripulire tutto questo."
Mi alzo, i muscoli che protestano, e annuisco. La realtà ci piomba addosso come un secchio d'acqua ghiacciata. Ci muoviamo in fretta, un lavoro di squadra silenzioso e collaudato dall'urgenza. Recuperiamo i nostri vestiti sparsi per la stanza. Giada si infila l'intimo rosso e la vestaglia di seta con gesti veloci, io mi rimetto i jeans e la maglietta. Puliamo il divano e il tappeto con salviette umidificate prese in bagno, cancellando ogni traccia della nostra tempesta.
Poi, il problema più grande: Erika. Giace ancora sul divano, nuda e beatamente svenuta.
"Vado a prenderle qualcosa di comodo dalla sua valigia," dico a bassa voce, correndo di sopra. Ritorno un minuto dopo con un paio di slip puliti di cotone e una maglietta oversize che le fa da pigiama.
Rivestire una persona priva di sensi è un'operazione goffa, ma farlo insieme all'amante con cui l'hai appena tradita assume contorni surreali. Giada mi aiuta a sollevarle il bacino, le sue mani dalle unghie laccate che sfiorano la pelle della cugina con un distacco clinico, mentre io le infilo gli slip. Poi la facciamo sedere per infilarle la maglietta dalla testa, infilando le sue braccia inerti nelle maniche. Erika mugugna qualcosa di incomprensibile, la testa le ciondola contro la mia spalla. Ha un odore pungente di sudore, sesso ed erba.
"La porto di sopra," sussurro, prendendola in braccio a mo' di sposa. Pesa pochissimo.
Giada mi fa strada, aprendo le porte. La adagio sul suo letto, rimboccandole le coperte. Sembra un angelo caduto, ignara dell'inferno che ha appena attraversato. Lasciamo la porta della sua camera socchiusa e scendiamo in cucina. Giada prepara un caffè forte, mentre io mi sciacquo la faccia nel lavandino, cercando di cancellare dal mio sguardo la colpa e l'estasi.

Passa quasi un'ora. Stiamo finendo il caffè in un silenzio carico di elettricità, quando sentiamo dei passi lenti e strascicati scendere le scale.
Erika compare sulla soglia della cucina. Ha i capelli arruffati, gli occhi gonfi e un'espressione confusa e dolorante. Si tiene una mano sulla fronte.
"Buongiorno, principessa," la accoglie Giada, il tono perfettamente bilanciato tra l'ironico e il premuroso. "O dovrei dire buonasera? Hai dormito per ore."
Erika strizza gli occhi, colpita dalla luce. "Oddio... che mal di testa. Mi sento come se mi fosse passato sopra un camion." Si avvicina a me, appoggiandosi alla mia sedia e mettendo le braccia attorno al mio collo, nascondendo il viso nell'incavo della mia spalla.
"Hai esagerato col fumo, amore," le dico dolcemente, accarezzandole i capelli e baciandole la tempia, il cuore che mi martella nel petto. Mentire è diventato troppo facile. "Sei crollata di colpo. Ti abbiamo rivestita e messa a letto."
Erika si irrigidisce leggermente contro di me. Alza la testa, guardando prima me e poi Giada, le guance che si infiammano di colpo, diventando rosse come pomodori. L'erba ha cancellato quasi tutto, ma le ha lasciato un frammento, un ricordo sbiadito ma nitidissimo.
"Cristo..." mormora Erika, coprendosi il viso con le mani, mortificata. "Io... mi ricordo il divano. Mi ricordo... noi due. Franci, noi... l'abbiamo fatto davvero mentre Giada era lì?"
Giada beve un sorso di caffè, nascondendo un sorriso letale dietro la tazzina. "Eri molto... creativa, tesoro. Devo dire che non ti facevo così disinibita. Ma tranquilla, a un certo punto sono andata in cucina. Siete stati molto rumorosi, però."
Erika geme, nascondendo di nuovo il viso contro il mio collo, l'imbarazzo che la divora. "Voglio sprofondare. Non berrò e non fumerò mai più in vita mia. Scusa Giada, che figura..."
"Tranquilla, tutto resta in famiglia," risponde Giada con voce suadente, posando la tazza e alzandosi. "Vado a farmi una doccia prima che rientrino tua madre e la piccola peste. Vi lascio soli." Lancia a me un'ultima occhiata bruciante, carica di mille segreti, e sparisce nel corridoio.
Resto solo con Erika. Lei si stacca un po', guardandomi negli occhi. Il rossore dell'imbarazzo è ancora lì, ma c'è anche una scintilla di malizia nuova, sfrontata, figlia di quel gioco di ruolo che ricorda a malapena.
Si morde il labbro inferiore, abbassando lo sguardo, per poi far scivolare una mano sotto il tavolo. Mi dà uno schiaffo leggero, scherzoso ma secco, proprio sul culo.
"Però, signor ladro..." sussurra Erika, un sorrisetto timido ma colmo di orgoglio e desiderio che le illumina il viso. "Devo ammettere che... mi è piaciuto da morire."
Sorrido, un sorriso vero e spezzato, stringendola a me. Ignora completamente di essere la vittima della più grande rapina della sua vita.
Il rumore della chiave nella toppa spezza definitivamente la nostra bolla. La zia e Giulia irrompono in casa cariche di buste dello shopping, portando con sé la frenesia del mondo esterno. La cena scorre in un clima surreale. Erika mangia a malapena, gli occhi pesanti per il post-sbornia da erba, mentre io e Giada recitiamo la parte dei perfetti convitati. Sotto il tavolo, Giulia cerca un paio di volte il mio sguardo, stizzita dalla mia freddezza, ignara del fatto che il mio corpo appartenga ancora, in ogni singola fibra, a sua cugina maggiore seduta di fronte a noi.
Per scrollarci di dosso l'afa e la stanchezza, la zia propone un bagno serale in piscina. L'acqua scura e illuminata dai fari subacquei è un sollievo, ma per Erika è il colpo di grazia. Dopo appena venti minuti a mollo, si trascina verso la scaletta. "Io vado, sono stanca morta," mormora, avvolgendosi in un asciugamano. Si avvicina al bordo dove sono appoggiato e si china su di me. Mi prende il viso tra le mani e mi dà un bacio profondo, passionale, la lingua che cerca la mia con una foga inaspettata davanti alla sua famiglia.
Con la coda dell'occhio, vedo l'acqua incresparsi violentemente. Giulia è a pochi metri da noi, aggrappata al bordo. Fissa il bacio con gli occhi ridotti a due fessure letali, la mascella contratta. La sua possessività è così palese che quasi mi fa sorridere, se non fossi troppo impegnato a gestire i miei stessi, enormi segreti. "Notte, amore," mi sussurra Erika, sfiorandomi i capelli bagnati prima di sparire dentro casa per farsi la doccia.
Passa un'altra mezz'ora. La zia ci saluta per andare a dormire. Giulia, cullata dall'acqua e cullata dalla sua stessa noia, finisce per appisolarsi a pancia in giù su un grande materassino gonfiabile, dondolando dolcemente al centro della piscina. Il silenzio cala sul giardino. Incrocio lo sguardo di Giada, che è seduta sui gradini della vasca. L'acqua le accarezza la vita, il costume intero nero che le aderisce come una seconda pelle. I suoi occhi neri brillano nell'oscurità, carichi di una promessa letale. Fa un cenno impercettibile con la testa verso la villa. È il momento.
Usciamo dall'acqua senza fare il minimo rumore per non svegliare Giulia sul materassino. Entriamo in casa, lasciando una scia di gocce sul pavimento di cotto, i corpi freddi ma il sangue che già ribolle.
Saliamo le scale in silenzio. La porta della camera di Erika è socchiusa. Mi affaccio: ha fatto la doccia e si è gettata sul letto a pancia in giù, addormentandosi all'istante, sfinita, con ancora l'asciugamano avvolto sui capelli. Ancora una volta, è fuori gioco. Ancora una volta, il palcoscenico è nostro.
Non faccio in tempo a voltarmi che Giada mi è già addosso. Mi spinge contro il muro del corridoio, la sua bocca che si avventa sulla mia con una fame feroce, assaporando il cloro e il desiderio. Non ci sono parole, non c'è bisogno di spiegazioni. Il rischio ci intossica.
Le afferro i fianchi, le mie mani che scivolano sulla lycra fradicia del suo costume, stringendo i suoi glutei sodi. La sollevo di peso. Giada allaccia immediatamente le gambe gocciolanti attorno alla mia vita, soffocando un gemito contro il mio collo. Con due falcate entro nel grande bagno padronale e chiudo la porta a chiave dietro di noi.
Il bagno è saturo dell'umidità lasciata dalla doccia di Erika. L'aria è calda, pesante. Faccio sedere Giada sul ripiano di marmo freddo del lavandino. Io mi lascio cadere sul coperchio chiuso del wc, proprio di fronte a lei. Siamo fradici. Gocce d'acqua cadono dai nostri capelli sul pavimento di piastrelle.
L'aria del bagno è un caldo vapore che appiccica la pelle ai vestiti. Giada, seduta sul bordo freddo del marmo, mi guarda dall'alto in basso, un sorriso furbo e predatore che le increspa le labbra. Non dice nulla. Non ha bisogno di farlo. Lentamente, estende una gamba, la cui pelle liscia e fredda porta ancora l'odore del cloro. Il suo piede, delicato ma forte, si posa sulla mia coscia. Non una carezza, una dichiarazione di possesso.
"Allora, professore," sussurra, la voce un filo di seta appuntita. "Ancora non sazio?"
Sento un brivido percorrermi la schiena. Con un movimento quasi impercettibile, sfilo il costume bagnato di dosso, un gesto secco e deciso che la fa gemire con soddisfazione. Il mio cazzo esce dalla sua prigione di tessuto, già duro, già pulsante, la cappella liscia e violacea che tremola nell'aria umida.
Giada non esita. Il suo piede si alza, l'alluce che accarezza prima la base, poi risale lentamente lungo la vena principale, premendo con una precisione che mi fa mordere il labbro. L'acqua gocciola dal suo tallone e si unisce al pre-cum che già perla sulla mia punta.
"Guarda questo bel mostro che hai qui," continua lei, il tono da maestra di scuola che mi fa impazzire. "Sempre così obbediente, sempre così pronto per me."
Il suo altro piede si unisce al gioco, entrambi i piedi che ora mi avvolgono, stringendo il mio cazzo come una morsa calda e scivolosa. Inizia un ritmo lento, su e giù, la pianta dei suoi piedi che si struscia contro la mia carne, le dita che mi accarezzano le palle. Il suono è umido, sporcante, un tonfo ritmico che riempie il silenzio del bagno.
"Cazzo, Giada..." sbuffo, la testa che si appoggia indietro contro il muro freddo. I miei muscoli si tendono, l'anca che spinta in avanti, cercando più pressione, più velocità.
"Non venire ancora, capisci?" mi ordina, la voce dura, mentre accelera il ritmo. "Non ho finito di giocare."
Il piacere è un'onda che cresce, una pressione insopportabile che si accumula alla base della mia schiena. Faccio un cenno, quasi implorante. Giada capisce. Si ferma all'istante, lasciandomi a mezza via dall'orgasmo, un brivido frustrato che mi scuote. Si alza dal lavandino con una flessibilità felina, il costume intero nero che le aderisce al corpo come una seconda pelle, evidenziando ogni singola curva.
Si avvicina, l'acqua che cola da lei e cade su di me, piccoli schizzi freddi sulla mia pelle rovente. Si mette in piedi sopra di me, un piede su ogni lato delle mie gambe, guardandomi dall'alto.
"Hai bisogno di una lezione, Franci," sussurra, abbassandosi lentamente. "Una lezione di pazienza."
E poi si siede. Non sul mio cazzo. Sulle mie cosce, il suo costume bagnato che si struscia contro la mia pelle, un contatto freddo e scivoloso che mi fa tremare. Il peso del suo corpo è perfetto, la sua fica calda e pulsante che si appoggia sulla mia erezione, separata solo da due strati di tessuto fradicio.
Inizia a muoversi, un lento, torturante ondeggiare dell'anca. Il costume si sfrega contro di me, la stoffa che si fa strada nelle mie labbra, stimolandomi e negandomi il piacere allo stesso tempo. Le sue mani mi afferrano le spalle, le unghie che mi pizzicano la pelle mentre si spinge su e giù, su e giù.
"Cazzo, Giada... siediti," imploro, la voce rotta dal desiderio. "Siediti su di me... adesso."
Lei ride, un suono basso, velenoso. "Non sei tu a dare gli ordini qui, amore."
Si alza di un millimetro, giusto il tempo di sfilare il costume. Con un gesto rapido e feroce, lo lancia via, rivelando la sua fica completamente glabra, gonfia e rosata, brillante di eccitazione. È una visione che mi mozza il respiro.
Mi guarda dritto negli occhi, un sorriso trionfante sul volto. Poi, si siede. Lenta, lentamente, lasciando che la mia cappella entri in lei, un centimetro alla volta. È un'invasione, una conquista. La sua fica è una fornace bagnata, una morsa che mi accoglie e mi stritola.
Quando sono completamente dentro di lei, si ferma, godendosi la sensazione. Il suo corpo trema leggermente, il respiro che le si fa corto. Il mio cazzo è impazzito, un sismografo che registra ogni singola contrazione delle sue pareti.
"E adesso?" sussurra lei. "Adesso chi comanda?"
Io non rispondo. Mi alzo di scatto, sollevandola con me. La sua sorpresa si trasforma in un gemito di puro piacere mentre la spingo contro il muro, le sue gambe che si avvolgono automaticamente intorno alla mia vita. Inizio a scoparla, una serie di colpi profondi e violenti, il mio cazzo che la riempie, la distrugge, la possiede.
"Sì, cazzo! Così!" urla lei, le mani che si aggrappano alle mie spalle, le unghie che mi graffiano la schiena. "Non fermarti! Scopami! Scopami come la puttana che sono!"
E io lo faccio. La scopo con una rabbia che non sapevo di avere, con una fame che la consuma e mi consuma. Il suo corpo è uno strumento su cui suono la mia melodia di peccato, ogni suo gemito è una nota, ogni suo tremore un'eco della mia lussuria.
"Sono una cattiva ragazza, Franci," sussurra lei all'improvviso, la voce roca e rotta dal piacere. "Sono molto, molto cattiva. E tu mi ami per questo."
"Sì," rispondo, la voce un ruggito. "Ti amo per questo."
Lei ride, un suono basso e felino. "E sai cosa fanno le cattive ragazze?"
Prima che io possa rispondere, la porta del bagno si spalanca con un tonfo secco.
Sulla soglia, l'acqua della piscina che le cola ancora dai capelli sciolti e lungo il corpo fasciato dal costume fradicio, c'è Giulia.
Lo shock sul viso di Giulia è totale. L'immagine le colpisce il cervello come un pugno in piena faccia. Il suo castello di illusioni in cui si credeva la mia unica, segreta tentazione, va in frantumi in un millesimo di secondo, spazzato via dalla visione cruda e inequivocabile della cugina maggiore nuda con me.

Il silenzio dura solo un istante, denso come cemento.

Poi, la voce di Giulia, acuta, tremante di rabbia, tradimento e totale incredulità, squarcia l'aria.
"Ma che cazzo...!"
di
scritto il
2026-03-08
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