Capitolo 11: La Sorpresa

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genere
masturbazione

Capitolo 11: La Sorpresa
Era un giovedì pomeriggio qualunque, o almeno così sembrava. Marco aveva controllato due volte l’orario: i genitori sarebbero tornati solo dopo le sette. La sorella era a lezione di danza fino a tardi. La casa era sua, silenziosa, carica di quel silenzio complice che ormai associava al piacere proibito.
Si chiuse in camera dei genitori con il cuore che già galoppava. Si spogliò completamente, lasciando i vestiti piegati sul tappeto. Prima le calze nere autoreggenti: le infilò con la solita lentezza rituale, godendo del nylon che saliva sulla pelle, del bordo di pizzo che si fermava a metà coscia stringendo la carne morbida. Poi le mutandine nere aperte: il pizzo aderì al bordo delle calze, la fenditura anteriore lasciò il membro libero, già semi-eretto; il foro posteriore espose l’ano in modo osceno. Prese il vibratore viola dal comodino, lo accese sul minimo – quel ronzio basso che gli faceva contrarre l’addome – e lo posò sul letto per dopo.
Infine i tacchi: le décolleté nere con il tacco 10, quelle che Anna aveva lasciato in evidenza giorni prima. Le infilò con attenzione, barcollando leggermente all’inizio, poi trovando l’equilibrio. Camminò avanti e indietro davanti allo specchio a figura intera: le gambe allungate dal tacco, le calze tese che scintillavano alla luce fioca del pomeriggio, il membro che oscillava libero a ogni passo, premendo contro il pizzo aperto. Si sentiva esposto, vulnerabile, irresistibilmente femminile. Si sedette sul bordo del letto matrimoniale, aprì le gambe, prese il vibratore e lo premette contro l’ano attraverso il foro delle mutandine. Lo infilò piano, centimetro dopo centimetro, sentendo la vibrazione propagarsi dentro di lui, facendolo gemere piano.
Chiuse gli occhi. Immaginò Anna che entrava proprio in quel momento, lo vedeva così – con le sue calze, i suoi tacchi, il suo vibratore dentro – e invece di urlare, si avvicinava, lo guardava con quegli occhi verdi carichi di desiderio ambiguo. Il pensiero lo fece accelerare: la mano sul membro, su e giù attraverso la fenditura, il vibratore che si muoveva dentro di lui con ritmo crescente.
Non sentì la porta d’ingresso aprirsi al piano di sotto. Non sentì i tacchi di Anna – gli stessi modello, ma con tacco più basso – che salivano le scale piano, quasi in punta di piedi. Era tornata presto: una riunione annullata all’ultimo minuto, un mal di testa improvviso. Voleva solo sdraiarsi un po’, magari controllare se il cassetto era stato toccato di nuovo.
Salì le scale in silenzio. Vide la porta della camera matrimoniale socchiusa – strano, di solito Marco la chiudeva a chiave. Si fermò sulla soglia, il respiro trattenuto. E lo vide.
Marco era lì, sul loro letto: le calze nere autoreggenti che le fasciavano le gambe, il bordo di pizzo teso sulle cosce, le décolleté nere con il tacco alto che puntavano verso il soffitto mentre teneva le gambe aperte. Il vibratore viola entrava e usciva dal suo ano attraverso il foro delle mutandine aperte, il membro duro che pulsava nella mano, la cappella lucida di pre-eiaculato. Gemiti bassi, strozzati, gli sfuggivano dalle labbra mentre si masturbava con foga, gli occhi chiusi, perso nella fantasia.
Anna rimase immobile. Il cuore le esplose nel petto. Una parte di lei voleva urlare, girarsi e scappare. Un’altra parte – quella che aveva sognato la notte prima – la tenne inchiodata lì. Sentì un calore improvviso tra le cosce, le mutandine bagnarsi all’istante. Vide le sue calze sulle gambe di lui, i suoi tacchi ai suoi piedi, il suo vibratore dentro di lui. Era sbagliato, osceno, proibito. Eppure era… bello. In un modo distorto, malato, irresistibile.
Marco aprì gli occhi di scatto. La vide.
Il tempo si fermò.
Lui si bloccò: mano ferma sul membro, vibratore ancora dentro, gambe spalancate, tacchi puntati. Il viso gli divenne paonazzo, gli occhi spalancati dal terrore puro. Cercò di chiudersi, di coprirsi, ma il movimento fece solo scivolare il vibratore più a fondo, strappandogli un gemito involontario.
Anna non si mosse. Non gridò. Non scappò.
Lo guardò. Lungamente. I suoi occhi verdi scesero sulle calze, sul pizzo teso, sul membro eretto che pulsava ancora nella mano di lui, sul vibratore che vibrava piano dentro il suo ano. Poi risalirono sul viso di Marco: terrorizzato, eccitato, vulnerabile.
«Marco…» sussurrò lei, la voce roca, tremula.
Non era rabbia. Non era disgusto.
Era qualcos’altro.
Un misto di shock, tenerezza, curiosità… e desiderio.
Marco non riuscì a parlare. Solo un filo di voce strozzata:
«Mamma… io…»
Anna fece un passo dentro la stanza. Chiuse la porta dietro di sé con un clic morbido. Non a chiave. Solo chiusa.
Il vibratore continuava a ronzare piano, un suono che riempiva il silenzio elettrico tra loro.
Lei si avvicinò lentamente, i tacchi che clicchettavano sul parquet. Si fermò ai piedi del letto, guardando suo figlio – con le sue calze, i suoi tacchi, il suo vibratore – come se lo vedesse per la prima volta.
«Toglilo» disse piano, indicando il vibratore.
Marco obbedì con mani tremanti. Lo estrasse piano, il corpo che sussultava a ogni centimetro. Lo posò sul letto, ancora umido, ancora vibrante.
Anna lo prese. Lo spense. Lo tenne in mano, sfiorandolo con il pollice come se fosse un oggetto sacro.
Poi lo guardò negli occhi.
«Da quanto tempo lo fai?»
Marco deglutì.
«Da… mesi.»
Un silenzio pesante.
Anna si sedette sul bordo del letto, accanto a lui. Le loro cosce si sfiorarono: nylon contro nylon. Il contatto fu elettrico.
«Non so cosa fare» sussurrò lei. «Dovrei essere furiosa. Dovrei mandarti via. Ma… guardandoti così… con le mie cose addosso… non riesco.»
Marco tremava.
«Mi dispiace…»
Anna posò una mano sulla sua coscia, proprio sul bordo di pizzo delle calze.
«Non scusarti. Dimmi… ti piace? Sentirti così… come me?»
Marco annuì piano, incapace di mentire.
«Sì.»
Lei inspirò profondamente. La mano risalì piano lungo la coscia, sfiorando il pizzo, fermandosi a un centimetro dal membro ancora duro.
«Allora… mostrami.»
Il mondo si fermò di nuovo.
Marco la guardò, incredulo.
Anna non tolse la mano.
Il vibratore era ancora lì, tra loro, spento ma carico di promesse.
E nessuno dei due si mosse per primo.
Ma il confine, ormai, era stato varcato.
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scritto il
2026-03-07
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