Capitolo 8: La Consapevolezza Ambivalente

di
genere
masturbazione

Capitolo 8: La Consapevolezza Ambivalente
I giorni successivi furono un esercizio di autocontrollo per entrambi.
Sua madre – Anna, anche se Marco la chiamava solo “mamma” – aveva smesso di fare domande dirette. Non accennava più al cassetto della biancheria, non chiedeva perché certi tacchi fossero stati spostati di qualche centimetro, non commentava il lieve odore di lavanda che a volte aleggiava sui vestiti di Marco quando tornava dal bagno dopo una doccia troppo lunga. Ma i suoi occhi dicevano tutto.
Lo osservava di nascosto.
Quando Marco scendeva le scale la mattina, lei era già in cucina, in vestaglia di seta leggera che le scivolava sulle spalle, e i suoi sguardi si posavano sulle sue caviglie, sui polpacci, come se cercasse di indovinare se sotto i pantaloni del pigiama ci fossero ancora le calze autoreggenti nere. Una volta, mentre lui si chinava per prendere il latte dal frigo, la vestaglia di lei si aprì leggermente sul davanti: Marco vide il bordo di pizzo di un reggiseno push-up rosso – lo stesso modello che aveva indossato lui giorni prima – e sentì il membro irrigidirsi all’istante. Lei se ne accorse. Non disse nulla, ma le sue guance si tinsero di un rossore leggero e distolse lo sguardo solo dopo un secondo di troppo.
La notte i suoni dalla camera matrimoniale erano cambiati. Non più solo gemiti sommessi e parole oscene sussurrate. Ora c’erano pause più lunghe, respiri trattenuti, come se stessero parlando di lui. Marco origliava dalla porta socchiusa – aveva preso l’abitudine di lasciarla appena accostata, rischiando tutto – e sentiva frammenti.
Una sera, dopo mezzanotte:
«…le scarpe. Le décolleté nere con il tacco 10. Le ha provate, ne sono sicura. Ho trovato un graffio nuovo sul tallone interno, come se qualcuno ci avesse camminato con il peso spostato in avanti.»
Silenzio. Poi la voce del padre, bassa, rauca:
«Pensi che si metta anche la tua lingerie? Le mutandine aperte?»
Un respiro profondo di lei.
«Sì. E le calze. Le autoreggenti. Le ripiega male, le lascia con il pizzo storto. Come se… come se volesse che io lo notassi.»
Marco, accovacciato nel corridoio buio, si toccò attraverso il pigiama. Sotto indossava proprio quelle mutandine nere aperte, il foro posteriore che lasciava l’ano esposto all’aria fresca. Il membro pulsava contro il pizzo, già bagnato.
Anna continuò, la voce tremula, un misto di turbamento e qualcos’altro:
«Mi disturba. Tanto. È mio figlio. Dovrei essere arrabbiata, disgustata. Dovrei parlargli, fermarlo. Ma quando penso a lui… lì, in camera nostra, con le mie calze sulle gambe, i miei tacchi ai piedi, il mio vibratore… non riesco a essere solo arrabbiata. Mi incuriosisce. Mi fa sentire… viva. Come se una parte di me, quella che pensavo di aver chiuso via anni fa, si stesse risvegliando.»
Il letto cigolò. Un gemito soffocato di lei.
«Dimmi che non sei eccitato anche tu» sussurrò Anna.
Un respiro pesante del padre.
«Lo sono. È sbagliato. Ma lo sono.»
Marco infilò una mano sotto il pigiama. Sfiorò il foro posteriore delle mutandine, premette la punta del dito contro l’ano, sentendo la stretta calda. Con l’altra mano prese il membro e iniziò a muoversi lentamente, in sintonia con i rumori dall’altra parte della porta. Immaginò sua madre che lo sapeva – che lo vedeva in quel momento, magari con la porta socchiusa quel tanto da poterlo spiare – e che invece di urlare, si toccava pensando a lui. Immaginò i suoi occhi verdi che lo fissavano mentre lui camminava per casa con i tacchi alti, le calze tese, il sesso che premeva contro il pizzo aperto.
I gemiti di Anna si fecero più intensi.
«Pensi che stia ascoltando ora? Che si stia masturbando mentre ci sente parlare di lui?»
«Sì… probabilmente sì.»
Un altro gemito, più profondo.
«Dio… mi fa bagnare solo a dirlo.»
Marco accelerò. Il nylon delle calze (le aveva infilate sotto il pigiama prima di origliare) frusciava a ogni contrazione delle cosce. Il dito entrò più a fondo nell’ano, la mano scorreva veloce sul membro. Venne in silenzio, mordendosi il labbro fino a farsi male: fiotti densi schizzarono all’interno delle mutandine aperte, impregnando il pizzo, colando lungo le calze nere fino al bordo di pizzo, lasciando strisce umide e calde sulla pelle.
Dall’altra parte della porta, Anna raggiunse l’orgasmo con un rantolo strozzato, il nome del marito che si mescolava a un sussurro indistinto che poteva essere “Marco” o solo un gemito spezzato.
Quando tutto tornò silenzioso, Marco rimase lì ancora qualche minuto, il respiro affannato, il corpo tremante. Si alzò piano, le mutandine appiccicose contro la pelle, le calze umide che gli aderivano alle cosce come una seconda pelle peccaminosa.
Sapeva che Anna era consapevole. Non solo sospettava: sapeva. E quella consapevolezza non la spingeva a fermarlo. La turbava, la disturbava, la faceva sentire in colpa. Ma la incuriosiva. La eccitava. La faceva sentire desiderata in un modo che non provava da anni.
E Marco, con il cuore che ancora galoppava, capì che il confine si era spostato di nuovo. Non era più solo lui a origliare. Forse, molto presto, sarebbe stata lei a lasciare la porta socchiusa di proposito. O a indossare proprio quelle calze autoreggenti nere sotto la gonna, sapendo che lui le avrebbe notate.
La tensione tra loro era diventata palpabile, elettrica, insostenibile. E nessuno dei due sembrava volerla spezzare.
di
scritto il
2026-03-07
2 1
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.