Capitolo 10: I Sogni di Anna

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genere
masturbazione

Capitolo 10: I Sogni di Anna
Quella notte Anna non dormì profondamente. Si rigirò tra le lenzuola fino alle tre passate, il corpo accaldato, la mente che non voleva tacere. Quando finalmente il sonno la prese, non fu un riposo quieto: fu un sogno vivido, frammentato, che la lasciò sveglia con il cuore in gola e un calore umido tra le cosce.
Nel sogno era in camera sua, ma la luce era diversa – calda, dorata, come se il sole tramontasse dentro le pareti. Indossava la gonna a tubino nera che aveva messo quella mattina, ma sotto non c’erano mutandine: solo le calze nere autoreggenti con il bordo di pizzo largo, che le stringevano le cosce lasciando la pelle nuda sopra. Sentiva il nylon sfregare a ogni passo, un fruscio ipnotico che le faceva accelerare il respiro.
Si avvicinò allo specchio a figura intera. Ma non era sola. Marco era lì, dietro di lei, riflesso come un’ombra che prendeva forma. Indossava le sue stesse calze – le autoreggenti nere – e le décolleté con il tacco 10 che lei aveva lasciato in evidenza sul pavimento. Barcollava leggermente, come se stesse imparando a camminare con quei tacchi, ma i suoi movimenti erano lenti, deliberati, quasi sensuali. La gonna plissettata corta che aveva preso dal suo armadio gli arrivava a metà coscia, lasciando intravedere il bordo di pizzo e la pelle chiara sopra.
Nel sogno Anna non parlava. Lo guardava attraverso lo specchio, e lui la guardava a sua volta. I loro occhi si incontrarono, e non c’era più vergogna: solo desiderio crudo, nudo. Marco si avvicinò, le mani che sfioravano il bordo delle sue calze – le stesse calze che indossava lui. Le dita risalirono piano lungo il nylon, tracciando il percorso del pizzo, fino a fermarsi dove la stoffa finiva e cominciava la pelle nuda. Anna sentì un brivido percorrerle la schiena, il sesso bagnarsi all’istante.
«Mamma…» sussurrò lui nel sogno, la voce bassa, roca, non più quella del ragazzo timido ma quella di un uomo che sapeva cosa voleva. Le mani di Marco scivolarono sotto la gonna di lei, sfiorando l’interno delle cosce, premendo contro il pizzo delle mutandine aperte che indossava anche lei – le stesse che aveva rubato. Anna inarcò la schiena contro di lui, sentendo il membro duro premere contro il suo culo attraverso i tessuti sottili. Il nylon delle calze di entrambi si sfregava l’uno contro l’altro, producendo un sibilo continuo, bagnato, che le faceva contrarre i muscoli addominali.
Nel sogno non c’era il padre. Solo loro due, in quella camera che sembrava ingrandirsi, le pareti che sparivano per lasciare spazio al desiderio. Marco le sollevò la gonna, esponendo le calze tese, il pizzo nero che incorniciava il sesso bagnato. Con un dito sfiorò la fenditura anteriore delle mutandine aperte, trovandola già umida, scivolosa. Anna gemette piano, le mani che si aggrappavano allo specchio per non cadere.
«Ti piace guardarmi così?» le chiese lui, la voce un sussurro contro il suo orecchio. «Con le tue calze addosso… i tuoi tacchi… il tuo vibratore dentro di me?»
Anna non rispose a parole. Nel sogno girò la testa e lo baciò – un bacio profondo, proibito, con la lingua che cercava la sua. Mentre si baciavano, Marco prese il vibratore viola dal comodino – lo stesso che aveva usato lei, lo stesso che aveva usato lui – e lo accese. Il ronzio riempì la stanza. Lo premette prima contro il clitoride di Anna attraverso il pizzo aperto, facendola inarcare con un gemito strozzato. Poi, lentamente, lo infilò dentro di lei, muovendolo con ritmo lento, profondo, mentre con l’altra mano si masturbava attraverso le mutandine aperte che indossava, il membro che premeva contro il pizzo nero.
Anna sentiva tutto: il nylon che le stringeva le cosce, il tacco che affondava nel tappeto, il vibratore che la riempiva, il respiro caldo di Marco sul collo. Nel sogno non c’era colpa, solo piacere puro, amplificato dal fatto che era lui – suo figlio – a toccarla, a guardarla, a desiderarla con la stessa fame con cui lei lo desiderava in quel momento distorto.
Il climax arrivò improvviso, violento. Anna venne con un grido soffocato, il corpo che tremava contro lo specchio, il sesso che si contraeva intorno al vibratore mentre fiotti di piacere la attraversavano. Marco venne subito dopo, il seme che schizzava attraverso il pizzo delle mutandine aperte, macchiando le calze nere che indossava, colando lungo il nylon lucido fino al bordo di pizzo.
Poi il sogno si dissolse, lasciando solo buio e il suono del suo stesso respiro affannato.
Anna si svegliò di soprassalto, madida di sudore, le mutandine reali inzuppate, il clitoride ancora pulsante. Si girò verso il marito addormentato, il cuore che le martellava nel petto. Era solo un sogno, si disse. Solo un sogno.
Ma mentre si alzava per andare in bagno, le gambe tremanti, sfiorò con le dita il bordo delle calze che indossava ancora – le autoreggenti nere che aveva messo per “provarlo” – e sentì una fitta di desiderio residuo. Il sogno non era sparito: era rimasto dentro di lei, vivido, umido, proibito.
Cosa sto diventando? pensò, guardandosi allo specchio del bagno, il viso arrossato, gli occhi lucidi. E cosa succederà se lui entra davvero in camera nostra una notte, con le mie calze addosso, i tacchi ai piedi… e io non lo fermerò?
Non aveva risposte. Solo un calore che non voleva spegnersi, e la consapevolezza che i sogni, a volte, erano solo anticipazioni di ciò che il giorno dopo avrebbe potuto accadere. O che lei stessa avrebbe permesso di accadere.
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2026-03-07
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