Capitolo 9: I Pensieri Interni di Anna
di
Ellegi
genere
masturbazione
Capitolo 9: I Pensieri Interni di Anna
Anna si svegliò di soprassalto quella mattina, il corpo ancora percorso da un calore residuo che non aveva nulla a che fare con le lenzuola aggrovigliate intorno alle sue gambe. Il sole filtrava attraverso le tende, illuminando la camera da letto che ora le sembrava un luogo estraneo, carico di segreti che non erano più solo suoi. Si girò verso il marito, ancora addormentato con il respiro regolare, e pensò: Lui non capisce del tutto. Crede che sia solo un gioco, una fantasia passeggera. Ma per me… è diverso. È mio figlio.
Si alzò piano, infilò la vestaglia di seta – quella leggera che le scivolava sulle spalle, rivelando appena il bordo del reggiseno push-up rosso che aveva indossato la sera prima. Mentre si guardava allo specchio del bagno, sfiorò con le dita il pizzo del reggiseno. Lo ha toccato anche lui. L’ha indossato. Ha sentito questo tessuto contro i capezzoli, come lo sento io ora. L’idea la fece rabbrividire. Non era disgusto: era un brivido elettrico, che le partiva dal petto e scendeva fino al basso ventre, facendola stringere istintivamente le cosce.
Come dovrei comportarmi? si chiese, mentre si lavava il viso con acqua fredda per scacciare via quel calore traditore. Dovrei affrontarlo. Sedermi con lui e dirgli: “Marco, so cosa fai in camera mia. So che prendi le mie calze autoreggenti, le mutandine aperte, i tacchi alti. So che ti vesti come me, che ti tocchi pensando a… a cosa? A me?” L’idea di quella conversazione la terrorizzava. Immaginò il suo viso arrossire, gli occhi bassi, la voce tremante. Sarebbe mortificato. O forse no? Forse mi guarderebbe con quel desiderio che ho visto nei suoi sguardi ultimamente – quando fisso le mie gambe sotto la gonna, quando il mio seno sfiora il suo braccio. E se mi eccitasse anche quello?
Mentre si vestiva per la giornata – una gonna a tubino nera che le arrivava al ginocchio, calze color carne velate, tacchi medi che clicchettavano sul pavimento – i pensieri si accavallavano. Scelse apposta quelle calze: le autoreggenti con il bordo di pizzo nascosto sotto la gonna. Se le vede, se le immagina su di sé… Si fermò, le mani tremanti mentre agganciava il reggicalze. Perché lo sto facendo? Perché lo provoco? È sbagliato. Sono sua madre. Dovrei proteggerlo da questi desideri, non alimentarli. Ma… mi incuriosisce. Come si sente quando cammina con i tacchi alti? Barcolla all’inizio, come facevo io da ragazza? E quando infila le mutandine aperte, sente lo stesso vuoto eccitante dietro, quell’apertura che invita… che promette?
Scese in cucina, dove Marco era già seduto a fare colazione. Lo guardò di nascosto mentre versava il caffè: il modo in cui le sue gambe si muovevano sotto il tavolo, come se nascondessero qualcosa. Ha le calze addosso ora? Le mie calze? Il pensiero le fece accelerare il battito. Si chinò per passargli il pane, lasciando che il suo fianco sfiorasse il suo braccio. Sentì il suo respiro trattenuto, vide le guance arrossire. Lo eccita. Come eccita me. Una fitta di colpa la trafisse, ma sotto c’era qualcos’altro: un calore umido tra le cosce, un desiderio di sapere di più.
Non so come comportarmi, pensò mentre sparecchiava, il suono dei tacchi che echeggiava nella cucina silenziosa. Una parte di me vuole fermarlo: dirgli che è pericoloso, che potrebbe confondere tutto, che io sono sua madre e non un oggetto di fantasia. Ma l’altra parte… vuole vedere. Vuole immaginare lui con i tacchi alti, le gambe fasciate nel nylon, il sesso che preme contro il pizzo aperto. Vuole sapere se geme piano come me quando si tocca, se chiude gli occhi pensando alle mie gambe, al mio profumo. Mi disturba perché è proibito, ma mi incuriosisce perché… mi fa sentire desiderata. Non come moglie, non come donna di mezza età con un corpo che invecchia. Ma come qualcosa di potente, di irresistibile.
Quella sera, mentre si preparava per andare a letto, lasciò il cassetto della biancheria socchiuso di proposito. Mise in evidenza le décolleté nere con il tacco 10, quelle che non indossava da anni. Se entra di nuovo… lo saprò. E forse, stavolta, non lo fermerei. Si sdraiò accanto al marito, la mano che scivolava piano tra le cosce sotto le lenzuola, sfiorando il pizzo umido delle mutandine. Marco… cosa mi stai facendo?
I pensieri la tennero sveglia a lungo, un turbine di colpa, curiosità e un desiderio oscuro che non voleva ammettere del tutto. Ma nel buio, con il corpo che fremeva, sapeva che il confine si era assottigliato. E che, presto, avrebbe dovuto decidere da che parte stare. O forse, semplicemente, lasciarsi cadere.
Anna si svegliò di soprassalto quella mattina, il corpo ancora percorso da un calore residuo che non aveva nulla a che fare con le lenzuola aggrovigliate intorno alle sue gambe. Il sole filtrava attraverso le tende, illuminando la camera da letto che ora le sembrava un luogo estraneo, carico di segreti che non erano più solo suoi. Si girò verso il marito, ancora addormentato con il respiro regolare, e pensò: Lui non capisce del tutto. Crede che sia solo un gioco, una fantasia passeggera. Ma per me… è diverso. È mio figlio.
Si alzò piano, infilò la vestaglia di seta – quella leggera che le scivolava sulle spalle, rivelando appena il bordo del reggiseno push-up rosso che aveva indossato la sera prima. Mentre si guardava allo specchio del bagno, sfiorò con le dita il pizzo del reggiseno. Lo ha toccato anche lui. L’ha indossato. Ha sentito questo tessuto contro i capezzoli, come lo sento io ora. L’idea la fece rabbrividire. Non era disgusto: era un brivido elettrico, che le partiva dal petto e scendeva fino al basso ventre, facendola stringere istintivamente le cosce.
Come dovrei comportarmi? si chiese, mentre si lavava il viso con acqua fredda per scacciare via quel calore traditore. Dovrei affrontarlo. Sedermi con lui e dirgli: “Marco, so cosa fai in camera mia. So che prendi le mie calze autoreggenti, le mutandine aperte, i tacchi alti. So che ti vesti come me, che ti tocchi pensando a… a cosa? A me?” L’idea di quella conversazione la terrorizzava. Immaginò il suo viso arrossire, gli occhi bassi, la voce tremante. Sarebbe mortificato. O forse no? Forse mi guarderebbe con quel desiderio che ho visto nei suoi sguardi ultimamente – quando fisso le mie gambe sotto la gonna, quando il mio seno sfiora il suo braccio. E se mi eccitasse anche quello?
Mentre si vestiva per la giornata – una gonna a tubino nera che le arrivava al ginocchio, calze color carne velate, tacchi medi che clicchettavano sul pavimento – i pensieri si accavallavano. Scelse apposta quelle calze: le autoreggenti con il bordo di pizzo nascosto sotto la gonna. Se le vede, se le immagina su di sé… Si fermò, le mani tremanti mentre agganciava il reggicalze. Perché lo sto facendo? Perché lo provoco? È sbagliato. Sono sua madre. Dovrei proteggerlo da questi desideri, non alimentarli. Ma… mi incuriosisce. Come si sente quando cammina con i tacchi alti? Barcolla all’inizio, come facevo io da ragazza? E quando infila le mutandine aperte, sente lo stesso vuoto eccitante dietro, quell’apertura che invita… che promette?
Scese in cucina, dove Marco era già seduto a fare colazione. Lo guardò di nascosto mentre versava il caffè: il modo in cui le sue gambe si muovevano sotto il tavolo, come se nascondessero qualcosa. Ha le calze addosso ora? Le mie calze? Il pensiero le fece accelerare il battito. Si chinò per passargli il pane, lasciando che il suo fianco sfiorasse il suo braccio. Sentì il suo respiro trattenuto, vide le guance arrossire. Lo eccita. Come eccita me. Una fitta di colpa la trafisse, ma sotto c’era qualcos’altro: un calore umido tra le cosce, un desiderio di sapere di più.
Non so come comportarmi, pensò mentre sparecchiava, il suono dei tacchi che echeggiava nella cucina silenziosa. Una parte di me vuole fermarlo: dirgli che è pericoloso, che potrebbe confondere tutto, che io sono sua madre e non un oggetto di fantasia. Ma l’altra parte… vuole vedere. Vuole immaginare lui con i tacchi alti, le gambe fasciate nel nylon, il sesso che preme contro il pizzo aperto. Vuole sapere se geme piano come me quando si tocca, se chiude gli occhi pensando alle mie gambe, al mio profumo. Mi disturba perché è proibito, ma mi incuriosisce perché… mi fa sentire desiderata. Non come moglie, non come donna di mezza età con un corpo che invecchia. Ma come qualcosa di potente, di irresistibile.
Quella sera, mentre si preparava per andare a letto, lasciò il cassetto della biancheria socchiuso di proposito. Mise in evidenza le décolleté nere con il tacco 10, quelle che non indossava da anni. Se entra di nuovo… lo saprò. E forse, stavolta, non lo fermerei. Si sdraiò accanto al marito, la mano che scivolava piano tra le cosce sotto le lenzuola, sfiorando il pizzo umido delle mutandine. Marco… cosa mi stai facendo?
I pensieri la tennero sveglia a lungo, un turbine di colpa, curiosità e un desiderio oscuro che non voleva ammettere del tutto. Ma nel buio, con il corpo che fremeva, sapeva che il confine si era assottigliato. E che, presto, avrebbe dovuto decidere da che parte stare. O forse, semplicemente, lasciarsi cadere.
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