La nostra insostituibile domestica
di
Milord80
genere
dominazione
La sto guardando, la nostra serva di famiglia, ormai fa parte della casa. È passato tanto tempo da quando si presentò al colloquio con papà. Ora io ho 42 anni, quindi sono almeno venti che quella creatura ha donato la sua esistenza per servirci. Non esce mai dalla nostra proprietà da anni, si è assentata solo due volte, per presenziare a funerali di famiglia, la accompagnai io, per verificare che non concedesse a nessuno la sua predisposizione al donarsi perdutamente alla causa.
Ha la mia età, è istruita, graziosa, avrebbe potuto vivere una vita comune, con soddisfazioni, avere una famiglia, una casa propria, eppure è ancora qui, ed ora sta pulendo le fughe tra le mattonelle, con uno spazzolino, piegata sul pavimento. Lo fa con una abnegazione straordinaria, cura ogni centimetro del pavimento che papà pretende sia perfetto. Invidioso una cosa di lei, ha la mente sgombra, lavora, con una dedizione estrema, anche perché non ha altri scopi nella vita, non deve correre per finire in funzione di un tempo. Esegue, fino al tramonto, per poi ritirarsi nella sua stanza e riposare, in vista di una nuova alba che le permetterà di svolgere le sue mansioni, quella che è la sua missione. Purtroppo non ho rapporti da quasi una settimana, i miei ormoni ed il mio inconscio iniziano ad influenzare il mio comportamento. È chinata, le sto osservando le gambe scoperte, non protette dalla vestaglia. Purtroppo papà se ne accorge, non ci voleva. Quando coglie che il mio corpo necessita di svuotarsi, ecco che si intromette.
La chiama Sara, in ricordo del cartone animato lovely Sara.
“Sara!” le grida. “Mio figlio Sebastian ha esigenze di maschio, smetti con quel lavoro e vedi di adempiere a ciò, per il suo benessere”.
A me dispiace quando papà fa così, avevo provato a dirgli di smettere, mi spiace che quella tipa debba donarsi completamente a me per eseguire un suo ordine. Non ho mai capito se lei prova appagamento nel compiacere lui, o me, o entrambi o se proprio gode nel offrirsi e consacrarsi per la causa. Fatto sta che si sta alzando, mi raggiunge, si sistema i capelli, raccogliendoli sulla nuca, aggiusta la compostezza degli indumenti, sistema, battendoli e riposizionandoli, i cuscini del divano e indicandolo mi dice “prego”. Io mi accomodo, mi siedo, sprofondo nella morbidezza lussuriosa di quell’antico sofà. La guardo, bionda, occhi verdi, fisico normale, seno piccolo, mentre si lascia cadere sulle ginocchia, che battono sul tappeto persiano e libera la mia cintura dei pantaloni. Papà osserva sempre, anche quando lei abbassa le mutande e, sfiorandomi leggera con entrambe le mani, mi causa una potente erezione. Per un secondo ci guardiamo negli occhi, vorrei poterle dire “scusa” oppure un “non devi” ma la realtà è che la sua lingua mi fa star bene e quindi sto zitto, anzi, spesso alzo le chiappe dal divano, a gambe spalancate, in modo che possa leccare dolcemente anche i testicoli e l’ano. Chiude gli occhi, usa il palmo, piano, deve per forza piacerle ciò che fa. Appena papà le dà qualche comando, subito provvede. Ora le ha appena intimato di denudarsi e rimanere solo coi calzini corti, da lavoro. Lei si spoglia, senza vergogna, il suo corpo non le appartiene più, è nostro, forse per quello le riesce facile vivere questo suo voto. Mi accorgo che mi eccita di più questo vederla appartenere, rispetto all’atto in sé. “Impalati, nel culo! Voltandogli le spalle”.
Strano, solitamente chiede che io le pisci sul viso, in bocca, o che lei mi cavalchi fino a farmi venire dentro. Ma oggi vuole che si sacrifichi analmente. Spero che abbia l’olio, l’ultima volta mi aveva fatto male al glande. La vedo che apre il cassetto del tavolo, fortunatamente ha pronto il lubrificante, ne mette un po’ sul suo ano, cercando di non esser goffa, poi ne versa abbastanza sul mio pene eretto e rigidissimo, poi si volta. Arretra, sale all’indietro, le mani puntano contro le mie spalle, si siede quasi sul mio cazzo, come se dovesse cacare, dio che bella pelle che ha nella schiena. Con una mano me lo prende, l’equilibrio è precario perché la seduta è morbida. Lo punta, prova a farlo entrare, si muove, sembra non volerne sapere di aprirsi ma appena papà le grida: “muoviti troia incapace, prima che mi innervosisca” Sentire quelle parole deve farle effetto, perché improvvisamente entra, sale nelle sue viscere, purtroppo per lei ho un pene davvero grosso, quello di papà entra più facilmente, ma lui è comunque orgoglioso di me, non ne ha mai fatto problema.
Sta soffrendo, sento che contrae, è fermo a metà, papà si è ormai alterato, lo fa sempre. Si alza e si toglie la cintura per assestarle cinghiate all’altezza delle cosce, qualcuna sul petto. Lei subisce, cercando di coprirsi con un braccio. Così facendo cade all’indietro, appoggiandosi con la schiena al mio petto. In quel momento il pene entra tutto nel suo bel culo pallido. A voce bassa mi supplica “muoviti tu, ti prego, piano”.
L’avesse mai detto, papà vede questa richiesta come una negligenza, si imbestialisce, la prende a sberle nel viso, il nodo dei capelli si slega e le si liberano sul mio viso, sento il suo profumo, a me piace questa donna, non lo confesserò mai, ma provo qualcosa, vorrei difenderla dagli schiaffi ma sono stronzo, quindi inizio a spingere, ad abbracciarla stringendole i seni, stritolandoli più del dovuto, lo ammetto. Lo faccio per tenerla ferma e poterla scopare nel sedere.
Improvvisamente si volta di lato e mi bacia in bocca, non lo fa mai, la bacio anche io, forse lo fa per farmi venire prima, forse per compiacermi, forse per eseguire ancor più intensamente il suo compito. Papà prende male anche questo: ”Non ti è permesso baciare mio figlio, tu sei solo una schifosa serva, come osi?!” La prende per i capelli e la trascina via dalla mia bocca, poi si abbassa i calzoni, li toglie, sfila anche le mutande, ha già l’erezione, non capisco cos’abbia in mente, ma lo scopro presto: vuole scoparla in figa. Le allarga le gambe, le mette all’esterno delle mie, anch’esse aperte e le sale sopra, penetrandola. Siamo scomodissimi, io non riesco a muovermi, ho troppo peso addosso, lui spinge come un cane arrapato. Sento nitidamente il pene di papà scorrere contro il mio, separati dalla membrana di lei. Lei è in totale balia dei suoi signori, non si oppone, le scappano grida ambigue, di dolore, di piacere, fino a tremare improvvisamente e rantolare come se la stessero strangolando, subito penso che finga, eppure la sento colare sui miei testicoli. Allungo una mano, è fradicia, ho una parte di gelosia, non so grazie a chi sia venuta. Papà viene, urla, le dice cose oscene, che la riempie fino all’orlo, che è una latrina, poi eiacula, lo intuisco dal cambiare degli affondi. Una mano di lei cerca la mia, intrecciamo le dita, senza farci vedere. Non dovrei, ma un po’ amo questa donna. Papà si sfila, si ricompone e va in bagno. Io le sono ancora nel culo, ora è il mio momento. Ci giriamo senza sfilarci, si mette a pecora ed io inizio a sodomizzarla davvero. Lo sperma di papà le cola lungo le cosce, mi viene incontro mentre affondo, vedo che porta due dita al clitoride, si masturba, se la vedesse papà… Dovrei picchiarla, ma io non sono come mio padre, continuo a fotterle il culo, senza pietà, forse dovrei rallentare appena, la sento patire, ma me ne frego, lei grida “usami!” allora non ci vedo più, la prendo per i fianchi per tenerla ben ferma mentre assesto penetrazioni che potrebbero lacerarle lo sfintere. Le sue dita accelerano, velocissime, urla, si dimena, impreca, sto per venire anche io, poi improvvisamente si sfila e inizia a pisciare come una fontana gridando e col viso deformato dalle sensazioni, si accascia, il getto continua mentre lei ancora strofina in modo alternato, si vuota, io mi masturbo e vengo, le sborro ovunque, anche sulla fontana che ha tra le gambe, vengo, godo, emetto un urlo infinito.
Mi alzo, la guardo, il mio oggetto prezioso, la mia schiava deliziosa, quanto è porca, nel suo dolce e fedele appartenere, ma ora ho svuotato, sto bene, ma qualcosa mi rode, volevo venirle nel culo, non mi ha accontentato, mi è toccato finire segandomi, prendo la cintura che papà ha lasciato sul pavimento, infierisco su lei, come mai prima, infuriato, la rimprovero, la fustigo, la raggiungo sul culo, sulle spalle, sulla schiena, poi mi fermo. “Pulisci lurida troia, guarda che schifo hai combinato, andrai a letto senza cena”. Ebbene sì. Sono figlio di mio papà.
Ha la mia età, è istruita, graziosa, avrebbe potuto vivere una vita comune, con soddisfazioni, avere una famiglia, una casa propria, eppure è ancora qui, ed ora sta pulendo le fughe tra le mattonelle, con uno spazzolino, piegata sul pavimento. Lo fa con una abnegazione straordinaria, cura ogni centimetro del pavimento che papà pretende sia perfetto. Invidioso una cosa di lei, ha la mente sgombra, lavora, con una dedizione estrema, anche perché non ha altri scopi nella vita, non deve correre per finire in funzione di un tempo. Esegue, fino al tramonto, per poi ritirarsi nella sua stanza e riposare, in vista di una nuova alba che le permetterà di svolgere le sue mansioni, quella che è la sua missione. Purtroppo non ho rapporti da quasi una settimana, i miei ormoni ed il mio inconscio iniziano ad influenzare il mio comportamento. È chinata, le sto osservando le gambe scoperte, non protette dalla vestaglia. Purtroppo papà se ne accorge, non ci voleva. Quando coglie che il mio corpo necessita di svuotarsi, ecco che si intromette.
La chiama Sara, in ricordo del cartone animato lovely Sara.
“Sara!” le grida. “Mio figlio Sebastian ha esigenze di maschio, smetti con quel lavoro e vedi di adempiere a ciò, per il suo benessere”.
A me dispiace quando papà fa così, avevo provato a dirgli di smettere, mi spiace che quella tipa debba donarsi completamente a me per eseguire un suo ordine. Non ho mai capito se lei prova appagamento nel compiacere lui, o me, o entrambi o se proprio gode nel offrirsi e consacrarsi per la causa. Fatto sta che si sta alzando, mi raggiunge, si sistema i capelli, raccogliendoli sulla nuca, aggiusta la compostezza degli indumenti, sistema, battendoli e riposizionandoli, i cuscini del divano e indicandolo mi dice “prego”. Io mi accomodo, mi siedo, sprofondo nella morbidezza lussuriosa di quell’antico sofà. La guardo, bionda, occhi verdi, fisico normale, seno piccolo, mentre si lascia cadere sulle ginocchia, che battono sul tappeto persiano e libera la mia cintura dei pantaloni. Papà osserva sempre, anche quando lei abbassa le mutande e, sfiorandomi leggera con entrambe le mani, mi causa una potente erezione. Per un secondo ci guardiamo negli occhi, vorrei poterle dire “scusa” oppure un “non devi” ma la realtà è che la sua lingua mi fa star bene e quindi sto zitto, anzi, spesso alzo le chiappe dal divano, a gambe spalancate, in modo che possa leccare dolcemente anche i testicoli e l’ano. Chiude gli occhi, usa il palmo, piano, deve per forza piacerle ciò che fa. Appena papà le dà qualche comando, subito provvede. Ora le ha appena intimato di denudarsi e rimanere solo coi calzini corti, da lavoro. Lei si spoglia, senza vergogna, il suo corpo non le appartiene più, è nostro, forse per quello le riesce facile vivere questo suo voto. Mi accorgo che mi eccita di più questo vederla appartenere, rispetto all’atto in sé. “Impalati, nel culo! Voltandogli le spalle”.
Strano, solitamente chiede che io le pisci sul viso, in bocca, o che lei mi cavalchi fino a farmi venire dentro. Ma oggi vuole che si sacrifichi analmente. Spero che abbia l’olio, l’ultima volta mi aveva fatto male al glande. La vedo che apre il cassetto del tavolo, fortunatamente ha pronto il lubrificante, ne mette un po’ sul suo ano, cercando di non esser goffa, poi ne versa abbastanza sul mio pene eretto e rigidissimo, poi si volta. Arretra, sale all’indietro, le mani puntano contro le mie spalle, si siede quasi sul mio cazzo, come se dovesse cacare, dio che bella pelle che ha nella schiena. Con una mano me lo prende, l’equilibrio è precario perché la seduta è morbida. Lo punta, prova a farlo entrare, si muove, sembra non volerne sapere di aprirsi ma appena papà le grida: “muoviti troia incapace, prima che mi innervosisca” Sentire quelle parole deve farle effetto, perché improvvisamente entra, sale nelle sue viscere, purtroppo per lei ho un pene davvero grosso, quello di papà entra più facilmente, ma lui è comunque orgoglioso di me, non ne ha mai fatto problema.
Sta soffrendo, sento che contrae, è fermo a metà, papà si è ormai alterato, lo fa sempre. Si alza e si toglie la cintura per assestarle cinghiate all’altezza delle cosce, qualcuna sul petto. Lei subisce, cercando di coprirsi con un braccio. Così facendo cade all’indietro, appoggiandosi con la schiena al mio petto. In quel momento il pene entra tutto nel suo bel culo pallido. A voce bassa mi supplica “muoviti tu, ti prego, piano”.
L’avesse mai detto, papà vede questa richiesta come una negligenza, si imbestialisce, la prende a sberle nel viso, il nodo dei capelli si slega e le si liberano sul mio viso, sento il suo profumo, a me piace questa donna, non lo confesserò mai, ma provo qualcosa, vorrei difenderla dagli schiaffi ma sono stronzo, quindi inizio a spingere, ad abbracciarla stringendole i seni, stritolandoli più del dovuto, lo ammetto. Lo faccio per tenerla ferma e poterla scopare nel sedere.
Improvvisamente si volta di lato e mi bacia in bocca, non lo fa mai, la bacio anche io, forse lo fa per farmi venire prima, forse per compiacermi, forse per eseguire ancor più intensamente il suo compito. Papà prende male anche questo: ”Non ti è permesso baciare mio figlio, tu sei solo una schifosa serva, come osi?!” La prende per i capelli e la trascina via dalla mia bocca, poi si abbassa i calzoni, li toglie, sfila anche le mutande, ha già l’erezione, non capisco cos’abbia in mente, ma lo scopro presto: vuole scoparla in figa. Le allarga le gambe, le mette all’esterno delle mie, anch’esse aperte e le sale sopra, penetrandola. Siamo scomodissimi, io non riesco a muovermi, ho troppo peso addosso, lui spinge come un cane arrapato. Sento nitidamente il pene di papà scorrere contro il mio, separati dalla membrana di lei. Lei è in totale balia dei suoi signori, non si oppone, le scappano grida ambigue, di dolore, di piacere, fino a tremare improvvisamente e rantolare come se la stessero strangolando, subito penso che finga, eppure la sento colare sui miei testicoli. Allungo una mano, è fradicia, ho una parte di gelosia, non so grazie a chi sia venuta. Papà viene, urla, le dice cose oscene, che la riempie fino all’orlo, che è una latrina, poi eiacula, lo intuisco dal cambiare degli affondi. Una mano di lei cerca la mia, intrecciamo le dita, senza farci vedere. Non dovrei, ma un po’ amo questa donna. Papà si sfila, si ricompone e va in bagno. Io le sono ancora nel culo, ora è il mio momento. Ci giriamo senza sfilarci, si mette a pecora ed io inizio a sodomizzarla davvero. Lo sperma di papà le cola lungo le cosce, mi viene incontro mentre affondo, vedo che porta due dita al clitoride, si masturba, se la vedesse papà… Dovrei picchiarla, ma io non sono come mio padre, continuo a fotterle il culo, senza pietà, forse dovrei rallentare appena, la sento patire, ma me ne frego, lei grida “usami!” allora non ci vedo più, la prendo per i fianchi per tenerla ben ferma mentre assesto penetrazioni che potrebbero lacerarle lo sfintere. Le sue dita accelerano, velocissime, urla, si dimena, impreca, sto per venire anche io, poi improvvisamente si sfila e inizia a pisciare come una fontana gridando e col viso deformato dalle sensazioni, si accascia, il getto continua mentre lei ancora strofina in modo alternato, si vuota, io mi masturbo e vengo, le sborro ovunque, anche sulla fontana che ha tra le gambe, vengo, godo, emetto un urlo infinito.
Mi alzo, la guardo, il mio oggetto prezioso, la mia schiava deliziosa, quanto è porca, nel suo dolce e fedele appartenere, ma ora ho svuotato, sto bene, ma qualcosa mi rode, volevo venirle nel culo, non mi ha accontentato, mi è toccato finire segandomi, prendo la cintura che papà ha lasciato sul pavimento, infierisco su lei, come mai prima, infuriato, la rimprovero, la fustigo, la raggiungo sul culo, sulle spalle, sulla schiena, poi mi fermo. “Pulisci lurida troia, guarda che schifo hai combinato, andrai a letto senza cena”. Ebbene sì. Sono figlio di mio papà.
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