Maria nel centro storico
di
Maria S. Fans
genere
orge
Era una sera di fine autunno. Maria camminava tra i palazzi nobiliari decadenti, l'aria profumava di legna bruciata e muffa. All'improvviso, dal buio di un portone semichiuso, spuntarono cinque ombre. Non dissero una parola. La afferrarono per le braccia e per il collo, trascinandola con una forza coordinata dentro un vicolo cieco, dove la luce dei lampioni non riusciva ad arrivare.
Maria sentì il freddo delle pietre contro la schiena. Erano in cinque: facce sporche, sguardi carichi di una cattiveria gratuita, quella di chi vuole punire la bellezza perché non può possederla.
Senza preamboli, la schiacciarono contro un muro umido. Due di loro le tenevano le braccia distese, bloccandole i polsi contro la pietra ruvida, mentre un terzo le tappava la bocca con una mano che sapeva di tabacco e grasso.
Il più grosso dei cinque la costrinse a spalancare le gambe con un calcio secco all'interno delle cosce, strappandole le calze con un rumore che sembrò un urlo nel silenzio del vicolo. Si avventò su di lei con una ferocia animale, mentre gli altri ridevano a bassa voce, incitandolo.
Quando il primo ebbe finito, Maria venne scaraventata a terra, sul fango e sui detriti. La costrinsero a mettersi a pecora nel centro del vicolo. Uno dopo l'altro, i cinque uomini si alternarono su di lei, un ciclo ininterrotto di spinte brutali e colpi che le mozzavano il respiro. Maria sentiva l'odore della città vecchia addosso, un miscuglio di sporco e disperazione.
Il finale fu una dimostrazione di dominio puro. Quando l'ultimo dei cinque ebbe consumato la sua furia, Maria venne rimessa in ginocchio. Uno di loro le afferrò i capelli, tirandole la testa all'indietro finché non fu costretta a guardare il cielo nero sopra le case.
A turno, con un disprezzo che faceva più male dei colpi, le sborrarono in bocca e sul viso, lasciando che il seme colasse sulle pietre del vicolo come una firma infame. La lasciarono lì, rannicchiata tra i rifiuti, mentre le loro risate si allontanavano tra i vicoli di Cosenza Vecchia.
Maria sentì il freddo delle pietre contro la schiena. Erano in cinque: facce sporche, sguardi carichi di una cattiveria gratuita, quella di chi vuole punire la bellezza perché non può possederla.
Senza preamboli, la schiacciarono contro un muro umido. Due di loro le tenevano le braccia distese, bloccandole i polsi contro la pietra ruvida, mentre un terzo le tappava la bocca con una mano che sapeva di tabacco e grasso.
Il più grosso dei cinque la costrinse a spalancare le gambe con un calcio secco all'interno delle cosce, strappandole le calze con un rumore che sembrò un urlo nel silenzio del vicolo. Si avventò su di lei con una ferocia animale, mentre gli altri ridevano a bassa voce, incitandolo.
Quando il primo ebbe finito, Maria venne scaraventata a terra, sul fango e sui detriti. La costrinsero a mettersi a pecora nel centro del vicolo. Uno dopo l'altro, i cinque uomini si alternarono su di lei, un ciclo ininterrotto di spinte brutali e colpi che le mozzavano il respiro. Maria sentiva l'odore della città vecchia addosso, un miscuglio di sporco e disperazione.
Il finale fu una dimostrazione di dominio puro. Quando l'ultimo dei cinque ebbe consumato la sua furia, Maria venne rimessa in ginocchio. Uno di loro le afferrò i capelli, tirandole la testa all'indietro finché non fu costretta a guardare il cielo nero sopra le case.
A turno, con un disprezzo che faceva più male dei colpi, le sborrarono in bocca e sul viso, lasciando che il seme colasse sulle pietre del vicolo come una firma infame. La lasciarono lì, rannicchiata tra i rifiuti, mentre le loro risate si allontanavano tra i vicoli di Cosenza Vecchia.
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