Il passato che ritorna
di
DDS76
genere
pulp
A trent’anni avevo già fatto il giro lungo della vita.
A diciannove ero scappato dall’Italia come si scappa da un vicolo sbagliato: biglietto di sola andata per gli Stati Uniti, università di economia, fame negli occhi e arroganza nel sangue. Non ero un bravo ragazzo, mai stato. Ero uno che voleva vincere.
Mentre gli altri studiavano i manuali, io studiavo il denaro. Lo annusavo. Ho iniziato con le criptovalute quando erano ancora roba da nerd e visionari. Poco alla volta, colpi piccoli, mani ferme. Ho fatto soldi veri. Poi sono uscito prima che diventasse una roulette truccata.
Ho continuato comprando aziende minuscole, malate, dimenticate. Le rimettevo in piedi, le ripulivo, le vestivo bene e le rivendevo al doppio. Come fare con certe persone, se sai dove mettere le mani.
Il lusso è arrivato senza chiedere permesso.
Una catena di hotel di alto livello. Marmo freddo, vetro, profumo di soldi. A Miami ne avevo uno che sembrava galleggiare sull’oceano. Ed è lì che ho ospitato il matrimonio di mia sorella Sara più piccola di me di 5 anni.
Avevo fatto arrivare tutti dall’Italia. Parenti, amici, conoscenti. Tutti quelli che lei aveva scritto su una lista. Io pagavo, come sempre. Champagne, musica, abiti che costavano più di un anno di stipendio medio. E io in mezzo, il padrone di casa, il fratello perfetto che una volta era stato uno stronzo colossale.
Durante il ricevimento l’ho vista.
Daniela.
E questa cosa mi ha mandato in cortocircuito, perché io le amiche di mia sorella me le ricordavo tutte. Soprattutto quelle con cui ero finito a letto anni prima, quando ero più giovane e ancora più arrogante. Ma lei no. Lei era nuova. O forse no.
Daniela era esattamente il mio tipo, come se qualcuno l’avesse costruita partendo dalle mie ossessioni. Seno rifatto senza vergogna, esibito come un’arma. Un tatuaggio scuro incastrato tra i seni. Unghie corte, rosso laccato, mani e piedi. Labbra gonfie ma non eccessive e rossetto rosso rubino. Capelli neri a caschetto, netti, cattivi. Mi faceva venire voglia di peccare e basta, di prenderla lì sul momento e farla mia, d’altronde ero abituato a fare così.
Abbiamo ballato tutta la sera. Lenti appiccicati, musica che pulsava come un cuore stanco. Io cercavo di capire da dove venisse, lei sorrideva senza darmi risposte. Finimmo a baciarci in un bagno che sapeva di profumo costoso e segreti. Mentre mi baciava fece uscire il mio cazzo già duro dai pantaloni e lo massaggiò fino a farlo diventare di marmo, poi andò giù e lo prese tutto in bocca. Un pompino così non me l’aveva fatto mai nessuna, era brava, sicuramente esperta di fellatio fin da giovanissima, ci sapeva fare e poco dopo le scaricai in bocca tutto il mio carico. Si staccò, mi guardò dritta negli occhi e poi aprì la bocca per farmi vedere che aveva ingoiato tutto. Poi si alzò in piedi, si avvicinò alla mia faccia e mi baciò con passione. Il mio cazzo riprese vigore, lei se ne accorse ma mi sussurrò all’orecchio “per oggi fermiamoci qui”. Non ero abituato a cedere così facilmente ma con lei era diverso, non so perché ma le dissi che mi stava bene.
Nei giorni dopo ci siamo rivisti. Le ho chiesto di restare a Miami, vacanza pagata, mare e notti lunghe. Ha accettato. Tra noi c’era un’intimità strana: sempre lei che dava, io che ricevevo, come se ci fosse un confine invisibile che non voleva superare. I pompini ricevuti non li conto neanche, ma era solamente lei a fare a me, succhiava, ingoiava, poi succhiava ancora e di nuovo ingoiava, ma poi stop, null’altro. E io, per una volta, non forzavo.
Poi ho fatto l’errore più grande.
Le ho detto che mi ero innamorato.
È stato lì che la luce si è spenta.
Mi ha guardato a lungo, come si guarda qualcuno prima di sparargli la verità in faccia. E ha parlato.
Daniela non era Daniela.
Era Daniele.
Un nome che mi è esploso nella testa come un pugno dal passato. Compagno di classe di mia sorella. Il ragazzo preso di mira dalla mia banda quando eravamo a scuola. Io ero il capo, il più stronzo, quello che rideva più forte. Eppure — ed è questo il paradosso — ero anche quello che lo difendeva quando le cose degeneravano. Lo tiravo su da terra, lo riaccompagnavo a casa. Poi il giorno dopo ridevo di nuovo degli “effeminati” come lui.
Ipocrisia pura. Gioventù marcia.
Daniele aveva capito che dentro di me non ero così marcio come pensavo, aveva visto qualcosa di buono e si era innamorato; mi aveva seguito negli anni. Social, articoli, interviste. Aveva capito che tipo di donna desideravo. Aveva visto le foto di tutte le donne che mi giravano intorno, troie assetate di soldi e lusso che si facevano scopare senza ritegno, e io più me ne scopavo più mi esaltavo e più mi vantavo, postando sui social la mia vita da ricco sfacciato. Potevo e volevo. Ed è così che lei aveva deciso di diventare la mia donna ideale. Non per ingannarmi. Per avvicinarsi. Per chiudere un cerchio.
Rimasi zitto. Io, che parlavo sempre.
Perché in quel momento ho visto tutto: il ragazzino sanguinante, il miliardario in giacca bianca, la donna davanti a me. Tutto collegato da una linea storta.
Alla fine, si è trasferita da me.
Viviamo insieme, in un appartamento che guarda l’oceano. Lusso ovunque, soldi che non finiscono, fantasmi che invece restano. Io non sono diventato un santo. Sono ancora quello di prima, solo più ricco. Ma con lei — con lui — ho imparato una forma diversa di potere: stare fermo, ascoltare, desiderare senza distruggere.
È una storia sporca.
Di soldi, di colpa, di passione.
Proprio come me.
A diciannove ero scappato dall’Italia come si scappa da un vicolo sbagliato: biglietto di sola andata per gli Stati Uniti, università di economia, fame negli occhi e arroganza nel sangue. Non ero un bravo ragazzo, mai stato. Ero uno che voleva vincere.
Mentre gli altri studiavano i manuali, io studiavo il denaro. Lo annusavo. Ho iniziato con le criptovalute quando erano ancora roba da nerd e visionari. Poco alla volta, colpi piccoli, mani ferme. Ho fatto soldi veri. Poi sono uscito prima che diventasse una roulette truccata.
Ho continuato comprando aziende minuscole, malate, dimenticate. Le rimettevo in piedi, le ripulivo, le vestivo bene e le rivendevo al doppio. Come fare con certe persone, se sai dove mettere le mani.
Il lusso è arrivato senza chiedere permesso.
Una catena di hotel di alto livello. Marmo freddo, vetro, profumo di soldi. A Miami ne avevo uno che sembrava galleggiare sull’oceano. Ed è lì che ho ospitato il matrimonio di mia sorella Sara più piccola di me di 5 anni.
Avevo fatto arrivare tutti dall’Italia. Parenti, amici, conoscenti. Tutti quelli che lei aveva scritto su una lista. Io pagavo, come sempre. Champagne, musica, abiti che costavano più di un anno di stipendio medio. E io in mezzo, il padrone di casa, il fratello perfetto che una volta era stato uno stronzo colossale.
Durante il ricevimento l’ho vista.
Daniela.
E questa cosa mi ha mandato in cortocircuito, perché io le amiche di mia sorella me le ricordavo tutte. Soprattutto quelle con cui ero finito a letto anni prima, quando ero più giovane e ancora più arrogante. Ma lei no. Lei era nuova. O forse no.
Daniela era esattamente il mio tipo, come se qualcuno l’avesse costruita partendo dalle mie ossessioni. Seno rifatto senza vergogna, esibito come un’arma. Un tatuaggio scuro incastrato tra i seni. Unghie corte, rosso laccato, mani e piedi. Labbra gonfie ma non eccessive e rossetto rosso rubino. Capelli neri a caschetto, netti, cattivi. Mi faceva venire voglia di peccare e basta, di prenderla lì sul momento e farla mia, d’altronde ero abituato a fare così.
Abbiamo ballato tutta la sera. Lenti appiccicati, musica che pulsava come un cuore stanco. Io cercavo di capire da dove venisse, lei sorrideva senza darmi risposte. Finimmo a baciarci in un bagno che sapeva di profumo costoso e segreti. Mentre mi baciava fece uscire il mio cazzo già duro dai pantaloni e lo massaggiò fino a farlo diventare di marmo, poi andò giù e lo prese tutto in bocca. Un pompino così non me l’aveva fatto mai nessuna, era brava, sicuramente esperta di fellatio fin da giovanissima, ci sapeva fare e poco dopo le scaricai in bocca tutto il mio carico. Si staccò, mi guardò dritta negli occhi e poi aprì la bocca per farmi vedere che aveva ingoiato tutto. Poi si alzò in piedi, si avvicinò alla mia faccia e mi baciò con passione. Il mio cazzo riprese vigore, lei se ne accorse ma mi sussurrò all’orecchio “per oggi fermiamoci qui”. Non ero abituato a cedere così facilmente ma con lei era diverso, non so perché ma le dissi che mi stava bene.
Nei giorni dopo ci siamo rivisti. Le ho chiesto di restare a Miami, vacanza pagata, mare e notti lunghe. Ha accettato. Tra noi c’era un’intimità strana: sempre lei che dava, io che ricevevo, come se ci fosse un confine invisibile che non voleva superare. I pompini ricevuti non li conto neanche, ma era solamente lei a fare a me, succhiava, ingoiava, poi succhiava ancora e di nuovo ingoiava, ma poi stop, null’altro. E io, per una volta, non forzavo.
Poi ho fatto l’errore più grande.
Le ho detto che mi ero innamorato.
È stato lì che la luce si è spenta.
Mi ha guardato a lungo, come si guarda qualcuno prima di sparargli la verità in faccia. E ha parlato.
Daniela non era Daniela.
Era Daniele.
Un nome che mi è esploso nella testa come un pugno dal passato. Compagno di classe di mia sorella. Il ragazzo preso di mira dalla mia banda quando eravamo a scuola. Io ero il capo, il più stronzo, quello che rideva più forte. Eppure — ed è questo il paradosso — ero anche quello che lo difendeva quando le cose degeneravano. Lo tiravo su da terra, lo riaccompagnavo a casa. Poi il giorno dopo ridevo di nuovo degli “effeminati” come lui.
Ipocrisia pura. Gioventù marcia.
Daniele aveva capito che dentro di me non ero così marcio come pensavo, aveva visto qualcosa di buono e si era innamorato; mi aveva seguito negli anni. Social, articoli, interviste. Aveva capito che tipo di donna desideravo. Aveva visto le foto di tutte le donne che mi giravano intorno, troie assetate di soldi e lusso che si facevano scopare senza ritegno, e io più me ne scopavo più mi esaltavo e più mi vantavo, postando sui social la mia vita da ricco sfacciato. Potevo e volevo. Ed è così che lei aveva deciso di diventare la mia donna ideale. Non per ingannarmi. Per avvicinarsi. Per chiudere un cerchio.
Rimasi zitto. Io, che parlavo sempre.
Perché in quel momento ho visto tutto: il ragazzino sanguinante, il miliardario in giacca bianca, la donna davanti a me. Tutto collegato da una linea storta.
Alla fine, si è trasferita da me.
Viviamo insieme, in un appartamento che guarda l’oceano. Lusso ovunque, soldi che non finiscono, fantasmi che invece restano. Io non sono diventato un santo. Sono ancora quello di prima, solo più ricco. Ma con lei — con lui — ho imparato una forma diversa di potere: stare fermo, ascoltare, desiderare senza distruggere.
È una storia sporca.
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