Il passato che ritorna 3
di
DDS76
genere
trans
La notte ci prese sul balcone come fa sempre Miami: senza chiedere se sei pronto.
Daniela era già fuori. Mani sulla ringhiera, pioggia che le correva sulla schiena nuda, vestito nero che non serviva a coprire ma a dichiarare guerra. La città sotto di noi aveva troppe luci accese perché qualcuno non guardasse.
«Non avvicinarti» disse.
«Perché?»
«Perché ti prendo.»
Lo fece. Mi afferrò lei, senza fretta, come se fossi sempre stato dove dovevo essere. Mi spinse contro il vetro della camera. Freddo dietro, calore davanti. Il mio corpo reagì prima del cervello. Mi baciò e con una mano liberò il mio cazzo già duro e voglioso.
«Lo sai che ci vedono» mormorai.
«Lo so.» Sorrise. «È per questo che ti piace.»
Non mi toccava per darmi piacere. Mi toccava per ricordarmi chi comandava. E io restavo fermo. Perché quello era il gioco.
Poi mi fece appoggiare alla balaustra, mi abbassò i boxer e puntò il suo cazzo al mio culo e mi penetrò lentamente. Le sue mani stringevano i miei fianchi, il suo corpo aderiva perfettamente al mio, sentivo i suoi seni poggiare e spingere sulla mia schiena, la sua bocca sul mio collo che baciava e succhiava. I suoi movimenti si fecero più veloci, io godevo così tanto che ebbi la mia prima sborrata senza toccarmi, sporcai tutto il vetro, ma non me ne fregava niente, qualcuno domani avrebbe pulito. Daniela venne dentro di me mentre mi mordeva il lobo dell’orecchio sussurrandomi «Sei un porco, potrebbero averci visto». «Non mi interessa, quello che conta è che noi abbiamo scopato e goduto, è solo questo che conta».
Dentro la suite fu peggio. Buio e luci soffuse dentro. Lampi e fulmini fuori. Silenzi che pesavano più delle frasi. Daniela non alzava mai la voce. Non ne aveva bisogno. Si era spogliata ed era nuda davanti a me. Una statua di marmo bianca, perfettamente scolpita, scolpita come piaceva a me, con in più un cazzo che faceva fatica a tornare duro.
«Sei teso» disse.
«Mi piaci così. Bella, nuda. Dovrebbero vederti tutti, anche se poi so che friggerei di gelosia»
«Secondo me sei teso perché vuoi scappare.»
«Non è vero, sono qui. Non lo faccio.»
«Lo so. Ed è per questo che sei mio.»
Mi guardò dritto negli occhi e poi disse «Adesso sai quello che devi fare»
«No, è quello che voglio fare.»
Mi avvicinai a lei e presi a succhiare il suo cazzo.
«Sei diventato bravo»
Non risposi, ero concentrato ed eccitato, lavoravo quel pezzo di carne per farla godere come si deve. La mia donna doveva godere. E lo fece, con irruenza dentro la mia bocca, con le sue mani che mi stringevano i capelli.
Il mattino dopo, al ristorante, la città continuò a partecipare. Un uomo al tavolo accanto la guardava come si guarda qualcosa che non si può permettere. Daniela incrociò lentamente le gambe, senza degnarlo di uno sguardo.
«Ti dà fastidio?» chiese.
«Che ti desiderino?»
«Che mi provochino. E poi mi eccita vedere cosa fai quando sei geloso.»
In ascensore non parlammo. Quando le porte si chiusero, mi prese il polso.
«Non stringere.»
«E se lo faccio?»
«Allora non mi fermo.»
In ufficio, però, il territorio venne messo alla prova.
Naomi entrò nella mia vita come entrano le cose che non puoi ignorare. Senza rumore. Senza chiedere spazio. Pelle scura, occhi verdi, voce bassa e sensuale. Non cercava attenzione. Cercava risultati. Era la mia nuova segretaria, mi serviva perché l’azienda si stava espandendo con nuove acquisizioni. L’avevo scelta, oltre per i suoi titoli, anche perché era figa, e in un mondo maschilista, bisogna far capitolare la controparte con una bella donna.
Una mattina Naomi rideva troppo vicino a me. Daniela entrò senza bussare. Naomi era lì, cartellina in mano.
«Buongiorno», disse Naomi.
Daniela la guardò un secondo di troppo.
«Non credo di conoscerti.»
«Naomi.»
«Io sono Daniela.»
Silenzio. Teso. Vivo.
Naomi mi porse dei documenti. Le dita indugiarono. Daniela lo notò.
«Serve altro?» chiese Daniela, senza guardarla.
«No.» Naomi mi fissò. «Per ora.»
Daniela si avvicinò a me. Troppo. Appoggiò una mano sul mio petto.
«Stavamo parlando» disse Naomi.
«Capisco.» Annuì Daniela.
E mi baciò con passione ficcandomi la lingua fino alle tonsille.
Nei giorni successivi Naomi non accelerò. Fece peggio. Mi aspettava. Rimaneva. Lasciava spazio al pensiero.
«Daniela non viene più qui?» disse una sera tardi.
«No.»
«Peccato.»
Non c’era malizia. C’era constatazione.
Quando partimmo per Las Vegas per chiudere l’acquisizione dell’hotel, capii che stavo entrando in una stanza senza uscite.
Volo notturno. Whisky. Luci artificiali che non dormono mai. In hotel, suite comunicanti. Troppo comodo per essere un caso.
Dopo cena in ascensore mi disse:
«Hai intenzione di dormire?» mi chiese.
«No.»
«Neanch’io.»
La città brillava sotto di noi. Naomi si avvicinò. Nessuna frase memorabile. Nessun preavviso. Mi baciò come se fosse una decisione presa da tempo.
«Fermami» disse.
Non lo feci.
Non fu violento. Fu inevitabile. Naomi non mi prese. Mi fece capire che mi aveva già scelto.
Entrammo nella mia camera, ci spogliammo mentre ci stavamo baciando. Quando fu nuda mi fermai ad ammirarla
«Sei perfettamente stupenda»
«Grazie, non dire altro»
Si avvicinò e mi fece un pompino memorabile. Quando fui pronto mi salì sopra e iniziò a cavalcarmi. Si sdraiò sul mio petto cercando la mia bocca per baciarmi. I suoi seni caldi strusciavano sul mio petto sudato. La ribaltai cambiando posizione e iniziai a pomparla. I suoi gemiti erano così forti che se in quel momento qualcuno fosse passato fuori dalla porta avrebbe capito all’istante che due persone stavano scopando. Le venni dentro senza chiederle il permesso, in quell’istante il telefono iniziò a suonare, era Daniela. Non risposi, in quel momento ero io e Naomi, poi avrei fatto i conti con la mia coscienza.
La mattina dopo ero lucido. Non pulito. Lucido.
Lo dissi a Daniela due giorni dopo.
Suite. Lei seduta. Io in piedi.
«C’è stata un’altra.»
«Chi?»
«Naomi.»
«Quella troia. Immaginavo. Dimmi tutto.»
«No.»
«Allora dimmi questo.»
Si alzò. «Ti ha preso o l’hai scelta?»
«Mi conosci come sono, è successo e basta»
Daniela rise piano.
«È sempre così.»
Mi girò intorno.
«Ti è piaciuto?»
«Sì.»
«La rivedrai?»
«Forse.»
«Te la scoperai di nuovo?»
«Probabile.»
Mi afferrò la giacca. «Ma torni.»
Non era una domanda.
«Puoi avere le donne che vuoi» disse, le mani lente, sicure. «Ma torni sempre da me. Perché quello che abbiamo non è solo carne. È testa. È possesso.»
Mi tirò a sé. La tensione era quasi dolorosa.
«Tu sei mio.»
Pausa. «Io ti perdono perché so che non puoi scappare.»
La città dietro di lei. Naomi lontana. Il cerchio chiuso.
«Sarò sempre il tuo uomo?»
«Sempre.»
«E tu?»
«Io sono la tua donna.»
Mi baciò come si firma un contratto che non scade mai.
Capii che il vero potere non era conquistare.
Era tornare.
E non chiedere più il permesso di desiderare.
Questa storia non finisce pulita.
Finisce stretta.
Calda.
Mentale.
E nessuno dei due ha davvero intenzione di smettere.
Daniela era già fuori. Mani sulla ringhiera, pioggia che le correva sulla schiena nuda, vestito nero che non serviva a coprire ma a dichiarare guerra. La città sotto di noi aveva troppe luci accese perché qualcuno non guardasse.
«Non avvicinarti» disse.
«Perché?»
«Perché ti prendo.»
Lo fece. Mi afferrò lei, senza fretta, come se fossi sempre stato dove dovevo essere. Mi spinse contro il vetro della camera. Freddo dietro, calore davanti. Il mio corpo reagì prima del cervello. Mi baciò e con una mano liberò il mio cazzo già duro e voglioso.
«Lo sai che ci vedono» mormorai.
«Lo so.» Sorrise. «È per questo che ti piace.»
Non mi toccava per darmi piacere. Mi toccava per ricordarmi chi comandava. E io restavo fermo. Perché quello era il gioco.
Poi mi fece appoggiare alla balaustra, mi abbassò i boxer e puntò il suo cazzo al mio culo e mi penetrò lentamente. Le sue mani stringevano i miei fianchi, il suo corpo aderiva perfettamente al mio, sentivo i suoi seni poggiare e spingere sulla mia schiena, la sua bocca sul mio collo che baciava e succhiava. I suoi movimenti si fecero più veloci, io godevo così tanto che ebbi la mia prima sborrata senza toccarmi, sporcai tutto il vetro, ma non me ne fregava niente, qualcuno domani avrebbe pulito. Daniela venne dentro di me mentre mi mordeva il lobo dell’orecchio sussurrandomi «Sei un porco, potrebbero averci visto». «Non mi interessa, quello che conta è che noi abbiamo scopato e goduto, è solo questo che conta».
Dentro la suite fu peggio. Buio e luci soffuse dentro. Lampi e fulmini fuori. Silenzi che pesavano più delle frasi. Daniela non alzava mai la voce. Non ne aveva bisogno. Si era spogliata ed era nuda davanti a me. Una statua di marmo bianca, perfettamente scolpita, scolpita come piaceva a me, con in più un cazzo che faceva fatica a tornare duro.
«Sei teso» disse.
«Mi piaci così. Bella, nuda. Dovrebbero vederti tutti, anche se poi so che friggerei di gelosia»
«Secondo me sei teso perché vuoi scappare.»
«Non è vero, sono qui. Non lo faccio.»
«Lo so. Ed è per questo che sei mio.»
Mi guardò dritto negli occhi e poi disse «Adesso sai quello che devi fare»
«No, è quello che voglio fare.»
Mi avvicinai a lei e presi a succhiare il suo cazzo.
«Sei diventato bravo»
Non risposi, ero concentrato ed eccitato, lavoravo quel pezzo di carne per farla godere come si deve. La mia donna doveva godere. E lo fece, con irruenza dentro la mia bocca, con le sue mani che mi stringevano i capelli.
Il mattino dopo, al ristorante, la città continuò a partecipare. Un uomo al tavolo accanto la guardava come si guarda qualcosa che non si può permettere. Daniela incrociò lentamente le gambe, senza degnarlo di uno sguardo.
«Ti dà fastidio?» chiese.
«Che ti desiderino?»
«Che mi provochino. E poi mi eccita vedere cosa fai quando sei geloso.»
In ascensore non parlammo. Quando le porte si chiusero, mi prese il polso.
«Non stringere.»
«E se lo faccio?»
«Allora non mi fermo.»
In ufficio, però, il territorio venne messo alla prova.
Naomi entrò nella mia vita come entrano le cose che non puoi ignorare. Senza rumore. Senza chiedere spazio. Pelle scura, occhi verdi, voce bassa e sensuale. Non cercava attenzione. Cercava risultati. Era la mia nuova segretaria, mi serviva perché l’azienda si stava espandendo con nuove acquisizioni. L’avevo scelta, oltre per i suoi titoli, anche perché era figa, e in un mondo maschilista, bisogna far capitolare la controparte con una bella donna.
Una mattina Naomi rideva troppo vicino a me. Daniela entrò senza bussare. Naomi era lì, cartellina in mano.
«Buongiorno», disse Naomi.
Daniela la guardò un secondo di troppo.
«Non credo di conoscerti.»
«Naomi.»
«Io sono Daniela.»
Silenzio. Teso. Vivo.
Naomi mi porse dei documenti. Le dita indugiarono. Daniela lo notò.
«Serve altro?» chiese Daniela, senza guardarla.
«No.» Naomi mi fissò. «Per ora.»
Daniela si avvicinò a me. Troppo. Appoggiò una mano sul mio petto.
«Stavamo parlando» disse Naomi.
«Capisco.» Annuì Daniela.
E mi baciò con passione ficcandomi la lingua fino alle tonsille.
Nei giorni successivi Naomi non accelerò. Fece peggio. Mi aspettava. Rimaneva. Lasciava spazio al pensiero.
«Daniela non viene più qui?» disse una sera tardi.
«No.»
«Peccato.»
Non c’era malizia. C’era constatazione.
Quando partimmo per Las Vegas per chiudere l’acquisizione dell’hotel, capii che stavo entrando in una stanza senza uscite.
Volo notturno. Whisky. Luci artificiali che non dormono mai. In hotel, suite comunicanti. Troppo comodo per essere un caso.
Dopo cena in ascensore mi disse:
«Hai intenzione di dormire?» mi chiese.
«No.»
«Neanch’io.»
La città brillava sotto di noi. Naomi si avvicinò. Nessuna frase memorabile. Nessun preavviso. Mi baciò come se fosse una decisione presa da tempo.
«Fermami» disse.
Non lo feci.
Non fu violento. Fu inevitabile. Naomi non mi prese. Mi fece capire che mi aveva già scelto.
Entrammo nella mia camera, ci spogliammo mentre ci stavamo baciando. Quando fu nuda mi fermai ad ammirarla
«Sei perfettamente stupenda»
«Grazie, non dire altro»
Si avvicinò e mi fece un pompino memorabile. Quando fui pronto mi salì sopra e iniziò a cavalcarmi. Si sdraiò sul mio petto cercando la mia bocca per baciarmi. I suoi seni caldi strusciavano sul mio petto sudato. La ribaltai cambiando posizione e iniziai a pomparla. I suoi gemiti erano così forti che se in quel momento qualcuno fosse passato fuori dalla porta avrebbe capito all’istante che due persone stavano scopando. Le venni dentro senza chiederle il permesso, in quell’istante il telefono iniziò a suonare, era Daniela. Non risposi, in quel momento ero io e Naomi, poi avrei fatto i conti con la mia coscienza.
La mattina dopo ero lucido. Non pulito. Lucido.
Lo dissi a Daniela due giorni dopo.
Suite. Lei seduta. Io in piedi.
«C’è stata un’altra.»
«Chi?»
«Naomi.»
«Quella troia. Immaginavo. Dimmi tutto.»
«No.»
«Allora dimmi questo.»
Si alzò. «Ti ha preso o l’hai scelta?»
«Mi conosci come sono, è successo e basta»
Daniela rise piano.
«È sempre così.»
Mi girò intorno.
«Ti è piaciuto?»
«Sì.»
«La rivedrai?»
«Forse.»
«Te la scoperai di nuovo?»
«Probabile.»
Mi afferrò la giacca. «Ma torni.»
Non era una domanda.
«Puoi avere le donne che vuoi» disse, le mani lente, sicure. «Ma torni sempre da me. Perché quello che abbiamo non è solo carne. È testa. È possesso.»
Mi tirò a sé. La tensione era quasi dolorosa.
«Tu sei mio.»
Pausa. «Io ti perdono perché so che non puoi scappare.»
La città dietro di lei. Naomi lontana. Il cerchio chiuso.
«Sarò sempre il tuo uomo?»
«Sempre.»
«E tu?»
«Io sono la tua donna.»
Mi baciò come si firma un contratto che non scade mai.
Capii che il vero potere non era conquistare.
Era tornare.
E non chiedere più il permesso di desiderare.
Questa storia non finisce pulita.
Finisce stretta.
Calda.
Mentale.
E nessuno dei due ha davvero intenzione di smettere.
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