Il film

di
genere
voyeur

Sono cinque, giovanissime, intorno ai 18/19 anni. Arrivano poco prima del tramonto, in autobus, vestiti semplici, zainetti da studentesse e buste con la colazione. Scendono nel nulla e scompaiono sotto il cavalcavia. Più tardi, quando fa buio, ricompaiono sulla strada vestite da puttane: tacchi alti, gambe nude, minigonne. Sopra una giacca di finta pelliccia – fa freddo – che aprono all’occorrenza per mostrare le tette, libere o in reggiseni pop up. Il trucco è pesante, lo smalto perfetto, i capelli incredibilmente a posto, alla spalla una borsetta spiritosa. Una, bruna, capelli lisci, è veramente bella, una dea, quando cammina domina la strada. C’è anche una nera con un casco di capelli ricci enorme.
Si dispongono a intervalli di 20 metri e vanno su e giù, fino al centro della strada, provocando gli automobilisti. Verso l’una è un carosello, salgono e scendono dalle macchine che si accalcano, in un’ora si fanno almeno tre clienti. Li portano poco più avanti, deve esserci un posto tranquillo. È raro ormai trovare per la strada puttane così ragazze, così fresche.
L’enorme finestra del monolocale che ho affittato da un mese si affaccia proprio su questo mercato. Ogni sera mi metto comodo, su una sedia coperta da un asciugamano, le luci spente, nudo per masturbarmi, e guardo. Ho anche un binocolo. Quando vedo le ragazze appoggiate alla macchina parlare con i clienti mi eccito molto. A volte si girano e mostrano il culo, altre volte gridano scandalizzate, chissà che cosa ha detto il cliente. Quando passano macchine cariche di ragazzi che schiamazzano li insultano con rabbia, vogliono stare tranquille. La soddisfazione che mostrano quando possono salire in una macchina è evidente: aprono la portiera con energia e si siedono fiere, il più è fatto. Quando rientrano, invece, scendono dalla macchina quasi con indifferenza, un po’ di tristezza, ma non dimenticano mai di salutare il maschio al volante.
La dea, lei sola, manda anche un bacio soffiandosi la mano, sbarazzina.
Passano le ore, a un certo punto mi addormento. Sussulto. Le tre e mezza. Un’agitazione, quel pensiero. Mi vesto e scendo. Lei, la dea, è seduta su un muretto. È il momento. All’inizio è perplessa. Poi fa una risata, accetta la proposta. Mi porta sotto il cavalcavia. È come un piccolo accampamento, nascosto tra i cespugli, semiilluminato dai fari della strada. Ci sono delle sedie vecchie, cassette della frutta, sopra i vestiti e le buste delle ragazze. A terra sporcizia. Due stanno fumando, parlano zitte zitte. Andiamo avanti, mi fa passare fra cespugli fitti, vedo poco lontano la nera che sta facendo pipì, è di spalle.
Ora c’è una scarpata, la aiuto a non cadere. Finalmente il parcheggio di un supermercato che deve essere chiuso da molto tempo. È uno spiazzo isolato, non si vedono i palazzi intorno perché ci sono alberi alti e, dalla parte della strada, grandi cartelloni pubblicitari fanno da schermo. Ecco, proprio qui, fa lei. Ha un accento slavo, molto dolce, dice di essere moldava, di avere diciotto anni. Quando si è appoggiata a me ho notato le sue mani meravigliose, dita lunghe e sottili, smalto viola. Il contatto del suo fianco mi ha procurato un’emozione particolare, per il calore che veniva dal suo seno.
Studio bene la situazione, mentre lei mi sta a guardare con curiosità, facendo oscillare su e giù la borsetta. Allora, ti decidi, mi fa. Sì, qui va bene, dico, e fisso la prima microtelecamera sui uno dei binari in cui si infilano i carrelli vuoti. La seconda sul ferro che circonda un alberello striminzito dall’altra parte dello spazio destinato a due auto. Calcolo con cura l’altezza giusta. La terza su un secchio dei rifiuti, in posizione un po’ precaria. Vedi, basta parcheggiare esattamente qui, c’è abbastanza luce, capito? Tiro fuori 500 euro. Pagamento anticipato. 50 euro per ogni cliente, se non ti va per qualche motivo li fai parcheggiare da un’altra parte, se superi i dieci ti pago il resto, se non li superi vanno per il giorno dopo.
Quella notte, la parte che restava, non ho chiuso occhio. Ho chiesto un giorno di ferie dicendo di avere la febbre. Ma non ho riposato. Ho comprato quello che mancava, ho sistemato tutto, ho provato più volte. A sera l’eccitazione è incontenibile. Eccole, arrivano, lei c’è. Si volta verso la mia finestra, mi sorride, anche se non può vedermi. Pochi istanti ed è già in una macchina. Mi precipito al computer. Sullo schermo le tre telecamere. Posso vederle insieme, posso metterne una a tutto schermo, posso zoomare.
La macchina si parcheggia. Dalla telecamera davanti, quella sul cestino, si vedono bene le due facce. Lui è giovane, avrà poco più di trent’anni. Armeggia sopra di lei, sposta il sedile verso dietro e fa scendere la spalliera completamente. Mi rilasso, il cazzo in mano.
Ecco, lei si toglie la pelliccia, il reggiseno, credo anche il resto, butta tutto dietro. Poi scompare dalla telecamera davanti. Dalla telecamera dell’alberello si vede poco, solo lo scuro dei capelli, gli sta facendo un bocchino, lui le tiene una mano sulla testa. Dalla telecamera dei binari dei carrelli la visione è migliore, c’è molta più luce. Si vede il corpo nudo della ragazza, riesco a seguire il movimento. Mi sborro fra le mani, è bellissimo. Pochi minuti e lei si solleva, si stende sul suo sedile, poggia il piede destro sul cruscotto. Il piede è in primo piano nella telecamera dei binari, si distinguono le dita e le unghie smaltate, anche queste viola. Lui si agita, capisco che si sta togliendo i pantaloni. Lei lo aiuta, gli sfila il maglione e la camicia. Con movimenti impacciati si mette su di lei, che caccia la mano fuori dal finestrino – mi accorgo ora che è abbassato, perciò si vede bene. Fa il segno dell’ok con il pollice. È un segnale per me.
Comincia il movimento dei due corpi, la sua gamba si solleva e si abbassa seguendo i colpi dei reni dell’uomo. La mia mano si muove con lo stesso ritmo. Dalla telecamera davanti vedo anche l’altra gamba, alta. Vengo di nuovo. Non dura molto, quando l’uomo torna al suo posto lei si mette seduta, da due telecamere vedo perfettamente i suoi seni, tondi, sodi. Sullo sterno un tatuaggio. Sorride, si volta. Sta cercando le telecamere. Mi fissa.
Aspetto che torni sulla strada e la chiamo, ieri ci siamo scambiati i numeri. Grazie, grazie, le dico, mi hai fatto impazzire. Va benissimo così, brava. Domani, se sei d’accordo (ti faccio un altro regalino, ovvio) ti do un cellulare, mi chiami, lo metti in borsa lasciando aperta la comunicazione. Sai, il film è stato bello, ma con l’audio è meglio.
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2026-01-08
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