Viaggio in autobus
di
Carole
genere
voyeur
Era praticamente attaccata al sostegno verticale dell’autobus, affollatissimo. A ogni curva la massa di corpi ondeggiava avanti e indietro, non si respirava. Uno spintone la schiacciò contro l’asta, quasi per gioco spinse in avanti il bacino aderendo al metallo con il pube. Avvertì una piacevole sensazione. Quella mattina non si era messa le mutande. Lo faceva spesso, in estate, quando aveva la gonna, per il piacere si sentire il fresco in mezzo alle gambe. Quasi impercettibilmente cominciò a sfregarsi contro l’asta, la situazione era eccitante. Bastavano gli scossoni dell’autobus a darle piacere, si ripercuotevano direttamente sul clitoride. Uno più forte degli altri le fece male, ora aderiva perfettamente al metallo, freddo, duro, come se non avesse la gonna bianca di cotone. Sentì la vagina dilatarsi. Non si mosse più perché le altre persone erano troppo vicine. Qualcuno le stava addosso da dietro. Si concentrò su quel contatto, avvertiva un calore sul sedere. Si alzò leggermente sulle punte dei piedi. Era duro, era un cazzo maledettamente duro. Che porco, doveva aver notato il suo movimento. Premette contro quel corpo, più premeva, più la sensazione di durezza la eccitava. L’uomo non si spostava, gli parve anzi che anche lui premesse. Sì, ora avvertiva il cazzo bello eretto proprio tra i suoi glutei. Non riuscì a star ferma, alzò piano il bacino, sfregandosi contro di lui. Lui si inarcò, sì, lui si inarcò accompagnando il movimento pelvico. Ora si muovevano insieme, piano, spingendosi l’uno contro l’altra con forza. Una mano si appoggiò lieve sul suo fianco. Doveva essere lui. Si irrigidì, non reagì, ma alzò il bacino ancora di più. Una fermata. Gran confusione. Mi fai scendere, fece una ragazza infilandosi fra loro due. Si staccarono, approfittò per voltarsi. L’uomo aveva il viso congestionato. Era poco più alto di lei, certo più giovane, un bel fusto.
L’autobus ripartì, si rimise al suo posto e in un attimo lui era dietro, sempre appoggiato al suo sedere. Ripresero a strusciarsi, ora più velocemente. A un tratto due botte rapide. Si voltò, staccandosi dall’asta e fece per metter la mano nella borsa, quasi a controllare che fosse tutto a posto. Invece la infilò rapida tra la borsa e il corpo. Scese in basso, palpò con energia. Un calore, un senso di umido. Portò la mano alla bocca e avvertì chiaramente l’odore dello sperma, si leccò rapida la mano ma non ne sentì il sapore. Il porco era venuto. Le venne una voglia pazza, voleva venire anche lei.
Un’altra fermata, di scattò si precipitò fuori. Aria, finalmente, e il fresco tra le cosce. Si indirizzò rapida verso la metro, pensò di andare nel bagno a masturbarsi. Poi si accorse che l’uomo le correva dietro, una grande macchia sulla patta. Che pazzo. Quando entrò nel bagno lasciò la porta accostata. Lui la spalancò con violenza, aveva gli occhi spiritati. Gli sorrise complice. Lesta chiuse a chiave. Si ritrovarono avvinghiati. Lasciò cadere la borsa a terra e gli infilò le mani sotto la maglietta, dentro il pantalone, sentiva la curva del suo culo, la forza dei suoi reni, l’enormità del suo membro. Si baciarono furiosamente, le lingue affondavano l’una nella bocca dell’altro. Lui cominciò a strapazzarle pube e culo, poi improvvisamente la sollevò e la sistemò sul gabinetto. La posizione era precaria, lei fece per puntellarsi con la gamba destra contro la parete, la ballerina si sfilò e cadde a terra, il piede aderì al muro. Le unghie laccate, la gamba nuda, tesa, la gonna su. Era eccitante vedersi in quella posizione. Lui si infilò tra le sue cosce e cominciò a leccarla, con foga. Ci sapeva fare. Lei non riusciva a distinguere la lingua dal dito, vampate di calore le salivano dai genitali alla nuca. Andava verso l’orgasmo, si concentrò su quei movimenti sotto di lei, dentro di lei. D’un tratto il suo corpo si irrigidì, strinse forte le gambe, venne scuotendosi. Una liberazione. Perse l’equilibrio, lui la sorresse accompagnandola a terra quasi al rallentatore. Gli mise le braccia al collo per alzarsi e, mentre lui la sollevava, gli prese tra le labbra l’orecchio e gli sussurrò bravo, sei un porco, ora lo voglio dentro. Incredibile. Aveva parlato come una puttana, come se non avesse fatto altro che scoparsi sconosciuti nei cessi della stazione.
Ritrovò la scarpa, gli voltò le spalle e si sistemò in modo da essere presa da dietro: le gambe larghe, alta sulle punte. Si sollevò la gonna, la schiena inarcata al massimo per offrire la natura al suo sguardo, mentre si puntellava con gli avambracci contro il muro. Passò qualche attimo. Avvertì la cappella appoggiarsi fra le grandi labbra. Muovendo il bacino accompagnò l’entrata, che fu facile perché era tutta bagnata. Lui cominciò a sbatterla, lei rispose con spinte speculari, accogliendo il cazzo dentro di lei, fino in fondo, fino a sentite le palle sbatterle contro. Una meraviglia, era come se i due corpi si conoscessero da sempre, come se ci fosse un’intimità profonda tra loro. Le stringeva i seni, lei ogni tanto lo tirava a sé con il palmo della mano aperto sul suo sedere, perché andasse più a fondo, oppure si infilava un dito tra la vagina e il cazzo. Si sentiva il rumore dei genitali bagnati, ciak, ciak, e poi ancora, ancora più forte, più veloce, ciak ciak. La sua vagina si contrasse come prima, stringendosi intorno al cazzo, e venne la seconda volta, non era mai successo. Lui ebbe un sussulto, spinse con forza. Si accorse che era venuto anche lui e con dolcezza mosse il bacino a destra e a sinistra, quasi a carezzare il cazzo che andava sgonfiandosi. Brava, brava, sei porca quasi quanto me, le disse a voce bassissima. Lei raccolse la borsa e, senza neppure pulirsi lo sperma che le colava fra le cosce, aprì la porta e scappò via.
Le toccava il sedere, aderendo al suo corpo. Se ne rese conto all’improvviso, proprio mentre l’autobus svoltava. In breve, un’erezione. Premette su di lei, più premeva, più la sensazione di morbido lo eccitava. La donna non si spostava, gli parve anzi che anche lei premesse. Intorno una ressa di braccia tese, di mani appese ai sostegni. Molto rumore, di motore e di voci. Sì, ora il cazzo bello diritto era proprio tra i due glutei, le palle strusciavano sotto a ogni movimento del mezzo. Non riuscì a star fermo, cominciò a muovere lentamente il bacino, sfregandosi contro di lei. Aveva una gonna al ginocchio bianca, t-shirt aderente, capelli rossi sciolti. Non aveva vista in faccia. Si inarcò, sì, lei si inarcò accompagnando il movimento pelvico. Ora si muovevano insieme, piano, spingendosi l’una contro l’altro con forza. Con prudenza staccò la mano sinistra dalla barra e la appoggiò sul suo fianco. Non reagì, ma continuava a rispondere al suo movimento inarcando il bacino sempre di più verso l’alto. Una fermata. Molta agitazione: un gruppo di giovani doveva scendere, due ragazze protestarono perché non le lasciavano passare. Mi fai scendere, fece una, piccoletta e grassa. Dovette staccarsi. La ragazza si infilò fra loro due. La donna si voltò, un’espressione enigmatica. I loro occhi si incrociarono per un attimo.
Altri viaggiatori salirono. La massa di corpi si ricompattò. L’autobus ripartì. Fu lei a mettersi nella giusta posizione. Ritrovarono il contatto e poco dopo il movimento riprese, più inteso, più veloce. Ora non vedeva nulla intorno, il suo pensiero era teso a quel punto, a quel calore. Due movimenti a scatto, incontrollati, e venne spingendo la donna contro il palo a cui si aggrappava. Sentì la sensazione di bagnato che lo svegliava quando, adolescente, aveva le polluzioni notturne. Non si staccò, lei irrigidì i glutei, ruotò il bacino e portò la mano destra alla borsa, come se volesse prendere qualcosa. Invece mise la mano proprio sulla sua patta, stringendo con energia. Ora le vide il viso. La bellezza placida delle donne mature. Lei, appena più bassa, lo fissò negli occhi, vogliosa. Portò la mano destra sulle labbra, come a tergersi il sudore, ma poi – lo vide bene – se la leccò.
Un’altra fermata. Permesso, fece la donna, e in pochi passi guadagnò l’uscita. Lui dietro.
Camminava veloce, la strada piena di gente. Si infilò nella metro, quasi correva sulle sue ballerine scure. Fece appena in tempo a vederla entrare nei bagni. Erano bagni per donne. Non esitò. C’erano quattro porte, si sentì il rumore dello sciacquone e una chiave che girava. Il cuore in gola, si accorse che la terza porta era socchiusa e vi si precipitò. Dentro c’era lei, lo sguardo spavaldo, sorrideva. Era splendida, animalesca. Fu lei a chiudere la porta, svelta. Lui si accorse solo allora della macchia sui pantaloni. Un attimo e si trovarono avvinghiati, le lingue in bocca, le mani che stringevano il corpo l’uno dell’altra. Non una parola, non un gemito. Le mise le mani sotto la gonna. Non aveva le mutande. Impazzì per l’eccitazione e cominciò a strizzarle il culo e il pube. La sollevò, lei si mise in equilibrio sul gabinetto, alzò una gamba e la puntellò contro il muro. Era chiaro. Affondò la faccia tra le cosce, cominciò a leccarla furiosamente, facendosi strada tra le grandi labbra scure. Lunghi peli neri gli finirono in bocca, la lingua andava su e giù, dal bottone sodo in alto all’apertura cedevole in basso. Il sapore acre della fica si confondeva con quello della sua saliva, l’odore lo inebriava. Infilò il medio dentro, fu facile perché era tutta bagnata, e intanto si concentrò sul bottone, caparbio. A un tratto lei strinse forte le gambe intorno alla sua testa, lui rimase bloccato, la punta della lingua attaccata al clitoride e il dito dentro. La vagina si contrasse intorno al dito e un po’ di liquido colò fuori. Persero l’equilibrio, lei cadde a terra quasi al rallentatore, perché lui riuscì a tenerla, non si rese neppure conto di come fosse possibile. Lei gli mise le braccia al collo per alzarsi e, mentre lui la sollevava, gli prese in bocca l’orecchio e gli sussurrò bravo, sei un porco, ci sai fare, ora lo voglio dentro.
Si voltò, allargò le gambe sollevandosi sulle punte, si tirò sopra la gonna e mise gli avambracci contro il muro. La penetrò subito. Fu molto bello, tutto filava alla perfezione, come se i due corpi si conoscessero da sempre, come se ci fosse un’intimità profonda tra loro. Pompava tenendole i seni con le mani a coppa. Erano a pera, un po’ cadenti. Si sentiva il rumore dei genitali bagnati, ciak, ciak, e poi ancora, ancora più forte, più veloce, ciak ciak, fino all’orgasmo. La sua vagina si contrasse come prima, stringendolo, e lui venne la seconda volta, non era mai successo. Lei si mosse a destra e a sinistra, quasi a carezzare il cazzo che cominciava a perdere la sua durezza. Brava, brava, sei porca quasi quanto me, disse a voce bassissima. Lei raccolse la borsa e, senza neppure pulirsi lo sperma che le colava fra le cosce, aprì la porta e andò via.
Rimasto nel bagno, realizzò di dover uscire senza farsi vedere. La maniglia si abbassò, bloccò la porta con il piede. Scusi, pensavo fosse libero, una voce di ragazza. Rimase in silenzio. Poi, piano piano, aprì la porta e sbucò fuori. Una ragazza molto alta, che si stava lavando le mani, si voltò. Vide in un lampo i suoi occhi abbassarsi verso la cerniera, dove c’era la macchia. Scappò via, ma quello sguardo, dopo, lo avrebbe eccitato almeno quanto il ricordo della scopata.
Non si respira. Sono incastrata contro un sedile, la testa china per non urtare il sostegno in alto. Questi autobus sono fatti per i nani, sarei dovuta andare a piedi. Appena posso scendo. Fa caldo. Che fa quello. Che stronzo, sta addosso a una donna, la schiaccia, si vede chiaramente. E che cazzo, nessuno se ne accorge, perché lei non si sposta? Si vergogna, è terrorizzata. Che faccio? Urlo, parlo con qualcuno?
Eh, che maniere. Passa, scendi, ’sta nana.
Incredibile, si è messo di nuovo nella stessa posizione e ha ripreso a molestarla. Non riesco ad avvicinarmi, siamo uno addosso all’altro. L’autobus si ferma, la donna scende di corsa, meno male.
Cazzo lui la segue, devo aiutarla.
Corre. Lo supero. Ha una macchia sul pantalone, quel porco schifoso è venuto mentre stava addosso alla donna. Ora lo riprendo con il cellulare. È un attimo, quando alzo gli occhi dallo schermo li ho persi, c’è molta gente per la strada. Ecco, vedo lei lontana, la gonna bianca svolazza, sgambetta sulle sue ballerine, è in stato di panico. Nella metro, e lui dietro. Scomparsi. Corro lungo il corridoio, fino ai tornelli. Non possono essere già entrati, c’è molta fila. Torno indietro. Forse nei bagni. Quattro porte, nessuno. Un tramestìo da qualche parte, quasi impercettibile. Cazzo deve averla chiusa dentro e la sta violentando. Non so che fare, vado su e giù. Poi un’illuminazione. Mi stendo, sbircio sotto le porte. Eccoli: a terra una ballerina scura e una borsa da donna, le gambe dell’uomo di spalle, il pantalone alle caviglie. Dov’è lei. Provo la porta affianco, è libero. Salgo sul water, mi appendo al muro sporcandomi di intonaco e guardo cauta verso il basso. Lei ora è a terra, lui la sovrasta, sta per picchiarla. Prendo il cellulare, seleziono video e mi affaccio di nuovo. Faccio partire il video.
Vedo benissimo attraverso lo schermo. Lei è avvinghiata a lui, gli dice qualcosa all’orecchio. Si volta, allarga le gambe e si alza la gonna bianca, puntellandosi contro la parete con gli avambracci. È senza mutande. Lui ha il cazzo turgido in mano, enorme, la cappella lucida. La prende. Chiavano come due animali. Lei ci sta, è evidente. Si volta a guardarlo lasciva, lo tira a sé con una mano sul suo culo, poi si infila una mano nel sesso. Si sente il rumore dei genitali bagnati, ciak, ciak, e poi ancora, ancora più forte, più veloce, ciak ciak. Lei solleva la testa, si irrigidisce, sento chiaro un mugolio. Lui ha un sussulto, spinge con forza. Sono venuti, forse insieme. Mai vista una cosa così porca, così vera, neppure nei video porno che scorro continuamente sul cellulare. Lui si stacca, colgo il riflesso bianco dello sperma che cola a terra. Salto giù dal water ed esco subito, ma non vado via. Blocco il video, metto il cellulare in tasca e apro la fontana del lavandino. Il rumore della porta. Mi volto. È lei, capelli rossi sciolti, una quarantina d’anni, scappa via senza guardarmi. Sono eccitatissima, ho davanti agli occhi quel cazzo. Vado verso il loro bagno e faccio per entrare, ma la porta si blocca. Scusi, pensavo fosse libero, balbetto. Torno al lavandino, mi lavo le mani. Sento di nuovo la porta. È lui, forse trentanni, muscoloso, tutto rosso in faccia. Mi guarda negli occhi. In un flash lo rivedo con in mano il cazzo duro, abbasso lo sguardo verso la macchia. La maglietta è mezza dentro e mezza fuori dal pantalone. Scappa anche lui.
Non c’è nessuno. Entro nel loro bagno e mi chiudo dentro. Impronte di scarpe sul water. A terra è sporco, riconosco le macchie bianche di sperma, diverse gocce larghe. Riprendo il cesso, zoomo sullo sperma, con l’indice sinistro lo tocco, ne sento la consistenza tra pollice e indice, mi porto le dita al naso e inspiro profondamente. Mi eccito, lo spalmo alla base delle narici. Spalle al muro, socchiudo gli occhi e mi faccio un ditalino. L’odore della sborra già quasi secca mi inebria. La scena della chiavata è dentro di me. Con la mano sporca di sperma tiro fuori il seno e mi strizzo il capezzolo destro. Vengo con contrazioni che mi squassano il ventre.
Una donna, uscendo di corsa dal bagno, le diede una spinta facendole cadere il mocio a terra. E guarda dove vai, le urlò dietro. Correva, i capelli rossi scarmigliati, la borsa stretta, una gonna bianca al ginocchio, culo alto, belle gambe magre. Insomma il suo tipo. Raccolse il mocio e lo sistemò sul carrello. C’era la pulizia bagni femminili delle 12. Un uomo sbucò all’improvviso. Si bloccò davanti a lei, biascicò qualcosa mentre si infilava la maglietta nei pantaloni. Al centro una macchia. Sospettò che avesse molestato la donna di prima, forse si era masturbato davanti a lei, c’erano stati altri casi. I pervertiti non mancano. Avrebbe dovuto fermarlo, ma quello era già lontano.
Dentro tutto tranquillo, una sola porta chiusa. Avvertì un rumore impercettibile. Forse la donna molestata era ancora lì. Entrò in un bagno accanto a quello chiuso. Salì sul water, si appese al muro sporcandosi di intonaco e guardò cauta verso il basso. Una ragazza stava riprendendo il cesso con il cellulare. A un tratto si abbassò, con la mano sinistra toccò qualcosa a terra, poi avvicinò la mano al naso e strofinando l’indice con il pollice inspirò profondamente. Mugolò. Non capiva perché. La ragazza era molto giovane, una ventina d’anni, e molto alta. Si mise il cellulare in tasca e abbassò completamente i jeans e le mutande. Aveva un bel ciuffo di peli, lo stesso colore dei capelli, generosi fianchi larghi. Si appoggiò con le spalle al muro. Cominciò a masturbarsi energicamente, tenendo gli occhi chiusi.
Con la destra aggrappata al muro, si infilò la sinistra nelle mutande. Non staccava gli occhi dalla ragazza. Lei si scoprì un seno, giovane e sodo. Una mano nella fica, una a stringere il capezzolo scuro, eretto. Scrutava il suo viso per cogliere il momento. Non ci volle molto. La ragazza ebbe delle contrazioni violente, si curvò in avanti e lanciò dietro la testa, emettendo suoni inequivocabili. Che porca, se la sarebbe fatta con piacere. Scese subito dal water, terminò rapida il ditalino pensando a quella puledra, ma non rimase soddisfatta, ci voleva ben altro.
Giorno e notte attaccato allo schermo, il cazzo sempre tra le mani. Non è facile trovare scene che lo eccitino, ormai l’infinita varietà degli accoppiamenti e delle posizioni lo hanno stancato, ci vogliono ore prima di trovare un video eccitante. Da un po’ prova con i video amatoriali, o presunti tali. Prostitute beccate per strada, chiavate nei camerini dei grandi magazzini, ammucchiate sulla spiaggia e nei parchi, trans che inculano i clienti: non sono altro che finzioni, tanto vale masturbarsi davanti a dei professionisti.
Fuck in the toilet: è un video girato col cellulare, clicca, lo mette a tutto schermo. Non c’è molta luce, l’inquadratura trema. Qualcuno riprende dall’alto una coppia che chiava in un bagno pubblico, a un certo punto entra nell’inquadratura una mezza mano di donna, dita affusolate smaltate di rosso, aggrappate al muro del cesso.
La donna sotto ha i capelli rossi, è avvinghiata all’uomo, gli dice qualcosa all’orecchio. Poi si volta di spalle, allarga le gambe e si alza la gonna bianca, puntellandosi contro la parete con gli avambracci. È senza mutande. Lui ha il cazzo turgido in mano, enorme, la cappella lucida. La prende. Chiavano come due animali. Lei si volta a guardarlo lasciva, lo tira a sé con una mano sul suo culo, poi si infila una mano sotto. Si sente il rumore dei genitali bagnati, ciak, ciak, e poi ancora, ancora più forte, più veloce, ciak ciak. Lei solleva la testa, si irrigidisce, si sente chiaro un mugolio. Lui ha un sussulto, spinge con forza. Sono venuti, forse insieme. Mai vista una cosa così porca. Lui si stacca, si vede il riflesso bianco dello sperma che cola a terra. Poi un’interruzione. Si vede il bagno vuoto. Impronte di scarpe sul water. A terra è sporco. Zoom su alcune macchie bianche, sono gocce di sperma, larghe. Entra in campo una mano femminile, quello smalto rosso. L’indice tocca lo sperma, ne sente la consistenza strusciando pollice e indice, si sente un profondo respiro. Fine. La sborra schizza fuori sporcandomi tutto. Che meraviglia.
L’autobus ripartì, si rimise al suo posto e in un attimo lui era dietro, sempre appoggiato al suo sedere. Ripresero a strusciarsi, ora più velocemente. A un tratto due botte rapide. Si voltò, staccandosi dall’asta e fece per metter la mano nella borsa, quasi a controllare che fosse tutto a posto. Invece la infilò rapida tra la borsa e il corpo. Scese in basso, palpò con energia. Un calore, un senso di umido. Portò la mano alla bocca e avvertì chiaramente l’odore dello sperma, si leccò rapida la mano ma non ne sentì il sapore. Il porco era venuto. Le venne una voglia pazza, voleva venire anche lei.
Un’altra fermata, di scattò si precipitò fuori. Aria, finalmente, e il fresco tra le cosce. Si indirizzò rapida verso la metro, pensò di andare nel bagno a masturbarsi. Poi si accorse che l’uomo le correva dietro, una grande macchia sulla patta. Che pazzo. Quando entrò nel bagno lasciò la porta accostata. Lui la spalancò con violenza, aveva gli occhi spiritati. Gli sorrise complice. Lesta chiuse a chiave. Si ritrovarono avvinghiati. Lasciò cadere la borsa a terra e gli infilò le mani sotto la maglietta, dentro il pantalone, sentiva la curva del suo culo, la forza dei suoi reni, l’enormità del suo membro. Si baciarono furiosamente, le lingue affondavano l’una nella bocca dell’altro. Lui cominciò a strapazzarle pube e culo, poi improvvisamente la sollevò e la sistemò sul gabinetto. La posizione era precaria, lei fece per puntellarsi con la gamba destra contro la parete, la ballerina si sfilò e cadde a terra, il piede aderì al muro. Le unghie laccate, la gamba nuda, tesa, la gonna su. Era eccitante vedersi in quella posizione. Lui si infilò tra le sue cosce e cominciò a leccarla, con foga. Ci sapeva fare. Lei non riusciva a distinguere la lingua dal dito, vampate di calore le salivano dai genitali alla nuca. Andava verso l’orgasmo, si concentrò su quei movimenti sotto di lei, dentro di lei. D’un tratto il suo corpo si irrigidì, strinse forte le gambe, venne scuotendosi. Una liberazione. Perse l’equilibrio, lui la sorresse accompagnandola a terra quasi al rallentatore. Gli mise le braccia al collo per alzarsi e, mentre lui la sollevava, gli prese tra le labbra l’orecchio e gli sussurrò bravo, sei un porco, ora lo voglio dentro. Incredibile. Aveva parlato come una puttana, come se non avesse fatto altro che scoparsi sconosciuti nei cessi della stazione.
Ritrovò la scarpa, gli voltò le spalle e si sistemò in modo da essere presa da dietro: le gambe larghe, alta sulle punte. Si sollevò la gonna, la schiena inarcata al massimo per offrire la natura al suo sguardo, mentre si puntellava con gli avambracci contro il muro. Passò qualche attimo. Avvertì la cappella appoggiarsi fra le grandi labbra. Muovendo il bacino accompagnò l’entrata, che fu facile perché era tutta bagnata. Lui cominciò a sbatterla, lei rispose con spinte speculari, accogliendo il cazzo dentro di lei, fino in fondo, fino a sentite le palle sbatterle contro. Una meraviglia, era come se i due corpi si conoscessero da sempre, come se ci fosse un’intimità profonda tra loro. Le stringeva i seni, lei ogni tanto lo tirava a sé con il palmo della mano aperto sul suo sedere, perché andasse più a fondo, oppure si infilava un dito tra la vagina e il cazzo. Si sentiva il rumore dei genitali bagnati, ciak, ciak, e poi ancora, ancora più forte, più veloce, ciak ciak. La sua vagina si contrasse come prima, stringendosi intorno al cazzo, e venne la seconda volta, non era mai successo. Lui ebbe un sussulto, spinse con forza. Si accorse che era venuto anche lui e con dolcezza mosse il bacino a destra e a sinistra, quasi a carezzare il cazzo che andava sgonfiandosi. Brava, brava, sei porca quasi quanto me, le disse a voce bassissima. Lei raccolse la borsa e, senza neppure pulirsi lo sperma che le colava fra le cosce, aprì la porta e scappò via.
Le toccava il sedere, aderendo al suo corpo. Se ne rese conto all’improvviso, proprio mentre l’autobus svoltava. In breve, un’erezione. Premette su di lei, più premeva, più la sensazione di morbido lo eccitava. La donna non si spostava, gli parve anzi che anche lei premesse. Intorno una ressa di braccia tese, di mani appese ai sostegni. Molto rumore, di motore e di voci. Sì, ora il cazzo bello diritto era proprio tra i due glutei, le palle strusciavano sotto a ogni movimento del mezzo. Non riuscì a star fermo, cominciò a muovere lentamente il bacino, sfregandosi contro di lei. Aveva una gonna al ginocchio bianca, t-shirt aderente, capelli rossi sciolti. Non aveva vista in faccia. Si inarcò, sì, lei si inarcò accompagnando il movimento pelvico. Ora si muovevano insieme, piano, spingendosi l’una contro l’altro con forza. Con prudenza staccò la mano sinistra dalla barra e la appoggiò sul suo fianco. Non reagì, ma continuava a rispondere al suo movimento inarcando il bacino sempre di più verso l’alto. Una fermata. Molta agitazione: un gruppo di giovani doveva scendere, due ragazze protestarono perché non le lasciavano passare. Mi fai scendere, fece una, piccoletta e grassa. Dovette staccarsi. La ragazza si infilò fra loro due. La donna si voltò, un’espressione enigmatica. I loro occhi si incrociarono per un attimo.
Altri viaggiatori salirono. La massa di corpi si ricompattò. L’autobus ripartì. Fu lei a mettersi nella giusta posizione. Ritrovarono il contatto e poco dopo il movimento riprese, più inteso, più veloce. Ora non vedeva nulla intorno, il suo pensiero era teso a quel punto, a quel calore. Due movimenti a scatto, incontrollati, e venne spingendo la donna contro il palo a cui si aggrappava. Sentì la sensazione di bagnato che lo svegliava quando, adolescente, aveva le polluzioni notturne. Non si staccò, lei irrigidì i glutei, ruotò il bacino e portò la mano destra alla borsa, come se volesse prendere qualcosa. Invece mise la mano proprio sulla sua patta, stringendo con energia. Ora le vide il viso. La bellezza placida delle donne mature. Lei, appena più bassa, lo fissò negli occhi, vogliosa. Portò la mano destra sulle labbra, come a tergersi il sudore, ma poi – lo vide bene – se la leccò.
Un’altra fermata. Permesso, fece la donna, e in pochi passi guadagnò l’uscita. Lui dietro.
Camminava veloce, la strada piena di gente. Si infilò nella metro, quasi correva sulle sue ballerine scure. Fece appena in tempo a vederla entrare nei bagni. Erano bagni per donne. Non esitò. C’erano quattro porte, si sentì il rumore dello sciacquone e una chiave che girava. Il cuore in gola, si accorse che la terza porta era socchiusa e vi si precipitò. Dentro c’era lei, lo sguardo spavaldo, sorrideva. Era splendida, animalesca. Fu lei a chiudere la porta, svelta. Lui si accorse solo allora della macchia sui pantaloni. Un attimo e si trovarono avvinghiati, le lingue in bocca, le mani che stringevano il corpo l’uno dell’altra. Non una parola, non un gemito. Le mise le mani sotto la gonna. Non aveva le mutande. Impazzì per l’eccitazione e cominciò a strizzarle il culo e il pube. La sollevò, lei si mise in equilibrio sul gabinetto, alzò una gamba e la puntellò contro il muro. Era chiaro. Affondò la faccia tra le cosce, cominciò a leccarla furiosamente, facendosi strada tra le grandi labbra scure. Lunghi peli neri gli finirono in bocca, la lingua andava su e giù, dal bottone sodo in alto all’apertura cedevole in basso. Il sapore acre della fica si confondeva con quello della sua saliva, l’odore lo inebriava. Infilò il medio dentro, fu facile perché era tutta bagnata, e intanto si concentrò sul bottone, caparbio. A un tratto lei strinse forte le gambe intorno alla sua testa, lui rimase bloccato, la punta della lingua attaccata al clitoride e il dito dentro. La vagina si contrasse intorno al dito e un po’ di liquido colò fuori. Persero l’equilibrio, lei cadde a terra quasi al rallentatore, perché lui riuscì a tenerla, non si rese neppure conto di come fosse possibile. Lei gli mise le braccia al collo per alzarsi e, mentre lui la sollevava, gli prese in bocca l’orecchio e gli sussurrò bravo, sei un porco, ci sai fare, ora lo voglio dentro.
Si voltò, allargò le gambe sollevandosi sulle punte, si tirò sopra la gonna e mise gli avambracci contro il muro. La penetrò subito. Fu molto bello, tutto filava alla perfezione, come se i due corpi si conoscessero da sempre, come se ci fosse un’intimità profonda tra loro. Pompava tenendole i seni con le mani a coppa. Erano a pera, un po’ cadenti. Si sentiva il rumore dei genitali bagnati, ciak, ciak, e poi ancora, ancora più forte, più veloce, ciak ciak, fino all’orgasmo. La sua vagina si contrasse come prima, stringendolo, e lui venne la seconda volta, non era mai successo. Lei si mosse a destra e a sinistra, quasi a carezzare il cazzo che cominciava a perdere la sua durezza. Brava, brava, sei porca quasi quanto me, disse a voce bassissima. Lei raccolse la borsa e, senza neppure pulirsi lo sperma che le colava fra le cosce, aprì la porta e andò via.
Rimasto nel bagno, realizzò di dover uscire senza farsi vedere. La maniglia si abbassò, bloccò la porta con il piede. Scusi, pensavo fosse libero, una voce di ragazza. Rimase in silenzio. Poi, piano piano, aprì la porta e sbucò fuori. Una ragazza molto alta, che si stava lavando le mani, si voltò. Vide in un lampo i suoi occhi abbassarsi verso la cerniera, dove c’era la macchia. Scappò via, ma quello sguardo, dopo, lo avrebbe eccitato almeno quanto il ricordo della scopata.
Non si respira. Sono incastrata contro un sedile, la testa china per non urtare il sostegno in alto. Questi autobus sono fatti per i nani, sarei dovuta andare a piedi. Appena posso scendo. Fa caldo. Che fa quello. Che stronzo, sta addosso a una donna, la schiaccia, si vede chiaramente. E che cazzo, nessuno se ne accorge, perché lei non si sposta? Si vergogna, è terrorizzata. Che faccio? Urlo, parlo con qualcuno?
Eh, che maniere. Passa, scendi, ’sta nana.
Incredibile, si è messo di nuovo nella stessa posizione e ha ripreso a molestarla. Non riesco ad avvicinarmi, siamo uno addosso all’altro. L’autobus si ferma, la donna scende di corsa, meno male.
Cazzo lui la segue, devo aiutarla.
Corre. Lo supero. Ha una macchia sul pantalone, quel porco schifoso è venuto mentre stava addosso alla donna. Ora lo riprendo con il cellulare. È un attimo, quando alzo gli occhi dallo schermo li ho persi, c’è molta gente per la strada. Ecco, vedo lei lontana, la gonna bianca svolazza, sgambetta sulle sue ballerine, è in stato di panico. Nella metro, e lui dietro. Scomparsi. Corro lungo il corridoio, fino ai tornelli. Non possono essere già entrati, c’è molta fila. Torno indietro. Forse nei bagni. Quattro porte, nessuno. Un tramestìo da qualche parte, quasi impercettibile. Cazzo deve averla chiusa dentro e la sta violentando. Non so che fare, vado su e giù. Poi un’illuminazione. Mi stendo, sbircio sotto le porte. Eccoli: a terra una ballerina scura e una borsa da donna, le gambe dell’uomo di spalle, il pantalone alle caviglie. Dov’è lei. Provo la porta affianco, è libero. Salgo sul water, mi appendo al muro sporcandomi di intonaco e guardo cauta verso il basso. Lei ora è a terra, lui la sovrasta, sta per picchiarla. Prendo il cellulare, seleziono video e mi affaccio di nuovo. Faccio partire il video.
Vedo benissimo attraverso lo schermo. Lei è avvinghiata a lui, gli dice qualcosa all’orecchio. Si volta, allarga le gambe e si alza la gonna bianca, puntellandosi contro la parete con gli avambracci. È senza mutande. Lui ha il cazzo turgido in mano, enorme, la cappella lucida. La prende. Chiavano come due animali. Lei ci sta, è evidente. Si volta a guardarlo lasciva, lo tira a sé con una mano sul suo culo, poi si infila una mano nel sesso. Si sente il rumore dei genitali bagnati, ciak, ciak, e poi ancora, ancora più forte, più veloce, ciak ciak. Lei solleva la testa, si irrigidisce, sento chiaro un mugolio. Lui ha un sussulto, spinge con forza. Sono venuti, forse insieme. Mai vista una cosa così porca, così vera, neppure nei video porno che scorro continuamente sul cellulare. Lui si stacca, colgo il riflesso bianco dello sperma che cola a terra. Salto giù dal water ed esco subito, ma non vado via. Blocco il video, metto il cellulare in tasca e apro la fontana del lavandino. Il rumore della porta. Mi volto. È lei, capelli rossi sciolti, una quarantina d’anni, scappa via senza guardarmi. Sono eccitatissima, ho davanti agli occhi quel cazzo. Vado verso il loro bagno e faccio per entrare, ma la porta si blocca. Scusi, pensavo fosse libero, balbetto. Torno al lavandino, mi lavo le mani. Sento di nuovo la porta. È lui, forse trentanni, muscoloso, tutto rosso in faccia. Mi guarda negli occhi. In un flash lo rivedo con in mano il cazzo duro, abbasso lo sguardo verso la macchia. La maglietta è mezza dentro e mezza fuori dal pantalone. Scappa anche lui.
Non c’è nessuno. Entro nel loro bagno e mi chiudo dentro. Impronte di scarpe sul water. A terra è sporco, riconosco le macchie bianche di sperma, diverse gocce larghe. Riprendo il cesso, zoomo sullo sperma, con l’indice sinistro lo tocco, ne sento la consistenza tra pollice e indice, mi porto le dita al naso e inspiro profondamente. Mi eccito, lo spalmo alla base delle narici. Spalle al muro, socchiudo gli occhi e mi faccio un ditalino. L’odore della sborra già quasi secca mi inebria. La scena della chiavata è dentro di me. Con la mano sporca di sperma tiro fuori il seno e mi strizzo il capezzolo destro. Vengo con contrazioni che mi squassano il ventre.
Una donna, uscendo di corsa dal bagno, le diede una spinta facendole cadere il mocio a terra. E guarda dove vai, le urlò dietro. Correva, i capelli rossi scarmigliati, la borsa stretta, una gonna bianca al ginocchio, culo alto, belle gambe magre. Insomma il suo tipo. Raccolse il mocio e lo sistemò sul carrello. C’era la pulizia bagni femminili delle 12. Un uomo sbucò all’improvviso. Si bloccò davanti a lei, biascicò qualcosa mentre si infilava la maglietta nei pantaloni. Al centro una macchia. Sospettò che avesse molestato la donna di prima, forse si era masturbato davanti a lei, c’erano stati altri casi. I pervertiti non mancano. Avrebbe dovuto fermarlo, ma quello era già lontano.
Dentro tutto tranquillo, una sola porta chiusa. Avvertì un rumore impercettibile. Forse la donna molestata era ancora lì. Entrò in un bagno accanto a quello chiuso. Salì sul water, si appese al muro sporcandosi di intonaco e guardò cauta verso il basso. Una ragazza stava riprendendo il cesso con il cellulare. A un tratto si abbassò, con la mano sinistra toccò qualcosa a terra, poi avvicinò la mano al naso e strofinando l’indice con il pollice inspirò profondamente. Mugolò. Non capiva perché. La ragazza era molto giovane, una ventina d’anni, e molto alta. Si mise il cellulare in tasca e abbassò completamente i jeans e le mutande. Aveva un bel ciuffo di peli, lo stesso colore dei capelli, generosi fianchi larghi. Si appoggiò con le spalle al muro. Cominciò a masturbarsi energicamente, tenendo gli occhi chiusi.
Con la destra aggrappata al muro, si infilò la sinistra nelle mutande. Non staccava gli occhi dalla ragazza. Lei si scoprì un seno, giovane e sodo. Una mano nella fica, una a stringere il capezzolo scuro, eretto. Scrutava il suo viso per cogliere il momento. Non ci volle molto. La ragazza ebbe delle contrazioni violente, si curvò in avanti e lanciò dietro la testa, emettendo suoni inequivocabili. Che porca, se la sarebbe fatta con piacere. Scese subito dal water, terminò rapida il ditalino pensando a quella puledra, ma non rimase soddisfatta, ci voleva ben altro.
Giorno e notte attaccato allo schermo, il cazzo sempre tra le mani. Non è facile trovare scene che lo eccitino, ormai l’infinita varietà degli accoppiamenti e delle posizioni lo hanno stancato, ci vogliono ore prima di trovare un video eccitante. Da un po’ prova con i video amatoriali, o presunti tali. Prostitute beccate per strada, chiavate nei camerini dei grandi magazzini, ammucchiate sulla spiaggia e nei parchi, trans che inculano i clienti: non sono altro che finzioni, tanto vale masturbarsi davanti a dei professionisti.
Fuck in the toilet: è un video girato col cellulare, clicca, lo mette a tutto schermo. Non c’è molta luce, l’inquadratura trema. Qualcuno riprende dall’alto una coppia che chiava in un bagno pubblico, a un certo punto entra nell’inquadratura una mezza mano di donna, dita affusolate smaltate di rosso, aggrappate al muro del cesso.
La donna sotto ha i capelli rossi, è avvinghiata all’uomo, gli dice qualcosa all’orecchio. Poi si volta di spalle, allarga le gambe e si alza la gonna bianca, puntellandosi contro la parete con gli avambracci. È senza mutande. Lui ha il cazzo turgido in mano, enorme, la cappella lucida. La prende. Chiavano come due animali. Lei si volta a guardarlo lasciva, lo tira a sé con una mano sul suo culo, poi si infila una mano sotto. Si sente il rumore dei genitali bagnati, ciak, ciak, e poi ancora, ancora più forte, più veloce, ciak ciak. Lei solleva la testa, si irrigidisce, si sente chiaro un mugolio. Lui ha un sussulto, spinge con forza. Sono venuti, forse insieme. Mai vista una cosa così porca. Lui si stacca, si vede il riflesso bianco dello sperma che cola a terra. Poi un’interruzione. Si vede il bagno vuoto. Impronte di scarpe sul water. A terra è sporco. Zoom su alcune macchie bianche, sono gocce di sperma, larghe. Entra in campo una mano femminile, quello smalto rosso. L’indice tocca lo sperma, ne sente la consistenza strusciando pollice e indice, si sente un profondo respiro. Fine. La sborra schizza fuori sporcandomi tutto. Che meraviglia.
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