Il rito del gelato

di
genere
voyeur

Lo abbiamo fatto tre volte nel giro di un mese, eppure è già un rito, il rito del gelato.
Me, mi conoscete: rossa, 1,67, 43 anni, tette a pera. Lui ha 27 anni, tarchiato, leggermente più basso, scuro di pelle perché è di origini nordafricane, seconda generazione, un po’ riservato. Fa supplenze come bidello nella scuola di mia figlia. Non vi dico come siamo arrivati alla prima volta, non è essenziale. L’essenziale è il rito.
Ci vediamo in pieno giorno, fra le 11 e l’una, solo se la giornata è bella e soleggiata. A quell’ora il mio compagno non c’è mai e mia figlia è a scuola. Io posso essere a casa perché chiedo, anche solo il giorno prima, una giornata in smart.
Il posto è il mio terrazzo, esposto a mezzogiorno, settimo piano. C’è una bella veranda, tutta vetrate mobili, e un piccolo spazio all’esterno, fra le piante. Abbiamo anche una stufetta in alto che riscalda un po’, ma se c’è pieno sole si sta bene. In questi giorni di dicembre siamo stati particolarmente fortunati. Dai palazzi vicini non ci vedono. Poco più lontano ci sono però due grattacieli di 30 piani, da dove è possibile vederci con un binocolo o anche solo con lo zoom del cellulare. Questo ci eccita.
Ci sistemiamo nudi su un lettino, io con i capelli legati. Doccia prima e dopo. Non abbiamo mai scopato. Ci lecchiamo l’un l’altra, per una quarantina di minuti. Prima lui, poi io. Posizione classica, almeno queste tre volte, le gambe aperte verso i grattacieli. Sul davanzale posizioniamo una telecamera collegata al mio portatile, quello dell’ufficio, in modo che chi viene leccato possa vedersi. Generalmente non si inquadrano bene i genitali, perché c’è la testa davanti, tranne che nei preliminari e dopo, quando chi è venuto resta un po’ fermo davanti alla ripresa.
Io ho una vagina di quelle che in rete si definiscono outtie. Le grandi labbra sono larghe e carnose, sempre un po’ aperte, molto scure ai bordi, che sono leggermente irregolari, come se qualcuno li avesse mangiucchiati. Il clitoride, quando è gonfio, emerge chiaramente fra le pieghe in alto, sembra quasi un glande minuscolo, più chiaro delle grandi labbra, lo stesso colore delle piccole. Ho un bel ciuffo di peli neri, belli doppi. È strano, perché sono proprio rossa di capelli. Qualcuno è già bianco. Vorrei rasarmeli, almeno tra il culo e la fica, ma non posso per non insospettire il mio compagno. Troverò una soluzione per le prossime volte.
Lui si sistema a pancia in giù, le ginocchia a terra, Io me ne sto a gambe belle aperte. Lecca lentamente, senza usare mai le mani. Infila la punta dentro, il più possibile, sposta con delicatezza le grandi labbra, le aspira in bocca, prima una, poi l’altra, massaggia il clitoride, va su e giù fino al buco del culo. Io sto zitta. Lui deve capire da solo, dalle contrazioni involontarie del mio bacino e dal liquido che esce se e quanto mi piace, se deve accelerare o meno, come deve accompagnare il mio orgasmo. Questo è lo scopo: parlare con la mia fica. La prima volta, in verità, ho dovuto violare la regola e dargli qualche istruzione. La seconda e la terza volta non è stato necessario, specie la seconda, mi torna ora in mente come un flash, quando la sua lingua e la mia fica erano un’unica cosa, labbra e lingue che danzavano insieme. Quella volta, nell’attimo esatto in cui sono venuta, ho sentito il risucchio della sua bocca che aspirava le mie secrezioni.
Poi tocca a me. Ci scambiamo i posti. Trovo il cazzo già pronto. Non lo metto tutto in bocca, preferisco leccarlo come un gelato, e guardarmelo. È grosso, largo, quando è molto duro si vede bene la vena bluastra lungo la parte esterna, una meraviglia. L’ho rasato io la prima volta, completamente, compreso lo scroto e la parte intorno all’ano, massaggiando dopo con una crema. Ho ripassato le due volte successive. Mi piace la sua pelle liscia. In più, senza peli il cazzo appare enorme. Non è circonciso. La cappella è ancora più larga, spicca il suo colore rosa acceso rispetto alla pelle del prepuzio, piuttosto scura, in certe pieghe quasi nera.
Lecco anche io lentamente, tenendo il cazzo dalla base con una mano e carezzando le palle con l’altra. Le aspiro, passo la lingua nello spazio tra le cosce e lo scroto, intorno e dentro buco del culo, ma il più del tempo lecco e bacio la cappella, le passo la lingua sotto, nell’apertura dell’uretra, richiudo la pelle sulla cappella e ce la infilo dentro, succhio anch’io la pelle come lui fa con le mie grandi labbra. Voglio impadronirmi di ogni centimetro del suo sesso. La prima volta è venuto a spruzzo all’improvviso, lo sperma mi è finito nel naso e nei capelli. Forse era troppo eccitato, forse non avevo colto bene i segni, benché tenessi la mano alla base, da dove parte l’impulso. La seconda volta non riusciva a concludere, ho dovuto farmelo salire fino in gola, cosa che non mi piace, accelerando il movimento un po’ troppo. L’ultima volta è stato perfetto. Ho dominato il suo orgasmo, tenendo immobili le labbra intorno alla punta mentre il cazzo si contraeva tre quattro volte riempiendomi la bocca. Il suo sperma è un po’ acido, sempre assai denso e cremoso. Non l’ho ingoiato, non lo faccio mai. Me lo sono fatto colare lungo il mento e il collo.
Il rito prevede, a questo punto, il bacio. La prima volta era un po’ interdetto, evidentemente non aveva mai provato il suo sperma. Poi deve essere piaciuto anche a lui mescolare nelle bocche i nostri umori. Non che me lo abbia detto. Fra noi solo poche parole. Sono le bocche e i sessi che si parlano e si amano.
Il tutto a Roma. Qualcuno da quei grattacieli ci ha ripreso? Se caricasse il video su Pornhub (titolo: Il rito del gelato) mi farebbe veramente un grande regalo.
di
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2026-01-06
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