La Terra Promessa (featuring Kiki88)

Scritto da , il 2022-08-17, genere saffico

Kiki

Genova 1920

Carica di una piccola valigia e di tanti sogni decisi finalmente, all'età di ventuno anni, di comprare un biglietto di sola andata per l'America. Tanti i motivi che mi spinsero a questo passo gigantesco e definitivo; parola dura, spigolosa quest'ultima, anche se mai pronunciata ai miei genitori, a loro la risparmiai, dissi che volevo mettere a frutto i miei studi e diventare insegnante in quel continente, e magari trovarmi un marito. Piccole bugie per indorare la pillola dell'addio,
non era infatti nei miei orizzonti far la maestra, nè tanto meno cercarmi un uomo, il mio vero ed unico sogno era quello di scrivere.
Quella mattina li abbracciai promettendo loro di scrivergli non appena arrivata e mi diressi
al porto dove il piroscafo Conte Biancamano sarebbe salpato sul far del mezzogiorno con
il suo carico di esuli e di un manciata di signori da 1° classe, i cui motivi per intraprendere
un tale scomodo viaggio mi sfuggivano, ma erano solo gli interrogativi di una ragazza che
nulla sapeva del mondo se non il fatto che l'attendevano quasi due settimane in mezzo al
mare. Salita a bordo trovai alloggio su una brandina del dormitorio riservato a donne e
bambini, viso triste le prime, urlanti i secondi. Io non ero triste, inconsapevole sì, ma per la
prima volta nella vita mi sentivo libera, e come quei bambini avrei urlato per quell'ebbrezza
che solo la libertà di poter governare la propria vita sa donare.
Aprii la mia valigia, la cartelletta in essa contenuta, e da quest'ultima un foglio da scrittura
su cui annotare gli appunti di viaggio, un po' per passione verso la penna e un po' per spirito di sopravvivenza. Nemmeno mi accorsi che nel frattempo la nave aveva preso il largo, alzai lo sguardo e della mia Genova potei guardarne solo la sagoma distesa ai piedi delle colline, con la lanterna a farle da guardia. Chissà se e quando, al pari dei miei vecchi, l'avrei più rivista.
Ma quello era già il passato, mentre io ero proiettata mentalmente in quello che mi avrebbe riservato il futuro, ma anche quel presente, fatto di donne tristi e bambini urlanti.
Mi alzai e feci due passi sul ponte, non ero mai stata in mare aperto e quella vastità mi dette un brivido. Su una barca sì, una bellissima barca di una gran signora di Rapallo che ogni due settimane veniva con quel suo natante a prelevarmi pagandomi profumatamente per dare lezioni private al suo figliolo, mai seppe il ragazzo che in realtà la sua premurosa madre si fermava in mezzo al mare per iniziare la sottoscritta alle delizie di Saffo, sentiero intrapreso per mano (ma soprattutto lingua) sua, e mai più abbandonato, ma anche lei è il passato.
Il futuro si chiamava Malaga, al cui porto ci saremmo diretti per un breve scalo e dove
altri esuli in cerca di fortuna oltre l'oceano ed un'altra manciata di damas y caballeros
dalle vesti di seta e lino della buona borghesia del regno si sarebbero imbarcati.
Continuai a gironzolare per la nave avventurandomi nel settore dei gran signori spinta
dalla curiosità, e già avvertendo nell'aria la differenza del censo, dall'olezzo di noi ammassati là sotto passai all'effluvio di chypre di Coty, gli occhi sferzati dalle luci e la musica di un'orchestra mi accarezzò le orecchie, coppie che danzavano all'interno e altre scambiarsi effusioni sul ponte, camminai tra loro quasi fossi un fantasma, quando ad un tratto vidi una donna appoggiata al parapetto della nave, una collana di perle penzolarle fin quasi a lambirle l'ombelico, i capelli corvini tagliati a caschetto ed un abito blu di cui intravidi solo la gonna frangiata, un cardigan grigio per coprirsi le spalle dal vento di mare, sicuramente prestatole da qualcuno visto l'abbinamento cromaticamente impossibile dei due capi.
Sembrava assorta in chissà quali pensieri, l'unico suo movimento era il giocare a
scalzarsi una scarpa, appoggiare il piede nudo dietro l'altra caviglia per poi
calzarla nuovamente, gesto che a me parve una danza. Mi sedetti su una panchina quel
tanto che bastò per godere della vista di quel piede danzante e, come se si fosse sentita osservata si voltò, mi sorrise, e vedendomi con un foglio ed una penna mi chiese se io
fossi una ritrattista, risi e le risposi di no: "annoto solo quello che mi accade intorno, e possibilmente solo le cose belle, come la danza vista pochi secondi fa", buttò un occhio
alla sala da ballo per cercare chi o cosa avesse attirato la mia attenzione, le sorrisi:

"era un ballerino molto attraente ma è tornato nella sua cuccetta"

"di sicuro era il mio Rodolfo, vi auguro buon viaggio signorina"

Avrei voluto mordermi la lingua, ma riflettendoci a posteriori non avrei avuto nessuna
possibilità di gareggiare con il bel Rodolfo, e in tutta onestà alla mia lingua ci tenevo.
Tornai sui miei passi decisa a riposare un poco, da lì a qualche ora saremmo stati in
vista di Malaga, e per nulla al mondo mi sarei persa la vista del castello di Gibralfaro
stagliarsi all'orizzonte, né tanto meno la salita sulle passerelle dei nuovi viaggiatori,
ma soprattutto delle viaggiatrici.

Kitty

Malaga 1920


Ero nervosa, e non sapevo bene perché. Avevo aspettato quel momento da anni, in pratica da quando ero bambina ed andavo a vistare i nonni a Sanlúcar, sulla costa atlantica, dove loro avevano dei vigneti per produrre la Manzanilla, un vino dolce locale simile al Sherry, che vendevano a commercianti inglesi.
Li passavo ore sulla spiaggia a leggere libri di viaggi ed avventure e ad ammirare il mare, scrutare l'orizzonte sapendo che dall'altra parte di quell'oceano c'era un mondo nuovo da scoprire.
Quel mondo dove avrei potuto continuare a scrivere il mio proprio destino, senza dover seguire i dettami della società e della famiglia.
Questa mia convinzione di avere in mano il mio destino era però macchiata da quello che mi disse una gitana (zingara) qualche anno prima mentre giravo su Cava de los Gitanos nel quartiere di Triana, ovvero che avrei incontrato una persona che mi avrebbe cambiato la vita durante un lungo viaggio.
Ma tornando a noi, avevo trovato la scusa perfetta per attraversare l'Atlantico, avevo convinto i miei genitori di mandarmi con mio fratello Luis con la sua compagnia di Flamenco per un tour sulla east coast, tra Boston, New York, Philadelphia e Baltimore.
Mi sarei occupata di fare da interprete visto che sapevo un po' di inglese, imparato per aiutare mio padre con i suoi commerci con gli inglesi che venivano a Siviglia per il vino.
La tournée comprendeva altri corpi di ballo di compagnie europee, dal balletto classico e balli più tradizionali
Mentre pensavo a tutto ció, da dietro el Peñon del Cuervo apparve il transatlantico che mi avrebbe portato in questa avventura verso l'ignoto, visto che oltra ad arrivare nel nuovo continente non avevo un piano ben delineato, se non quello di non tornare con mio fratello dopo i 3 mesi della tournée.
Le mie amiche mi davano della pazza a voler intraprendere questo cammino, ma una vita impacchettata con un bel fiocco rosso, pronta per l'uso non era per me, sposarmi uno dei vari pretendenti alla mia mano, che fosse Gabriel o Miguel Ángel, ed avere una vita pianificata da altri con poco più di 20 anni non era parte del mio piano.
Un marito poteva aspettare, la mia voglia di avventura no!
Una volta attraccata la nave, con mio fratello ed il resto del corpo di ballo, facciamo le trafile d'imbarco, e poi ci avviamo verso le nostre stanze.
Io compartivo la cabina con mio fratello, fortunatamente avevamo una cabina in seconda classe, che sembrava abbastanza confortevole per i cir a 7 giorni di viaggio che ci aspettavano.
La nave salpó, finalmente l'avventura era iniziata.
Vado in coperta nella parte di prua a vedere la nave attraversare le colonne d'Ercole, a destra il Peñon di Gibilterra, a sinistra il maestoso Jabal Mūsā sulla costa Berbera.
Il mio sguardo assetato di infinito, guardava come inebetito l'orizzonte.
Preso il largo, decisi di andare in camera da mio fratello, ma lo incontrai mentre stava conversando con due membri di un gruppo di ballo Italiano, i due si presentano signorilmente, il primo si chiamava Enrico Cecchetti ed il secondo Rodolfo de Santis. Enrico era abbastanza anziano, probabilmente sui 70, avevo sentito che era stato uno dei più famosi ballerini del secolo precedente ed ora responsabile di una scuola di balletto di Milano, Rodolfo era molto più giovane, non arrivava ai 30, si vedeva il fisico asciutto ed atletico del ballerino classico, occhi marroni e capello nero, davvero un bel ragazzo, pensai tra me e me.
Comunque visto che Luis era impegnato coi due italiani decisi di andare ad esplorare le varie sezioni della nave.
Era immensa dal mio punto di vista, lunga quasi 200m, ospitava più di 2000 persone, 2000 anime con tante motivi diversi per fare questa attraversata.
Spesso mi capitava di osservare le persone e poi creare storie su di loro, il ricco borghese che andava in cerca di più fortuna, la nobildonna vedova in cerca di un nuovo marito, il padre di famiglia che andava in cerca di una vita migliore o la giovane che cercava di dare un senso più delineato alla sua vita.

Kiki

Mi addormentai così profondamente che mi persi l'approdo al porto, l'afflusso dei nuovi
passeggeri e e la vista del castello di Gibralfaro. La nave era già oltre Gibilterra e il sole
basso sull'Atlantico mi lasciava senza fiato, avrei voluto metterla per iscritto quella bellezza
ma non ci riuscii.
Mi alzai dalla brandina, mi rivestii e tornai a gironzolare per la nave, curiosa di incontrare
nuova umanità e magari qualcuno con cui condividere il viaggio.
Salii nuovamente le scale ed ebbi subito conferma che il numero dei passeggeri era
cresciuto e all'italiano si era aggiunto un fitto parlottare in spagnolo, e non solo voci ma
pure musica, guardando attraverso la vetrata della sala da ballo vidi alcuni ballerini nel
tipico abbigliamento provare passi di flamenco e tre chitarristi che seduti li accompagnavano
lanciando ogni tanto qualche urlo tra il ritmico battito di mani e il canto di una donna dai
tratti gitani, credo si trattasse del “cante hondo”, me ne parlava sempre Francesca,
la signora di Rapallo, vera amante dell'Andalusia, oltre che amante della mia “orchidea”
come adorava chiamarla.
Entrai nella sala e mi misi in un angolo, ad un tratto entrò in sala un gruppo di persone,
riconobbi tra loro la donna che vidi sul ponte; era al fianco di un signore più anziano che
subito esclusi fosse il bel Rodolfo, insieme a loro dei viaggiatori spagnoli che istruivano
gli italiani su ciò a cui stavano assistendo e questi ultimi a sorridere ammirati da quella
musica e dalle movenze, tra gli spagnoli non potei fare a meno di notare una ragazza
bellissima che ebbi la certezza facesse parte di quella compagnia di ballo, distolsi lo
sguardo dai danzatori e la guardai a lungo, era al fianco di due giovani uomini, un italiano
e uno spagnolo e sia lei che il suo connazionale sembravano spiegare all'italiano il tipo di
passi che richiedeva quella danza.
A loro si unirono la donna dalla scarpetta ballerina che vidi la sera prima e il signore anziano, erano tutti interessati, ma non come semplici
spettatori, e rimasi di sasso quando vidi l'italiano anziano guadagnare il centro della sala
e mettersi a ballare quei passi di flamenco come se non avesse mai fatto altro nella vita.
Applausi e grida di ammirata approvazione si levarono da tutti i presenti, rumori questi che
attirarono l'attenzione di tutti gli altri passeggeri, e da lì a poco la sala si riempì.
All'anziano si unì il giovane italiano e subito mi fu chiaro che entrambi erano ballerini
professionisti: “bravissimi babbo e Rodolfo” gridò la donna del ponte, e lì mi fu chiaro chi
fosse finalmente il bel Rodolfo, uomo davvero attraente, nulla da dire. Chitarre, tacchi che
sbattevano a terra e ritmico battito di mani erano talmente trascinanti che mi venne spontaneo,
lì nel mio angolino, accennarne alcuni passi e schioccando le dita alla loro maniera:

“Veo que le gusta mucho esta musica señorita”

Mi voltai e la ragazza spagnola che aveva attirato la mia attenzione qualche attimo prima era
di fianco a me che mi guardava sorridente: “sì me encanta mucho” le replicai sorridendo a mia
volta, mi prese per una mano e insieme raggiungemmo il gruppo dei ballerini, eravamo l'una
di fronte all'altra e io seguivo le sue movenze guardando il movimento dei suoi piedi e delle
sue mani che roteavano al pari delle sue braccia, lo sbattere dei tacchi, e poi i suoi occhi
fissi nei miei. Andammo avanti così per dieci minuti e la vedevo felice di trasmettermi quella
parte della sua tradizione, ma non era la sola cosa che mi stava trasmettendo, avvertivo una
vibrazione ogni volta che i suoi occhi si piantavano nei miei, come se attraverso lo sguardo
mi scrutasse nell'anima fino a leggermi i pensieri, e rivelandole il desiderio che avevo di lei.

Kitty

La ragazza italiana aveva uno sguardo pieno di curiosità, sará stata la musica? sará stata interessata ai ballerini? magari a mio fratello pensai! Come spesso mi accadeva, e mi accade tuttora, mi inventavo storie in testa sulle persone che vedevo o incontravo per caso ed avere una cognata italiana sarebbe davvero una bella aggiunta alla famiglia, magari veniva da Firenze o Venezia, mi avrebbe insegnato Italiano, e raccontato della vita in quelle cittá d'arte, mentre pensavo a tutto ció il mio sguardo rimase fisso su di lei.Ci fissammo per non so quanto tempo, un momento che sembrava un'eternità, il suo sguardo era da perdersi dentro, s’intravedeva l’infinito.
I suoi occhi, grandi, scuri e belli, per un istante si aggrapparono ai miei e insieme ci siamo raddrizzati e rialzati, grazie quasi alla sola forza dello sguardo.
Mi resi conto che la stavo fissando oltre il limite della decenza, alchè abbassai lo sguardo, le chiesi scusa che non era mia intenzione fissarla tanto a lungo.
Emanava sensazioni positive, una sorta di magica estroversione per abbracciare la vita, sentivo una certa sintonia.
Mi presentai “Me llamo Esther Barbadillo De Guzman”, lei si chiamava Valeria Parodi.
Mi raccontò che era di Genova e che andava in America per inseguire il suo sogno di scrivere, mi disse che viaggiava sola e che aveva una brandina nel dormitorio riservato alle donne.
Mi infondeva profonda fiducia Valeria, la vedevo molto simile a me, una sognatrice e allo stesso tempo “rebelde”, cosí la invitai a stare nella mia cabina con mio fratello, a lui non avrebbe dato per niente fastidio, visto che avrebbe passato tutto il tempo con il corpo di ballo, e la stanza era abbastanza grande per accomodare tre persone.
Lei ci pensó un attimo ed accettó la mia proposta, il viaggio sarebbe stato sicuramente piú comodo per lei, ed io avrei avuto una piacevole compagnia.
L'accompagnai a prendere la sua valigia e le poche che aveva con sé, e poi ci recammo nella mia cabina.
Incontrai Luis mentre stava uscendo, così gli presentai Valeria e gli spiegai la situazione, come previsto lui non si fece problemi, e mi disse di invitarla la sera ad una festa senza troppe pretese che avevano organizzato con gli altri corpi di ballo, giusto per passare la serata in compagnia.
Passai l'invito alla mia nuova amica, lei declinó dicendo che non aveva un vestito adatto e che non era molto incline alla danza.
Le replicai che per il vestito non ci sarebbero stati problemi, anche se era circa 10cm più alta di me le avrei potuto prestare qualcosa di mio, e per il ballo, ci sarebbero stati almeno due dozzine di ballerini che le avrebbero insegnato qualche passo. Lei non sembrò troppo convinta ma accettó sotto la mia insistenza.
Kiki

Non potei fare a meno di accettare l'invito di Esther, e quella sera stessa mi stabilii nella
sua cabina. Tre letti di cui due sovrapposti a castello, un armadio piuttosto spazioso considerando che erano comunque gli spazi angusti di una nave, un piccolo balcone che
si spalancava sul mare; rispetto al mio giaciglio di 3a classe questa mi apparve una reggia.
Avevo il sorriso stampato su volto ed Esther che mi guardava felice. Ci mettemmo subito
alla ricerca di un abito della mia taglia, lei aprì l'armadio prendendone due, uno di un rosso
acceso con scialle nero ed un altro meraviglioso a stampe fiorite, anche questo con uno
scialle che ne riprendeva i motivi floreali; optai per quest'ultimo, scelta
che strappò un gridolino di gioia e approvazione da parte della mia amica: “has elegido uno de los traies que más me gustan Valeria”...le sorrisi e mi tolsi i miei vestiti fino a rimanere in
mutande, reggipetto e calze di seta.
Esther non mi tolse gli occhi di dosso nemmeno per un secondo, ma non mi creava certo imbarazzo essere guardata da una donna, tutt'altro, colsi
invece l'occasione per sondare le sue reazioni: mi sfilai le calze, slacciai il mio reggipetto
liberando il mio seno e mi tolsi le mutande rimanendo nuda, lei fu silenziosa, ma non seppe
trattenere un “oh” di sorpresa quando si accorse che avevo il pube completamente depilato,
mi chiese il perchè, ma non ebbi il coraggio di confessarle che la ragione di quella scelta
me la suggerii la mia amante di Rapallo, che adorava farmi scivolare la lingua nel mio fiore
senza peli fastidiosi. Mi limitai a dirle che era per una questione igienica. Mi sorrise e si mise
a guardare nell'armadio tirando fuori da un cassettino un paio di mutandine di pizzo rosso,
reggipetto dello stesso colore e un paio di calze color fumee.
Dopodichè mi porse un paio di scarpe nere tacco 8 con cinturino che le allacciava sul dorso. Iniziai quella vestizione davanti
allo specchio, alla fine del quale lei mi disse che mancavano solo due piccoli dettagli, venne
dietro di me, sentii le sue mani avvolgere i miei capelli per raccoglierli a chignon, il contatto
delle sue mani sul mio collo mi provocarono un brivido che a lei non sfuggì, ci guardammo
per un attimo attraverso lo specchio, avrei voluto sentirle dappertutto le sue mani e fui sul
punto di sussurrarglielo ma temetti di essere sfacciata e di spezzare l'incantesimo di un'amicizia che stava nascendo: “y ahora una peineta por la mas hermosa mujer genoesa”, tirò fuori da una borsetta un fermaglio e me lo fissò sui capelli, mi fece girare e dalla medesima borsa prese
due orecchini a cerchio che volle lei stessa agganciarmi ai lobi. Mi sorrise, si chinò ai miei
piedi e ne prese uno tra le mani, mi infilò una scarpa e poi l'altra. Mi guardai allo specchio e
non potei fare a meno di pensare alla trasformazione di Cenerentola, glielo dissi ridendo,
lei mi guardò interrogativa e poi esplose in una risata: “te refieres al cuento de hadas de Cenicienta...jajaja y puede pasar que un principe pide tu mano”, le sorrisi e non resistetti
dallo scoprirmi: “o magari una princesa”, mi guardò come una terra sconosciuta che si staglia all'orizzonte, ed in cuor mio sperai che prima ancora dell'America la volesse scoprire ed
esplorare con me quella terra a lei ignota.

Kitty

"o princesa?" questa sua esternazione mi lasciò un po spiazzata, come princesa?, non sarà che lei era interessata al sesso opposto?
Eppure da come guardava Rodolfo non sembrava.
Lei era già una bellissima ragazza, alta, con un corpo proporzionato, armonioso, dolce nelle forme, un seno più piccolo del mio, ma incantatore, una pelle liscia, morbida, che invogliava ad accarezzare, uno sguardo dolce e quasi magnetico.
Ma non era solo il suo aspetto fisico che colpiva, era anche il suo proprio modo di gesticolare, nella sua risata che travolge, nel suo modo di rispondere a una battuta.
Posso ben capire che anche una donna potrebbe essere attratta da una persona come lei.
Guardandola con il vestito che si era appena messa le dissi " Valeria, tu belleza es espectacular".
Lei arrossì leggermente, vedevo che voleva dire qualcosa però rispose con un semplice e dolce "grazie".
Dall'armadio tirai fuori un abito che mi era stato mandato da una cugina che viveva a Parigi, era un abitino nero, un abito Ford che molto andava di moda nella capitale francese, forse un po scandaloso per Siviglia, visto che la gonna lambiva il ginocchio, ma su questa nave, in questa avventura era proprio quello che volevo per uscire dai canoni in cui vivevo.
Una volta pronta, presi Valeria sottobraccio "¡Vamos hermosa! Es noche de fiesta". Ed uscimmo dalla cabina.
Il salone da ballo era gremito di gente, quasi tutti I componenti dei corpi di ballo era lì presente.
Vidi mio fratello Luis che parlava con un gruppo di persone tra cui Rodolfo.
Ci dirigemmo verso di lui, appena vide Valeria non si sprecó con i complimenti, subito dopo ci presentò agli altri, tra cui il bel italiano, dietro di lui, la figlia di Enrico Cecchetti ci guardò molto infastidita, cosa che Valeria ed io notammo subito. Bastò uno sguardo tra noi due, e ridemmo con gli occhi.
La festa iniziò tra balli vari e musica di diversi generi.
Quando iniziarono a suonare un po' di flamenco Luis prese Valeria e cominciarono a ballare, lo stesso fece Rodolfo con me.
L'emozione rosso fuoco di un ballo , in una serata di ordinario divertimento. La musica può catturare l'anima , i gesti accarezzarla.
La osservavo, il suo vestito a motivi floreali, i capelli raccolti, orecchini da zingara, labbra rosse ..
Le balze della gonna frusciavano a tempo di musica..
I suoi tacchi iniziarono una danza infernale.. ritmica, lenta, frenetica, lenta..
Magnetica..ti afferrava, come una calamita, ti catturava , scopriva le caviglie sottili segnate dal cinturino delle scarpette..
Scatti felini, mille ricami disegnati nell’aria dalle mani..sembrava che avesse solo fatto questo nella sua vita.
Lei, la musica, il violino stridulo, il tam tam, quasi mi scordai del mio compagno di ballo. Mi presi una pausa, presi un sorso d'acqua ed un goccio di absintha. Sentivo il battito pulsare forte. Ripensai alla profecía della gitana, pensai, "e se fosse lei la persona che mi avrebbe cambiato il modo di vedere il mondo?"
Anche lei si fermò per una pausa, venne da me e mi disse che era un po stanca e anche un po "mareada".
Le chiesi "¿quieres volver a la habitación?" sembrava che non aspettasse altro

Kiki

“Sì Esther, me apetece volver a la habitación...ma prima di tutto devo prendere un po'
d'aria sul ponte”

Non stavo male, tutt'altro, ballare al ritmo di quella musica mi dette ebbrezza caricando la
mia molla erotica, ed in più furono gli sguardi di lei a farmi sentire così; eravamo tra le braccia
di due uomini ma avevamo solo occhi l'una per l'altra, al punto che mi sarei staccata da Luis per
poi strapparla dalle braccia di Rodolfo e prenderla tra le mie, ma nello stato in cui ero e conoscendo me stessa avrei causato scandalo di sicuro, perchè l'avrei baciata come desideravo fare dal primo momento che la vidi. E fu precisamente questa la ragione che mi portò a tergiversare sul rientrare in cabina con lei. Sentivo che aveva vibrazioni ogni volta che i
nostri occhi, per caso o per scambiarci un sorriso da lontano, si incrociavano, ma dovevo
esserne sicura. Amavo la sua compagnia, la sua vitalità, ci tenevo alla sua amicizia e a
rimanere in contatto con lei anche quando entrambe fossimo state al capo opposto del
mondo; le avrei scritto e avrei aspettato con ansia le sue lettere, e forse solo tramite
scrittura avrei trovato le parole per dirle che, quella sera, nella sala da ballo della nave,
bruciavo dal desiderio di lei. Mai mi sarei perdonata di perderla come amica per un bacio
o una parola di troppo. Scelsi una passeggiata sul ponte, con la brezza marina sul viso ed
Esther sottobraccio.
Chiacchierammo della serata e mi scappò una risata quando mi disse che ero stata:

“la bailaora más talentosa de la sala”

“Gracias mi querida..ma non facevo altro che guardare gli altri ballerini”

Si fermò e mi guardò dritta negli occhi: ”dime otra vez por favor”

“Dirti cosa Esther...che guardavo gli altri per imparare i passi?”

“No Valeria, dime una otra vez que soy tu querida”

Glielo sussurrai sulle labbra: ”tu eres mi querida Esther...y te pido perdón por lo que
voy a hacer...”

Incollai le mie labbra alle sue e iniziò a battermi il cuore impazzito per la gioia e
l'emozione quando rispose al mio bacio...fu la sua lingua a cercare la mia, fu come
se avesse rotto un diaframma e attraversasse un mondo proibito: desiderare una donna.
Terminato quel bacio ci guardammo intorno temendo di essere state viste da qualcuno,
ma eravamo le sole persone sul ponte. Mano nella mano scendemmo la scala che portava
ai corridoi degli alloggi, e finalmente alla nostra cabina. Ci chiudemmo dentro e tornammo
a baciarci con gli occhi umidi e il fiato corto..la feci sedere sul letto e sedendomi sul pavimento
le sfilai le scarpe, le accarezzai i piedi e le sollevai la gonna fino a scoprirle le cosce,
le divaricò quel poco che bastò da accorgermi che non aveva le mutandine; il ciuffo scuro
del suo fiore era lì, ed Esther me lo stava offrendo...le baciai le ginocchia e poi, inebriata
dall'odore della sua vagina, posai le labbra su quel ciuffetto di peli morbido e imperlato
della sua rugiada...e fu una scossa per entrambe quando la mia lingua le forzò le grandi
labbra..le sue mani che dapprima mi accarezzavano la testa si serrarono tra i miei capelli
sradicandomi la peineta che me li teneva raccolti...il suo nettare salato mi gocciolò dal
mento e lei, ad occhi socchiusi si morse le labbra per non gridare...giocai con il clitoride
fino a sentire il suo fiore contrarsi...aprii gli occhi, e dopo essersi alzata dal lettino,
si slacciò l'abitino nero facendoselo scivolare ai piedi...mi baciò ogni angolo del viso e
volle lei stessa spogliare me...

Kitty

Ero presa da una eccitazione mai sperimentata prima, le sensazioni che mi aveva appena fatto provare con pochi tocchi nelle mie parti intime non me le aveva fatte provare nessuno prima, ed avevo avuto diversi partners.
Non avevo mai avuto dubbi sul mio orientamento sessuale ma mi trovo nuda dinnanzi a lei, il battito accelerato, emozionata di trovarmi in quella situazione di cui a volte avevo solo fantasticato dopo aver letto romanzi tipo Shirley o Villette di Brontë e mai avrei pensato di arrivare a questo punto.
La aiutai a sfilarsi il vestito a tema floreale, la sottoveste, per arrivare a staccare il reggipetto rosso.
Indossava ancora le scarpe col tacco da 8, era un palmo più alta di me, la ammiravo dal basso verso l'alto, in tutta la sua bellezza.
Si levò le scarpe, lanciandole contro la parete.
La abbracciai, la strinsi forte contro il mio petto, avevo la sensazione di avere in quel momento tra le mie braccia l'unica persona di cui avrei avuto bisogno nella mia vita.
Mi prese il viso tra le sue mani, mi guardò dritta negli occhi, le sussurrai "atame con tu boca Valeria, quiero saborearla mas "
Chiusi gli occhi, le nostre lingue iniziarono ed esplorare ogni angolo della bocca dall'altra, sentivo l'odore del mio sesso misto al sapore della sua saliva.
Le sue mani scesero dal viso per arrivare al mio seno prosperoso, afferrò con delicatezza quello di sinistra con entrambe le mani, con la lingua iniziò a leccarmi tutto intorno all'areola, il capezzolo era dritto e duro, non tardò molto a giocarci, la lingua disegnava piccoli cerchi intorno, con i denti li mordicchiava, alternando qualche ciucciata, lo stesso destino toccò all'altro seno.
Sentivo scosse scorrere su tutto il corpo senza sosta.
Mi spinse piano piano sul letto, mi fece adagiare, sempre senza staccarsi dal mio corpo.
Le mie mani iniziarono ad esplorare le sue curve, sotto le mutandine di pizzo rosso, era ben depilato, liscia, la mano scorre libera.
Sentivo la sua eccitazione e questo aumentava la mia.
Ci girammo, era il mio turno stare sopra, il mio seno ballonzolava davanti al suo viso, Valeria tirò fuori la lingua cercando un contatto ogni volta che ai avvicinavano.
Cominciai a scendere con la bocca sul suo corpo, dal mento, al collo, passando per il suo seno piccolo ma sodo, anche i suoi capezzoli erano turgidi, così che ricambiai il favore.
Scesi all'ombelico e scesi ancora, le sfilai l'ultimo capo d'abbigliamento che ancora dal suo sesso.
Non sapevo bene che fare, la sua vagina emanava un odore nuovo per me, inebriante.
Mi soffermai davanti al suo fiore, annusai profondamente, volevo che ogni senso del mio corpo avesse una memoria di questa notte.
I suoi umori la rendevano lucida ed invitante, così senza ulteriori indugi decisi di assaporarne per bene il suo sapore.
Portai la sua mano verso le sue cosce e iniziai a baciare le labbra esterne; il momento che aspettavo era arrivato: la baciai nella sua intimità usando anche la lingua, muovendo su tutta la lunghezza della vulva. Continuai a baciarla con baci ampi e profondi.
La sentivo gemere con piacere, il suo corpo fremeva, quello che le stavo facendo le piaceva. Ascoltare i suoi gemiti aumentava la mia voglia di lei, i miei sensi chiedevano di piú.
Volevo sollecitare ancora di più il piacere della mia lei, con le dita allargai le labbra esterne e con la lingua facevo movimenti lenti, dal clitoride con movimenti ampi per poi addentrarmi più a fondo verso la vagina, esplorandola anche con l'aiuto delle mie dita, todo esto despacito.
Le mie dita erano inzuppate con i suoi umori, "non ti fermare" mi disse.
Le rivolsi uno sguardo complice, apprezzava le mie attenzioni, esortandomi a continuare.

Kiki

Passammo la notte amandoci fino a rimanere esauste, abbracciate e intrecciate le
accarezzavo i piedi con i miei tenendo la mia testa poggiata sul suo seno morbido.
Ci addormentammo per poche ore, fummo svegliate all'alba da qualcuno che bussava,
era Luis:

“Esther soy yo, necesito cambiarme, ¿puedo entrar?”

Saltai subito fuori dal lettino di Esther e mi infilai, nuda com'ero, sotto il lenzuolo del mio.
Esther disse a Luis di entrare, e lui senza quasi degnarci di uno sguardo aprii il suo
armadietto, ad un tratto si voltò, ci guardò entrambe e sorrise:

“Qué maravilloso olor a coño huelo ... ¿os divertisteis, chicas traviesas?”

“¿Y tu que sabes de lo que Valeria y yo hemos hecho?”

“Tu cara me lo dice hermanita, tu cara es brillante como el sol saliendo esta mañana”

Una volta cambiatosi ci fece l'occhiolino e uscii. Io e te ci guardammo sorridendo e
fosti tu a venire sul mio lettino.
New York era alle viste e nei corridoi il rumore brulicante
di chi da ogni cabina ritirava le proprie cose, mentre noi due cercavamo con quell'abbraccio
di ritardare il nostro distacco. Tu avresti seguito la tournee della compagnia e io, dopo essermi cercata una stanza, mi sarei stabilita in un locale frequentato da aspiranti scrittori chiamato
Chumley's.
Promettemmo di scriverci, e in attesa di rivederci non abbiamo più smesso di farlo.

Kitty

(due mesi dopo)

Camminavo a passo svelto per Little Bohemia in cerca del n86 di Bedford street, l'indirizzo di Chumley's, finalmente lo trovai, entrai e chiesi al ragazzo dietro al bancone dove fosse l'ingresso agli appartamenti, e se sapeva qual era la porta dove alloggiava una giovane scrittrice italiana.
Seconda porta al terzo piano.
Feci le rampe delle scale quasi di corsa, ecco finalmente ero davanti alla porta, rossa scura di legno, il cuore batteva forte, bussai alla porta…toc toc…passarono dei lunghi secondi, sentii il rumore dei passi che si avvicinavano, "who is it?" si sentì venire dall'altra parte.
"...soy yo" replicai…poi silenzio.
Poi sentii gli scatti frettolosi del paletto della serratura che giravano.
La porta si aprì ed eri finalmente li davanti a me, non ti diedi neanche il tempo per guardarmi negli occhi e ti saltai al collo abbracciandoti con tutta la forza che avevo che quasi cademmo per terra.
Finalmente ero a casa!






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