Intimorita e sottomessa (Parte I)

di
genere
dominazione

Da quando ci siamo trasferiti, io e il mio ragazzo, abbiamo deciso che lui avrebbe lavorato e io sarei potuta restare a casa temporaneamente per terminare l’università prima di cercarmi anche io qualcosa da fare. Ormai sono passati 2 mesi e di aprire i libri non se ne parla, al solo pensiero mi assale un senso di noia opprimente. Passo il tempo come capita, a volte esco con le mie amiche, a volte gioco a fare la brava mogliettina sistemando casa e cucinando, ma per la maggiore passo le giornate a scrollare i social e a poltrire sul divano. Ogni mattina alle sei in punto il mio ragazzo si sveglia e si prepara per un’altra giornata di lavoro, io gli do un bacio e gli auguro buona giornata prima di tornare a dormire. Passano le settimane e mi sento sempre più in colpa, lui si fa in quattro a lavoro e io faccio la nullafacente.
Per questa motivazione, da un po’ di tempo cerco di soddisfarlo più che posso dal punto di vista sessuale, non mi sogno più di dirgli che non mi va, non oppongo più resistenza alle sue richieste, non mi importa finire, l’importante è che lui venga e sia soddisfatto. Dargli tutta me stessa è eccitante, essere a suo uso e consumo come un giocattolo, sottomettermi a ogni suo capriccio come una schiava con l’unico compito di svuotargli le palle; a volte però è difficile soddisfarlo, e più tempo passa e più lui si abitua e pretende di più. Immagino che anche lui avverta la sua posizione di dominio e la mia dipendenza anche se non ne abbiamo mai parlato. Più gli do libertà e più diventa stronzo.

Ieri sera, ad esempio, avevo appeno cominciato a cucinare quando lo sentii aprire la porta al ritorno dalla sua giornata di lavoro. Erano le sei di sera e voltandomi lo vidi camminare verso di me sorridendomi con aria stanca. Aveva i capelli arruffati e quando mi baciò un leggero odore di sudore misto a deodorante mi raggiunse le narici.
“Come è andata la giornata, amore?” gli chiesi.
“Non particolarmente bene” rispose lui lapidario.
“Come mai?”.
“Non mi va di parlare, ho bisogno di rilassarmi”.
Mi si avvicinò alle spalle mentre ero ai fornelli e cominciò a baciarmi il collo mentre con le mani mi cingeva il bacino, spingendomi contro il suo pacco e strusciandomelo sul culo.
“Ho capito di che hai bisogno” sussurrai, porgendogli meglio il sedere.
Giusto il tempo di spegnere i fornelli e mi prese per la spalla, facendomi voltare e spingendomi verso il basso per farmi inginocchiare, davanti al mio volto il rigonfiamento del suo cazzo che spingeva contro i jeans. Iniziai a massaggiarlo con la mano, ma subito lui me la scostò e si slacciò la cintura e il bottone dei pantaloni. Abbassò la zip di scatto, capii che non voleva perdere tempo in convenevoli. Si abbassò le mutande con un movimento insieme ai pantaloni, e il suo pene si liberò. Era già bello grosso, nonostante fosse ancora mezzo moscio e il suo peso lo faceva pendere verso il basso. Esitai un istante, il pensiero di chiedergli di darsi una sciacquata prima di cominciare mi attraversò la mente, ma nemmeno il tempo di formularlo che la sua mano destra si posò sulla mia nuca e mi spinse, mentre la mano sinistra manteneva il pene per dirigerlo verso le mie labbra. Ancora incerta, lo leccai timidamente, ma lui continuò a pressare facendomi capire che dovevo aprire la bocca e mettermi al lavoro. Non riuscii a resistere, cominciai a succhiarlo mentre lui ritmicamente manovrava la mia testa appigliandosi ai miei capelli con una presa ferma e decisa, che mi fece capire che non era disposto a discutere. Ogni spinta mi portava fino alla base del suo cazzo; all’inizio mi riempiva tutta la bocca arrivando alla gola adattandosi agli ostacoli che incontrava, rendendomi facile il compito, ma ad ogni spinta lo sentivo crescere e indurirsi. Aprivo di più la bocca per fargli spazio e rilassavo il collo, ma dopo poco non riuscii ad andare oltre la metà, dieci centimetri buoni rimanevano fuori nonostante tutti i miei sforzi. Nei primi anni della nostra relazione, ogni volta che ne avevo l’occasione mi sforzavo di cercare di prenderlo tutto, ma non avendo mai avuto successo, io e il mio ragazzo decretammo di comune accordo che era troppo grosso per poter entrare nella mia gola. La lunghezza, per quanto impressionante, non era il problema, avevo avuto un ex più o meno paragonabile e riuscivo a prenderlo senza troppi problemi arrivando tranquillamente a toccargli l’addome con il naso. Il vero limite era lo spessore. Quanto il cazzo gli diventava completamente duro a stento mi entrava in bocca, dovevo spalancarla per non farlo male non i denti, e il risultato è che detesto succhiarglielo perché dopo poco inizia a farmi male la mandibola.
Quella sera, però, lui sembrò essersi dimenticato del nostro accordo, e continuò a spingermelo in gola senza pietà finché non rischiai di vomitare. “Non spingere così tanto” gli dissi trattenendo a stento il fastidio mentre riprendevo fiato e mi ripulivo dai fili di bava. Segandosi il cazzo ricoperto di saliva mi rispose “stasera mi fai venire così” e me lo spinse nuovamente in bocca, spingendo ancor più a fondo di prima. Sentivo la sua cappella, leggermente più grossa del resto del pene, che sfregava contro il fondo della mia gola, soffocandomi; poi si fermava lì, palpitava, si ingrossava. Quello stronzo si induriva al massimo per farsi spazio nella mia faringe. Dopo qualche secondo risaliva, lasciandosi dietro una scia di liquido appiccicaticcio che mi giungeva fino in bocca, prima di ripartire da capo. Capii che se volevo che finisse in fretta mi conveniva impegnarmi per farlo sborrare il prima possibile. Cominciai a massaggiargli le palle con la mano destra, che a stento riusciva a contenerle per quanto erano piene e grosse, mentre con l’altra mano gli stringevo la base del cazzo, segandola al ritmo della bocca per coprire gli ultimi centimetri che ancora non riuscivo a succhiare. Sentivo il sapore salato del suo liquido spargermisi sulla lingua e l’odore del suo sesso invadermi le narici. Più mi impegnavo a farlo venire, più lui si eccitava e spingeva, e più lui diventava rude, più io cercavo di farlo sborrare in fretta. Non ce la facevo più, avevo la mandibola indolenzita e la gola irritata, sentivo la sua presa ferma sui capelli, gli occhi arrossati e le lacrime che mi rigavano le guance fino al mento, dove penzolavano i fili di saliva prima di finirmi sul pigiama ormai imbrattato. Ero la sua puttana. Finalmente, estrasse il cazzo dalla mia bocca e iniziò a segarsi continuando a tenermi ferma sotto di lui, sapevo cosa voleva dire. Mentre lo osservavo dal basso godere con il suo cazzone stretto in mano, sfruttando tutta la saliva che lo lubrificava, mi avvicinai alle sue palle e cominciai a leccarle per farlo godere di più, assaporandone il sapore leggermente salato del sudore di una lunga giornata di lavoro. Da quella posizione il suo cazzone sembrava ancora più massiccio, mi copriva il viso facendomi sentire ancora più piccola e intimorita. Poco dopo il mio ragazzo mi spostò nuovamente la testa per mettermi a favore di tiro davanti alla sua cappella pronta a schizzare. “Apri la bocca, troia”. Aprii la bocca a stento e tirai fuori la lingua, da brava, intenzionata a gustarmi il premio che mi attendeva dopo tanta fatica. Serrai gli occhi e sentì un primo schizzo di sborra calda inondarmi il viso coprendomi dalla guancia destra fino alla palpebra; poi un secondo, che andò dalla lingua alla fronte, poi un terzo, che mi arrivò diretto in gola provocandomi un conato; poi un quarto, un quinto, un sesto. Persi il conto prima di rendermi conto di essere totalmente ricoperta di sperma, mentre il mio ragazzo si spremeva le ultime gocce dal cazzo quasi per dispetto. Quando chiusi la bocca mi accorsi che era piena ma, conoscendo il mio ragazzo, mi sforzai di ingoiare tutto per farlo felice e gli mostrai fiera la bocca vuota dopo aver deglutito il suo seme. Aveva sempre sborrato tanto, ma di rado in questo modo e con così tanta forza. “Ma quanto sei venuto, amore!?” risi io, e lui mi seguì, sbattendomi il cazzo ancora duro sul viso per giocare con la sua opera d’arte appena dipinta.
scritto il
2026-02-18
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