Quel incontro a Roma

scritto il 2024-07-05 tempo di lettura 10 min

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Lui l'avevo conosciuto a una festa in una tipica serata estiva, calda e umida, in una grande villa ai Castelli Romani. C'era un bellissimo giardino all’italiana pieno di luci soffuse, basse siepi di bosso simmetriche, aiuole fiorite, una grande fontana al centro e la vista sulle luci di Roma in lontananza.

Era stato un invito all’ultimo minuto tramite la mia amica e collega Francesca, che mi aveva mandato un messaggio appena atterrata: «C'è il cugino di Paolo che fa una festa in un posto fichissimo, ci dobbiamo andare! Ti vengo a prendere, ti porto a casa, ti cambi e andiamo! Tanto sei già bella truccata».

Era una festa per un quarantesimo compleanno, quindi le persone invitate erano quasi tutte di quell’età: amici, parenti, genitori con bambini, qualche teenager. Insomma, a parte la villa spettacolare, non era proprio il tipo di festa che mi aspettavo — anche se, sinceramente, non sapevo neanch'io cosa aspettarmi — ma i drink e il cibo erano ottimi.

Mentre camminavo tra gli ospiti sorseggiando un bicchiere di prosecco, il mio sguardo si incrociò con il suo. Era in piedi vicino alla terrazza da cui si vedeva la città in lontananza, con tutte le sue luci e il suo caos. C'era qualcosa di magnetico in lui, una presenza che sembrava dominare il giardino senza alcuno sforzo.

«Buonasera,» disse con una voce calda e profonda.

«Buonasera,» risposi con un sorriso, alzando leggermente il bicchiere in segno di saluto.

«Non ti ho mai vista a queste feste. Non sei parente di Fabrizio?»

«No, sono venuta con un'amica. E tu? Sei un habitué?»

L'uomo sorrise, rivelando denti perfetti. «Diciamo che conosco bene il padrone di casa. Mi chiamo Gabriele.»

«Kitty,» risposi, stringendo la mano che mi aveva offerto.

Sentii una scossa di elettricità al contatto, una sensazione inaspettata e intrigante.

«Kitty,» ripeté lui, come assaporando il nome. «Sei una studentessa o lavori già?»

«Lavoro già, sono un'assistente di volo.»

«Assistente di volo... interessante.»

«E tu?»

«Mi occupo di investimenti immobiliari,» disse Gabriele, senza troppa enfasi. «Ma la mia vera passione è l'arte. Colleziono opere e odio venire a queste feste.»

La conversazione fluttuò con naturalezza: dalla Spagna all'arte, dai viaggi alla musica. Ero affascinata dai suoi racconti, forse perché ero abbastanza naive, non abituata a flirtare con uomini che avevano il doppio della mia età. Più parlavamo, più sentivo una connessione crescere tra noi.

La musica in sottofondo cambiò, passando a una melodia lenta e avvolgente. Gabriele mi offrì la mano: «Vuoi ballare?»

Accettai. Nella mia mente facevo il paragone con gli approcci più diretti delle discoteche, e questa era una piacevolissima novità. Ballammo un po' in disparte, quasi nascosti.

Anche se c’erano più di vent'anni di differenza tra di noi, lo trovavo molto affascinante. Non era bellissimo in senso classico, ma aveva quel non-so-ché che mi aveva attirata: un modo di fare sicuro e deciso. Mi disse quasi subito di essere sposato, senza girarci troppo intorno; la famiglia era ancora al mare e sarebbe tornata con l’inizio delle scuole.

Forse avrei dovuto lasciar stare — un drink, un ballo e via — per cercare divertimento altrove senza complicazioni. Ma il suo modo seducente mi stava conquistando. Tra me e me pensai che per una notte soltanto non sarebbe stato un dramma; non sarebbe stato il primo one-night stand né l’ultimo che mi concedevo.

Infatti, finita la festa, accettai il suo invito ad accompagnarmi a casa. Un bacio appena entrata in auto, poi una sosta in un parcheggio sul lago d’Albano, accanto ad altre auto con i vetri appannati. L’eccitazione di una nuova conquista e il brivido di farlo in un luogo pubblico, magari vista da qualcuno.

Così, dopo aver consumato un paio di preservativi, mi riaccompagnò a casa, soddisfatta per la bella serata.

Ma a quella notte, che avevo preventivato come unica, seguirono altri incontri furtivi. Ero diventata la sua giovane amante.

Facevamo sesso a ogni occasione, soprattutto in auto. Ogni tanto si inventava qualche scusa a casa e mi veniva a prendere dopo il volo serale; lo facevamo nel parcheggio poco illuminato dell’aeroporto. Adorava prendermi con l’uniforme ancora indosso, e io mi facevo trovare pronta con le autoreggenti e la lingerie che mi comprava, lì nei sedili posteriori del suo grande SUV. Sfruttava anche il suo lavoro nel settore immobiliare per portarmi in appartamenti o uffici vuoti, dove approfittavamo di ogni angolo disponibile.

Il sesso era fantastico. Sapeva come far godere una donna ancora prima dei preliminari; stavo imparando a distinguere la qualità dalla quantità.

Fu proprio in uno di quegli appartamenti che per la prima volta mi fece capire quanto desiderasse il mio lato B: sapere che era ancora inesplorato lo eccitava tantissimo.

Dopo un'intensa sessione di sesso e una bella doccia, iniziò con un intenso cunnilingus. Poi passò a leccarmi l’orifizio anale: leccava, succhiava, baciava. Erano tutte sensazioni nuove per me. Lo trovavo strano, ma mi piaceva. Quando la sua lingua si fece più intraprendente provando a penetrarmi, e poi con un tentativo di introdurre un dito, lo fermai.

Quello era diventato un'ossessione per lui, a cui dedicava sempre più attenzioni, fino a quella gita a Sabaudia, dove aveva una villetta per le vacanze.

Arrivammo verso sera. La casa non veniva usata da qualche mese e sapeva di chiuso; il frigo era vuoto tranne per qualche bottiglia di spumante, resto di una festa estiva.

«Da bere ce l'abbiamo, ordiniamo un paio di pizze e siamo a posto,» disse.

Dopo aver finito la prima bottiglia di spumante e mangiato tre quarti di pizza, ero già mezza nuda sul sofà, con solo il top indosso. Stavo a gambe divaricate con il suo viso tra le cosce mentre mi deliziava con la lingua e le dita, senza sosta, fino a farmi gridare dal piacere e farmi provare un intenso orgasmo.

Il tempo di riprendermi e lo invitai a invertire le posizioni. Ero pronta a inginocchiarmi tra le sue gambe, ma mi chiese di rimanere sul sofà. Lo assecondai accovacciandomi di lato e iniziai a soddisfare il mio palato con il suo membro eretto.

Mi tolse anche la maglietta.

Sentivo la sua mano appoggiata sulla mia nuca ad accompagnare il ritmo del pompino, mentre l’altra mano iniziava a muoversi. Si diffuse un profumo di cocco. Sentii le sue dita sulla schiena spalmarmi un liquido oleoso, con cura, lungo la spina dorsale, le scapole, il bacino, le natiche, fino a sfiorare l’orifizio anale e arrivare tra le labbra bagnate, sempre vogliose delle sue attenzioni.

Attenzioni che non tardarono ad arrivare. Lanciai un piccolo gemito di piacere mentre iniziava a deliziarmi con quelle sue mani da pianista. Un turbinio di sensazioni lussuriose: il piacere che provavo succhiando il suo cazzo, le sue dita dentro di me, l’effetto di leggerezza dello spumante... ero in estasi.

Il ricordo di quei momenti è ancora vivo; mi basta chiudere gli occhi per riviverli come se stessero accadendo adesso.

L´immagine di lui che interrompe il massaggio alle mie parti intime per versare altro olio sulla schiena. Il suo dito nel solco delle natiche che si sofferma sullo sfintere, massaggiandolo con movimenti circolari. Poi una leggera pressione, fino a penetrarmi piano. Sarà stata l’eccitazione della serata, la foga con cui gli stavo facendo quel pompino, o l’alcol bevuto, ma ero in uno stato di trasporto troppo elevato per fermarlo.

Lui si rese conto del mio stato e non perse l’occasione per continuare la sua manovra di esplorazione.

Era una strana sensazione. L’abbondanza di lubrificante e la mia totale distensione resero l'esperienza indimenticabile. Lo faceva scivolare dentro e fuori, un'alternanza di fastidio e piacere. Poi smise, si alzò e mi porse un altro bicchiere di spumante.

«Rimani così, a quattro zampe.»

Si mise dietro di me. Fece strusciare il glande tra le mie labbra per qualche istante per farmi salire ancora di più la voglia, per farsi supplicare, per sentire quel «¡Dámelo!» prima di affondare prepotentemente dentro di me e iniziare a farmi godere divinamente. Sentivo le sue mani forti e decise sul mio corpo, il suo desiderio di possedermi mentre mi afferrava il seno esuberante.

Ero in estasi.

Distratta dall’amplesso, sentii le sue mani ritornare sul mio sedere. Altro olio, poi una pressione maggiore.

«Ahi, fa male...»

«Tranquilla, rilassati e godi,» mi disse, mentre infilava tutto il dito dentro.

Il piacere del sesso si mischiava al fastidio, quasi piacevole, di quelle dita nella mia prima doppia penetrazione. Anche i miei versi di piacere diventarono più brevi, rapidi, delicati e melodiosi.

Poi si fermò e sfilò il pene.

Protestai: «Che fai?»

Ma mi zittì subito: «Adesso te lo do di nuovo, piccola.»

Sentii che si stava posizionando bene dietro di me. Sapevo esattamente cosa stesse per fare: ormai avevamo passato il punto di non ritorno. Mi massaggiò con cura aggiungendo altro olio, poi lo sentii all’ingresso. Provai l'immenso piacere di mettere completamente il mio corpo a sua disposizione, un appagamento mentale che alleviava il fastidio fisico mentre iniziava a penetrarmi.

Lo sentivo scorrere dentro di me, ogni millimetro del suo cazzo che mi dilatava piano, abbattendo lentamente e inesorabilmente la mia ultima frontiera del piacere.

Afferrai il cuscino del sofà con forza, cercando di rimanere rilassata mentre mi sodomizzava. Vedevo il riflesso del mio viso nello specchio: la bocca spalancata come in un grido silenzioso, una smorfia quando la corona del glande varcò la soglia. E poi scivolava senza sosta, trasformando il fastidio in piacere puro. Le sue mani sulla mia schiena, le sue parole rassicuranti, finché non fu dentro del tutto.

Restò fermo così per qualche secondo, forse per godersi lo spettacolo del mio corpo ormai del tutto conquistato. Vedevo la sua espressione nello specchio: un volto trionfante, gli occhi brillanti di una luce intensa, le sopracciglia leggermente sollevate e un sorriso ampio che gli curvava le labbra, con il respiro pesante per lo sforzo e la concentrazione.

Sempre lentamente, riprese a muoversi in direzione opposta, arrivando quasi a sfilarsi del tutto per poi fermarsi e spingere di nuovo dentro, un po' più veloce di prima: dentro, fuori, dentro.

«Oddio Kitty, questo culo è sublime, è un'opera d'arte... potrei morire adesso!» disse, dandomi uno schiaffo leggero sul sedere.

I suoi affondi si fecero più rapidi e intensi. La mia mano, come se avesse vita propria, scivolò tra le gambe accarezzando la vagina bagnata dall'eccitazione, fino a raggiungere l'orifizio e sfiorare il suo membro duro che mi stava penetrando per la prima volta.

Anima e corpo: il piacere più profondo.

Godevo enormemente, quando all’improvviso provai la sensazione dell'uscita repentina del suo membro, accompagnata da un suo urlo liberatorio. Il suo piacere mi bagnò la schiena, il collo, i capelli, prima che il suo corpo si appoggiasse al mio.

Attimi eterni, in cui entrambi assaporammo in silenzio le diverse forme del piacere che ci eravamo donati.

Poi una doccia, seguita da altro sesso nella camera matrimoniale di quella casa vacanze, tra le foto di famiglia: senza remore, senza rimpianti, senza vergogna. Solo il sesso e il piacere puro tra un uomo e la sua giovane amante.
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