Tra Jazz e bourbon a New Orleans
scritto il 2023-11-16 tempo di lettura 11 min
di
Flying Kitty
genere
tradimenti
cura
A+
Ecco la revisione completa del racconto. Ho corretto la forma, l'ortografia (accenti, apostrofi, punteggiatura) e uniformato la fluidità della narrazione, mantenendo intatte le atmosfere e la forte carica sensuale della storia.
Versione Corretta e Rifinita
Il Bar Carousel di New Orleans, un luogo dove il tempo sembra danzare con la musica e i sogni prendono vita tra le note di un pianoforte vissuto. In quella notte, il clima elettrico del locale era palpabile, la folla brulicava di energia e il profumo di bourbon s'intrecciava con il suono di una jazz band dal vivo.
Mi piaceva passare lì il sabato sera: è giusto dietro lo studio dove lavoro e poi, dopo una settimana pesante, per qualche ora posso dimenticare tutto il resto. I problemi di ogni giorno, lo stress di una relazione sempre più complicata, le bollette da pagare, gli esami all’università... Era proprio il posto ideale per rilassarsi e divertirsi.
Avevo proprio voglia di trovare compagnia e scaricare tutta la tensione accumulata.
Mi avvicinai al bar e, non senza sgomitare, riuscii a ordinare il mio solito: un doppio bourbon SugarField. Quando lo bevo mi porta sempre in un viaggio sensoriale, tra campi dorati e botti di legno, come nella fattoria di mio nonno, lasciando sulla lingua quel leggero gusto di vaniglia speziata che per me sa tanto di sabato sera.
Ma quella sera, oltre al sapore del bourbon, avevo tanta voglia di assaporare la lingua di qualcuna delle tante donne che frequentavano il locale.
Tra la moltitudine di persone il mio sguardo si soffermò su una in particolare. Capelli scuri che cadevano delicatamente sulle spalle e occhi che brillavano come stelle in una notte senza luna. Il suo sorriso catturò subito la mia attenzione. Era con un gruppo di persone molto eterogenee e di età diverse.
Decisi di avvicinarmi, attratto dalla sua presenza enigmatica e per avere una visuale migliore. Sentii dall’accento che i componenti del gruppo erano britannici; lei stava parlando con un tipo sulla cinquantina. Più che parlando, stavano palesemente flirtando: lui aveva la mano sulla sua coscia e, sotto la gonna nera, si faceva intravedere la balza di una calza autoreggente.
Una meravigliosa creatura di una sensualità esagerata, sulla trentina. Era lei la mia preda per quella serata, e il fatto che ci fosse già un predatore intorno a lei aggiungeva eccitazione al mio gioco del sabato sera. Anche se fossi tornato a casa a mani vuote, mi avrebbe comunque distratto dalla mia vita noiosa.
A quel punto, finalmente, i nostri sguardi si incrociarono. Sicuramente lei non era britannica: aveva lineamenti latini. Ci scambiammo sorrisi intriganti mentre la mano del mio rivale saliva lentamente sulla sua coscia; e più saliva, più il nostro scambio visivo si faceva intenso.
Le piaceva essere guardata e toccata allo stesso tempo. Era evidente che fosse una donna sicura di sé, che sapeva benissimo quello che stava facendo e aveva voglia di giocare.
Dalle bottiglie di birra e dai bicchieri sul loro tavolo si capiva che l’alcol era già scorso a fiumi, rendendo l’atmosfera sempre più elettrica, mentre la musica jazz del pianoforte vibrava nell'aria come un incantesimo.
Poi lei si alzò e si diresse verso il bancone del bar: finalmente l’occasione che stavo aspettando per avvicinarmi.
Mi misi dietro di lei mentre aspettava di essere servita. Ordinò un whisky-coke e, a quel punto, intervenni:
«Dovresti provare un bourbon liscio.»
«¿Qué?» rispose, guardandomi con uno sguardo finto ingenuo.
«Stai qui a New Orleans, dovresti provare il bourbon locale!»
Avevo ragione: non era britannica come le altre persone del suo gruppo. Il suo inglese aveva quelle sfumature spagnole che farebbero sciogliere qualsiasi uomo.
Chiesi alla barlieutenant di cambiare il suo ordine con un Sugarfield. «Questo te lo offro io, poi mi dici.»
Lei accettò volentieri la mia offerta. Brindammo e buttammo giù lo shot di liquore.
Ci avvicinammo e il rumore del bar si trasformò in uno sfondo lontano mentre ci scambiavamo il primo sorriso e il primo saluto. Il suo nome era un'armonia di suoni dolci che si mescolavano al tintinnio dei bicchieri e al lamento del sax.
«Il tuo amico al tavolo?» le chiesi.
«Lui? Ci penserò dopo,» rispose sorridendo.
Sicuramente le attenzioni di un ventenne le interessavano più di quelle del suo compagno di tavolo.
Le chiesi di ballare, e così ci ritrovammo al centro della pista, in un abbraccio intimo al ritmo del jazz. Il pianoforte creava melodie che sembravano scivolare lungo le curve dei nostri corpi — soprattutto il suo, con una scollatura che faceva intravedere un seno in cui perdersi.
Le mani si cercavano e le distanze si annullavano mentre il mondo intorno a noi spariva. La musica fluiva in un ritmo travolgente che faceva vibrare ogni fibra del mio essere, fatta di passi improvvisati e di una conversazione senza parole tra due anime appena incontrate.
Il suo vestito aderente si muoveva elegantemente a ogni passo, evidenziando grazia e sicurezza. Le luci del locale accentuavano la silhouette del suo corpo, insinuandosi in quella scollatura che catturava gli sguardi neanche troppo velati di uomini e donne, creando un'aura di mistero e seduzione.
Io la guidavo in una serie di movimenti fluidi e mosse sempre più ardite, con tocchi via via più proibiti, e lei si lasciava condurre. Più che una semplice preda, però, dava l'impressione di essere lei a reggere i giochi.
Tra note di sassofono e percussioni avvolgenti, la nostra danza sensuale continuò fino a quando l'ultima nota sfumò nell'aria. Con il cuore che batteva all'unisono, ci fermammo, sorridendoci con intensa complicità. Nel silenzio che seguì, una patina di sudore le accarezzava la pelle, rendendola ancora più irresistibile in quel vestito nero aderente.
«Usciamo un attimo,» mi chiese. «Mi serve un po' d'aria fresca.»
Fuori dal Bar Carousel la guidai dietro l'angolo, lasciandoci trasportare da un flusso inarrestabile di desiderio e passione. La mia bocca, finalmente sulla sua, ne assaggiava il sapore. Potevo finalmente mettere le mani su quel culo morbido che avevo solo sfiorato durante il ballo.
Nei pantaloni sentivo già una prorompente erezione; lei se ne accorse subito e la sua mano ne fu calamitata, iniziando a massaggiarlo da sopra la stoffa. Mi guardai intorno in quell'angolo buio per verificare che non ci fosse gente a rovinare quel momento di trasgressione; poche volte mi era capitato di trovarmi in una situazione del genere.
«Toccami,» mi disse con voce autoritaria.
«Che?»
«Toccami.»
La mia mano si infilò sotto la sua gonna, proprio dove prima il mio rivale la accarezzava. Si fece più intraprendente, arrivò all'inguine, scostò le sue mutandine e fu una meraviglia. Sentire il pelo curato della sua figa gonfia, morbida e bagnata fu un invito per le mie dita a farsi largo tra quelle labbra delicate.
Iniziai ad affondare dentro di lei come aveva richiesto; le dita scivolavano tra i suoi umori e iniziai un movimento rotatorio per aumentare la pressione sulle pareti e accrescere il suo piacere.
Mentre la masturbavo, affondava la bocca sul mio collo per trattenere i gemiti. La sentivo vibrare come un sax: non sarebbe durata molto a lungo. Allora mi inginocchiai, infilai la testa sotto la gonna e, dove prima giocavano le mie dita, ora era la mia bocca a condurre i giochi. Un sapore delizioso, inebriante. Le sue mani sulla mia testa spingevano forte contro il suo sesso, mentre alzava una gamba sopra la mia spalla per darmi più spazio.
Il suo clitorite era gonfio e la mia lingua ne gustava ogni millimetro, finché mi fermò.
«Non qui. Vieni con me, il mio ufficio è a due passi.»
L'ufficio dove lavoravo era proprio in fondo al vicolo, al piano terra: due stanze dove aiutavo due contabili con mansioni quotidiane per pagarmi gli studi.
Entrammo. Le luci erano spente, ma l'illuminazione esterna permetteva di vedere bene anche dentro. La spinsi contro il muro, bloccandola con il viso rivolto alla parete. Il mio cazzo premeva contro il suo sedere e le mie mani palpavano senza ostacoli il suo seno prorompente.
Poi lei si divincolò, mi slacciò i pantaloni prendendolo finalmente in mano. I pantaloni mi caddero alle caviglie e le sue calde labbra avvolsero il mio glande. Era uno spettacolo meraviglioso vedere quegli occhi dolci fissarmi mentre il mio cazzo spariva in quella bocca vogliosa, notando i filamenti di saliva che ci tenevano uniti ogni volta che lo faceva riaffiorare.
Dalla mia posizione potevo ammirare tutta la meticolosità con cui me lo succhiava e come usava le mani: afferrava i testicoli, leccava l'asta dalla punta fino alla radice, insalivava bene le mie palle piene di desiderio per poi tornare a inghiottirlo. Era in una trance erotica totale; in quel momento per lei esisteva solo il mio cazzo e, a giudicare dalla sua espressione, non sapevo chi stesse godendo di più tra noi due.
Avrei voluto che quel momento durasse per sempre, ma lei si fermò di nuovo.
«Hai un preservativo?»
Ne estrassi uno dal portafoglio e glielo passai. Lei lo aprì, lo appoggiò sulla punta del glande, lo srotolò un poco con le dita e poi proseguì con la bocca fino a farmelo indossare del tutto. A quel punto si alzò, mi baciò e me lo prese in mano.
Ero totalmente in balia di quella ragazza, ma dovevo reagire. La presi e la feci appoggiare alla scrivania, alzandole la gonna. Ora avevo quelle sue rotondità davanti a me; mi avvicinai con il membro eretto puntando la vagina, mentre lei allungava la mano per indirizzarlo bene all'entrata. Bastò un colpo di bacino per penetrarla a fondo.
Lanciò un gemito di piacere e iniziai a scoparla come meritava, mentre il ritmo aumentava seguendo i suoi miagolii che rimbombavano nell'ufficio vuoto. Non resistetti e le diedi uno schiaffo su quel bel culo illuminato dalla luce della finestra.
«Più forte,» mi disse con mia sorpresa.
Le diedi un altro schiaffo, accolto con la stessa richiesta.
Iniziai a colpirla con più foga, al punto che il reggisregno uscì dalla scollatura del vestito, e non persi tempo a liberare quelle magnifiche tette rotonde che sobbalzavano seguendo la cadenza dei miei colpi. L'eccitazione, già altissima, cresceva a ogni affondo.
In quella posizione vedevo benissimo il mio cazzo farsi largo tra le sue labbra che si schiudevano e dilatavano per accoglierlo, racchiudendolo in una morsa stretta. Era splendido il contrasto tra il mio corpo e il suo, e il modo in cui i miei colpi di bacino battevano contro il suo bacino e le mie mani stringevano i suoi fianchi.
Afferrai il suo collo da dietro per controllare meglio le spinte; lei prese la mia mano e se la portò davanti alla bocca, leccandomi le dita e infilandole tra le labbra in una sorta di preliminare orale improvvisato. Una vera dea del sesso.
Stavo arrivando al limite, ma lei mi anticipò vocalizzando in modo molto erotico il proprio orgasmo, mentre io continuavo a martellarla aspettando solo di scaricarmi dentro. Quella dea capì subito la situazione: rapidamente mi fece uscire dalla sua figa e si inginocchiò di nuovo davanti a me. Mi sfilò il profilattico e feci appena in tempo ad appoggiare il glande sulla sua lingua — in posa come una fedele che aspetta l'ostia — per venire copiosamente.
Ho ancora in mente l'immagine di come, schizzo dopo schizzo, le riempii la bocca del mio piacere, con la lingua che quasi nuotava nel mio sperma, fino ad aspettare l'ultima goccia prima di chiudere la bocca e deglutire tutto.
Poi aprì le labbra, soddisfatta come una scolaretta dopo un bel voto, per farmi vedere che non c'era più nulla. Sarei morto in quell'istante, in quell'ufficio, felice. Mi diede un'ultima passata con la lingua sul glande e si pulì la bocca con una salvietta.
«Adesso devo andare, devo tornare dai miei amici,» mi disse, come se avesse appena preso un caffè in compagnia.
Ero ancora incredulo per quella magnifica scopata, proprio ciò di cui avevo bisogno quella sera. Mentre stava per uscire, le dissi:
«Non ti dimentichi nulla?» indicando con il dito le sue mutandine abbandonate sul pavimento.
«Non credo che mi serviranno stasera,» rispose facendomi l'occhiolino.
Con i pantaloni ancora abbassati alle caviglie e il cazzo ormai ammosciato, la vidi andare via. Così come era improvvisamente entrata nella mia vita, la vidi sparire: l'illusione effimera di un’esperienza sensuale sospesa nel tempo, destinata a rimanere solo il ricordo fugace di un'altra notte a New Orleans.
Versione Corretta e Rifinita
Il Bar Carousel di New Orleans, un luogo dove il tempo sembra danzare con la musica e i sogni prendono vita tra le note di un pianoforte vissuto. In quella notte, il clima elettrico del locale era palpabile, la folla brulicava di energia e il profumo di bourbon s'intrecciava con il suono di una jazz band dal vivo.
Mi piaceva passare lì il sabato sera: è giusto dietro lo studio dove lavoro e poi, dopo una settimana pesante, per qualche ora posso dimenticare tutto il resto. I problemi di ogni giorno, lo stress di una relazione sempre più complicata, le bollette da pagare, gli esami all’università... Era proprio il posto ideale per rilassarsi e divertirsi.
Avevo proprio voglia di trovare compagnia e scaricare tutta la tensione accumulata.
Mi avvicinai al bar e, non senza sgomitare, riuscii a ordinare il mio solito: un doppio bourbon SugarField. Quando lo bevo mi porta sempre in un viaggio sensoriale, tra campi dorati e botti di legno, come nella fattoria di mio nonno, lasciando sulla lingua quel leggero gusto di vaniglia speziata che per me sa tanto di sabato sera.
Ma quella sera, oltre al sapore del bourbon, avevo tanta voglia di assaporare la lingua di qualcuna delle tante donne che frequentavano il locale.
Tra la moltitudine di persone il mio sguardo si soffermò su una in particolare. Capelli scuri che cadevano delicatamente sulle spalle e occhi che brillavano come stelle in una notte senza luna. Il suo sorriso catturò subito la mia attenzione. Era con un gruppo di persone molto eterogenee e di età diverse.
Decisi di avvicinarmi, attratto dalla sua presenza enigmatica e per avere una visuale migliore. Sentii dall’accento che i componenti del gruppo erano britannici; lei stava parlando con un tipo sulla cinquantina. Più che parlando, stavano palesemente flirtando: lui aveva la mano sulla sua coscia e, sotto la gonna nera, si faceva intravedere la balza di una calza autoreggente.
Una meravigliosa creatura di una sensualità esagerata, sulla trentina. Era lei la mia preda per quella serata, e il fatto che ci fosse già un predatore intorno a lei aggiungeva eccitazione al mio gioco del sabato sera. Anche se fossi tornato a casa a mani vuote, mi avrebbe comunque distratto dalla mia vita noiosa.
A quel punto, finalmente, i nostri sguardi si incrociarono. Sicuramente lei non era britannica: aveva lineamenti latini. Ci scambiammo sorrisi intriganti mentre la mano del mio rivale saliva lentamente sulla sua coscia; e più saliva, più il nostro scambio visivo si faceva intenso.
Le piaceva essere guardata e toccata allo stesso tempo. Era evidente che fosse una donna sicura di sé, che sapeva benissimo quello che stava facendo e aveva voglia di giocare.
Dalle bottiglie di birra e dai bicchieri sul loro tavolo si capiva che l’alcol era già scorso a fiumi, rendendo l’atmosfera sempre più elettrica, mentre la musica jazz del pianoforte vibrava nell'aria come un incantesimo.
Poi lei si alzò e si diresse verso il bancone del bar: finalmente l’occasione che stavo aspettando per avvicinarmi.
Mi misi dietro di lei mentre aspettava di essere servita. Ordinò un whisky-coke e, a quel punto, intervenni:
«Dovresti provare un bourbon liscio.»
«¿Qué?» rispose, guardandomi con uno sguardo finto ingenuo.
«Stai qui a New Orleans, dovresti provare il bourbon locale!»
Avevo ragione: non era britannica come le altre persone del suo gruppo. Il suo inglese aveva quelle sfumature spagnole che farebbero sciogliere qualsiasi uomo.
Chiesi alla barlieutenant di cambiare il suo ordine con un Sugarfield. «Questo te lo offro io, poi mi dici.»
Lei accettò volentieri la mia offerta. Brindammo e buttammo giù lo shot di liquore.
Ci avvicinammo e il rumore del bar si trasformò in uno sfondo lontano mentre ci scambiavamo il primo sorriso e il primo saluto. Il suo nome era un'armonia di suoni dolci che si mescolavano al tintinnio dei bicchieri e al lamento del sax.
«Il tuo amico al tavolo?» le chiesi.
«Lui? Ci penserò dopo,» rispose sorridendo.
Sicuramente le attenzioni di un ventenne le interessavano più di quelle del suo compagno di tavolo.
Le chiesi di ballare, e così ci ritrovammo al centro della pista, in un abbraccio intimo al ritmo del jazz. Il pianoforte creava melodie che sembravano scivolare lungo le curve dei nostri corpi — soprattutto il suo, con una scollatura che faceva intravedere un seno in cui perdersi.
Le mani si cercavano e le distanze si annullavano mentre il mondo intorno a noi spariva. La musica fluiva in un ritmo travolgente che faceva vibrare ogni fibra del mio essere, fatta di passi improvvisati e di una conversazione senza parole tra due anime appena incontrate.
Il suo vestito aderente si muoveva elegantemente a ogni passo, evidenziando grazia e sicurezza. Le luci del locale accentuavano la silhouette del suo corpo, insinuandosi in quella scollatura che catturava gli sguardi neanche troppo velati di uomini e donne, creando un'aura di mistero e seduzione.
Io la guidavo in una serie di movimenti fluidi e mosse sempre più ardite, con tocchi via via più proibiti, e lei si lasciava condurre. Più che una semplice preda, però, dava l'impressione di essere lei a reggere i giochi.
Tra note di sassofono e percussioni avvolgenti, la nostra danza sensuale continuò fino a quando l'ultima nota sfumò nell'aria. Con il cuore che batteva all'unisono, ci fermammo, sorridendoci con intensa complicità. Nel silenzio che seguì, una patina di sudore le accarezzava la pelle, rendendola ancora più irresistibile in quel vestito nero aderente.
«Usciamo un attimo,» mi chiese. «Mi serve un po' d'aria fresca.»
Fuori dal Bar Carousel la guidai dietro l'angolo, lasciandoci trasportare da un flusso inarrestabile di desiderio e passione. La mia bocca, finalmente sulla sua, ne assaggiava il sapore. Potevo finalmente mettere le mani su quel culo morbido che avevo solo sfiorato durante il ballo.
Nei pantaloni sentivo già una prorompente erezione; lei se ne accorse subito e la sua mano ne fu calamitata, iniziando a massaggiarlo da sopra la stoffa. Mi guardai intorno in quell'angolo buio per verificare che non ci fosse gente a rovinare quel momento di trasgressione; poche volte mi era capitato di trovarmi in una situazione del genere.
«Toccami,» mi disse con voce autoritaria.
«Che?»
«Toccami.»
La mia mano si infilò sotto la sua gonna, proprio dove prima il mio rivale la accarezzava. Si fece più intraprendente, arrivò all'inguine, scostò le sue mutandine e fu una meraviglia. Sentire il pelo curato della sua figa gonfia, morbida e bagnata fu un invito per le mie dita a farsi largo tra quelle labbra delicate.
Iniziai ad affondare dentro di lei come aveva richiesto; le dita scivolavano tra i suoi umori e iniziai un movimento rotatorio per aumentare la pressione sulle pareti e accrescere il suo piacere.
Mentre la masturbavo, affondava la bocca sul mio collo per trattenere i gemiti. La sentivo vibrare come un sax: non sarebbe durata molto a lungo. Allora mi inginocchiai, infilai la testa sotto la gonna e, dove prima giocavano le mie dita, ora era la mia bocca a condurre i giochi. Un sapore delizioso, inebriante. Le sue mani sulla mia testa spingevano forte contro il suo sesso, mentre alzava una gamba sopra la mia spalla per darmi più spazio.
Il suo clitorite era gonfio e la mia lingua ne gustava ogni millimetro, finché mi fermò.
«Non qui. Vieni con me, il mio ufficio è a due passi.»
L'ufficio dove lavoravo era proprio in fondo al vicolo, al piano terra: due stanze dove aiutavo due contabili con mansioni quotidiane per pagarmi gli studi.
Entrammo. Le luci erano spente, ma l'illuminazione esterna permetteva di vedere bene anche dentro. La spinsi contro il muro, bloccandola con il viso rivolto alla parete. Il mio cazzo premeva contro il suo sedere e le mie mani palpavano senza ostacoli il suo seno prorompente.
Poi lei si divincolò, mi slacciò i pantaloni prendendolo finalmente in mano. I pantaloni mi caddero alle caviglie e le sue calde labbra avvolsero il mio glande. Era uno spettacolo meraviglioso vedere quegli occhi dolci fissarmi mentre il mio cazzo spariva in quella bocca vogliosa, notando i filamenti di saliva che ci tenevano uniti ogni volta che lo faceva riaffiorare.
Dalla mia posizione potevo ammirare tutta la meticolosità con cui me lo succhiava e come usava le mani: afferrava i testicoli, leccava l'asta dalla punta fino alla radice, insalivava bene le mie palle piene di desiderio per poi tornare a inghiottirlo. Era in una trance erotica totale; in quel momento per lei esisteva solo il mio cazzo e, a giudicare dalla sua espressione, non sapevo chi stesse godendo di più tra noi due.
Avrei voluto che quel momento durasse per sempre, ma lei si fermò di nuovo.
«Hai un preservativo?»
Ne estrassi uno dal portafoglio e glielo passai. Lei lo aprì, lo appoggiò sulla punta del glande, lo srotolò un poco con le dita e poi proseguì con la bocca fino a farmelo indossare del tutto. A quel punto si alzò, mi baciò e me lo prese in mano.
Ero totalmente in balia di quella ragazza, ma dovevo reagire. La presi e la feci appoggiare alla scrivania, alzandole la gonna. Ora avevo quelle sue rotondità davanti a me; mi avvicinai con il membro eretto puntando la vagina, mentre lei allungava la mano per indirizzarlo bene all'entrata. Bastò un colpo di bacino per penetrarla a fondo.
Lanciò un gemito di piacere e iniziai a scoparla come meritava, mentre il ritmo aumentava seguendo i suoi miagolii che rimbombavano nell'ufficio vuoto. Non resistetti e le diedi uno schiaffo su quel bel culo illuminato dalla luce della finestra.
«Più forte,» mi disse con mia sorpresa.
Le diedi un altro schiaffo, accolto con la stessa richiesta.
Iniziai a colpirla con più foga, al punto che il reggisregno uscì dalla scollatura del vestito, e non persi tempo a liberare quelle magnifiche tette rotonde che sobbalzavano seguendo la cadenza dei miei colpi. L'eccitazione, già altissima, cresceva a ogni affondo.
In quella posizione vedevo benissimo il mio cazzo farsi largo tra le sue labbra che si schiudevano e dilatavano per accoglierlo, racchiudendolo in una morsa stretta. Era splendido il contrasto tra il mio corpo e il suo, e il modo in cui i miei colpi di bacino battevano contro il suo bacino e le mie mani stringevano i suoi fianchi.
Afferrai il suo collo da dietro per controllare meglio le spinte; lei prese la mia mano e se la portò davanti alla bocca, leccandomi le dita e infilandole tra le labbra in una sorta di preliminare orale improvvisato. Una vera dea del sesso.
Stavo arrivando al limite, ma lei mi anticipò vocalizzando in modo molto erotico il proprio orgasmo, mentre io continuavo a martellarla aspettando solo di scaricarmi dentro. Quella dea capì subito la situazione: rapidamente mi fece uscire dalla sua figa e si inginocchiò di nuovo davanti a me. Mi sfilò il profilattico e feci appena in tempo ad appoggiare il glande sulla sua lingua — in posa come una fedele che aspetta l'ostia — per venire copiosamente.
Ho ancora in mente l'immagine di come, schizzo dopo schizzo, le riempii la bocca del mio piacere, con la lingua che quasi nuotava nel mio sperma, fino ad aspettare l'ultima goccia prima di chiudere la bocca e deglutire tutto.
Poi aprì le labbra, soddisfatta come una scolaretta dopo un bel voto, per farmi vedere che non c'era più nulla. Sarei morto in quell'istante, in quell'ufficio, felice. Mi diede un'ultima passata con la lingua sul glande e si pulì la bocca con una salvietta.
«Adesso devo andare, devo tornare dai miei amici,» mi disse, come se avesse appena preso un caffè in compagnia.
Ero ancora incredulo per quella magnifica scopata, proprio ciò di cui avevo bisogno quella sera. Mentre stava per uscire, le dissi:
«Non ti dimentichi nulla?» indicando con il dito le sue mutandine abbandonate sul pavimento.
«Non credo che mi serviranno stasera,» rispose facendomi l'occhiolino.
Con i pantaloni ancora abbassati alle caviglie e il cazzo ormai ammosciato, la vidi andare via. Così come era improvvisamente entrata nella mia vita, la vidi sparire: l'illusione effimera di un’esperienza sensuale sospesa nel tempo, destinata a rimanere solo il ricordo fugace di un'altra notte a New Orleans.
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Flying Kitty
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