Fino alla tua Deflorazione

Scritto da , il 2021-06-30, genere etero

Nel primo testo avevi la scusante di esser stata colta di sorpresa dall’evoluzione dello scritto, ma se ti addentrerai in questo non avrai attenuanti. Molte abbandoneranno questa lettura prima di arrivare all’ultimo rigo, ma se anche una sola oserà scendere fino a deglutire l’ultima parola, sarà per me motivo di appagamento privo di verecondia.
Non è la tua improbabile verginità fisica quella che voglio prendermi stanotte, ma perforare la membrana che custodisce le tue primordiali fantasie inascoltate, il rifugio della tua anima inquieta, protetto dai meandri inestricabili delle tue convincenti e razionali armature. Se hai già provato la languida sensazione di venir risalita nei labirinti della tua mente, sai di cosa parlo, ma non mi importa se qualcuno ha già tinteggiato le pareti della tua tana più intima, del tuo abisso più viscerale. Ho l’energia per leccar via, dalle tue pareti oscure, l’intera collezione della tua ostinata pinacoteca.
Potresti salvarti solo perché non ho la possibilità di un audio libro, per ora, perché un giorno sarà la mia voce a usurparti con la mia peccaminosa invadenza verbale, col mio tono calmo, coinvolgente ma osceno, ininterrotto, come una lenta inondazione uditiva.
Mi sta eccitando sapere che ti stai isolando da tutto il contorno, continuando a sbirciare ciò che io voglio che tu legga; mi sto succhiando, per la seconda volta in pochi giorni, la tua attenzione, la pulsazione del tuo intelletto. Adoro imporre alla tua immaginazione la mia erezione, far sì che ti appaia per un istante, senza che tu possa fare in tempo a frenare questa visione; consistente, maestosa come un colosso ma con la pelle più delicata di quella del daino.
Smettila di leggere, non permettermi di dirti che sei così sconcia da volerla sfiorare con la mano, percorrerne il fusto fino a voler provare la sensazione di sorreggere col palmo i miei morbidi testicoli, so che non confesserai che ti stai chiedendo se riusciresti a contenerlo completamente in bocca. Ed io ho il potere di toglierti il dubbio, facendoti stendere, ora, col capo lievemente a penzoloni dal lato del materasso e facendolo scorrere lentamente oltre il tuo palato.
Mi piace pensare che io stia scopando l’ ingresso più vicino al tuo cervello, spingendolo sempre più verso il cuore, scendendoti in gola. Non mi interessa il fatto che potresti accoglierlo meglio in altra postura e conducendo tu il movimento, non son qui per vederti all’opera, ma per toglierti il respiro mentre le lacrime scendono dai tuoi occhi. Sentilo che riempie tutto il cavo orale soffocandoti, la pelle del tuo viso arrossisce, il tuo sguardo cambia, le mie implacabili mani ti denudano mentre continuo a cibarmi di questo osceno cortometraggio che proietto nei tuoi pensieri.



Ti lascio qualche momento per riprendere fiato,



non per compassione, ma per goderci insieme la vista del filamento della tua saliva che cola dal mio sesso.

Riprendo a incunearmi verso la tua faringe, palpo in modo maniacale le forme del tuo petto e mi insinuo con le dita fra le costole, lungo i tuoi fianchi. La mia mano raggiunge il tuo pistillo, una carezza alle tese corde della piccola arpa del tuo sesso, una schiaffa alla tua umida vergognosa ostrica, mi sfilo ed il mio ansimo cerca il tuo, fino ad aver i visi contrapposti, il mio naso sopra al tuo mento e viceversa, ne approfitto, porto il labbro inferiore della mia bocca su quello superiore della tua, possiamo così far combaciare, strusciandoli, i palmi delle nostre lingue e continuare a baciare il sapore che la mia condannabile lumaca ha lasciato nel tuo cavernoso guscio.

Sei ancora qui?
Salvati, riemergi, non ti inseguirò, prometto, allontana il display, perché non ho intenzione di privarmi del tuo forellino, e qualcuno potrebbe non condividere il fatto che tu ti faccia sodomizzare a distanza;
non te lo romperò, non oggi, ma il buco del tuo culo credo abbia un collegamento midollare con quella cameretta oscura, lassù nella tua testa, che tanto mi preme verniciare e imbrattare.
Se non hai ancora spento la luce, mi complimento per la tua temerarietà, perché da adesso non ci saranno più fermate fino al capolinea, lo sappiamo entrambi ormai, non potremo tornare indietro.
Le mia braccia ti afferrano e scaraventano pancia in su, come su un tavolo sacrificale.
Prelevo da un’acquasantiera il balsamo per quella che sarà equiparabile ad un’estrema sconsacrata unzione, l’ultima vocina dell’inconscio ci ricorda che sussiste il rischio di scivolare in una dipendenza bastarda che, nel tempo, darà un masochistico piacere anche nell’astinenza e nella mancanza.

Devo ancora iniziare e già ho voglia di riscriverti, risentirti, di fecondarti di dediche inseminate.

Avvicino i miei occhi ai tuoi, non smettere di sfogliare la mia anima mentre, laggiù, mi appoggio al tuo nebuloso orifizio. Da questo momento non interromperò questo lento, ma imperterrito, minuzioso oscillare.
Molla il nostro libro e prendiamoci il volto, nell’attesa che tu possa lasciar crollare il tuo groviglio, e, quando accadrà, cerca nell’aria le mie labbra.
Non ammettendo mai di averlo fatto, invoca la presenza delle mie, nel vuoto, socchiudendo gli occhi, e congiungiamole proprio nel momento in cui ti sentirai irrimediabilmente impalata.
Scusa se la rigidità dolorosa ed estasiante che pervade la tua schiena sta compromettendo la lettura ma, per donarti tutto me, devo consegnarti anche la mia cattiveria, non in senso bruto, ma quella che porta a vibrare tutto me stesso fino ad irradiare ogni remoto angolo dei sensi.
Percepisci, da come sto scrivendo, che stavolta proseguirò fino a tracimare contro quella mistica diga che è l’imene della mente.
E’ la mia mano sinistra quella che ora tiene il tuo collo, e il mio pollice destro quello che rovista nel cunicolo parallelo a quello che sto consumando con la mia carne.
E’ il tuo indice destro quello che, in simbiosi al mio, rotea la danza per la tua condanna.
Proprio mentre ti contorci e contrai, proprio mentre le tue unghie graffiano la pagina di questo libro e la stropicciano, la mia calligrafia spinge, preme fino a marcare la pergamena, e la chiazza si espande, straborda in te, zampilla proprio dove in questo momento sei più sprotetta, annego ogni assetato demone, irrigo la tua lussuria più soffocata e imbavagliata, spingo ,senza contegno, il mio appagamento estremo, gridando, con l’ultimo soffio di fiato, il tuo nome vicino ai tuoi timpani.
Nulla sarà più come prima, quasi piangiamo, commossi per esserci addentrati insieme oltre ogni confine di comunicazione.
Il velo irreparabile si è, per ora, lievemente intaccato ma non ancora lacerato.
Vieni, respira l’odore della mia pelle, d’ora in poi lo riconoscerai e capiterà che ti sembrerà di sognarlo, scopri il mio modo di accarezzare i tuoi contorni, i capelli e la fantasia.
Sediamoci una di fronte all’altro, tu su me, io in te, viso a viso, e ora leggi piano, muoviti altrettanto lentamente, la mia presa sui tuoi fianchi asseconda il tuo saliscendi all’unisono, fino a perderci in un dolce sconfinato congiungerci, nell’incuranza, che solo l’appartenenza estrema può assecondare.

Un bacio, scandaloso e impercettibile, un gelido tremare non imputabile al freddo,
STAC,
adesso,
la tua deflorazione si impossessa per sempre della mia natura.

io&te

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