In ritardo

Scritto da , il 2019-10-22, genere etero

Nel caos di uomini e merci di Honk-Kong pioveva, non forte, ma senza tregua. Il cielo grigio piombo. K era appena sbarcato dopo tre settimane di navigazione. Aveva due giorni di riposo a terra. Prima sarebbe passato dall’ufficio locale della compagnia, per la posta, la paga, l’indirizzo della stamberga che lo avrebbe ospitato.
K, sacca in spalle e passo spedito, voleva allontanarsi dal dedalo dei moli alla svelta.
Raggiunse la costruzione che ospitava le compagnie. Salì al quarto piano. Almeno qui si era all’asciutto, ma le pareti con l’intonaco macchiato da migliaia di passaggi umani e i neon lampeggianti, i dialoghi degli altri che si mescolavano non conferivano nessun tepore all’ambiente, nessun tipo di accoglienza. L’umore di K era tetro, come il cielo, come la temperatura di quelle stanze. Avrebbe passato due giorni tra l’albergo e il bar a bere e ascoltare altri nel suo stesso stato. Cosa poteva esserci di più deprimente?
Con questi pensieri di fondo, come un rumore bianco che azzera qualsiasi tentativo di fuga, varcò la soglia dell’ufficio. L’impiegata, intrisa anche essa di quell’atmosfera cupa, gli consegnò il pacco. Una firma.
I soldi, lettere di futuri incarichi, alcune prossime scadenze, poi, come se emanasse un calore la vide. La riconobbe dalla calligrafia dell’indirizzo.
La aprì, incurante del resto.
“Caro k,
la tua ultima visita mi ha colpito nel profondo, segnandomi. La tua partenza ha lasciato segni di cui non potevo attendere il cicatrizzarsi. Altri sei mesi prima di vederti mi paiono insormontabili. Ho deciso che diventerò anche io un viaggiatore come te. Lo farò per anticiparti e farmi trovare dove tu sbarcherai. Spero che questa lettera arrivi in tempo. Non saprei come comunicarti altrimenti.
Il giorno 14 di febbraio dovresti sbarcare a Honk-Kong. Se ho fatto bene i conti. Io prendo il volo due giorni prima. Sarò ad aspettarti al Ritz-Carlton. Raggiungimi, senza attendere oltre.
Tua missF.”
Leggendo si accorse di essersi scaldato. Un tepore gli invase il corpo. Dio, non doveva perdere altro tempo. Questa sì che era una sorpresa.
Mise tutto nella sacca, salutò e preso da una frenesia si lanciò giù tra i corridoi e le scale e la gente.
Chi lo avesse visto prima non avrebbe saputo spiegarsi il motivo di questo ribaltamento d’umore o forse sì. Troppo facile capirlo.
In strada cercò subito informazioni per un vaporetto che lo portasse a Tsim Sha Tsui, dall’altra parte dello stretto.
Al molo 38. Correva.
La sua nave aveva tardato, e quindi perso, due giorni, a Batavia. Lei sarebbe stata ancora lì ad attenderlo? Avrebbe atteso paziente, come altre volte, tutte le volte la cui puntualità era venuta meno? Certo non dipendeva da lui, non era lui la causa dei ritardi, ma i ritardi e le attese vane segnano, non importa da chi o da cosa siano causate. Logorano.
Con questi tarli nella testa vide il battello in fondo al molo e si precipitò. Avrebbe dovuto chiamare dall’ufficio della compagnia. Informarsi presso l’hotel se l’ospite MissF fosse ancora lì. Dio, che stupido.
Avrebbe voluto sospingere il battello. spostarlo più in fretta. Quel mezzo miglio di navigazione sembrava infinito.
Dalla foschia, dalle nuvole basse emergevano, stagliavano, le sagome grigie degli alberghi occidentali sull’altro lato della terraferma. Oddio. Lei è lì, pensò.
Finalmente attraccarono. Lanciò il mezzo dollaro all’attendente di bordo e si precipitò fuori.
Doveva attraversare tutta Nathan Road, farsi largo tra la folla che vi stazionava, tra le centinaia di banchi, di clienti, di perditempo, di uomini d’affari.
Era mattina, Honk-Kong si era svegliata frenetica come sempre, cosa poteva importare alla città di un pazzo che voleva solo raggiungere il calore della sua donna?
Si presentò al banco dell’albergo trafelato e, ovvio, non del tutto consono alla raffinatezza del luogo. Veniva da tre settimane di bastimento!
L’impiegato, in un inglese stentato, fu un po’ sgarbato. Non poteva certo permettere a un marinaio puzzolente di disturbare una loro stimata cliente. Dunque era lì, ancora, in attesa!
Prese la busta della paga. un biglietto da 50 dollari poteva bastare. e infatti la smorfia di disgusto si trasformò in un sorriso affabile.
“Ve ne do altrettanti se mi portate, entro un quarto d’ora, alla camera della signorina una colazione con i fiocchi”
Allungò il biglietto.
“Sarà fatto, Signore”
“Ora ditemi immediatamente il numero della camera e se la signorina è ancora a letto o è uscita”
“No, MissF non ha lasciato stamattina l’albergo, la stanza è la 964. Visto che siete un distinto gentiluomo - ah, il potere dei bigliettoni! pensò K - vi do anche la chiave”.
Non attese oltre. Si precipitò verso la gabbia dell’ascensore e voltandosi “La colazione!”.
Il numero dei piani scorreva lento. Era solo. La frenesia e l’impazienza stavano scemando.
Si guardò negli specchi. Vide la propria giacca logora. la barba non curata. Arrossato per la corsa. Non certo un bel presentarsi. Sperava dormisse. Avrebbe fatto la doccia senza un rumore e poi. Poi.
Finalmente l’ascensore si bloccò. Il corridoio silenzioso, nell’aria profumo di incenso. l’arredamento il solito miscuglio di elementi europei e orientali.
Giunse al numero 964.
Sperò che la chiave girando non facesse rumore e, ancora di più, sperò che MissF stesse dormendo profondamente e non lo sentisse entrare.
La chiave, ruotando nella toppa, perfettamente oliata non emise alcun suono e nemmeno la maniglia e i cardini. La stanza era immersa nel silenzio. Le tende scure filtravano una luce fioca. Chiuse delicatamente la porta alle sue spalle e stette immobile per abituarsi all’ambiente e alla poca illuminazione. Avvertiva il respiro profondo della donna.
La riconobbe. Il suo cuore riprese a martellare come prima per la corsa, credette che potesse svegliarla, addirittura, quel ritmo incalzante che proveniva da dentro di sé.
Si spogliò nel silenzio più assoluto. ormai aveva ripreso le sue capacità visive. Si diresse verso la toilette. Si chiuse dentro, accese la luce e si lavò. L’acqua calda lo inebriava, ma ancora di più quello che lo attendeva.
Sperò che alla reception si fossero per il momento dimenticati della colazione.
Si asciugò in fretta e poi uscì, nudo e silenzioso come meglio gli riusciva verso il letto.
Vide il profilo e la posizione del corpo di MissF sotto le lenzuola bianche. Percepì il lento muoversi del suo torace al respiro. Lei era stesa di fianco.
Sospeso di fronte a questa visione, sentì il trillo del carrello portavivande avvicinarsi nel corridoio.
K scavalcò con un balzo il letto e si precipitò verso la porta aprendola con contrapposta cautela. Era nudo. Non era il caso di mostrarsi così. “Grazie, ci penso io, ora” disse sottovoce ad uno stupito ragazzo.
Rinchiuse, abbandonò il carrello e fu di nuovo accanto al letto.
Si infilò sotto il lenzuolo entrando nell’aura del calore di lei. Il suo profumo lo investì provocandogli una seria erezione senza nemmeno sfiorarle le sue aggraziate forme. Lei si mosse un poco. Non seppe dire se davvero non si fosse accorta della sua presenza o fingesse il sonno per assecondarlo. Il dubbio gli rimase, ma dopotutto erano lì, accanto e altro non interessava.
Il corpo di lei era incandescente. Le sfiorò l’insenatura della vita. Ebbe un sussulto.
Si voltò. “Mi hai spaventato quando sei entrato. Prima.” K sorrise. “Non so come, ma sapevo che saresti arrivato.”
Non rispose, ma la baciò. Le lingue e le labbra a succhiare frenetiche quelle dell’altro. Le mani di K la stringevano, quelle di lei premute tra il seno e il petto di lui, senza spazio di qualsiasi manovra.
Lei avvertì il cazzo tendersi tra le cosce e questo non fece altro che accelerare l’esaltarsi della sua eccitazione. Già sentiva la fica inumidirsi senza ritegno.
K stava per parlare, ma lo zittì mettendogli la mano sulla bocca. K capì, non era ora il momento delle parole.
Sciolse l’abbraccio, buttò all’aria il lenzuolo. Le baciò il collo, le spalle, la morse, scese a torturarle i capezzoli. Lappava e mordeva, le mani intrecciate nelle sue. MissF emetteva sospiri sempre più profondi contorcendo la schiena. La mano destra di k scese sul sesso della donna. Era madido. Infilò due dita, indice e medio, il bacino di MissF apprezzò l’intrusione sussultando. Il viso di K era immerso tra gli spettacolari seni della ragazza. Avrebbe voluto stare lì per sempre. Perdersi come un camminatore tra le brughiere delle Ebridi Esterne. La fica colava sulla mano di K. Ai sospiri, MissF aveva sostituito ormai gridolini, prima soffocati poi sempre più netti, ritmati. Quale miglior ricompensa dei due giorni di attesa e di avere attraversato il mondo per incontrare il suo bel marinaio?
K si staccò dai capezzoli. a malincuore, ma doveva regalare un piacere più intenso, un dovere da ottemperare. Si piazzò al centro delle gambe della donna, prese le caviglie e le spinse verso il volto di lei. La fica era lì, di fronte, dischiusa, madida, gonfia, fremente di desiderio, i sensi completamente aperti. L’odore delle sesso, quello che fa tabula rasa di tutto, quello che ci riporta alla velocità della luce allo stadio animale. Si stava mettendo in moto. E niente lo avrebbe fermato.
La fica era lì, le gambe sollevate in alto. Le prese a coppa i fianchi e si tuffò naso, barba, bocca e lingua. Leccava, sfregava, succhiava, penetrava. MissF godeva. urlava senza ritegno. Gli umori sgorgavano da quel paradiso bagnando il volto di K. Scivolando nell’ano, inzuppando la barba. Con la mano destra, senza smettere, infilò un dito nell’ano con facilità. Leccando e muovendo il dito tra le splendide chiappe di MissF, ella non poté trattenersi oltre. Raggiunse l’orgasmo piangendo dall’intensità del piacere.
K non si fermò e continuò a martoriarla. Solo ruotò in modo da offrire un cazzo gonfio e dal grosso glande violaceo sul fianco di MissF.
Lei non si fece certo attendere. Strinse i testicoli portandoseli vicini alla bocca. L’asta le scorreva di fronte. La leccò con voluttà, come una leccornia, come il più dolce dei gusti. Insistette sul glande dove scorse la lingua con molta pressione, pareva proprio sul punto di esplodere. Se lo imboccò mentre il piacere le montava di nuovo grazie alle sapienti lappate di K. Anche lui stava godendo apprezzando la grande maestria di MissF. Si staccò dalla fica sdraiandosi sul letto. MissF comprese la richiesta assoluta del suo uomo. Leccargli il cazzo come fosse un totem, una divinità. Succhiarlo, ingoiarlo. Estrarne il nettare. Una mano della ragazza stringeva i testicoli, l’altra scorreva sull’asta, le labbra dischiuse ad accogliere il grosso glande. Lo ingoiò più che poté. Estraendolo rivoli di saliva imperlavano lo scettro. Le mani di K accarezzavano la folta chioma di MissF, ormai spettinata, ormai dedita a quell’unica operazione. Bastarono pochi minuti di questo trattamento. Il ventre di K si contrasse, il cazzo eruttò grossi sussulti di seme. Le labbra di MissF non smisero di succhiare. Fino all’ultima goccia. E anche dopo.
“M…missF…”
Prese il viso di lei e si chinò a baciarla. Le lingue, il sapore di sperma. Dio. La tempesta animale non si placò di certo. Avvinghiati come tralci di vite, continuarono a baciarsi. Non si sarebbe staccato da lei per niente al mondo. I loro corpi erano perfettamente aderenti. Simmetrici, accoppiati. Incollati.
“Scopami K, Sco-pa-mi!”, gli sussurrò nell’orecchio.
La girò di fianco, la schiena di lei contro il suo petto. le mani di lui sulle teste, indici e pollici strizzavano i capezzoli. Senza difficoltà la penetrò, muovendosi con lentezza. Le baciava il collo, il sudore che appiccicava. Svanita la foga del primo orgasmo entrambi si concessero di amarsi con lentezza come per trattenere l’intensità di ogni secondo, di ogni centimetro quadrato dei propri corpi. Lei miagolava. Godevano entrambi.
Se la portò sopra di se, la schiena di MissF sempre rivolta verso di lui. Lei si sedette sul palo. Scorrendolo con lentezza, a K pareva di morire ogni volta che le labbra della fica si contraevano sull’attaccatura del glande. Era estasi allo stato puro.
Lei uscì e lo baciò impalandosi nuovamente, ma ora offrendogli la bellezza di tutto il suo corpo, del suo viso deformato dal godimento, del suo meraviglioso seno che sobbalzava ad ogni impetuosa discesa e risalita.
“Prendimi da dietro”
Si staccarono, lei carponi, la fica arrossata. Non poté non succhiare gli umori, dare delle profonde leccate, ricamare con la lingua la rosa stretta dell’ano.
Mani di K sulla spalle, il cazzo si fece strada. Colpendola di gran carriera, lei urlava senza più nessuna pausa. Le strizzava i seni. Poi le serrava il collo, la baciava, le graffiava la schiena.
Grazie all’orgasmo di prima K godeva di una durata inusuale di fronte a tanta bellezza e armonia di corpi.
Infilò un pollice nell’ano. Lei urlò ancora di più. Era ormai prossima ad un altro orgasmo che arrivò senza altri indugi. Era crollata in avanti, quasi esausta. K appoggio il glande paonazzo all’ingresso dello sfintere. Raccolse umori, ci sputò sopra. e piano, molto piano, provò ad entrare. lasciò che i muscoli si rilassassero poi proseguì fino alla fine. MissF urlava nel cuscino, soffocata. Tremava nel parossismo, segno di un altro orgasmo in arrivo o in corso. Il palo di K penetrava con lentezza esasperante, la faceva morire. Il piacere era totale.
In un attimo di lucidità mormorò un “A…n…c…o…r…a, K”.
Le martoriò il culo ancora per qualche minuto. Lei non aveva più la forza nemmeno per gridare. La tirò a se, sollevandola. La baciò. Il cazzo scivolò fuori.
“k!”
“missF!”
Nei loro nomi c’era tutto quello che dovevano dirsi. Altro non serviva.
Lei si distese, stremata.
Lui fece per sdraiarsi accanto. “Non provarci neppure. Riempimi. Lasciami il tuo seme dentro. Non smettere mai”
Le salì sopra. Il cazzo teso, duro, pareva scoppiare. I seni arrossati dalle strizzate, il collo con i segni della passione. Entrò con delicatezza. Le gambe di lei sulle spalle. Alternava spinte veloci ad altre, lente e profonde.
Le stringeva i polsi. Lei inchiodata nel materasso.
La stanza, la corsa per raggiungerla, le settimane in mare aperto. Tutto distante.
I loro corpi e solo quelli. Mossi da un unico cervello fuso assieme.
L’orgasmo di entrambi arrivò all’unisono. Un’onda che li travolse. Le unghie di lei conficcate sulla schiena di lui. La bocca di lui che le consumava il collo.
Il tempo si fermò. Il mondo fuori risucchiato in un buco di nero come non fosse mai esistito.

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