16 ottobre 2026, ore 02:30 - Chiarimento
scritto il 2026-10-16 tempo di lettura 4 min
di
EvaDiNotte
genere
confessioni
cura
A
Un’altra notte insonne davanti al PC. Per fortuna Giacomo ha il sonno pesante.
Paolo continuava a mandarmi messaggi. Voleva chiarire il nostro rapporto e scusarsi per il suo comportamento la sera del nostro primo incontro. Alla fine ho accettato di incontrarlo, anche io avevo bisogno di chiarimenti.
Ho parcheggiato la macchina accanto alla sua e l’ho raggiunto in un bar sul lungomare, un posto elegante e un po’ snob, come piacciono a lui.
Aveva già ordinato da bere, due bicchieri di un vino abbastanza costoso, credo. Ho bevuto il mio d’un fiato e l’ho fissato negli occhi. Non sapevo cosa dirgli. Ha cominciato lui.
Si è scusato per essersi comportato in maniera arrogante. Ha detto che l'aveva fatto perché non voleva sembrare goffo. In realtà, non era per niente sicuro di sé: semplicemente non gli sembrava vero che stesse funzionando.
«E l’hotel?» gli ho chiesto. «Avevi già prenotato, senza neanche dirmelo…»
Ha esitato, abbassato gli occhi e alzato le spalle. «Oh… quello era per me. Avevo programmato di ubriacarmi ammerda e andare a dormire lì. Non pensavo davvero di portarci te…»
Sono scoppiata a ridere… Sembrava sincero. Magari lo era.
Abbiamo continuato a chiacchierare: tra un bicchiere e l'altro, mi ha raccontato del suo lavoro, della sua vita da single, di quanto gli piacesse passare tempo con me. Mi ha detto che non voleva crearmi problemi… che gli dispiaceva di aver fatto una carognata a Giacomo.
Gli ho risposto che dispiaceva anche a me, però lui non doveva guardarlo negli occhi tutti i giorni.
Ha distolto lo sguardo e ordinato altri due bicchieri.
Quando siamo usciti era quasi sera. Mi ha accompagnata verso le macchine e mi ha salutata con un semplice bacio sulla guancia, forse più lungo del necessario. Non mi sono scostata.
Ho aspettato qualche secondo di fianco alla mia macchina, con la mano sulla maniglia.
Non avevo voglia di andare via. Non volevo che la serata finisse così.
Mi sono girata e sono salita sulla sua. Non gli ho detto niente. Ho solo appoggiato una mano sulla sua gamba, mentre metteva in moto.
Paolo ha fatto un breve giro e si è infilato in una stradina deserta. Ha spento il motore. Per un attimo siamo rimasti fermi, in silenzio. Poi mi ha baciata e io gli sono andata incontro.
Nello spazio stretto dell’abitacolo tutto è diventato goffo e urgente. Ci siamo cercati con le mani, cerniere, tessuto tirato via alla meno peggio. Mi sono tolta la maglietta, gli ho slacciato la camicia: volevo sentire la sua pelle contro la mia. Il petto caldo, le sue mani sulla mia schiena nuda. Mi sono sfilata gli slip e sono salita sopra di lui. Con un po’ di fatica me lo sono infilato e ho cominciato a muovermi, la testa china per non battere contro il tetto e i seni contro il suo torace a ogni affondo. Lui mi stringeva i fianchi, mi guidava. Il sedile scricchiolava. Faceva caldo. I baci erano lenti, affannati, più respiri che baci.
Sono venuta così, aggrappata a lui, mordendomi il labbro per non fare troppo rumore. Poco dopo è venuto anche lui, dentro di me, tenendomi giù con le mani sui fianchi mentre sospirava contro il mio collo.
Non ci siamo mossi. Siamo rimasti a lungo in quella posizione, il suo cazzo ancora dentro di me, il mio viso appoggiato alla sua spalla, senza parlare. Solo il respiro e i finestrini appannati.
Mi sono alzata, mi sono sistemata come potevo. Paolo ha riavviato il motore e mi ha riportata al parcheggio del bar, vicino alla mia macchina. Ci siamo baciati ancora una volta. Mi ha detto solo: «Adesso?».
Non gli ho risposto. Non avevo una risposta da dargli.
So solo che mi piace quando mi cerca, quando mi corteggia.
Mi piace quando mi scopa.
E allora?
Per adesso non voglio pensarci troppo.
E invece ci penso: due bicchieri, due parole gentili, un bacio sulla guancia… e gliel’ho data in macchina come se non fosse la mia.
Cosa c’è di sbagliato in me?
Eva.
Paolo continuava a mandarmi messaggi. Voleva chiarire il nostro rapporto e scusarsi per il suo comportamento la sera del nostro primo incontro. Alla fine ho accettato di incontrarlo, anche io avevo bisogno di chiarimenti.
Ho parcheggiato la macchina accanto alla sua e l’ho raggiunto in un bar sul lungomare, un posto elegante e un po’ snob, come piacciono a lui.
Aveva già ordinato da bere, due bicchieri di un vino abbastanza costoso, credo. Ho bevuto il mio d’un fiato e l’ho fissato negli occhi. Non sapevo cosa dirgli. Ha cominciato lui.
Si è scusato per essersi comportato in maniera arrogante. Ha detto che l'aveva fatto perché non voleva sembrare goffo. In realtà, non era per niente sicuro di sé: semplicemente non gli sembrava vero che stesse funzionando.
«E l’hotel?» gli ho chiesto. «Avevi già prenotato, senza neanche dirmelo…»
Ha esitato, abbassato gli occhi e alzato le spalle. «Oh… quello era per me. Avevo programmato di ubriacarmi ammerda e andare a dormire lì. Non pensavo davvero di portarci te…»
Sono scoppiata a ridere… Sembrava sincero. Magari lo era.
Abbiamo continuato a chiacchierare: tra un bicchiere e l'altro, mi ha raccontato del suo lavoro, della sua vita da single, di quanto gli piacesse passare tempo con me. Mi ha detto che non voleva crearmi problemi… che gli dispiaceva di aver fatto una carognata a Giacomo.
Gli ho risposto che dispiaceva anche a me, però lui non doveva guardarlo negli occhi tutti i giorni.
Ha distolto lo sguardo e ordinato altri due bicchieri.
Quando siamo usciti era quasi sera. Mi ha accompagnata verso le macchine e mi ha salutata con un semplice bacio sulla guancia, forse più lungo del necessario. Non mi sono scostata.
Ho aspettato qualche secondo di fianco alla mia macchina, con la mano sulla maniglia.
Non avevo voglia di andare via. Non volevo che la serata finisse così.
Mi sono girata e sono salita sulla sua. Non gli ho detto niente. Ho solo appoggiato una mano sulla sua gamba, mentre metteva in moto.
Paolo ha fatto un breve giro e si è infilato in una stradina deserta. Ha spento il motore. Per un attimo siamo rimasti fermi, in silenzio. Poi mi ha baciata e io gli sono andata incontro.
Nello spazio stretto dell’abitacolo tutto è diventato goffo e urgente. Ci siamo cercati con le mani, cerniere, tessuto tirato via alla meno peggio. Mi sono tolta la maglietta, gli ho slacciato la camicia: volevo sentire la sua pelle contro la mia. Il petto caldo, le sue mani sulla mia schiena nuda. Mi sono sfilata gli slip e sono salita sopra di lui. Con un po’ di fatica me lo sono infilato e ho cominciato a muovermi, la testa china per non battere contro il tetto e i seni contro il suo torace a ogni affondo. Lui mi stringeva i fianchi, mi guidava. Il sedile scricchiolava. Faceva caldo. I baci erano lenti, affannati, più respiri che baci.
Sono venuta così, aggrappata a lui, mordendomi il labbro per non fare troppo rumore. Poco dopo è venuto anche lui, dentro di me, tenendomi giù con le mani sui fianchi mentre sospirava contro il mio collo.
Non ci siamo mossi. Siamo rimasti a lungo in quella posizione, il suo cazzo ancora dentro di me, il mio viso appoggiato alla sua spalla, senza parlare. Solo il respiro e i finestrini appannati.
Mi sono alzata, mi sono sistemata come potevo. Paolo ha riavviato il motore e mi ha riportata al parcheggio del bar, vicino alla mia macchina. Ci siamo baciati ancora una volta. Mi ha detto solo: «Adesso?».
Non gli ho risposto. Non avevo una risposta da dargli.
So solo che mi piace quando mi cerca, quando mi corteggia.
Mi piace quando mi scopa.
E allora?
Per adesso non voglio pensarci troppo.
E invece ci penso: due bicchieri, due parole gentili, un bacio sulla guancia… e gliel’ho data in macchina come se non fosse la mia.
Cosa c’è di sbagliato in me?
Eva.
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